41 bis per Provenzano fino alla morte: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna l’Italia


Oggi, 25 ottobre 2018, la Prima Sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo, all’unanimità, ha ritenuto che l’Italia abbia violato l’articolo 3 Cedu (divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti) per aver rinnovato l’applicazione dell’articolo 41-bisord. pen. al detenuto Bernardo Provenzano nonostante le sue deteriorate condizioni di salute.

È stata invece esclusa la violazione dell’articolo 3 Cedu in relazione alle condizioni di detenzione.

Il ricorso era stato presentato dal figlio e dalla compagna del detenuto per conto dello stesso nel luglio 2013, lamentando che non aveva ricevuto cure mediche adeguate e che l’imposizione dello speciale regime carcerario – cui era soggetto nonostante le condizioni di salute – violava l’articolo 3 Cedu; sopravvenuta la morte dell’interessato nel 2016, la trattazione del ricorso è proseguita su impulso del figlio, già amministratore di sostegno del padre a partire da marzo 2014.

La sentenza ripercorre la vicenda di Provenzano: latitante per oltre 40 anni, arrestato nel 2006, sottoposto a processo per associazione mafiosa, strage, tentato omicidio aggravato, traffico di droga, sequestro di persona, possesso illegale di armi, estorsione, condannato con applicazione di plurimi ergastoli, detenuto fino al trasferimento in reparti ospedalieri protetti, in relazione alle condizioni di salute, dove è deceduto nel 2016. Il regime di detenzione era stato fissato ai sensi dell’articolo 41-bis ord. pen. (visite di familiari per massimo un’ora al mese, nessuna visita di estranei alla famiglia, divieto di uso del telefono, limitazione all’uso di danaro, alla ricezione di pacchi, alla partecipazione di attività comuni; due ore di esercizio all’aperto al giorno; controllo della corrispondenza). Vari procedimenti si erano succeduti, diretti a ottenere la revoca dello speciale regime di detenzione, a seguito del deteriorarsi delle condizioni di salute, e dell’estensione temporale del medesimo nel marzo 2014 e poi nel marzo 2016; le istanze erano tutte state respinte alla luce dei pareri negativi delle Direzioni distrettuali antimafia di Caltanissetta, Palermo e Firenze.

Rigettate le eccezioni preliminari del Governo, la Corte ha analizzato, alla luce dei principi convenzionali, l’assistenza medica fornita al detenuto nel corso degli anni e ha concluso (§ 140), sulla base di una valutazione complessiva dei fatti, che non è accertato che la detenzione in sé sia stata incompatibile con le sue condizioni di salute e l’età avanzata o che la sua salute e il suo benessere non siano stati adeguatamente protetti dallo Stato. Ha quindi escluso per questa parte la violazione dell’articolo 3 Cedu.

La Corte ha quindi ricordato le sue precedenti pronunce in materia di articolo 3 Cedu e regime carcerario ai sensi dell’articolo 41-bis ord. pen. (casi Enea, Argenti, Campisi c. Italia, n. 24358/02, 11 luglio 2006; Paolello c. Italy, n. 37648/02, 24 settembre 2015), ha dato atto che il Governo aveva ampiamente dimostrato che il detenuto era un capo mafia che rappresentava un grave pericolo per la società, ha considerato che le finalità dello speciale regime carcerario erano preventive e di sicurezza e non punitive; ciò nonostante, sottolineato che l’essenza della Convenzione è la protezione della dignità umana e che le sue norme devono essere interpretate in modo da rendere tale protezione effettiva, ha osservato che «assoggettare un individuo a una serie di restrizioni aggiuntive (…), imposte dalle autorità carcerarie a loro discrezione, senza fornire sufficienti e rilevanti ragioni basate su una valutazione individualizzata di necessità, minerebbe la sua dignità umana e violerebbe il diritto enunciato all’articolo 3». Poiché nell’ordine di estensione delle misure non vi è un’«autonoma valutazione da parte del Ministro della Giustizia della situazione cognitiva del ricorrente» e poiché a tale circostanza è dedicato uno «spazio limitato», afferma la Corte che «è difficile (…) accertare in che maniera e con quale approfondimento tali circostanze furono tenute in conto nel valutare la necessità dell’estensione delle restrizioni. Pertanto, la Corte non può che concludere che nella motivazione dell’ordine non vi è prova sufficiente che sia stato fatto un genuino accertamento dei mutamenti rilevanti nella situazione del ricorrente, in particolare del suo critico declino cognitivo. Tenuto conto di ciò, la Corte non è persuasa che il Governo abbia dimostrato in modo convincente che, nelle circostanze particolari del caso, l’estensione dell’applicazione del regime del 41-bis nel 2016 fosse giustificata». Di qui la condanna per violazione dell’articolo 3.

