I Penitenziari della Calabria sono troppo affollati, manca pure il Garante Regionale dei Detenuti


Può definirsi civile un Paese che non riesce a garantire condizioni umane e dignitosi a chi si trova in carcere per scontare una pena? Domanda retorica e anche un po’ banale, ma sempre attuale in riferimento all’Italia. Il sovraffollamento delle carceri è un problema irrisolto, ciclicamente portato alla ribalta, ma mai seriamente affrontato. Un trend negativo, che tocca da vicino anche la Calabria. Secondo gli ultimi dati diffusi dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – datati 30 giugno 2019 -, nelle carceri calabresi sono ospitate 2.869 persone a fronte di una capienza di 2.734 posti. In buona sostanza, nei penitenziari sono presenti 135 persone in più rispetto agli standard previsti dalle leggi. Sulle dodici case circondariali presenti in Calabria solo due sono frequentate da meno detenuti rispetto alla capienza massima: si tratta del carcere di Palmi e di quello di Vibo Valentia. Tutti gli altri penitenziari presentano numeri superiori agli standard regolamentari. Le situazioni più critiche sono quelle che riguardano le strutture di Castrovillari, Cosenza, Locri, Reggio-Arghillà e Corigliano Rossano.

Quanto alla classificazione dei detenuti, va registrato che le donne presenti nei penitenziari calabresi sono 57, mentre gli stranieri 645 (prevalentemente rumeni, marocchini, ucraini, albanesi, tunisini e nigeriani). I detenuti presentano l’attuale posizioni giuridica: 498 in attesa di primo giudizio, 330 appellanti, 165 ricorrenti, 1 internato e 1.825 condannati definitivi, 23 dei quali ammessi alla semilibertà. Se non siamo davanti a una situazione d’emergenza – con episodi di insubordinazione in costante e preoccupante aumento – , poco ci manca.

Ma chi potrebbe difendere i diritti delle persone costrette a vivere dietro le sbarre? Una figura super partes è rappresentata dal garante dei detenuti. Peccato che in Calabria questa figura non esista. Già, perché nonostante una legge approvata nel gennaio 2018 che ne prevedeva l’istituzione, il Consiglio regionale non ha provveduto alla sua individuazione. Nei mesi scorsi sembrava che qualcosa stesse per sbloccarsi dopo la pubblicazione, da parte dell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale, dei nomi degli idonei per ricoprire l’incarico. Tuttavia l’Aula di Palazzo Campanella non è ancora arrivata a una designazione. In caso di inadempienze è possibile che il presidente del Consiglio, Nicola Irto, decida di attivare i poteri sostitutivi che la legge gli riconosce e accelerare i tempi. In più di un’occasione lo stesso Irto ha ribadito l’importanza della nomina del garante: «Non una poltrona per la politica, ma una figura di altissimo profilo e particolarmente strategica per il nostro territorio». Ma oltre alle buone intenzioni, nulla. E non ha sortito effetti, almeno fino ad oggi, nemmeno la diffida scritta inviata sempre alla presidenza del Consiglio regionale da Emilio Quintieri, attivista dei Radicali e da anni studioso delle condizioni di chi vive e lavora nelle carceri calabresi. «Senza riscontri positivi – annuncia Quintieri – sarò costretto a portare la vicenda all’attenzione dell’autorità giudiziaria». Chissà che non si riveli decisivo l’appello lanciato nei giorni scorsi dal Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, che in visita in Calabria, ha sottolineato la necessità di procedere in maniera rapida all’individuazione del responsabile regionale dei diritti dei detenuti.

Antonio Ricchio

Gazzetta del Sud, 15/07/2019

Vibo Valentia: il Carcere apre le porte ai figli dei detenuti. Domani festa nell’area verde


Anche la casa circondariale vibonese, in collaborazione con Libera e Sbv, aderisce alla campagna di sensibilizzazione europea “Non un mio crimine ma una mia condanna”. “Non un mio crimine, ma una mia condanna” è il grido dei 100.000 bambini che ogni giorno entrano nelle 213 carceri italiane per incontrare il proprio papà o la propria mamma detenuti.

Ogni giorno varcano il portone degli Istituti Penitenziari per incontrare il proprio genitore, per mantenere il legame affettivo fondamentale per crescere; sono emarginati a scuola, nel quartiere dove vivono, nel gruppo sociale di appartenenza poiché sono figli di genitori detenuti.

