“Cucchi era un drogato che rubava ed aggrediva le vecchiette per drogarsi”. Agente di Polizia Penitenziaria segnalato al Dap


“Cucchi era un drogato che rubava ed aggrediva le vecchiette per drogarsi.” Questo è quanto si è permessa di scrivere Pina Bernardini, Assistente Capo del Corpo di Polizia Penitenziaria su un gruppo del social network facebook “Sostenitori Polizia Penitenziaria”, commentando un post riguardante la proposta di intitolare una strada della Città di Roma al 31enne geometra romano che nell’ottobre del 2009, mentre era in stato di arresto perché trovato in possesso di sostanza stupefacente, venne sottoposto ad un pestaggio violentissimo con calci, pugni e schiaffi da parte di alcuni Carabinieri (Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro), che oggi sono finalmente imputati per il delitto di omicidio preterintenzionale innanzi alla Prima Sezione della Corte di Assise di Roma.

Dopo aver letto le dichiarazioni volgari ed indecenti della Poliziotta Penitenziaria, ho immediatamente provveduto a segnalare la questione con un esposto al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini per le valutazioni del caso ed i provvedimenti di competenza, informandone anche l’Avv. Fabio Anselmo, difensore della famiglia Cucchi.

Ritengo gravissimo e non più tollerabile il fatto che degli Operatori Penitenziari, peraltro in servizio nei Reparti detentivi e quindi a diretto contatto con i detenuti, possano esprimersi in questi modi sui social network, nonostante le disposizioni dipartimentali vigenti in materia. Non mi risulta che il Cucchi, fosse gravato da precedenti penali per furto od aggressione ai danni delle vecchiette al fin di potersi drogare oppure che i suoi familiari lo avessero abbandonato in carcere come invece ha scritto l’Assistente Capo della Polizia Penitenziaria Pina Bernardini.

Per tale ragioni, mi sono formalmente rivolto al Capo dell’Amministrazione Penitenziaria inviandogli anche gli screenshot, chiedendogli di voler disporre gli opportuni accertamenti affinché non solo la Bernardini ma tutti gli Operatori Penitenziari che si rendano responsabili di tali comportamenti vengano sanzionati, nel rispetto di quanto prevedono le disposizioni dipartimentali, il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, il Regolamento di servizio del Corpo di Polizia Penitenziaria e le Regole Penitenziarie Europee emanate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.

Nel Corpo di Polizia Penitenziaria ci sono tantissime brave persone che svolgono il loro lavoro con grande professionalità e straordinaria umanità ma, purtroppo, ci sono anche tanti personaggi come la Bernardini che andrebbero destituiti dal Corpo, poiché con i loro comportamenti ledono gravemente l’immagine di tutta l’Amministrazione Penitenziaria, offuscando agli occhi della cittadinanza il suo prezioso e delicato mandato costituzionale.

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

Il Governo: ripristinate le Scuole nelle Carceri della Provincia di Cosenza. Quintieri (Radicali) andrò subito a verificare


“In tutti gli Istituti Penitenziari sono stati attivati percorsi didattici completi, in numero tale da consentire di accogliere tutti gli iscritti, nel rispetto della normativa vigente sul numero minimo d’iscritti per ciascuna classe.” Questo è quel che ha riferito l’On. Giuseppe De Cristofaro, Sottosegretario di Stato all’Istruzione, all’Università ed alla Ricerca del Governo Conte II, in risposta all’Interrogazione Parlamentare n. 5/02198 del 30 maggio 2019 dagli Onorevoli Alessandro Fusacchia (Più Europa) e Gabriele Toccafondi (Italia Viva), sollecitata da Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, all’esito delle visite effettuate insieme all’esponente radicale Valentina Anna Moretti, negli Istituti Penitenziari di Paola, Cosenza, Castrovillari e Rossano, interessati da provvedimenti di soppressione e/o riduzione dell’offerta formativa per i detenuti da parte dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Cosenza.

