Calabria, Quintieri (Radicali): Soddisfatto per la nomina di Parisi a Provveditore Regionale


Finalmente, dopo quasi dieci anni, anche la Calabria, ha un suo Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria. Si tratta del Dott. Massimo Parisi, già Direttore della II Casa di Reclusione di Milano Bollate, uno dei migliori Istituti Penitenziari a custodia attenuata d’Italia. Il Ministro della Giustizia On. Alfonso Bonafede con apposito Decreto Ministeriale, a seguito dell’ennesimo interpello, lo ha nominato Provveditore Regionale della Calabria e, nei giorni scorsi, si è ufficialmente insediato presso il Provveditorato di Catanzaro.

Lo rende noto Emilio Enzo Quintieri, membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani che ha fatto subito pervenire al neo Provveditore Regionale le congratulazioni e gli auguri di buon lavoro. Sono certo che il Dott. Parisi, recentemente nominato Dirigente Generale dell’Amministrazione Penitenziaria dal Governo Gentiloni su proposta dell’ex Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando, per la sua preparazione e la pregressa esperienza maturata in tanti anni di servizio a Bollate, farà un ottimo lavoro per migliorare il sistema penitenziario calabrese che ha bisogno di una vera e propria rivoluzione, essendo ancora molto indietro rispetto ad altre circoscrizioni penitenziarie d’Italia. Mi auguro che l’azione riformatrice, peraltro già avviata dal Provveditore Regionale Reggente Dott.ssa Cinzia Calandrino, non venga osteggiata in alcun modo dai soliti personaggi che hanno una visione dell’esecuzione penale da medioevo. Dai Radicali Italiani, conclude Quintieri, avrà la massima collaborazione in tal senso.

Il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria, organo periferico del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, ha sede in Catanzaro, ed ha competenza sugli Istituti Penitenziari di Catanzaro, Castrovillari, Cosenza, Paola, Rossano, Crotone, Laureana di Borrello, Locri, Vibo Valentia, Palmi e Reggio Calabria “Arghillà” e Reggio Calabria “Panzera”.

Sassari, il diritto allo studio deve essere garantito anche ai detenuti al regime 41 bis OP


Non c’è dubbio che la Magistratura di Sorveglianza di Sassari stia dando “filo da torcere” al Ministero della Giustizia ed al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per quanto concerne la tutela dei diritti dei detenuti sottoposti al regime detentivo speciale ex Art. 41 bis c. 2 O.P., ristretti negli Istituti Penitenziari situati nel territorio di competenza.

Nelle scorse settimane, infatti, la Prima Sezione Penale Corte Suprema di Cassazione, con le Sentenze nr. 40760/2018 e 40761/2018 del 13/09/2018 (Presidente Bonito, Relatore Minchella), su conforme richiesta della Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione, ha respinto i ricorsi proposti dal Ministro della Giustizia, dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e della Casa Circondariale di Sassari, per il tramite dell’Avvocatura dello Stato, contro le Ordinanze emesse il 14/12/2017 dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari che confermavano i provvedimenti assunti dall’Ufficio di Sorveglianza di Sassari il 19/09/2017 che, in accoglimento dei reclami dei detenuti Francesco Schiavone e Francesco Pesce, aveva disapplicato i Decreti del Ministro della Giustizia – con i quali era stato loro applicato il regime detentivo speciale previsto dall’Art. 41 bis c. 2 dell’Ordinamento Penitenziario – nella misura in cui essi prevedevano una sola ora d’aria per i ristretti a quel regime, così statuendo che le ore d’aria dovessero essere due e dovessero essere separate dalla socialità.

Nei giorni scorsi, l’Ufficio di Sorveglianza di Sassari (Giudice Dott.ssa Luisa Diez), pronunciandosi su un reclamo giurisdizionale ex Art. 35 bis O.P. proposto da un detenuto, è tornato ad occuparsi delle prescrizioni trattamentali afferenti il c.d. “carcere duro”, anche a seguito dell’ultima Circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del 02/10/2017 emanata proprio con l’obiettivo dell’uniformazione ed omogeneità del trattamento negli Istituti Penitenziari ove sono ristretti i detenuti sottoposti al regime detentivo speciale 41 bis O.P.