L’associazione Bambinisenzasbarre da 13 anni si occupa di questi bambini, ne accoglie 10.000 nei suoi “Spazi gialli” e difende il diritto di avere l’affetto dei propri genitori durante la detenzione; promuove il mantenimento della relazione figlio-genitore durante la detenzione e tenta di sensibilizzare la società civile perché si faccia carico dei diritti umani, sanciti dalle convenzioni internazionali, in favore dei minori separati dai propri genitori detenuti, affinché il diritto alla genitorialità venga garantito, culturalmente assimilato e reso parte del sistema valoriale.

Quest’anno anche la Casa Circondariale di Vibo Valentia, grazie alla lungimiranza del direttore Angela Marcello, all’impegno di Chiara La Cava (responsabile area educativa) e del comandante Domenico Montauro, ed alla collaborazione del Sistema bibliotecario vibonese e di Libera Vibo Valentia, aderirà alla campagna di sensibilizzazione europea “Non un mio crimine, ma una mia condanna”, riconoscendo la valenza trattamentale dell’iniziativa a sostegno delle relazioni familiari.

Nella mattinata di domani, martedì 25 giugno, presso l'”Area verde” dell’istituto attrezzata per l’occasione, si svolgerà un momento di festa, di incontro tra genitori detenuti ed i loro figli, proprio per rimarcare il diritto dei bambini di frequentare i loro papà e sottolineare il concetto che la carcerazione interrompe molti aspetti della vita, ma non dovrebbe mai interrompere il legame figlio-genitore; ad animare l’evento, alcune volontarie di Libera Vibo Valentia e delle animatrici professioniste, che intratterranno con tanti giochi e sorprese i più piccoli; ci sarà spazio anche per le letture ad alta voce, condotte da Anna Caruso e Katia Rosi del Sistema bibliotecario vibonese.

Inoltre, in occasione dell’iniziativa, il polo culturale vibonese diretto da Gilberto Floriani regalerà ad ogni bambino una copia del libro “Mago Mantello” di Francesco Domenico Giannino; l’autore, tra i fondatori dell’organizzazione di volontariato Compagnia del Mantello, unendo la sua esperienza di maestro alla sua attività di volontario ospedaliero ha deciso di portare il suo simpatico Mago dove c’è più bisogno di sorridere, ossia nei reparti di oncologia, nelle carceri, nelle ludoteche dei reparti pediatrici, dando vita ad un vero e proprio progetto nazionale. Le oltre 100 copie di “Mago Mantello” donate lo scorso maggio dalla Compagnia ai bambini calabresi saranno consegnate dal Sbv, oltre che ai figli di detenuti e a tutti i bambini del comune di Limbadi.

http://www.ilvibonese.it, 24 giugno 2019

Ergastolo ostativo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo condanna l’Italia


L’Italia deve rivedere la legge che regola il carcere a vita, perché viola il diritto del condannato a non essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Così la Corte europea dei diritti umani in una sentenza che in assenza di ricorsi sarà definitiva tra tre mesi. La decisione riguarda il caso di Marcello Viola, condannato per associazione mafiosa, omicidi e rapimenti, in prigione da inizio anni Novanta. La sentenza non implica la liberazione di Viola a cui l’Italia deve versare 6mila euro per i costi legali.

La decisione sull’Italia della Corte di Strasburgo si basa sul fatto che chi è condannato al carcere a vita (ergastolo ostativo) non può ottenere, come gli altri carcerati, alcun `beneficio´ – come per esempio i permessi d’uscita, o la riduzione della pena – a meno che non collabori con la giustizia. Nella sentenza i giudici di Strasburgo evidenziano che «la mancanza di collaborazione è equiparata ad una presunzione irrefutabile di pericolosità per la società» e questo principio fa si che i tribunali nazionali non prendano in considerazione o rifiutino le richieste dei condannati all’ergastolo ostativo. La Corte osserva che se «la collaborazione con la giustizia può offrire ai condannati all’ergastolo ostativo una strada per ottenere questi benefici», questa «strada» è però troppo stretta.