Il Governo ha risposto alla Camera dei Deputati durante la seduta della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione lo scorso 9 ottobre, sulla base delle notizie fornite dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria. In particolare, ha riferito che con Circolare Ministeriale n. 422 del 28 marzo 2019, è stato disposto che “in ogni caso, l’attivazione nell’ambito delle risorse dell’organico di autonomia, di almeno un primo periodo didattico in ciascun Istituto di Prevenzione” per cui, in coerenza con la stessa, l’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria ha attivato, per l’anno scolastico 2019/2020, almeno un primo periodo didattico in ciascuno degli Istituti Penitenziari. In più, è stato possibile attivare almeno un secondo periodo didattico e un terzo periodo didattico, quale percorso conclusivo del percorso di studi. Più in dettaglio, il Sottosegretario all’Istruzione De Cristofaro, ha riferito che sono stati autorizzati i seguenti percorsi:

 CASA CIRCONDARIALE DI CASTROVILLARI

 “Nella sezione carceraria di Castrovillari, sono stati autorizzati due primi periodi didattici, due secondi periodi didattici e due terzi periodi didattici, relativamente all’indirizzo professionale alberghiero e all’indirizzo tecnico di meccanica e meccatronica”. E’ stato precisato che “la proposta avanzata dalle istituzioni scolastiche di riferimento, in organico di diritto, risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero di iscrizioni pari a 91, è stata richiesta l’autorizzazione di 17 classi, con una media di 5 iscritti per classe.”

CASA DI RECLUSIONE DI ROSSANO

“Nella sezione carceraria di Rossano sono stati autorizzati tre primi periodi didattici, un secondo periodo didattico e un terzo periodo didattico, di cui un primo periodo didattico per l’indirizzo professionale alberghiero (di nuova istituzione) e due primi, un secondo e un terzo periodo didattico per l’indirizzo tecnico di meccanica e meccatronica. Anche in questo caso, la proposta avanzata dall’istituzione scolastica di riferimento, in organico di diritto, risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero complessivo di iscrizioni comunicate pari a 131, è stata richiesta l’autorizzazione di 11 classi con una media di 11 iscritti per classe.”

CASA CIRCONDARIALE DI COSENZA

“Nella sezione carceraria di Cosenza sono stati autorizzati due primi periodi didattici, due secondi periodi didattici e un terzo periodo didattico, di cui un primo, un secondo e un terzo periodo didattico per l’indirizzo professionale alberghiero e un primo e un secondo periodo didattico per l’indirizzo tecnico di amministrazione, finanza e marketing. Similmente, la proposta avanzata dall’istituzione scolastica di riferimento, in organico di diritto, risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero complessivo di iscrizioni comunicate pari a 79, è stata richiesta l’autorizzazione di 9 classi, con una media di 8 iscritti a classe.”

CASA CIRCONDARIALE DI PAOLA

“Nella sezione carceraria di Paola sono stati autorizzati due primi periodi didattici, un secondo periodo didattico e un terzo periodo didattico per l’indirizzo professionale alberghiero. Stessa circostanza per la proposta avanzata dall’istituzione scolastica di riferimento, in organico di diritto, che risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero complessivo di iscrizioni comunicate pari a 105, è stata richiesta l’autorizzazione di 9 classi, con una media di 11 iscritti per classe.”

Nei prossimi giorni, autorizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, annuncia il radicale Quintieri, andrò subito a verificare di persona se le circostanze riferite al Governo dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria siano veritiere perché alcuni numeri esposti dall’On. De Cristofaro, mi sembrano sbagliati, come ad esempio quelli relativi alla Casa di Reclusione di Rossano ove, per quanto mi risulta, i detenuti iscritti a corsi di istruzione secondaria superiore all’epoca dei fatti – secondo dati ufficiali – erano 165 e non 131 come invece rappresentato (95 detenuti Alta Sicurezza Itis, 55 media sicurezza Itis e 15 media sicurezza Ipseoa). Qualora dovessi riscontrare difformità rispetto a quanto comunicato, relazionerò immediatamente a tutte le Autorità competenti, oltre a sollecitare la presentazione di un nuovo atto di sindacato ispettivo alla Camera dei Deputati. Per il momento ringrazio gli Onorevoli Fusacchia e Toccafondi per l’Interrogazione nonché il Sottosegretario De Cristofaro per la risposta fornita.

La Corte di Strasburgo boccia l’ergastolo ostativo. Il Dap : su 1.633 ergastolani, 1.106 sono ostativi, 156 dei quali al 41 bis


Il Collegio della Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, nella sua ultima seduta del 7 ottobre, ha deciso di respingere il ricorso proposto dal Governo Italiano contro la sentenza pronunciata il 13 giugno 2019 nella causa Marcello Viola contro Italia (ricorso n. 77633/16) dalla Prima Sezione della stessa Corte, presieduta dal Presidente, il greco Linos-Alexandre Sicilianos, con la quale veniva dichiarata la illegittimità convenzionale del carcere a vita, cd. “ergastolo ostativo” con l’Art. 3 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali che proibisce, in termini assoluti, la tortura ed ogni altro trattamento o pena inumana e degradante.