Case of Provenzano c. Italy, application n. 55080/13 (clicca per leggere)

Osservatorio Internazionale Magistratura Democratica

http://www.questionegiustizia.it – 25 ottobre 2018

La Penna morì mentre era detenuto a Regina Coeli. Per la Cassazione devono essere risarciti i suoi familiari


Avrà conseguenze civilistiche, in tema di risarcimenti, la vicenda penale legata alla morte di Simone La Penna, detenuto a Regina Coeli e deceduto il 26 novembre 2009 all’interno del carcere. La quarta sezione della corte di Cassazione ha, infatti, assolto definitivamente il direttore sanitario del reparto sanitario del carcere, Andrea Franceschini, con la formula «per non avere commesso il fatto» e ha riconosciuto la estinzione per prescrizione delle accuse nei confronti del medico Andrea Silvano.
La suprema corte ha, però, fatto salvi ai fini degli effetti civili le condanne. In primo grado i due imputati erano stati condannati ad un anno di reclusione per omicidio colposo. Sentenza confermata dai giudici di secondo grado. La Penna, nel gennaio del 2009, venne portato nel carcere di Viterbo per scontare una condanna di due anni, quattro mesi e 29 giorni per detenzione di sostanze stupefacenti. Allora pesava 79 chili. Il 27 luglio venne ricoverato all’ospedale Sandro Pertini dove restò due giorni. La difesa, quindi, avanzò le richieste di arresti domiciliari ma furono respinte dal Tribunale di Sorveglianza, secondo il quale il regime detentivo era compatibile con il suo stato di salute. Le condizioni continuarono a peggiorare al punto che La Penna, dopo essere dimagrito 34 chili, venne trovato morto nella sua cella il 26 novembre di nove anni fa.
La sua vicenda fu accostata a quella di Stefano Cucchi morto mentre si trovava ricoverato all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre del 2009. «Questa drammatica storia – spiegano gli avvocati Sergio Maglio e Roberto Randazzo, legali di parte civile – ha caratteristiche sotto il profilo sanitario molto più gravi di quelle del caso Cucchi, e potrebbero riguardare anche un numero ben più cospicuo di casi, considerando che la morte del giovane avvenne a distanza di 9 mesi dalle prime ed evidenti manifestazioni dei disturbi alimentari accusati dal giovane».

Radicali in visita al Carcere di Paola, al terzo posto in classifica tra quelli sovraffollati in Calabria


casa-circondariale-di-paola-2Sono 231 i detenuti che, attualmente, ospita la Casa Circondariale di Paola, a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti (49 in eccesso). 134 dei ristretti sono italiani (di cui 2 Alta Sicurezza in attesa di trasferimento ad altro Istituto) e 97 sono quelli di nazionalità straniera. Lo dichiara Emilio Enzo Quintieri, esponente dei Radicali Italiani, all’esito della visita effettuata la vigilia di Natale, nello stabilimento penitenziario tirrenico.

Nonostante sia una Casa Circondariale con delle Sezioni di Reclusione, la maggior parte dei detenuti ha una posizione giuridica di condannato definitivo (178 di cui 2 As). 21 sono gli imputati in attesa di primo giudizio, 16 gli appellanti e 16 i ricorrenti. A 18 dei condannati definitivi che hanno tenuto una buona condotta, il Magistrato di Sorveglianza di Cosenza Paola Lucente, ha concesso un permesso premio di trascorrere le festività all’esterno dell’Istituto Penitenziario. Circa la metà dei permessanti è costituita dai detenuti del padiglione a custodia attenuata.

La Delegazione Radicale, autorizzata da Roberto Calogero Piscitello, Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, era composta da Emilio Enzo Quintieri, Valentina Moretti, Roberto Blasi Nevone e dall’Avvocato Carmine Curatolo del Foro di Paola.

La Casa Circondariale di Paola con i suoi 49 detenuti in eccesso rispetto alla capienza regolamentare si pone al terzo posto tra gli Istituti Penitenziari sovraffollati della Calabria (7 su 12), preceduta dalle consorelle “Sergio Cosmai” di Cosenza e “Giuseppe Panzera” di Reggio Calabria. A Paola, l’indice di sovraffollamento è del 125,82 % con una grave carenza di organico di Polizia Penitenziaria e di Funzionari Giuridico Pedagogici. Infatti, pur essendo presenti 103 unità di Polizia Penitenziaria a fronte di una pianta organica che ne prevede 113, mancano 2 Commissari, 7 Ispettori ed 11 Sovrintendenti. Sono il ruolo degli Agenti/Assistenti è al completo perché, rispetto ad un’organico di 84 unità, nel Reparto di Paola ve ne sono in servizio 94. Per quanto riguarda invece gli Educatori, a fronte di una pianta organica di 6 unità, sono in forza nell’Istituto soltanto 3 Funzionari.