«Alla Corte di Strasburgo pendono già numerosi altri ricorsi» contro il carcere a vita (ergastolo ostativo) e dopo la condanna di oggi «potrebbero arrivarne molti altri», scrivono i giudici di Strasburgo nella sentenza . Il problema messo in luce oggi, per i magistrati, «è di natura strutturale» e richiede quindi, per essere risolto, un intervento, di preferenza legislativo, delle autorità. L’Italia dovrebbe quindi agire «con una riforma della reclusione a perpetuita’ in modo da garantire la possibilità agli ergastolani di ottenere un riesame della pena». Questo, scrivono, «permetterebbe alle autorità di determinare se durante la pena già scontata il detenuto ha fatto progressi tali sul cammino della riabilitazione da renderne ingiustificabile il mantenimento in prigione».

Per l’associazione “Nessuno tocchi Caino” si tratta di un «pronunciamento storico» «Secondo la Corte – spiega una nota -, l’ergastolo ostativo è una forma di punizione perpetua incomprimibile. Con questa sentenza la CEDU svuota l’art 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede uno sbarramento automatico ai benefici penitenziari, alle misure alternative al carcere e alla liberazione condizionale in assenza di collaborazione con la giustizia. La CEDU fa cadere la collaborazione con la giustizia ex art 58 ter o.p, come unico criterio di valutazione del ravvedimento del detenuto. La Corte considera inoltre questo un problema strutturale dell’ordinamento italiano e chiede che si metta mano alla legislazione in materia». «Il successo alla Corte EDU è il preludio di quel che deve succedere alla Corte Costituzionale italiana che il 22 ottobre discuterà l’ergastolo ostativo a partire dal caso Cannizzaro, nel quale Nessuno tocchi Caino è stato ammesso come parte interveniente – spiega il segretario Sergio d’Elia -. Il pensiero non può non andare che a Marco Pannella, al suo Spes contra Spem che ci ha animati e nutriti in questi anni, e ai detenuti di Opera protagonisti del docu-film di Ambrogio Crespi `Spes contra Spem – Liberi dentro´ che contro ogni speranza sono stati speranza, con ciò liberando oltre che se stessi anche le menti dei giudici di Strasburgo».

Redazione Corriere della Sera http://www.corriere.it – 13 giugno 2019

“Viaggio in Italia, la Corte Costituzionale nelle Carceri”. Questa sera nello “Speciale Tg1″su Rai1 alle 23,10


Questa sera nello “Speciale Tg1” alle ore 23,10 su Rai1 andrà in onda : “Viaggio in Italia. La Corte Costituzionale nelle carceri”, il docufilm di Fabio Cavalli, in collaborazione con Rai Cinema, sul viaggio dei Giudici Costituzionali in alcune carceri italiane.

La Costituzione non si ferma davanti ai muri di cinta. E i Giudici della Corte Costituzionale l’hanno voluta portare, dall’altra parte dell’orizzonte, con un’iniziativa senza precedenti al mondo: un viaggio negli Istituti Penitenziari e ora con un film, dentro queste città invisibili.

La Corte entra in Carcere e lo fa per la prima volta dal 1956, anno della sua nascita. Sette Giudici della Corte Costituzionale incontrano i detenuti di sette Istituti Penitenziari italiani: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, il carcere minorile di Nisida, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni, Lecce sezione femminile.

Il Garante Nazionale dei Detenuti Palma: “Gli arresti non servono, se manca la rieducazione non c’è più sicurezza”


Il Garante nazionale dei detenuti lancia l’allarme: “Senza reinserimento le azioni politiche sono destinate al fallimento”. “In cella c’è tutto ciò che non affrontiamo più. Dalle malattie mentali alla povertà, dalle dipendenze alle diseguaglianze”.

Quando si parla di sicurezza, si pensa solo ad arrestare la gente. E spesso ci si dimentica una cosa delle persone in galera: prima o poi usciranno. E se non facciamo niente per recuperarli, il problema non è solo loro, ma anche nostro, perché ritorneranno a delinquere”.

Mauro Palma, matematico e giurista, già fondatore e presidente dell’associazione Antigone, del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e del Consiglio europeo per la cooperazione penalistica, è l’attuale Garante nazionale dei detenuti.

È abituato a navigare controcorrente, come quando pubblicò un rapporto molto critico sul regime del 41bis, il carcere duro per i mafiosi. “So che parlare di temi come la rieducazione e il recupero dei carcerati non va molto di moda ma il mio non è un discorso buonista: io parlo di prevenzione della sicurezza”.

Cosa intende, professore?