Il ricorrente, Marcello Viola, di Taurianova (Reggio Calabria), condannato all’ergastolo con due anni e due mesi di isolamento diurno per diversi omicidi, associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, occultamento di cadavere ed altro (anche se lui si è sempre proclamato innocente), ininterrottamente detenuto dal 1996 ed attualmente ristretto presso la Casa di Reclusione di Sulmona (L’Aquila), è stato rappresentato dall’Avvocato Antonella Mascia del Foro di Verona e dagli Avvocati Barbara Randazzo e Valerio Onida del Foro di Milano. Viola, per circa 6 anni (per la precisione dal 22 luglio 2000 al 23 marzo 2006), è stato sottoposto anche al regime detentivo speciale 41 bis, poi revocato a seguito della decisione emessa dal Tribunale di Sorveglianza di L’Aquila (il 14 marzo 2006). In più occasioni (nel 2011 e nel 2015) ha chiesto alla Magistratura di Sorveglianza di L’Aquila di poter fruire dei permessi premio previsti dall’Art. 30 ter dell’Ordinamento Penitenziario nonché della liberazione condizionale, istituto previsto dall’Art. 176 del Codice Penale. Ma ogni sua richiesta è stata rigettata (anche dalla Corte di Cassazione nel 2016) poiché, pur avendo espiato il quantum di pena stabilito, mantenuto regolare condotta e partecipato al trattamento rieducativo predisposto dall’Amministrazione Penitenziaria (tra l’altro si è laureato in biologia, medicina e chirurgia e, da ultimo, si è iscritto al corso di laurea in economia aziendale), non aveva mai inteso collaborare con la Giustizia ex Articolo 58 ter dell’Ordinamento Penitenziario, condizione indispensabile sia per essere ammesso ai benefici premiali che alla liberazione condizionale, secondo quanto stabilito dall’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. L’ergastolano Marcello Viola, in circa 30 anni della sua carcerazione, è stato detenuto negli Istituti Penitenziari di Reggio Calabria, Vibo Valentia, Asinara, Palmi, Messina, Livorno, Novara, Torino, Ascoli Piceno, L’Aquila e Sulmona.

A questo punto, il ricorrente, atteso che l’Italia non offriva alcuna possibilità di riduzione della pena per i condannati all’ergastolo per uno dei reati di cui all’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, avendo esaurito le vie giurisdizionali interne, si è rivolto alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per lamentare che la sua detenzione era in contrasto con l’Art. 3 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali. Viola, nel suo ricorso, rappresentava alla Corte di Strasburgo che non aveva la possibilità di ottenere nemmeno la grazia, prevista dall’Art. 174 del Codice Penale, poiché il Presidente della Repubblica non ha mai utilizzato tale potere nei confronti di nessuno dei condannati all’ergastolo ostativo, circostanza che non è stata smentita in alcun modo dal Governo Italiano il quale, durante il giudizio, ha cercato di contestare le affermazioni del ricorrente sostenendo che la pena dell’ergastolo era de jure e de facto riducibile e non perpetua, come peraltro ribadito in diverse sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione italiana.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, premesso che la dignità umana, che si trova al centro stesso del sistema messo in atto dalla Convenzione, impedisce di privare una persona della sua libertà in maniera coercitiva senza operare nel contempo per il suo reinserimento e senza fornirgli una possibilità di recuperare un giorno tale libertà, ha ritenuto che la pena dell’ergastolo inflitta al ricorrente, in applicazione dell’Articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, detta «ergastolo ostativo», limiti eccessivamente la prospettiva di liberazione dell’interessato e la possibilità di un riesame della sua pena. Pertanto, tale pena perpetua, contrariamente a quanto sostenuto dal Governo Italiano, non può essere definita riducibile ai fini dell’Articolo 3 della Convenzione e, per l’effetto, rigettate le eccezioni formulate dal Governo Italiano, ha dichiarato a sei voti contro uno (quello del Giudice polacco Krzysztof Wojtyczek), cioè a larghissima maggioranza, che vi è stata violazione all’Art. 3 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, condannando l’Italia, anche al pagamento delle spese sostenute dal ricorrente, quantificate in 6.000 euro, da versare entro tre mesi dal momento in cui la sentenza diverrà definitiva.

