Detenuto 32enne con fine pena a novembre si impicca nel Carcere di Aversa. E’ il sedicesimo del 2020


agente penitenziario cancelloAncora un suicidio negli Istituti Penitenziari d’Italia. Un detenuto romeno, Emil V., 32 anni, si è tolto la vita impiccandosi con delle lenzuola all’alba nella sua cella che condivideva con altri quattro compagni. L’uomo era ristretto presso la Casa di Reclusione di Aversa “Filippo Saporito”, in Provincia di Caserta, per espiare una condanna definitiva per rapina che avrebbe terminato a novembre, tra pochi mesi. Purtroppo, nonostante i soccorsi immediati da parte del personale di Polizia Penitenziaria addetto alla sorveglianza, per il 32enne non c’è stato niente da fare.

In questo tempo così disperato e così intenso si continua a morire di carcere e in carcere. Emil era detenuto per rapina e sarebbe uscito a novembre. Non faceva colloqui, non aveva mai avuto sanzioni disciplinari. Gli altri suoi quattro compagni di cella non si sono accorti del suo gesto disperato. Sebbene il fenomeno dei suicidi in carcere sia in diminuzione, e aumentano i casi di autolesionismo, il suicidio di una persona privata della libertà, in particolare, costituisce, da un lato, il fallimento più evidente del ruolo punitivo dello Stato. E la politica e l’opinione pubblica vivono l’indifferenza. Lo dice Samuele Ciambriello, Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Campania.

La questione penale è seria e per essere concretamente valutata necessita di verità, trasparenza e di una riconsiderazione complessiva, e l’autolesionismo e in casi estremi il suicidio, rappresentano l’ultima residuale forma di reclamo, di richiesta di attenzioni da parte di un universo di disperati che, nella gran parte dei casi, non possiede molte altre alternative per far sentire la propria presenza.

Il carcere di Aversa – aggiunge il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti – in questi giorni aveva attirato la mia attenzione, positivamente, per i provvedimenti fatti dal Magistrato di Sorveglianza per la detenzione domiciliare in seguito al Decreto 123, erano usciti 8 detenuti, altri 12 aspettano i fantomatici braccialetti e nove relazioni sanitarie sono in attesa delle decisioni del Magistrato. Il carcere è una lente particolare attraverso cui guardare la nostra società e, per tale ragione, chiedersi anche che fare dopo le restrizioni dei contatti con l’esterno causa corona virus non riguarda soltanto la vita dei detenuti, ma quella degli Agenti di Polizia Penitenziaria, dell’area educativa, delle direzioni delle carceri e degli operatori socio sanitari, conclude Ciambriello.

Con il decesso di Emil V. salgono a 48 i detenuti morti negli Istituti Penitenziari d’Italia dall’inizio dell’anno di cui 16 per suicidio.

Dopo 40 anni di carcere, la morte ha liberato Mario Trudu dall’ergastolo ostativo


Dopo 40 anni ininterrotti trascorsi in carcere (1979-2019), Mario Trudu, 69 anni, ergastolano ostativo condannato per due sequestri di persona, è morto all’Ospedale di Oristano.

Malato di tumore ed altro, dopo una lunga battaglia, pochi giorni fa aveva ottenuto la sospensione provvisoria della pena dal Magistrato di Sorveglianza di Cagliari. Ma non è riuscito a tornare a casa dalla sorella Raffaella che lo avrebbe ospitato, neanche per qualche ora. Né a beneficiare della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e della Corte Costituzionale che nei giorni scorsi ha dichiarato illegittimo l’ergastolo ostativo, pena senza fine.

“Signor Giudice non vi sto chiedendo di farmi uscire ma di farmi curare, sono malato” disse Mario al Magistrato di Sorveglianza. Ma il Pubblico Ministero non volle sentir ragioni: chiese il rigetto dell’istanza sostenendo che non avendo mai collaborato con la Giustizia nessun beneficio gli doveva esser concesso finché non collaborava.