“Non possiamo solo occuparci di come rinchiudere le persone. È fondamentale, anche per la sicurezza delle nostre città, accompagnarne il percorso di ritorno alla vita civile. Altrimenti è un circuito vizioso. Sento invocare spesso la galera. Attenzione: questo approccio non è la soluzione, ma un rinvio dei problemi”.

Può spiegare meglio?

“È semplice: il 70% delle persone che scontano una pena in cella, nell’arco di 5 anni torna a commettere reati. In carceri modello, come Bollate, dove i detenuti lavorano e le celle non sono chiuse, questa percentuale scende al 18-20%”.

Una delle critiche a questo argomento mette in luce il fatto che quei detenuti sono selezionati a monte.

“È vero. Io non affermo che tutti possano essere rieducati. Penso però che potremmo limitare, e molto, i danni. Tra il 70 e il 20% c’è un mondo”.

Chi c’è oggi è in prigione?

“Purtroppo il carcere è un contenitore di questioni irrisolte”.

A cosa si riferisce?

“Parlo di povertà, di dipendenze, di malattie mentali. Più lo Stato si indebolisce, e rende più fragili le strutture sul territorio, il welfare, più deleghiamo tutto alla repressione. Ma è un’illusione”.

Qual è la fotografia delle carceri oggi?

“Quella di un mondo diseguale. Basta guardare i numeri: bassa alfabetizzazione, spesso nessun posto dove andare. È chiaro che una volta fuori, senza un accompagnamento, sostegno, si troveranno disorientate. Oggi stiamo ritornando a una situazione simile a quella del Regno d’Italia: in carcere c’è soprattutto marginalità”.

Che tipo di reati scontano i carcerati in Italia?

“La metà dei 60mila detenuti italiani sono in carcere per droga. Cinque su sei, parliamo di circa 50mila persone, se aggiungiamo a questa popolazione chi ha commesso reati contro il patrimonio o predatori. Droga, furti, rapine. Ovvero i reati con la più alta percentuale di recidiva”.

Quali sono le sue ricette?

“Prima di tutto bisogna ridare responsabilità ai detenuti. Il lavoro è un modo di affrancarsi, ma le percentuali sono molto basse. Ciò che accade spesso è il contrario: l’infantilizzazione di queste persone. Se trattiamo degli adulti come fossero bambini, se li teniamo a non fare niente, non usciranno mai dalla mentalità assistenzialista. Una volta fuori, si aspetteranno un sostegno che non arriverà. E quindi ritorneranno sulla vecchia strada”.

Cosa manca?

“Percorsi che indirizzino la seconda fase, il reinserimento. Penso a commissioni che seguano il detenuto, lo supportino ed eventualmente valutino se merita o no di compiere un percorso di riabilitazione. Una sorta di libertà vigilata, un organo di supporto e controllo. E fino a questo punto non ho ancora fatto cenno a un altro aspetto: che la pena debba tendere alla rieducazione lo dice la nostra Costituzione”.

Ritorniamo alla questione sicurezza. I reati diminuiscono, ma aumenta l’insicurezza. Come lo spiega?

“Da un lato è un meccanismo psicologico. La società italiana di trent’anni fa era molto più violenta, c’erano il doppio degli omicidi. Oggi ci sono meno crimini violenti. E l’allarme sociale arriva dalla minaccia alle cose. Un fenomeno tipico di una società che si è arricchita”.

Le periferie sono in forte sofferenza…

“Quando dico che non si può pensare di risolvere il problema sicurezza solo con il carcere, penso soprattutto alle periferie. Un tempo c’erano le parrocchie, i partiti. Oggi tutto questo non c’è più. Dobbiamo trovare vie per rendere il territorio vivo, ricreare un senso di comunità”.

Esistono soluzioni?

“Dovremmo investire nella battaglia contro la dispersione scolastica, finanziare chi intercetta ragazzini che stanno sulla strada invece di andare a scuola. Dovremmo lavorare sulle dipendenze, sostenere il lavoro e le strutture sul territorio. Più questi presidi vanno in difficoltà, più il senso di insicurezza crescerà. La scorciatoia repressiva piace perché è più rassicurante e immediata. In inglese è più facile che in italiano, dove l’ambiguità è anche linguistica. Sicurezza si dice con due parole: “security” e “safety”. Noi pensiamo molto alla prima, sperando che arrivi anche la seconda. Mai due concetti sono diversi. Non saremo più “safe” solo con politiche securitarie”.