Secondo il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, attualmente negli Istituti Penitenziari italiani, sono ristretti 60.894 detenuti, di cui 36.903 con posizione giuridica definitiva. Tra questi, gli ergastolani “puri” (cioè quelli condannati alla pena dell’ergastolo su cui non pende alcun altro giudizio definitivo) sono 1.633, di cui 1.106 sono ergastolani “ostativi”, ai sensi dell’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Inoltre, dei 1.633 ergastolani definitivi, 773 sono in carcere da oltre 20 anni e 454 da oltre 25 anni; dei 1.106 ergastolani ostativi, 628 sono in carcere da oltre 20 anni e 375 da oltre 25 anni. Infine, gli ergastolani definitivi condannati anche per associazione a delinquere di stampo mafioso ex Art. 416 bis del Codice Penale sono 944, quelli ai quali è applicato anche il 41 bis sono 101 in carcere da oltre 20 anni e 55 in carcere da oltre 25 anni. Alla pena in concreto espiata, deve aggiungersi anche la liberazione anticipata ex Articolo 54 dell’Ordinamento Penitenziario per cui gli ergastolani ristretti da oltre 20 anni, hanno superato i 25 anni di carcerazione, mentre quelli ristretti da oltre 25 anni, hanno superato i 30 anni di reclusione.

Nelle prossime settimane e, più precisamente, il 22 ottobre 2019, a seguito di due ordinanze remissive sollevate dalla Corte di Cassazione il 20 dicembre 2018 e dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia il 28 maggio 2019, la Corte Costituzionale (Giudice Relatore Nicolò Zanon) all’esito della Udienza Pubblica in cui, tra gli altri, interverranno il Garante Nazionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, l’Associazione Radicale Nessuno Tocchi Caino e l’Unione delle Camere Penali Italiane, si dovrà pronunciare sulla legittimità costituzionale dell’Articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario ritenuto in contrasto con gli Articoli 3 e 27 della Costituzione, nella parte in cui esclude che il condannato all’ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all’Articolo 416 bis del Codice Penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste di cui sia stato partecipe, che non abbia collaborato con la Giustizia, possa essere ammesso alla fruizione di un permesso premio.

Emilio Enzo Quintieri

Corte Edu, I sez., sent. 13 giugno 2019, Viola c. Italia (clicca per scaricare)

Comunicato della Cancelleria della Corte sulla decisione della Grande Chambre del 08 ottobre 2019 (clicca per scaricare)

Calabria, Sub judice la nomina del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti. Deciderà il Tar di Reggio Calabria


Sub judice la nomina del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria. L’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, Emilio Enzo Quintieri, anch’egli candidato alla carica di Garante, difeso dall’Avvocato Fabio Spinelli del Foro di Paola, ha impugnato il Decreto n. 5 del 30 luglio 2019, con il quale il Presidente del Consiglio Regionale Nicola Irto, sostituendosi all’Assemblea Legislativa, ha nominato l’Avv. Agostino Siviglia del Foro di Reggio Calabria, Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute e private della libertà personale. Il ricorso è stato presentato al Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria, Sezione Staccata di Reggio Calabria, al quale è stato chiesto non solo l’annullamento del Decreto perché illegittimo per vari motivi in fatto e in diritto, ma anche la sospensiva dello stesso, in attesa della definizione del giudizio. Oltre a Quintieri ed a Siviglia, in corsa per la carica di Garante, vi erano altri quindici candidati, dichiarati idonei dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale con Deliberazione del 23 ottobre 2018. Altri tre aspiranti, invece, sono stati esclusi perché privi dei requisiti stabiliti.  La Regione Calabria, una delle ultime in Italia, con Legge Regionale n. 1/2018 ha istituito il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, prevedendo all’Art. 3 che, il medesimo, debba essere eletto dal Consiglio Regionale con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati e che in mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l’elezione avvenga a maggioranza semplice.