La Delegazione visitante, accolta ed accompagnata durante il giro ispettivo dai sottufficiali di Polizia Penitenziaria Ercole Vanzillotta e Attilio Lo Bianco, ha avuto modo di apprendere anche notizie relative alla morte del detenuto marocchino Youssef Mouhcine avvenuta la fine del mese di ottobre e finita, più volte, all’attenzione del Governo grazie a delle Interrogazioni Parlamentari presentate alla Camera dei Deputati ed al Senato della Repubblica. Intanto non corrisponde al vero che lo stesso si trovasse in isolamento poiché era allocato nella Prima Sezione, a piano terra, nella camera detentiva n. 17, attualmente sottoposta a sequestro giudiziario. Per quanto riferito Mouhcine si trovava da solo in cella ed è stato trovato morto sul letto, ricoperto dal lenzuolo e dalla coperta, insieme ad una bomboletta di gas e ad un sacchetto di plastica. Relativamente alla questione della sepoltura nel Cimitero di Paola pare che l’Amministrazione Penitenziaria abbia proceduto poiché i congiunti dello straniero avevano detto all’interprete che non erano nelle condizioni di poter affrontare le spese per il funerale. I familiari, invece, negano tale circostanza. Saranno le Autorità competenti a chiarire l’esatta dinamica del decesso e tutto il resto.

Rispetto alla mancanza dei Mediatori Culturali per gli stranieri lamentata nell’ultima visita del 24 settembre, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo, ha precisato che la Direzione dell’Istituto provvederà a breve alla realizzazione di un protocollo di intesa con Associazioni varie che forniscano oltre all’attività di mediazione culturale, anche un approfondimento su ulteriori aspetti, quali, ad esempio, l’apprendimento della lingua italiana da parte dei detenuti arabi e viceversa, per i detenuti italiani, affinché la popolazione detenuta possa intraprendere un valido e fattivo percorso di coesione interculturale che possa rendere la vita degli stessi più consona a quelle che sono le regole del sistema penitenziario.

In ordine, invece, alla possibilità di applicazione del modello operativo della c.d. “sorveglianza dinamica” presso l’Istituto di Paola, la Direzione ha reso noto che la stessa potrebbe trovare attuazione apportando modifiche strutturali ad hoc, così come già proposto con apposita progettualità avanzata al Dipartimento. A tal riguardo, non essendo noti gli esiti di tale iniziativa al Capo dell’Amministrazione Penitenziaria, quest’ultimo provvederà ad effettuare ulteriori verifiche per conoscere quale sia a tutt’oggi il relativo stato dell’arte.

Quanto alle problematiche sanitarie lamentate dalla Delegazione Radicale, è stato riscontrato che i detenuti bisognosi di accertamenti specialistici extramoenia, dopo una lunga attesa, sono stati finalmente tradotti e sottoposti alle visite oncologiche e neurochirurgiche di cui necessitavano.

Questo pomeriggio, gli esponenti dei Radicali Italiani, visiteranno anche la Casa Circondariale di Castrovillari “Rosetta Sisca” che, allo stato, è l’unico Istituto Penitenziario nel territorio della Provincia di Cosenza a non essere colpito dal problema del sovraffollamento (capienza regolamentare 122, detenuti presenti 110).

Trento, detenuto trovato impiccato in cella. Gli Agenti Penitenziari : “Niente medici di notte”


Carcere di Trento“Un detenuto che si toglie la vita in carcere è sempre una sconfitta per lo Stato”. Le parole di Donato Capece, segretario generale del Sappe (sindacato autonomo polizia penitenziaria) danno il senso di quello che sta vivendo il personale del carcere di Trento, dell’amarezza e dell’impotenza degli agenti della polizia penitenziaria in servizio a Spini, un edificio modernissimo, aperto solo sette anni fa, ma che paga la cronica carenza di personale.

La scorsa notte c’era un solo agente per coprire quattro posti di servizio. Non c’era alcun medico o infermiere. La cella dell’infermeria dove era detenuto il trentacinquenne Luca Soricelli, della Bassa Vallagarina era stata controllata da poco. Il tempo di finire il giro di verifiche, ma quando l’agente è tornato ha trovato l’uomo impiccato al cancello della cella.

La chiamata disperata ai sanitari del 118 e i tentativi da parte del personale in servizio di rianimare il trentenne non sono bastati a salvarlo. Per lui non c’era purtroppo nulla da fare. L’uomo (di cui omettiamo il nome per rispetto della famiglia ndr) era stato arrestato lunedì notte dai carabinieri per l’incendio appiccato al distributore di benzina di via Cavour a Rovereto. Un gesto di follia. Quando i carabinieri lo avevano fermato l’uomo era stato trovato in stato confusionale e poco lucido.

Il trentacinquenne pochi minuti prima aveva pagato di tasca propria 150 euro di benzina, poi aveva cosparso il carburante le pompe di benzina del distributore Eni-Agip e aveva appiccato il fuoco. Le fiamme in una manciata di secondi avevano giù lambito le due pompe ed erano arrivati fino al tetto della pensilina. Era stato uno dei gestori, che abita poco distante, il primo ad accorrere, nel cuore della notte, per tentare di spegnere con l’estintore l’incendio. Ha scaricato sei estintori sulle fiamme, poi l’intervento dei vigili del fuoco aveva scongiurato il peggio, ma i danni sono comunque ingenti.

Nella prima stima si era parlato di circa 80.000 euro. L’uomo, che pare abbia alle spalle da anni problemi di natura psicologica, non aveva saputo giustificare il suo gesto neppure davanti al giudice Carlo Ancona durante l’udienza per direttissima. Non aveva proferito parola. Per lui si erano aperte le porte del carcere. Il medico che l’aveva visitato aveva infatti ritenuto le condizioni del trentacinquenne compatibili con il regime carcerario.