Marco Grasso

Il Secolo XIX, 4 giugno 2019

Cosenza, trasferito d’urgenza a Barcellona Pozzo di Gotto il detenuto che aveva aggredito l’Agente Penitenziario


E’ stato trasferito d’urgenza dalla Casa Circondariale di Cosenza il pericolosissimo giovane detenuto calabrese, Francesco OIivieri, originario di Nicotera, recentemente condannato all’ergastolo, responsabile di varie aggressioni verbali e fisiche al personale del Corpo di Polizia Penitenziaria (ed in ultimo ai Magistrati – PM e GUP – del Tribunale di Vibo Valentia che ha ingiuriato e minacciato di morte, danneggiando la gabbia metallica in cui era ospitato e tentando di sfilare la pistola ad un operatore di Polizia Penitenziaria).

Il detenuto dopo tutte le aggressioni che ha posto in essere negli Istituti di Catanzaro, Castrovillari e Cosenza (in quest’ultimo caso, oltre ad aggredire un Assistente Capo Coordinatore della Polizia Penitenziaria, gli ha spento pure una sigaretta accesa sul volto), su disposizione dell’Ufficio Servizi Sanitari della Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, è stato subito trasferito presso la Casa Circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) ove è presente una articolazione per la tutela della salute mentale.

Vista la estrema pericolosità dello stesso, per la sua traduzione sono state disposte dall’Amministrazione Penitenziaria, rigorosissime misure di sicurezza ed è stata rinforzata la scorta per evitare che potesse compiere altre aggressioni ai danni del personale penitenziario.

Agli Operatori Penitenziari, come sempre, la mia solidarietà personale per essere stati, senza alcun motivo, ripetutamente oggetto di inaudite violenze verbali e fisiche da parte di un detenuto – probabilmente affetto da gravi disturbi psichiatrici, affidato alla loro custodia.

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti Calabria

Carcere di Cosenza, dopo l’evasione del giovane detenuto straniero, i Radicali difendono gli Operatori Penitenziari


Ritengo doveroso intervenire per esprimere la mia solidarietà e vicinanza agli Operatori Penitenziari della Casa Circondariale di Cosenza ed in particolare modo al Direttore dell’Istituto Maria Luisa Mendicino ed al Comandante della Polizia Penitenziaria Commissario Capo Paolo Cugliari, a seguito dell’evasione di un giovane detenuto straniero, verificatasi domenica mattina e che ha determinato l’apertura di una indagine da parte della Procura della Repubblica di Cosenza per chiarire le dinamiche del grave evento critico ed accertare se vi siano state eventuali responsabilità attive od omissive. Lo sostiene Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria.

Com’è noto, domenica mattina, intorno alle ore 9:45, il detenuto Amadou Coulibally, cittadino del Mali, classe 1999, con fine pena il 20 maggio 2023, è improvvisamente evaso dalla Casa Circondariale di Cosenza, riuscendo ad eludere la sorveglianza, mentre stava fruendo dell’ora di permanenza all’aperto, nei cortili passeggio dell’Istituto. Coulibally era stato trasferito dalla Casa Circondariale di Catanzaro il 10 maggio 2019. Dopo l’immediato allarme dato dal Reparto di Polizia Penitenziaria di Cosenza, il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, reparto specializzato nella cattura degli evasi, ha subito pianificato gli interventi e coordinato le operazioni a cui hanno partecipato, 30 Poliziotti Penitenziari del Reparto di Cosenza e del Nucleo Investigativo Regionale di Catanzaro, tutte le altre Forze di Polizia presenti sul territorio. La cattura dell’evaso è stata rapida tant’è vero che, intorno alle 20:00, è stato rintracciato nel Centro Storico e, dopo una breve permanenza presso il vicino Comando Stazione Carabinieri di Cosenza Principale, subito tradotto in Istituto.