Dopo innumerevoli sollecitazioni, il 24 ottobre, la Proposta di Provvedimento Amministrativo n. 234/10 “Elezione del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale” veniva depositata presso la Segreteria Assemblea del Consiglio Regionale e comunicata all’Aula nella seduta del 16 novembre e rimase ferma per molti mesi fino all’11 marzo 2019 quando, per la prima volta, venne iscritta all’ordine del giorno del Consiglio Regionale. In tale seduta, però, a seguito della rivisitazione dell’ordine del giorno, non venne trattata e rinviata alla seduta del 15 aprile ma, anche in tale seduta, per altra rivisitazione dell’ordine del giorno e per la mancanza del numero legale poiché la maggioranza aveva abbandonato l’aula, venne ulteriormente rinviata alla seduta del 29 aprile. Come nelle altre occasioni, in tale seduta, vi fu una rivisitazione dell’ordine del giorno e la elezione del Garante Regionale, su proposta del Capogruppo del Pd Sebastiano Romeo, approvata dall’Aula, venne rinviata a data da destinarsi. Successivamente, nonostante vi furono altre quattro sedute dell’Assemblea Regionale (28 maggio, 17 giugno, 24 giugno e 15 luglio), la questione non venne più iscritta all’ordine del giorno, nonostante una diffida in tal senso, fatta da Quintieri, all’Ufficio di Presidenza ed alla Conferenza dei Capigruppo Consiliari. Fino a quando, lo scorso 30 luglio, il Presidente Irto, esercitando il “potere sostitutivo”, procedeva alla nomina del Garante Regionale, scegliendo l’Avv. Siviglia, peraltro in carica come Garante dei Diritti dei Detenuti del Comune di Reggio Calabria nonché Console della Repubblica di Tunisia per la Calabria, scrivendo nel provvedimento che tale potere gli era stato conferito dal Consiglio Regionale, con decisione unanime, assunta nella seduta del 29 aprile. Tale circostanza non risponde al vero poiché né nella seduta indicata né in altre, il Consiglio Regionale, si è mai pronunciato in merito, oltre al rinvio dell’elezione a data da destinarsi.

Ritengo che la nomina del Garante sia illegittima ed annullabile – dice l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani – poiché il Presidente Irto non poteva, nella maniera più assoluta, nominare detta Autorità, spettando tale prerogativa esclusivamente in capo al Consiglio Regionale, come prevede lo Statuto Regionale, la Legge Regionale istitutiva ed il Regolamento Interno del Consiglio Regionale. Quanto al “potere sostitutivo” non poteva essere esercitato dal Presidente perché la Legge Regionale che ha istituito il Garante, non gli ha attribuito espressamente tale potere; l’Art. 113 comma 2 del Regolamento Interno del Consiglio Regionale è molto chiaro e preciso prevedendo che il Presidente possa sostituirsi all’Assemblea “qualora la Legge attribuisca esplicitamente tale potere”. Ma non è solo una questione di “incompetenza relativa” e violazione e falsa applicazione delle disposizioni legislative, statali e regionali, vi sono altri motivi, tutti eccepiti nel ricorso, che rendono il decreto di nomina illegittimo: eccesso di potere e violazione di legge per difetto di motivazione e di istruttoria, violazione dei principi di legalità, trasparenza e imparzialità dell’azione amministrativa. La nomina del Garante, per quanto di natura fiduciaria – conclude il radicale Quintieri – non è un “atto politico” che può essere svincolato da qualsiasi obbligo di motivazione che renda conto della ragione della scelta operata che appare arbitraria, ingiusta, illogica ed irragionevole. Nel decreto impugnato non risultano esplicitate, neppure in maniera sintetica, le ragioni che hanno indotto il Presidente Irto a scegliere, tra più candidati ritenuti idonei, un aspirante all’incarico rispetto agli altri.

Il Tribunale Amministrativo Regionale di Reggio Calabria, ricevuto il ricorso e l’istanza di sospensiva, ha già provveduto a fissare la Camera di Consiglio per il prossimo 2 ottobre alle ore 9, in cui il Collegio giudicante deciderà se sospendere o meno l’efficacia del provvedimento impugnato. Non è escluso che, all’esito della Camera di Consiglio, il Tribunale, trattenga la causa in decisione, pronunciando una sentenza in forma semplificata. I Giudici Amministrativi che si occuperanno del caso saranno Caterina Criscenti, Presidente e Relatore, Agata Gabriella Caudullo, Referendario ed Antonino Scianna, Referendario. Al momento si è costituito in giudizio, con una “memoria di stile”, senza alcuna critica al ricorso, il Presidente della Regione Calabria On. Mario Oliverio, difeso dall’Avvocato Angela Marafioti dell’Avvocatura Regionale di Reggio Calabria.