Era stato portato a Spini di Gardolo e messo nella cella dell’infermeria insieme ad un altro detenuto, ma l’uomo non ce l’ha fatta. Tre giorni dopo il suo ingresso nella casa circondariale, colto dalla disperazione, ha deciso di farla finita. Una tragedia immensa che ha colpito tutti ieri. “Un dramma che deve far riflettere” commentano i sindacati di polizia che in una nota unitaria dell’Uilpa, Sinappe, Fns Cisl, Uspp, Cgil, al Provveditorato regionale un intervento urgente e il distacco di 20 agenti da destinare al carcere di Trento, da tempo sotto organico.

I detenuti a Trento attualmente sono 337 a fronte di un organico di 214 agenti, ma gli effettivi sono di fatto sono solo 108 e di questi molti vengono impiegati per i piantonamenti all’ospedale. Il Sappe parla di una vera e propria “emergenza”.

La scorsa notte doveva esserci qualcuno a sorvegliare il trentacinquenne, ma l’agente incaricato doveva coprire quattro posti contemporaneamente. Pochi minuti di assenza e la tragedia. È il terzo suicidio in sette anni che accade nel carcere di Trento. “Quanto accaduto ci deve far riflettere” commenta il consigliere provinciale del Pd Mattia Civico che ha presentato un disegno di legge per istituire la figura del garante del detenuto a Trento, una proposta che dovrebbe andare in commissione consiliare nei prossimi mesi.

“È una battaglia che porto avanti da sette anni – spiega – al di là del caso specifico bisogna rendere il carcere un luogo aperto, va reso una parte della comunità, ci vogliono strumenti, risorse e sguardi positivi, altrimenti diventa un luogo di disperazione e invece deve essere un luogo di rinascita”. Intanto sul caso scoppiato nei giorni scorsi e sulle accuse del garante nazionale dei diritti dei detenuti contenuti in un rapporto nel quale viene denunciata la presenza di una “stanza delle percosse”, la Procura, che dopo l’esposto aveva aperto un’indagine, ha chiesto l’archiviazione del fascicolo, ritenendo le accuse infondate. Ma il garante ha presentato opposizione al decreto. Ora si attende l’udienza davanti al gip.

Dafne Roat

Corriere del Trentino, 18 dicembre 2016

Taranto, 8 medici indagati per omicidio colposo del detenuto Antonio Fiordiso


Carcere di TarantoAntonio Fiordiso, 32 anni, è morto in carcere un anno fa, l’8 dicembre 2015. Rigettando la richiesta di archiviazione della procura, il gip chiede di effettuare ulteriori indagini sulla sua morte. Sono otto gli iscritti al registro degli indagati per la morte di Antonio Fiordiso, morto in carcere un anno fa, l’8 dicembre 2015.
Sono i medici che erano di guardia presso l’ospedale di Taranto quella maledetta notte in cui Antonio morì, ridotto ad un fantasma, immerso nelle sue feci: A. S., 34 anni di Lizzano; A. M., 43 anni di Terlizzi (Ba); N. M., 50 anni di Taranto; F. S., 39 anni di Conversano; O. B., 36 anni di Pulsano; B. P. 38 anni di Locorotondo; e gli psichiatri O. N. 47 anni di Noci e M. M., 34 anni di Lizzano, tutti indagati per avere, per ragioni in corso di accertamento, causato per negligenza, imperizia e imprudenza e con violazione delle leges artis, la morte di Antonio Fiordiso.
La sostituta procuratrice della Repubblica Maria Grazia Anastasia ha anche disposto “accertamenti tecnici irripetibili”, come aveva richiesto il giudice delle indagini preliminari Pompeo Carriere, accogliendo la richiesta di Oriana Fiordiso, zia di Antonio e sua unica parente.
La Procura ha nominato i consulenti Alberto Tortorella, medico legale e Salvatore Silvio Colonna, anestesista rianimatore. Per Paolo Vinci, avvocato della zia di Antonio, tra i maggiori esperti italiani di malasanità, è una “bella pagina della Giustizia coniugata con la Verità, la cui ricerca deve essere sempre perseguita e mai sottesa”.
Infatti il pm Lelio Festa, chiedendo l’archiviazione aveva rilevato una “insussistenza di profili di responsabilità penale” nella condotta del personale sanitario e della sorveglianza coinvolti. Invece il gip ha disposto la prosecuzione delle indagini, perché il pm “avrebbe dovuto disporre la riesumazione della salma e un esame autoptico urgente”, come aveva chiesto, inascoltata, la zia nella sua denuncia all’indomani della morte del nipote.
Nel caso poi che l’autopsia sia impraticabile, si procederà ad una perizia medico-legale “di scienza” che accerti le cause della morte.
Il gip inoltre, rigettando la richiesta di archiviazione del pm, ha disposto che vengano sentiti i detenuti, il personale penitenziario e il personale dell’ospedale SS. Annunziata e Moscati di Taranto, dove fu ricoverato Antonio, ormai quasi incosciente, disidratato e denutrito.
Antonio Fiordiso aveva 32 anni, una vita ai margini, abbandonato dalla madre e con il padre che, con problemi psichiatrici ed entrando e uscendo per piccoli reati dal carcere, aveva condannato il figlio alla stessa vita. Antonio aveva sempre goduto di ottima salute, arrestato per piccoli furti, non aveva mai fatto uso di droghe pesanti. Poi la situazione nel carcere di Lecce precipita e in tre mesi Antonio, prima trasferito ad Asti, comincia ad essere spostato in altri istituti di detenzione e ospedali.
La zia, quando lo rivede dopo tre mesi in cui nessuno le aveva comunicato, nonostante numerose richieste, dove lo stessero trasferendo, si ritrova davanti ad un simulacro d’uomo. Ha la prontezza di spirito di filmarlo e fotografarlo. Antonio è semi-incosciente: denutrito, contratto, con vistosi ematomi lunghi e stretti sui fianchi, escoriazioni.
Alle interrogazioni dei deputati Elisa Mariano e Salvatore Capone (Pd), il Ministro della Giustizia risponde ricostruendo gli ultimi mesi di vita. Così si apprende che Antonio era stato picchiato in carcere da alcuni detenuti di origine rumena. Tre mesi dopo morirà, ridotto così: “Stato settico in paziente con polmonite a focolai multipli bilaterali. Diabete tipo 2. Grave insufficienza renale. Tetraparesi spastica”, versava in uno stato di “progressiva astenia, con tremori, ipoalimentazione e progressiva chiusura relazionale”. Non si conoscono le cause della sua fine disumana, ma l’iscrizione nel registro degli indagati dei medici di guardia e degli psichiatri, è l’inizio di una pagina della Giustizia tutta da scrivere.