Questa volta, il Magistrato di Sorveglianza, è stato chiamato a giudicare un ordine di servizio della Direzione della Casa Circondariale di Sassari che aveva concesso al detenuto reclamante di poter utilizzare il personal computer dell’Amministrazione solo per un’ora al giorno (prima dalle ore 16,00 alle 17,00 e poi dalle ore 12,00 alle 13,00), in alternativa alla saletta di socialità e con la precisazione che qualora il detenuto fruisca delle dure ore consecutive di “passeggio”, non potrà utilizzare il computer. Col reclamo è stata lamentata l’insufficienza di una sola ora in rapporto alle esigenze di studio (il detenuto è iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Sassari, nella quale sono previsti anche esami di informatica), e che le limitazioni imposte sviliscono la finalità igienico-sanitaria soddisfatta dalla permanenza all’aria aperta e la finalità ricreativa-culturale correlata all’utilizzo della sala socialità. Per tale ragione, chiedeva (tra l’altro) di poter utilizzare, per ragioni di studio, il personal computer per quattro ore giornaliere all’interno della propria cella, poiché non vi erano ostative ragioni di sicurezza.

Per il Magistrato di Sorveglianza di Sassari, “Il diritto allo studio è tutelato al più alto livello, a tutti, dall’art. 34 Cost. e viene ribadito specificamente per i detenuti dagli artt. 12, 15, 19 O.P. e dagli artt. 1, 16, 21, 41, 43, 44 e 59 reg. O.P. Come precisato dal menzionato Art. 1 Reg. O.P., l’offerta di interventi diretti a sostenere gli interessi culturali del detenuto fa parte del trattamento rieducativo. E’ ben noto, del resto, come l’istruzione, quindi l’accesso alla cultura rappresenti uno strumento essenziale di crescita individuale e sociale, uno strumento prezioso per favorire una riflessione critica del proprio passato criminale e delle spinte devianti di carattere personale e ambientale. Tale interesse, e il corrispondente diritto, ha natura diversa da quelli, pure garantiti dall’ordinamento, alle relazioni interpersonali (essendo l’uomo un animale sociale che non può vivere a lungo completamente isolato, pena gravi ripercussioni psico-fisiche) e alla permanenza all’aria aperta (indispensabile per la salvaguardia di essenziali esigenze igienico-sanitarie, oltre che psicologiche). La contestata disposizione dell’Amministrazione, invece, cumula e confonde indebitamente tali profili, imponendo al detenuto che ha bisogno del computer per esigenze di studio di rinunciare alla fruizione della sala socialità con i compagni di detenzione oppure alla seconda ora di permanenza nel cortile. In questi termini, pertanto, la soddisfazione di un diritto riconosciuto dall’ordinamento si traduce nell’ingiustificata compressione di altri diritti, pure riconosciuti dal legislatore, con l’inevitabile effetto di ripercuotersi negativamente anche sul primo, posto che in tal modo il suo esercizio viene di fatto disincentivato e scoraggiato, anziché tutelato e sostenuto, come dovrebbe essere secondo le pur chiare e molteplici indicazioni normative.”

Secondo il Magistrato di Sorveglianza, che richiama il recentissimo intervento del giudice di legittimità, “la sovrapposizione operativa di sfere di diritti diversi è un’operazione scorretta e come tale censurabile, stante la diversità degli interessi protetti, ciascuno dei quali deve trovare piena tutela”; atteso che “la permanenza all’aperto, la socialità, il lavoro e lo studio sono diritti diversi, che non possono essere in concreto disciplinati l’uno a scapito degli altri”. Infatti, “la limitazione normativa ex Art. 41 bis c. 2 quater, lett. f) alla permanenza all’aperto è limitata alla permanenza all’aria aperta e non ad attività da svolgersi in spazi detentivi chiusi”.

Discende da quanto sopra che l’utilizzo da parte del detenuto del computer dell’Amministrazione, a lui riconosciuto per ragioni di studio, deve essere in concreto organizzato in modo tale da non pregiudicare né la fruizione in compagnia della c.d. saletta socialità né la sua permanenza all’aria aperta, la cui limitazione a una sola ora, ai sensi dell’art. 10 O.P., può essere disposta soltanto per ragioni eccezionali, esposte in apposito provvedimento congruamente motivato, da ritenersi mancante nel caso in specie. Pertanto, il Magistrato di Sorveglianza di Sassari, in applicazione del principio generale dettato dall’Art. 5 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. e), ha disposto la disapplicazione parziale dell’ordine di servizio della Casa Circondariale di Sassari poiché, imponendo limiti ingiustificati comprimenti altri diritti (socialità e permanenza all’aperto) riverberanti indirettamente in maniera negativa sullo stesso diritto allo studio, comporta un attuale e grave pregiudizio all’esercizio di tutti e tre tali diritti, ai sensi e per gli effetti dell’Art. 69, c. 6 lett. b) O.P., precisando che “la limitazione appare ancor più gravosa se considerata nel quadro generale di sospensione delle regole di trattamento e di conseguente sottrazione di molte possibilità trattamentali, anche fisiche e sportive, organizzate e partecipate.” 