Calabria, Nominato (e non eletto come prevede la Legge) il Garante dei Diritti dei Detenuti. Sarà fatto ricorso al Tar


Il Presidente del Consiglio Regionale della Calabria Nicola Irto, con Decreto n. 5 del 30 luglio 2019, ha proceduto alla nomina del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, scegliendo l’Avvocato Agostino Siviglia di Reggio Calabria, peraltro in carica dal 2015 come Garante dei Diritti dei Detenuti della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Il Presidente Irto, per come si desume dal Decreto, ha inteso nominare il Garante Regionale visto che il Consiglio, nonostante la questione sia stata iscritta per ben tre volte all’ordine del giorno (11 marzo, 15 aprile e 29 aprile), non ha proceduto alla “nomina” del Garante.

Ma, in realtà, non si tratta di una “nomina” come sostiene il Presidente del Consiglio, bensì di una “elezione” poiché l’Art. 3 della Legge Regionale n. 1/2018, istitutiva dell’Autorità di Garanzia, prevede che il Garante debba essere eletto dal Consiglio Regionale con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati. In mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l’elezione avviene a maggioranza semplice dei Consiglieri assegnati.

La “nomina” del Garante appare illegittima e annullabile sia perché avvenuta in violazione di legge e sia per carenza di potere, visto che la Legge Regionale n. 1/2018 non conferisce espressamente tale compito al Presidente del Consiglio Regionale. Invero, il potere sostitutivo, come prevede l’Art. 113 del Regolamento interno del Consiglio Regionale della Calabria, può essere esercitato dal Presidente per le nomine e designazioni di competenza del Consiglio Regionale. Tale potere riguarda le nomine e designazioni scadute, terminato il periodo di prorogatio, nonché le nomine e designazioni relative a organi di nuova istituzione qualora la Legge attribuisca esplicitamente tale potere al Presidente del Consiglio. Mi sembra che il Regolamento sia abbastanza chiaro e preciso !

Come già detto, il Garante Regionale, non doveva essere “nominato” ma “eletto” (sono due cose diverse, con procedimenti altrettanto diversi) e la Legge Regionale non prevede l’intervento sostitutivo del Presidente del Consiglio in caso di inadempienza da parte dell’Assemblea.

Ma, a quanto pare, in Calabria, si può fare di tutto, giocando con cavilli, silenzi e ritardi. Anche quando si tratta di un organismo estremamente importante, appositamente istituito per vigilare sulla tutela dei diritti umani fondamentali delle persone detenute o private della libertà personale !

Per tali ragioni, ritenendo che la “nomina” del Garante Regionale non sia avvenuta nel pieno rispetto della Legge e delle procedure da essa stabilite, presenterò ricorso al Tar della Calabria, Sezione di Reggio Calabria, per chiedere l’annullamento del Decreto del Presidente del Consiglio Regionale.

Decreto del Presidente del Consiglio Regionale n. 5 del 30/07/2019 (clicca per leggere)

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti

Reggio Calabria, ennesimo detenuto morto suicida. Ed il Consiglio Regionale continua a non eleggere il Garante


Nelle Carceri calabresi, si continua a morire. Ed il Consiglio Regionale della Calabria (che si riunirà il 1 agosto) continua a non eleggere il Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, nonostante espressamente diffidato ad adempiere ! Oggi l’ennesimo decesso di un detenuto, in custodia cautelare, presso la Casa Circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria. L’uomo, Golomaschi Antonio Petru, cittadino rumeno, senza fissa dimora, incensurato, da tempo presente a Reggio Calabria, arrestato il 16 luglio scorso dalla Polizia di Stato per un presunto sequestro di minore, si è impiccato nella sua cella.

Nonostante l’Avv. Valentino Mazzeo del Foro di Reggio Calabria, suo difensore d’ufficio, abbia chiesto al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Calabria Dott. Domenico Armoleo, di disporre una perizia psichiatrica e nelle more il ricovero del suo assistito detenuto in una struttura sanitaria esterna, poiché probabilmente affetto da gravi disturbi psichiatrici come emerso già all’atto dell’arresto, il Giudice ha respinto l’istanza, confermando la custodia in carcere.