Marilù Mastrogiovanni

Il Manifesto, 15 dicembre 2016

Morire di Carcere, Sono 104 i detenuti morti nei Penitenziari italiani nel corso del 2016


Carcere di PordenoneUn suicidio a settimana, celle dove si pratica la tortura, celle lisce che distruggono mente e corpo dei prigionieri. Ecco la vergogna dei penitenziari italiani

L’ultimo decesso è avvenuto il 5 dicembre, nel carcere di Cagliari. L’uomo si chiamava Igor Diana. Aveva 28 anni e dallo scorso maggio – accusato di aver ucciso i genitori adottivi – stava scontando la pena dell’ergastolo nel carcere dell’isola sarda. Ed è lì, in cella, che si è suicidato, impiccandosi. Inutile il tentativo di rianimarlo da parte del personale medico, è l’unica scarna informazione trapelata dal penitenziario di Cagliari Utta, che ha il primato dei suicidi in cella e dove nello scorso anno si sono verificati 250 casi di autolesionismo, 7 scioperi della fame collettivi, 16 detenuti hanno tentato il suicidio.

Ma la situazione carceraria è esplosiva in tutto il Paese. Sono 104 i detenuti morti nei penitenziari italiani, nel corso del 2016. Secondo una ricerca condotta da openpolis.it prendendo in esame i dati forniti dal Ministero della Giustizia, nelle carceri italiane c’è un suicidio ogni 7 giorni. È a Napoli, Poggioreale, il carcere dove di muore di più. Trentacinque sono i suicidi già censiti nell’anno in corso, accaduti soprattutto nelle galere del Sud. Senza contare le morti meno chiare, con cause ancora da accertare, ma comunque legate al disagio della detenzione. Infatti, rispetto ai dati diffusi dal Governo (prendendo in considerazione i decessi avvenuti dal 2000 ad oggi) il centro studi Ristretti orizzonti ha scoperto che i casi di suicidi in cella sarebbero di più. Già, perché in effetti quando si muore in carcere, le dinamiche non sono mai del tutto chiare. Lo sanno bene i genitori di Youssef Mouhcine, 31 anni, nazionalità marocchina, deceduto presso la casa circondariale di Paola dove era detenuto, a pochi giorni dalla sua dimissione per fine pena. Era la notte tra il 23 e il 24 ottobre 2016. È una storia che si tinge subito di giallo, perché per alcuni giorni rimane nascosta, anche alla famiglia. A farla saltar fuori è l’esponente dei radicali calabresi Emilio Enzo Quintieri il quale racconta a DINAMOpress che “nessuno aveva diffuso la notizia del tragico evento ma tramite i nostri informatori siamo riusciti a venirne a conoscenza”. E ancora: “non è la prima volta che qualcuno cerca di nascondere decessi o altri eventi critici accaduti nel carcere di Paola, come i tentativi di suicidio o come i casi di aggressione al personale dell’Amministrazione Penitenziaria.