Il Magistrato, alla fine, ha deciso di accogliere provvisoriamente la sua richiesta. L’udienza per la decisione definitiva si sarebbe dovuta tenere il prossimo 5 novembre. Ma Mario a quella udienza non ci andrà perché la libertà, quella eterna, l’ha ottenuta prima. E senza collaborare come pretendeva il Pubblico Ministero.

Ciao Mario, adesso goditi la libertà !

P.S. Questo è l’ergastolo ostativo, la “pena di morte mascherata” come la definisce Papa Francesco, spiegato “terra terra” a tutti coloro i quali continuano a non voler capire.

Emilio Enzo Quintieri

Reggio Calabria, ennesimo detenuto morto suicida. Ed il Consiglio Regionale continua a non eleggere il Garante


Nelle Carceri calabresi, si continua a morire. Ed il Consiglio Regionale della Calabria (che si riunirà il 1 agosto) continua a non eleggere il Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, nonostante espressamente diffidato ad adempiere ! Oggi l’ennesimo decesso di un detenuto, in custodia cautelare, presso la Casa Circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria. L’uomo, Golomaschi Antonio Petru, cittadino rumeno, senza fissa dimora, incensurato, da tempo presente a Reggio Calabria, arrestato il 16 luglio scorso dalla Polizia di Stato per un presunto sequestro di minore, si è impiccato nella sua cella.

Nonostante l’Avv. Valentino Mazzeo del Foro di Reggio Calabria, suo difensore d’ufficio, abbia chiesto al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Calabria Dott. Domenico Armoleo, di disporre una perizia psichiatrica e nelle more il ricovero del suo assistito detenuto in una struttura sanitaria esterna, poiché probabilmente affetto da gravi disturbi psichiatrici come emerso già all’atto dell’arresto, il Giudice ha respinto l’istanza, confermando la custodia in carcere.

Si tratta della solita tragedia annunciata, afferma Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria. Mi domando per quale motivo il Gip di Reggio Calabria non abbia accolto la richiesta del difensore disponendo una consulenza psichiatrica ed il ricovero in una struttura sanitaria per questo poveraccio, anziché tenerlo nel sovraffollato Carcere di Arghillà (360 detenuti presenti a fronte di una capienza di 302 posti), Istituto in cui peraltro risulta carente, oltre al personale di Polizia Penitenziaria (113 unità a fronte delle 160 previste dalla pianta organica) e della professionalità giuridico pedagogica (4 funzionari a fronte dei 7 previsti), l’assistenza sanitaria ed in modo particolare quella specialistica di tipo psichiatrico (6 ore settimanali con circa 100 detenuti con problemi psichiatrici di cui circa 30 ad alto rischio suicidario) nonché quella psicologica (8 ore settimanali). Ad oggi, sono 77 i detenuti morti negli Istituti Penitenziari d’Italia, 28 dei quali per suicidio. Ed in Calabria, in questi pochi mesi del 2019, sono morti 4 detenuti, 2 dei quali si sono tolti la vita. Segnalerò l’ennesimo vergognoso decesso, conclude l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti ed al Garante Comunale di Reggio Calabria e solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare a risposta scritta ai Ministri della Giustizia e della Salute per conoscere la dinamica e le cause della morte del detenuto e se durante la sua permanenza in Istituto abbia avuto tutta la sorveglianza e l’assistenza sanitaria di cui aveva bisogno, in forma adeguata ed efficiente.

Rossano, detenuto 36enne muore suicida. Si è impiccato questa mattina nel bagno della cella


Questa mattina, purtroppo, nella Casa di Reclusione di Rossano si è verificato un grave evento critico: un detenuto, con fine pena 2030, appartenente al Circuito Penitenziario della Media Sicurezza, si è suicidato impiccandosi nel bagno della cella, utilizzando la cintura del suo accappatoio. Si tratta di Arturo Saraceno, 36 anni, originario di Teana (Potenza), in carcere per l’omicidio della ex fidanzata, Debora Fuso, 25 anni, di Lonate Pozzolo (Varese), avvenuto il 17 maggio 2016, all’ora di pranzo, al culmine di una lite nella casa del 36enne, a Magnano (Milano). Lo rivela Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria che proprio questa mattina era presso la Casa di Reclusione di Rossano, accompagnato dall’esponente radicale Valentina Anna Moretti, per una riunione con la Direzione dell’Istituto.