Più precisamente, il Giudice, ha disapplicato l’ordine di servizio nelle parti in cui stabilisce che l’uso del computer debba avvenire in alternativa alla fruizione in compagnia della saletta di socialità e che è vietato utilizzare il computer in ipotesi di fruizione di due ore consecutive di permanenza all’aperto, nonché la disapplicazione per quanto di rilevanza di altri eventuali atti amministrativi avallanti la censurata interpretazione della Direzione dell’Istituto Penitenziario di Sassari (il riferimento è all’Art. 14.1 della Circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del 02/10/2017) e, per l’effetto, ha ordinato alla Direzione di consentire al detenuto, entro quindici giorni dalla comunicazione della ordinanza, di utilizzare tutti i giorni il pc senza alcun pregiudizio dei suoi concorrenti diritti di fruire dell’accesso in compagnia alla saletta di socialità e di permanere due ore all’aria aperta.

UdS di Sassari – Ordinanza del 4-10-2018 (clicca qui per leggere)

Rende, Studenti dell’Unical entrano nelle Carceri per tirocinio formativo. Soddisfatti i Radicali


L’Unical “scavalca” la recinzione. Del carcere. Finire in carcere, non è e, soprattutto, non deve essere un punitivo “isolamento” dalla società ma, semmai, un utile “corso” per reinserirsi nel mondo, attraverso percorsi di riabilitazione sociale. E, proprio, nell’ambito di questa attività che i due mondi, quello del sapere da un lato e quello dello “sbaglio” dall’altro, hanno deciso di unirsi.

Il Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche dell’Unical, infatti, ha sottoscritto una convezione con l’amministrazione penitenziaria, per far svolgere attività di tirocinio formativo e di orientamento agli studenti del corso di Laurea magistrale in Giurisprudenza. La prima convenzione, coinvolge gli istituti penitenziari di Castrovillari e Paola. E’, invece, in fase di completamento la procedura burocratica per il coinvolgimento anche delle case circondariali di Cosenza e Rossano.

Al tirocinio, possono accedere gli studenti iscritti al quinto anno o fuori corso che abbiano superato gli esami di Diritto Costituzionale, Penale 1, Penale 2 e Diritto Amministrativo. Qualora il numero di domande, dovesse superare i posti disponibili, l’Ateneo provvederà a stilare una graduatoria, nella quale verranno privilegiati gli studenti con la media dei voti più alta nei predetti esami e coloro che abbiamo superato l’esame di procedura penale. La sottoscrizione di questo protocollo d’intesa è stata accolta, con ampia soddisfazione, da Emilio Quintieri, l’attivista radicale schierato da sempre in prima linea per la tutela e la salvaguardia dei diritti degli “ospiti” dei penitenziari.

http://www.cosenzainforma.it – 29 settembre 2018

Cassazione, Per i detenuti in 41 bis 2 ore di “permanenza all’aperto”, oltre alle ore per la “socialità”


Finalmente è stata posta la parola “fine” ad una assurda questione riguardante i diritti dei detenuti sottoposti al regime detentivo speciale ex Art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Infatti, la Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione (Bonito Presidente, Minchella Relatore), si è definitivamente pronunciata respingendo, su conforme richiesta della Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione, i ricorsi proposti dal Ministro della Giustizia, dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e dalla Casa Circondariale di Sassari, per il tramite dell’Avvocatura dello Stato, contro le Ordinanze emesse dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari il 14/12/2017, confermatorie dei provvedimenti assunti dal Magistrato di Sorveglianza di Sassari il 19/09/2017, che in accoglimento dei reclami dei detenuti Francesco Schiavone e Francesco Pesce, aveva disapplicato i Decreti del Ministero della Giustizia – con i quali era stato loro applicato il regime detentivo speciale previsto dall’Art. 41 bis c. 2 dell’Ordinamento Penitenziario – nella misura in cui essi prevedevano una sola ora d’aria per i ristretti a quel regime, così statuendo che le ore d’aria dovessero essere due e dovessero essere separate dalla socialità.