Emilio Quintieri qualche giorno dopo le denunce è stato oggetto di una lettera pubblicata sul quotidiano La Provincia di Cosenza con la “firma anonima” di un detenuto che contribuisce a tingere di giallo, anzi di nero, i contorni di questa ennesima storia di morte in carcere. Perché è una missiva che appare molto strana, tant’è che lo stesso attivista radicale ha scritto una dura replica al direttore del quotidiano calabrese: “non le nascondo che la lettera, più che essere quella di un detenuto mi sembra quella del Direttore del Carcere o del suo difensore”, scrive Quintieri: “ho letto con attenzione la lettera apparsa sul suo giornale redatta da tale R. M. in riferimento al decesso del detenuto marocchino Youssef Mouhcine ed essendo stato chiamato più volte in causa ritengo doveroso replicare”. In particolare, rigetta al mittente l’accusa contenuta nella lettera del “detenuto” di “strumentalizzare la questione a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima”. È chiaro che si tratta piuttosto di un tentativo di manipolazione mediatica della verità, magari involontario. Spiega l’attivista radicale: “se così non fosse, sarebbe la prima volta in assoluto che un detenuto scrive una nota pubblica per difendere l’operato del Corpo di Polizia Penitenziaria violando quello che prevedono le ‘leggi non scritte’ che i carcerati sono tenuti ad osservare rigorosamente, per di più dopo due suicidi”. E ancora: “da anni, ricevo ogni giorno decine di lettere di detenuti ma mai sino ad ora mi era capitato di leggere qualcosa di simile; una lettera perfetta, senza errori, con un lessico impeccabile”. Sarà. Quel che è certo è che intanto la procura di Paola indaga, disponendo l’autopsia; nel frattempo, i senatori Peppe De Cristofaro e Loredana De Petris di Sinistra Italiana il 16 novembre interrogano i Ministri della giustizia e degli affari esteri, per sapere perché “i familiari di Mouhcine sono stati informati del decesso soltanto diversi giorni dopo, per la precisione in data 27 ottobre 2016”. Nonostante la legge che disciplina l’ordinamento penitenziario, la n. 354 del 1975 preveda che, in casi del genere, “debba esserne data immediata notizia ai familiari con il mezzo più rapido e con le modalità più opportune”.

Non solo. La legge sulle carceri – scrivono i parlamentari: “è stata violata anche quando Mouhcine veniva tumulato presso il cimitero di Paola, nonostante i parenti dell’uomo avessero chiesto la restituzione del corpo per poter celebrare il rito islamico”. Anche qui: l’art.44 al comma 3 stabilisce che – in questi casi – la salma debba essere messa immediatamente a disposizione dei congiunti e che questa venga sepolta dall’amministrazione nel caso in cui i congiunti non vi provvedano. Ma non era questo il caso, evidentemente. Così anche il consolato generale del Regno del Marocco di Palermo – su sollecitazione dei familiari – ha chiesto lumi sulla questione. Ottenendo nessuna risposta. Come del resto, non ne hanno avuta alcuna i senatori in questione. Si sa soltanto che – secondo quanto riferito dalla direzione dell’istituto carcerario ai congiunti – Mouhcine si sarebbe suicidato nella sua cella, inalando il gas dalla bomboletta che aveva in dotazione, avvolgendosi la testa con un sacchetto di plastica. Sempre secondo quanto racconta la famiglia: l’uomo, nel corso della sua detenzione a Paola, “sarebbe stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti” a pratiche di detenzione che si configurano come di vera e propria tortura, ancora oggi tollerate dall’ordinamento italiano, come lo è la cosiddetta cella liscia, il non-luogo dove era rinchiuso Mouhcine, appunto.

La chiamano così perché è una cella completamente vuota, spoglia, priva di mobili, brande, di qualsiasi oggetto che possa essere usato come appiglio. Quasi tutti i reparti di isolamento dei penitenziari italiani ne contengono almeno una. Lì dentro viene rinchiuso chi è vittima di crisi isteriche o psichiatriche, chi disobbedisce agli ordini della disciplina carceraria. È buia, stretta “dentro ha un odore nauseabondo, perché è lì, sul pavimento, che si esercitano i bisogni primari e fisiologici. Ed è disteso a terra, che il detenuto dorme. Nella cella liscia non ci sono letti”, lo racconta così, l’inferno dei penitenziari italiani, un ex dirigente del Ministero della Giustizia che preferisce rimanere anonimo: “è per non vedere più violazioni dei diritti umani, che ho lasciato il mio lavoro. Le celle lisce sembrano le segrete del Medio Evo”. Continua: “di vera e propria tortura si tratta, dal sapore medievale”. Si può essere rinchiusi lì dentro per qualche ora, qualche giorno, al massimo due settimane, prima di impazzire. Non di più. Il Dap ( dipartimento amministrazione penitenziaria) questo lo sa ed è per questo che in passato ha emanato direttive di questo tipo.