Qualcuno, in virtù di quanto accaduto, non ha perso l’occasione per muovere accuse immeritate agli Operatori Penitenziari, precisa il radicale Quintieri, ma in realtà – pur non conoscendo nel dettaglio la dinamica dell’evento – posso tranquillamente affermare che non hanno alcuna responsabilità, soprattutto perché eventuali inefficienze e carenze del sistema, non possono essere attribuite a chi dirige o lavora nell’Istituto. Infatti, la grave carenza di personale di Polizia Penitenziaria addetto alla custodia dei detenuti ed alla sicurezza dell’Istituto, è notoria: a fronte di una pianta organica che prevede 169 unità, ne sono presenti soltanto 142. Peraltro, il Reparto di Cosenza, ormai da tempo, è privo di un Comandante titolare in quanto il Commissario Capo Cugliari è un Funzionario in missione. Ed inoltre, il Direttore Mendicino, oltre alla Casa Circondariale di Cosenza in cui a fronte di una capienza di 218 posti sono ristretti 262 detenuti, dirige in missione anche la Casa di Reclusione di Rossano in cui allo stato sono ospitati 295 detenuti per una capienza di 263 posti.

L’Istituto Penitenziario di Cosenza è uno dei pochi, a livello nazionale, in cui da tanti anni, non si verificano gravi eventi critici, proprio per la grande professionalità, la straordinaria umanità e sensibilità di tutti gli Operatori Penitenziari, nonostante le obiettive difficoltà derivanti dalla carenza di risorse umane, finanziarie e strumentali.

Quali responsabilità dovrebbero avere gli Operatori Penitenziari ? L’allarme e le ricerche dell’evaso sono state immediate; non mi pare che vi siano stati ritardi – continua il candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti – Coulibally, alla stregua di tutti gli altri ristretti, stava fruendo dell’ora di permanenza all’aperto. Non potevano certo prevedere quanto aveva intenzione di fare oppure negargli di recarsi nel cortile passeggio insieme agli altri. L’unico modo per evitare tali eventi critici è quello di tenere le persone sempre chiuse nelle loro camere e sorvegliate a vista ma non è il modello di esecuzione penitenziaria previsto dal Legislatore né è il trattamento che noi vogliamo che si pratichi negli Istituti.

Il Carcere di Cosenza è sempre stato gestito in maniera eccellente, prima dal Dirigente Penitenziario Filiberto Benevento, recentemente posto in quiescenza e, da pochi mesi, dal Direttore Maria Luisa Mendicino, ex Dirigente della Casa Circondariale di Castrovillari ove si è particolarmente distinta per aver completamente rivoluzionato in meglio tale Istituto, sotto il profilo strutturale, della sicurezza e del trattamento rieducativo.

Infine, quanto alla storia giudiziaria del detenuto, non corrisponde al vero il fatto che lo stesso sia stato condannato per “rissa e lesioni”, così come appare esagerato definire che sia responsabile di “tentato omicidio”, nonostante la condanna irrevocabile a 6 anni e 4 mesi, inflittagli all’esito del giudizio abbreviato dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lagonegro e confermata dalla Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione con sentenza n. 21403/2019 del 7 marzo e depositata solo il 16 maggio scorso. Infatti, il maliano Coulibally, pochi giorni dopo aver compiuto la maggiore età, venne arrestato il 21 gennaio 2017 nel Centro di Accoglienza “Il Gabbiano” di Sanza (Salerno) gestito dalla Caritas di Teggiano Policastro, per un diverbio avuto in ordine alla partita di calcio cui assistere: lui, tifosissimo della sua Nazionale, voleva vedere Mali-Ghana valevole per la Coppa d’Africa ed invece gli altri ospiti scelsero altro match del campionato spagnolo burlandolo per tutto l’incontro. Al termine della partita si recò improvvisamente nella sua camera e fece ritorno nella sala comune con una bottiglia di vetro infranta con la quale colpì alla gola Balde Fode, un suo coetaneo senegalese, che era la prima persona che gli si venne a trovare davanti e con la quale non aveva avuto nulla in precedenza. Quindi un semplice litigio tra due amici, compagni di stanza, sfociato in lesioni non gravi (la vittima è guarita nell’arco di venti giorni e non è mai stata in pericolo di vita), purtroppo qualificato come “tentato omicidio” solo in rapporto al mezzo utilizzato per colpire, con una pena eccessiva.

Oggi, a seguito di quanto accaduto, – conclude l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani Emilio Enzo Quintieri – dovrà rispondere anche del delitto di evasione, con una ulteriore pena detentiva, ed oltre alla sanzione disciplinare ed alla perdita della liberazione anticipata, potrà essergli applicato anche il rigoroso regime di sorveglianza particolare previsto dall’Art. 14 bis dell’Ordinamento Penitenziario.