Da quel che sono riuscito a sapere, il detenuto che si è tolto la vita, proveniva dalla Casa Circondariale di Busto Arsizio (Varese) e da pochi mesi era stato trasferito temporaneamente alla Casa di Reclusione di Rossano affinché potesse effettuare i colloqui con la sua famiglia. Era molto seguito dallo staff multidisciplinare dell’Istituto ma non aveva mai dato problemi di alcun genere. Questa mattina, intorno alle ore 9,00, ha atteso che il compagno di cella si recasse al cortile passeggio ed utilizzando la cintura del suo accappatoio, si è appeso alle sbarre della finestra del bagno della camera detentiva. Nonostante la scoperta immediata ed i primi soccorsi da parte del personale di Polizia Penitenziaria, quando è arrivata l’ambulanza, non c’è stato niente da fare. I Sanitari del 118 non hanno potuto fare altro che constatare il decesso del 36enne. Nella Casa di Reclusione di Rossano, conclude il radicale Quintieri, al momento, a fronte di una capienza di 263 posti, sono ristrette 305 persone, molte delle quali appartenenti al Circuito dell’Alta Sicurezza. Quest’anno, nelle Carceri italiane, sono morte 58 persone, 18 delle quali per suicidio mentre dal 2000 ad oggi ci sono stati 1.071 suicidi, per un totale di 2.942 decessi.

Rossano, muore giovane detenuto. Ed il Consiglio Regionale rinvia l’elezione del Garante dei Detenuti


Muore a distanza di poche ore dal ricovero per una sospetta broncopolmonite. Ed ora i familiari di Andrea Cavalera, 41enne di Gallipoli, detenuto nella Casa di Reclusione di Rossano, chiedono verità e giustizia su un decesso a loro dire inspiegabile.

Il caso è finito all’attenzione dell’Avvocato Angelo Ninni che, nelle prossime ore, chiederà alla Procura della Repubblica di Castrovillari, competente sul territorio di Rossano, di eseguire l’autopsia sul corpo del 41enne dopo il sequestro delle cartelle cliniche.

La tragedia si è consumata nella giornata di ieri nel rapido volgere di poche ore. Intorno alle 10 del mattino Cavalera è stato trasportato in ambulanza presso l’ospedale di Rossano per difficoltà respiratorie acute. Alle 11.30 sarebbe emersa una broncopolmonite acuta.

Dopodiché sarebbero subentrate difficoltà respiratorie dell’85% per un’infezione ai polmoni. Alle 12 Cavalera è entrato in rianimazione da dove non sarebbe più uscito. In serata, poco dopo le 20.45, al suo difensore, Avvocato Ninni, è stato comunicato che Cavalera era morto. Tante le domande che aleggiano su questa tragedia. Come mai le condizioni di salute dell’uomo si sono aggravate così velocemente ? Possibile che i problemi di salute si siano manifestati in poche ore ?

Cavalera, dallo scorso mese di ottobre, si trovava detenuto nel Carcere di Rossano, dopo essere stato trasferito dall’Istituto Penitenziario di Lecce per motivi di sovraffollamento. Stava bene in salute. Solo un pò in sovrappeso. E il 17 febbraio, nel corso dell’ultimo colloquio con il suo Avvocato, Cavalera non aveva manifestato alcun problema particolare.

Tra l’altro il fine pena era molto vicino. Recluso nel reparto di media sicurezza doveva espiare un altro anno per detenzione d’arma e lesioni. Per il momento non è stata sporta alcuna denuncia. Ma i familiari di Cavalera non si capacitano per una morte tanto rapida quanto inattesa su cui, a breve, sarà chiamata a pronunciarsi la Magistratura.

Tutto ciò mentre il Consiglio Regionale della Calabria continua a non eleggere il Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, commenta Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria.

Nei giorni scorsi, l’Assemblea Legislativa avrebbe dovuto eleggere il Garante Regionale ma il Presidente ed i Capigruppo Consiliari hanno deciso di rinviare ancora una volta. Evidentemente per loro, prosegue Quintieri, la tutela dei diritti umani fondamentali delle persone detenute o private della libertà personale non costituisce una priorità.