Si tratta della solita tragedia annunciata, afferma Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria. Mi domando per quale motivo il Gip di Reggio Calabria non abbia accolto la richiesta del difensore disponendo una consulenza psichiatrica ed il ricovero in una struttura sanitaria per questo poveraccio, anziché tenerlo nel sovraffollato Carcere di Arghillà (360 detenuti presenti a fronte di una capienza di 302 posti), Istituto in cui peraltro risulta carente, oltre al personale di Polizia Penitenziaria (113 unità a fronte delle 160 previste dalla pianta organica) e della professionalità giuridico pedagogica (4 funzionari a fronte dei 7 previsti), l’assistenza sanitaria ed in modo particolare quella specialistica di tipo psichiatrico (6 ore settimanali con circa 100 detenuti con problemi psichiatrici di cui circa 30 ad alto rischio suicidario) nonché quella psicologica (8 ore settimanali). Ad oggi, sono 77 i detenuti morti negli Istituti Penitenziari d’Italia, 28 dei quali per suicidio. Ed in Calabria, in questi pochi mesi del 2019, sono morti 4 detenuti, 2 dei quali si sono tolti la vita. Segnalerò l’ennesimo vergognoso decesso, conclude l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti ed al Garante Comunale di Reggio Calabria e solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare a risposta scritta ai Ministri della Giustizia e della Salute per conoscere la dinamica e le cause della morte del detenuto e se durante la sua permanenza in Istituto abbia avuto tutta la sorveglianza e l’assistenza sanitaria di cui aveva bisogno, in forma adeguata ed efficiente.

Quintieri (Radicali) : Il Carcere di Locri è un modello per tutta la Calabria. Quasi tutti i detenuti impegnati in attività lavorative


Questa mattina, accompagnato dalla collega giurista Valentina Anna Moretti, ho effettuato una visita alla Casa Circondariale di Locri ed all’esito della stessa non posso far altro che ribadire il giudizio positivo già espresso negli anni passati. Locri è un modello per tutta la Calabria! Lo dice Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria.

La Delegazione visitante, autorizzata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, è stata ricevuta ed accompagnata negli spazi detentivi e nelle lavorazioni dal Direttore dell’Istituto Dott.ssa Patrizia Delfino e dal Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria Commissario Capo Dott.ssa Giuseppina Crea.

Attualmente, nell’Istituto Penitenziario di Locri, che risale al 1862, a fronte di una capienza regolamentare di 89 posti, sono ristretti 101 detenuti, 23 dei quali stranieri, aventi le seguenti posizioni giuridiche: 11 imputati, 16 appellanti, 8 ricorrenti e 66 definitivi, tutti appartenenti al Circuito della Media Sicurezza. Tra i definitivi 5 sono in semilibertà ex Art. 50 O.P., alle dipendenze di datori di lavoro esterni. A 16 detenuti il Magistrato di Sorveglianza di Reggio Calabria Dott.ssa Daniela Tortorella, in occasione delle festività pasquali, ha concesso un permesso premio ex Art. 30 ter O.P. e agli altri 5 detenuti semiliberi, ha concesso la licenza premio ex Art. 52 O.P. Quasi la totalità dei detenuti ristretti a Locri è impegnata in attività lavorative, alle dirette dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria (54 su 61 definitivi). Una percentuale altissima rispetto agli altri Istituti Penitenziari della Calabria.

Altri 10 detenuti svolgono lavori di pubblica utilità ex Art. 20 ter O.P. di cui 7 all’interno dell’Istituto e 3 all’esterno, presso il Comune di Locri, la Diocesi di Locri ed il Tribunale di Locri. A breve, verrà sottoscritta dalla Direzione dell’Istituto altra convenzione con il Comune di Siderno, per l’impiego dei detenuti in progetti di pubblica utilità. Vi sono solo due detenuti con problematiche sanitarie: un tossicodipendente in terapia metadonica ed un sieropositivo; non sono presenti altri soggetti con patologie psichiatriche, con disabilità motorie o altre malattie come l’epatite b e c, la scabbia, la tubercolosi, etc. Non vi sono stati eventi critici negli ultimi tempi: nessun suicidio, nessun decesso, nessun atto di autolesionismo e nessuna aggressione nei confronti del personale che opera nell’Istituto. Per tale ragione anche le sanzioni disciplinari sono pressoché inesistenti.