In una cella liscia ci era finito pure Mouhcine, dunque, costretto a dormire anche lui per terra sul pavimento. Raccontano i familiari: “ci disse di aver subito non meglio definiti maltrattamenti”. Quel che è certo è “che non gli veniva consentito di intrattenere, con regolarità, corrispondenza telefonica con la sua famiglia” si legge così nell’interrogazione parlamentare presentata dai senatori di Sinistra Italiana, dopo che sulla vicenda erano intervenuti – tra gli altri – i Radicali italiani, il Dipartimento politiche per l’immigrazione della Cgil di Cosenza ed il Movimento italiano diritti civili. Denunciando l’ennesimo decesso avvenuto nel carcere di Paola e stigmatizzando l’operato della direzione carceraria “per aver tenuto nascosta la notizia, e per aver provveduto alla tumulazione della salma, nonostante la richiesta di restituzione avanzata dalla famiglia per il funerale”.

Quelle strane morti nel carcere di Paola

Non è la prima volta che presso il carcere di Paola avvengono “eventi critici” del genere – scrive il senatore Giuseppe De Cristoforo che è anche membro della Commissione parlamentare straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Facendo riferimento alla morte avvenuta ad aprile scorso, nello stesso penitenziario, del detenuto Maurilio Pio Morabito, 46 anni, di Reggio Calabria, in prossimità del fine pena. Mancava un mese alla sua liberazione. Anche Maurilio si è suicidato. Aveva già manifestato intenti autolesionistici. Eppure era stato collocato – anche lui – in una cella liscia, dove si sarebbe impiccato con una coperta alla grata della finestra. Ora la Procura della Repubblica di Paola ha aperto un fascicolo di inchiesta, al momento nei confronti di ignoti, per istigazione al suicidio. Anche questa vicenda è finita in Parlamento, all’attenzione del Ministro della Giustizia Orlando. Nel dettaglio, in una interrogazione parlamentare presentata alla Camera dei deputati il 7 giugno 2016 dall’on. Vincenza Bruno Bossio, a cui lo stesso Ministro della giustizia non ha ancora fornito risposta.

Nel testo si legge che “grazie ad una visita ispettiva effettuata il 4 maggio 2016 da una delegazione dei Radicali Italiani nei giorni successivi al decesso del Morabito, si è potuto verificare che la cella n. 9 in cui si è impiccato lo stesso detenuto era liscia. Cioè era priva di ogni arredo. Non solo. Sporca e maleodorante, si legge negli atti parlamentari: “il citato detenuto non era stato sottoposto a sorveglianza a vista nonostante, già in altre occasioni, avesse compiuto vari atti autolesionistici e distrutto due celle”. Intanto, dalla relazione seguita all’ispezione dei Radicali italiani nell’ottobre scorso è emerso che nello stesso carcere quasi la metà dei detenuti sono stranieri, eppure non risultano in organico mediatori culturali, né traduttori.

Ma è l’eccessivo ricorso alle “celle zero” che inquieta particolarmente. Un modus operandi che riguarda diversi penitenziari italiani, dove l’osservatorio sulle carceri Ristretti Orizzonti – nell’ambito della ricerca Morire di carcere– ha calcolato che dagli inizi del 2000 ad oggi, 10 dicembre 2016, sono morte 2.599 persone. 925 sono stati complessivamente i suicidi. Il 77% avviene di questi atti autolesionisti avviene per impiccagione, la restante parte per asfissia da gas o avvelenamento.

Ciò che era in gioco, non era la cornice troppo frusta o troppo asettica, troppo rudimentale o troppo perfezionata della prigione, era la sua materialità nella misura in cui è strumento e vettore di potere, era tutta la tecnologia del potere sul corpo, che la tecnologia dell’«anima» – quella degli educatori, dei filosofi e degli psichiatri – non riesce né a mascherare né a compensare, per la buona ragione che essa non è che uno degli strumenti. E’ di questa prigione, con tutti gli interventi del potere politico sul corpo che essa riunisce nella sua architettura chiusa, che io vorrei fare la storia. Per puro anacronismo? No, se intendiamo con questo fare la storia del passato in termini del presente. Sì, se intendiamo con questo fare la storia del presente.

cit. Foucault. M. Il corpo del condannato in “Sorvegliare e Punire” Einaudi, 1976

Gaetano De Monte

http://www.dinamopress.it, 12 Dicembre 2016

Uno ogni sette giorni. Questa è la frequenza dei suicidi nelle Carceri italiane dal 92 ad oggi


carcere-fotogramma-258Uno ogni sette giorni. Questa è la frequenza dei suicidi nelle carceri italiane dal 1992 ad oggi. A rivelarlo è uno studio di Openpolis sulle statistiche del ministero della giustizia che ha registrato ben 1046 casi di detenuti suicidi per gli anni 1992/2015. Ai dati del governo si affiancano quelli dell’associazione per i diritti dei detenuti “Ristretti Orizzonti” che, allo scopo di raccogliere maggiori informazioni sui profili di chi si suicida durante la detenzione, ha registrato nel suo dossier “Morire di carcere” cifre addirittura superiori a quelle ministeriali.