Taranto, detenuto 78enne si impicca nella sua cella. Già 7 suicidi nelle Carceri italiane


Ennesimo suicidio nelle Carceri italiane. Questa volta il drammatico evento si è consumato, ieri pomeriggio, nella Casa Circondariale di Taranto. Michele Spagnuolo, 78 anni, tarantino, si è impiccato nella sua cella con una corda rudimentale stretta al collo. Era stato arrestato lo scorso 16 luglio, per aver ucciso con 41 coltellate la moglie Teresa Russo, 57 anni, sordomuta, nella loro abitazione a Trepuzzi.

Il personale di Polizia Penitenziaria è immediatamente entrato nella sua cella e dopo aver tagliato la corda ha cercato di rianimare il detenuto in attesa dell’intervento dei sanitari ma, purtroppo, non c’è stato niente da fare.

Inizialmente era stato ristretto presso la Casa Circondariale di Lecce ma, dopo pochi giorni, riuscì ad ottenere gli arresti domiciliari. A novembre, si era allontanato dall’abitazione, dove era sottoposto alla misura cautelare domiciliare, venne rintracciato dalle Forze dell’Ordine e condotto in Carcere, dopo aver patteggiato la pena di 6 mesi di reclusione per evasione. Il prossimo 20 marzo si sarebbe dovuta tenere la prima udienza del processo per l’omicidio della moglie con rito abbreviato.

Con quello di Spagnuolo, salgono a 7 i detenuti che si sono tolti la vita, in questi 2 mesi, nei 190 Istituti Penitenziari d’Italia che, a fronte di una capienza regolamentare di appena 50 mila posti, ospitano oltre 60 mila persone. Solo nel Carcere di Taranto, in cui potrebbero essere ristrette 306 persone, sono presenti 607 detenuti (20 donne), 30 dei quali stranieri.

Reggio Calabria, il Gip: no all’archiviazione per la morte del detenuto Jerinò. Pm indaghi


Sono passati già quattro anni ed ancora non si conoscono, con precisione, le cause della morte del sessantenne Roberto Jerinò, all’epoca ristretto presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria Arghillà, avvenuta il 23/12/2014 presso l’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria per “insufficienza cardio-respiratoria in soggetto con gravissima ed estesa ischemia celebrale da occlusione delle arterie cerebrali posteriori e vertebrali”.

Nonostante la denuncia presentata dai familiari del detenuto ed una circostanziata Interrogazione Parlamentare a risposta in commissione (n. 5/04649 del 05/02/2014) indirizzata ai Ministri della Giustizia e della Salute Andrea Orlando e Beatrice Lorenzin presentata, nella scorsa legislatura, dall’On. Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico, su sollecitazione di Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani.

La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria in persona del Sostituto Procuratore Giovanni Calamita, a seguito di quanto accaduto, aveva aperto un Procedimento Penale contro ignoti per accertare se, in ordine al decesso del Jerinò, vi fossero state responsabilità del personale dell’Amministrazione Penitenziaria o dei Sanitari Penitenziari ed Ospedalieri.

Tuttavia, solo recentemente, il Pubblico Ministero Nicola De Caria, all’esito delle indagini espletate avvalendosi anche del Medico Anatomopatologo Patrizia Napoli (che aveva eseguito esame autoptico sulla salma), aveva chiesto l’archiviazione del Procedimento, pendente contro ignoti per il reato di omicidio colposo ex Art. 589 c.p., ricevendo l’opposizione dei familiari del detenuto Jerinò, rappresentati e difesi dall’Avvocato Marzia Tassone del Foro di Catanzaro che, nei mesi precedenti, aveva depositato una puntigliosa consulenza medico legale di parte a firma Prof. Peppino Pugliese, Specialista in cardiochirurgia e malattie dell’apparato cardiovascolare e docente presso l’Università degli Studi Alma Mater di Bologna, con la quale erano stati evidenziati comportamenti gravissimi definiti “penalmente rilevanti”, ad opera del personale sanitario operante negli Istituti Penitenziari di Reggio Calabria “Panzera” ed “Arghillà” ed in quello di Paola, consistenti in condotte attive ed omissive, imperite, imprudenti e negligenti, determinanti una catena di eventi che hanno concorso a cagionare la morte di Jerinò.