L’Istituto, situato nel pieno centro cittadino, è composto da un unico padiglione, diviso in quattro sezioni oltre al reparto di transito destinato al Circuito Alta Sicurezza, ormai inutilizzato poiché i detenuti partecipano al processo in videoconferenza, ed al Reparto di Semilibertà. Le due sezioni, poste a piano terra, sono a custodia aperta con la sorveglianza dinamica; i 49 detenuti che sono presenti in tali sezioni, permangono per 10 ore fuori dalla camera di pernottamento usufruendo delle numerose attività trattamentali organizzate nell’Istituto. Nelle restanti sezioni, poste al primo piano, in cui sono presenti 47 detenuti, è ancora operativa la tradizionale e più rigorosa custodia chiusa, ma anche questi ultimi trascorrono 10 ore fuori dalle loro camere. Prossimamente, queste due Sezioni, potrebbero diventare a custodia aperta, qualora la Sezione di transito Alta Sicurezza, come detto inutilizzata, venga ristrutturata e diventi sezione destinata all’accoglienza dei “nuovi giunti” dalla libertà. Tale progettualità verrà presentata alla Cassa delle Ammende del Ministero della Giustizia che valuterà di finanziare i lavori di ristrutturazione.

Il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria, guidato dal Dirigente Generale Dott. Massimo Parisi, ha individuato la Casa Circondariale di Locri come Istituto destinato alla lavorazione del ferro e della ceramica. E’ presente altresì una falegnameria ma solo per soddisfare le esigenze interne. Sarà la Casa di Reclusione a Custodia Attenuata di Laureana di Borrello a provvedere alle lavorazioni del legno, per tutti gli altri stabilimenti penitenziari.  Attualmente è in costruzione, in economia e tramite manodopera detenuta, un laboratorio per la lavorazione del ferro che, oltre alle attrezzature già nella disponibilità dell’Istituto, riceverà tutti gli strumenti e le apparecchiature presenti ed inutilizzate nella Casa Circondariale di Crotone.

Grazie a dei progetti finanziati dalla Cassa delle Ammende “Colore dentro le mura” tutto l’Istituto, dai locali per lo svolgimento delle attività in comune alle camere di pernottamento, è stato completamente ritinteggiato ed allo stato si presenta in ottime condizioni. Inoltre, tutti gli ambienti che sono stati visitati, sono stati trovati in perfetto stato di igiene e pulizia, garantendo senza alcun dubbio elevati standard di vivibilità alla popolazione detenuta.  Sono presenti, altresì, due impianti sportivi, uno di calcio a cinque e l’altro di pallavolo, quotidianamente utilizzati, realizzati grazie ai finanziamenti concessi dalla Cassa delle Ammende. E’ presente ed attiva una palestra, dotata di ogni attrezzatura, a cui possono accedere tutti i detenuti. Nelle condizioni appena descritte, il Carcere di Locri, si pone come una struttura innovativa, dotata anche delle più moderne tecnologie necessarie a garantire la sicurezza, che corrisponde all’idea evoluta di esecuzione della pena, in linea con i lavori degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale e della recente Riforma Penitenziaria. Per quanto concerne l’assistenza sanitaria non sono stati riscontrati problemi degni di nota, fatta eccezione per l’assenza del Medico Cardiologo, che verrà rappresentata ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria, centrale e periferica, ed alle altre Autorità competenti.

Nel Carcere di Locri in questi giorni è stata allestita una postazione per i colloqui familiari tramite videochiamata Skype, il cui servizio sarà ufficialmente operativo dal prossimo 1 maggio, per facilitare le relazioni familiari dei detenuti e garantire le loro esigenze affettive, nella massima sicurezza. Dal punto di vista giuridico, la videochiamata viene equiparata ai colloqui, anche per quanto riguarda autorizzazioni, durata e controllo. I detenuti, in linea generale, potranno fare fino a sei video-colloqui al mese per la durata massima di un’ora. Per quelli in attesa di giudizio sarà necessaria l’autorizzazione dell’Autorità Giudiziaria. Prima di svolgere le videochiamate ai familiari, i detenuti dovranno presentare richiesta indicando l’indirizzo mail da contattare e allegando copia del certificato che attesta la relazione di convivenza o il grado di parentela. Il familiare o il convivente destinatario della chiamata dovrà, invece, assicurare (tramite autocertificazione) che parteciperanno al collegamento esclusivamente i soggetti indicati nella richiesta e autorizzati. Per il collegamento i detenuti saranno accompagnati in appositi locali degli istituti dove avranno a disposizione postazioni informatiche abilitate. Per assicurare, accanto alla riservatezza, anche condizioni di completa sicurezza, i colloqui si svolgeranno sempre sotto il controllo visivo del personale della Polizia Penitenziaria che da postazione remota potrà visualizzare le immagini che appaiono sul monitor del computer che sta utilizzando il detenuto. Nel caso di comportamenti non corretti del detenuto o dei familiari, il video collegamento verrà immediatamente interrotto con conseguente preclusione del servizio.