La differenza si spiega tenendo conto del fatto che l’associazione prende in considerazione, oltre i suicidi accertati, anche le morti meno chiare, comunque legate al disagio della detenzione. Colpisce il dato relativo ai casi di decessi auto-procurati tra gli agenti di custodia che, secondo fonti sindacali, si attesterebbe a 100 dal 2000 ad oggi.
I dati dell’associazione. Secondo quanto riportato dal dossier, i detenuti suicidi dal 2009 al 31 agosto 2016 sarebbero ben 423. Di questi, 326 si sarebbero procurati la morte con l’impiccagione, 64 con il gas, 20 con l’avvelenamento e 6 con il soffocamento. La fascia di età su cui le sofferenze del carcere hanno avuto maggiore incidenza è quella tra i 30 e i 44 anni. Sono 66, infatti, i casi di suicidi in età compresa tra i 30 e i 34 anni, 66 tra i 25 e i 29 anni, 65 tra i 35 e 39 e 63 tra i 40 e i 44. Le fasce meno colpite quelle tra i 17 e 19 anni (5 casi) e dai 60 in su (9 casi). L’amara classifica degli istituti penitenziari con più suicidi vede al primo posto Napoli Poggioreale; (19 casi), seguito da Firenze Sollicciano(17) e Rebibbia a Roma (14), all’ultimo Palermo Pagliarelli (9 casi).

Statistiche a confronto. Il confronto tra i dati registrati dal Ministero della giustizia con quelli riportati nel dossier dell’associazione “Ristretti Orizzonti” rivela non poche differenze. Guardando al numero dei casi di suicidio per anno, l’associazione registra cifre più elevate di quelle ufficiali con un picco nel 2010: 11 casi in più rispetto ai dati del Governo. Per un totale di 888 casi di morti auto-procurate negli anni 2000/2015 a fronte degli 840 ufficialmente accertati. Numeri alla mano l’anno con il maggior numero di detenuti suicidi sarebbe il 2001 per il Ministero (69 casi) e il 2009 per l’associazione (72 casi). Al contrario, l’anno con il più basso tasso di morti auto-procurate sarebbe il 2013 per il primo (42 casi), il 2014 per la seconda (44 casi).

Emergenza carceri. Le statistiche del ministero rivelano una coincidenza tra gli anni in cui si è concentrata la più alta frequenza di casi di detenuti suicidi e quelli in cui si sono registrati i più alti tassi di affollamento. È il caso, ad esempio del 2010. In quell’anno, infatti, gli istituti di pena, mentre ospitavano addirittura 151 persone ogni 100 posti letto, registravano ben 55 casi di morti auto-procurate. A seguito di tali accadimenti, i diversi provvedimenti adottati dai governi che si sono succeduti hanno riportato le statistiche verso numeri vicini a quelli di paesi con statistiche migliori.
Nel 2015, infatti, il tasso di affollamento delle carceri italiane globalmente considerate scendeva al 105% (105 detenuti ogni 100 posti letto), mentre diminuiva a 39 il numero dei suicidi. Secondo i dati raccolti dal ministero, al 30 giugno 2016 il tasso di affollamento delle carceri italiane si attesta al 108%. Nei 193 istituti penitenziari italiani si contano, infatti, 54.072 persone detenute per 49.701 posti letto disponibili. Questi dati hanno portato i politici italiani a considerare risolto il problema dell’emergenza carceri.
Tuttavia, basarsi sul tasso di affollamento nazionale per comprendere se il problema del sovraffollamento nei singoli istituti è stato risolto è fuorviante. Il dato, infatti, è il rapporto percentuale tra numero di detenuti e posti letto disponibili nell’intero paese e, dunque, il frutto di una media che non tiene conto del fatto che i posti disponibili in un istituto penitenziario poco utilizzato non compensano quelli mancanti in uno sovraffollato.
Se si calcola il tasso dei singoli istituti penitenziari risulta che circa i 2/3 hanno meno posti disponibili di quanto il numero dei detenuti richiederebbe. È il caso di Brescia “Nerio Fischione” Canton Mombello, che, con un tasso di affollamento pari al 191,53%, ospita quasi 90 detenuti in più rispetto alla disponibilità. A questo seguono Como, con un tasso pari al 181,45%, Lodi, con il 180,00% e Taranto, con il 173,53%.

Sesti su sette. Se si confrontano i “benevoli” tassi di affollamento nazionale europei, il risultato italiano non è dei migliori. Tra i 25 Paesi considerati, infatti, il nostro rientra nei soli 7 che dispongono di un numero di posti letto inferiore a quello dei detenuti. Tra questi 7 quello con il sistema carcerario meno sostenibile è il Belgio, che registra un tasso pari al 131,10%. A questo seguono la Grecia, (119,30%), la Francia 113,90%), la Slovenia (112,70%), Cipro (109,60), ed infine l’Italia, con un tasso del 108%, accompagnata dalla Romania (104,30%).
Per quanto riguarda i restanti 18 Paesi, tutti con sistemi sostenibili, la medaglia d’oro va ai Paesi Bassi che, registrando un tasso dell’80,20%, dispone di circa 19 posti letto in più rispetto al numero dei detenuti. Medaglia d’argento alla Lettonia che, con un tasso dell’81,10%, potrebbe accogliere altri 18 detenuti circa. Bronzo al Belgio il cui tasso di sovraffollamento nazione si attesta all’81,60%.

Marta De Nicola

Il Centro, 29 novembre 2016