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Calabria Mariarosaria Savaglio, ritenuta ammissibile l’opposizione proposta dal difensore delle persone offese, a seguito della Camera di Consiglio tenutasi il 18/12/2018, non ha accolto la richiesta di archiviazione sollecitata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria disponendo la restituzione del fascicolo per nuove indagini, fissando in 6 mesi il termine per il compimento delle medesime ex Art. 409 c. 4 c.p.p.

In particolare, secondo il Gip Savaglio, “le indagini esperite al fine di accertare se sussistano eventuali responsabilità del personale medico o del personale del carcere appaiono meritevoli di approfondimento in ordine ad eventuali condotte che si sarebbero potute tenere al fine di evitare/ritardare il decesso di Jerinò Roberto, atteso che la perizia medico legale effettuata dal consulente incaricato dal Pubblico Ministero è basata su documentazione medica solo parziale, per cui le conclusioni a cui è giunta appaiono eccessivamente generiche e non dotate di sufficiente rigore scientifico, anche alla luce di quanto riportato nelle perizie di parte effettuate dai consulenti medici di parte” ed infine “è necessario, alla luce di quanto addotto dalle consulenze tecniche di parte, sottoporre ad una nuova complessiva valutazione le circostanze che hanno portato al decesso del suddetto Jerinò Roberto e di eventuali ritardi o inerzie in relazione alla deospedalizzazione dello stesso in data 4/11/2014, alla mancata somministrazione dei farmaci salvavita necessari per mancanza di un piano terapeutico, al ritardo nell’eseguire esami clinici necessari in maniera tempestiva e in ordine al ricovero dello stesso in data 15/12/2014 nel reparto malattie infettive, piuttosto che nel reparto idoneo a trattare la vasculopatia cerebrale in atto”.

Per questi motivi, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Calabria, ha rigettato la richiesta formulata dall’Ufficio del Pubblico Ministero, poiché “appare necessario il completamento delle indagini” e, nello specifico, “1) accertare, mediante l’espletamento di nuova consulenza tecnica, da effettuare tramite consulente medico specializzato in malattie neurologiche e sulla base di tutti i documenti clinici disponibili, le eventuali responsabilità in cui sono incorsi i soggetti che avevano in cura e custodia il detenuto Jerinò Roberto; 2) effettuare tutte le eventuali indagini che il PM ritenga necessario alla luce delle risultanze di suddetto accertamento; 3) identificare gli eventuali responsabili di condotte attive o omissive.”.

Roberto Jerinò, prima di essere ristretto al Carcere di Reggio Calabria “Arghillà” (07/07/2014 – 23/12/2014), era stato detenuto presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria “Panzera” (15/12/2011 – 21/03/2013) e poi presso la Casa Circondariale di Paola (21/03/2013 – 07/07/2014).

Jerinò non stava espiando nessuna pena, si trovava sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere perché imputato per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di cocaina, aggravata dal metodo mafioso, nell’Operazione “Solare 2 – Crimine 3” della Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. In primo grado, nell’ambito del giudizio abbreviato, il Gup Distrettuale di Reggio Calabria Cinzia Barillà lo condannò a 14 anni 8 mesi di reclusione e 64.000 di multa (26/02/2013). Per lui, il processo, si concluse l’11/02/2015, pochi mesi dopo la sua morte, innanzi alla Corte di Appello di Reggio Calabria, che pronunciò il “non doversi procedere per morte del reo”.

Tra l’altro, i difensori di Roberto Jerinò, chiesero al Giudice procedente la sua scarcerazione essendo divenuto incompatibile col regime carcerario. Tale richiesta, come al solito, per ironia della sorte, venne rigettata dal Giudice proprio il giorno della sua morte. Evidentemente, come accaduto in altre analoghe occasioni, il Magistrato, non era stato ancora informato che l’imputato era deceduto.