Per il Tribunale di Sorveglianza di Sassari, era corretta la ricostruzione dell’impianto normativo così come effettuata dal Magistrato di Sorveglianza, il quale aveva distinto la permanenza all’aperto dalla socialità: così aveva preso atto che l’Art 41 bis, lett. f), Ord. Pen. prevedeva che la permanenza all’aperto non potesse superare le due ore, ma che questo aspetto non andava confuso in modo generale con il tempo trascorso fuori dalla cella, poiché la presenza all’aria aperta aveva una finalità prettamente volta a tutelare il benessere psico-fisico, tanto che l’Art. 10 Ord. Pen. prevedeva che la permanenza all’aperto potesse essere ridotta ad un’ora soltanto per ragioni eccezionali e con provvedimento motivato; diversamente da ciò, lo spazio temporale della socialità aveva la finalità di favorire interessi culturali e relazionali; pertanto il Decreto Ministeriale errava nell’accorpare permanenza all’aperto e socialità, statuendo che entrambe non potessero avere durata superiore ad un’ora senza alcuna giustificazione in termini di ragioni di sicurezza: peraltro, si ampliava il disagio del confinamento in cella per 22 ore al giorno, per cui la socialità doveva durare un’ora e la permanenza all’aperto due ore (salve ragioni eccezionali e motivate). Pertanto, il Tribunale di Sorveglianza di Sassari, nel confermare la disapplicazione dei Decreti Ministeriali applicativi del regime detentivo speciale nella parte in cui prevedevano, per i detenuti soggetti allo stesso, una sola ora d’aria riconosceva, ai detenuti reclamanti Francesco Schiavone e Francesco Pesce, il diritto di fruire di due ore d’aria giornaliere, oltre all’eventuale ora di socialità, da fruire all’interno di appositi spazi predisposti dalla Direzione dell’Istituto, osservando che “il diritto alla salute psico-fisica del detenuto non può essere irragionevolmente compromesso attraverso una ulteriore afflizione del regime detentivo, almeno in assenza di una specifica dimostrazione che la permanenza all’aria aperta per due ore potesse pregiudicare le esigenze di sicurezza ed ordine alla base del provvedimento impositivo del regime differenziato.”

La Corte Suprema di Cassazione, sulle conformi conclusioni espresse dalla Procura Generale della Repubblica, con Sentenze nr. 40760/2018 e 40761/2018 del 13/09/2018, ha rigettato i ricorsi perché infondati evidenziando la correttezza delle Ordinanze emesse dalla Magistratura di Sorveglianza di Sassari, all’esito dei precedenti gradi di giudizio. Per i Giudici della Cassazione, “la sovrapposizione della permanenza all’aria aperta e della socialità costituisce un’operazione non corretta, poiché accomuna senza ragione due differenti ipotesi, la cui unica connotazione comune (e cioè lo stare al di fuori della stanza detentiva)”. Inoltre, “la permanenza all’aria aperta risponde espressamente alla finalità di contenimento degli effetti negativi della privazione della libertà personale, tanto che sono previste le valutazioni dei servizi sanitario e psicologico e tanto che essa deve perdurare almeno due ore al giorno e che la riduzione di essa ad una sola ora al giorno è resa possibile soltanto nel rispetto della rigida condizione della sussistenza di ragioni eccezionali poste alla base di un provvedimento motivato.”. Peraltro, va anche annotato che “il comma 2 quater dell’art. 41 bis Ord. Pen., nel prevedere alla sua lettera f) che la sospensione di alcune regole del trattamento riguardi anche «la limitazione della permanenza all’aperto, che non può svolgersi in gruppi superiori a quattro persone, ad una durata non superiore a due ore al giorno fermo restando il limite minimo di cui al primo comma dell’articolo 10», non prevede affatto una compressione in via generale di tale permanenza all’aperto, ma rinvia alla disciplina generale (giacché è lo stesso art. 10 citato a prevedere che la permanenza all’aperto possa avvenire in gruppi). Tutto ciò non va sovrapposto alla c.d. socialità, termine che indica il tempo da trascorrere in compagnia all’infuori delle attività di lavoro o di studio: la socialità, quindi, viene fatta nelle stanze detentive, all’ora dei pasti (riunendosi in piccoli gruppi), oppure nelle apposite “salette”.

Per gli Ermellini “Si tratta, in altri termini, di due distinte situazioni che hanno differente finalità e che, anche nell’impianto normativo, non risultano fungibili tra di loro: la permanenza del detenuto all’aria aperta risponde ad esigenze igienico-sanitarie, mentre lo svolgimento delle attività in comune in ambito detentivo è valorizzata nell’ottica di una tendenziale funzione rieducativa della pena, che non può essere del tutto pretermessa neppure di fronte ai detenuti connotati da allarmante pericolosità sociale, come appunto quelli sottoposti al regime differenziato di cui all’art. 41 bis Ord. Pen. (tanto è vero che questo stesso articolo prevede soltanto che siano «adottate tutte le necessarie misure di sicurezza, anche attraverso accorgimenti di natura logistica sui locali di detenzione, volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità», ma non che la socialità sia cancellata). Così, stabilito che il tempo per le attività in comune deve essere consentito senza incidenza sul diritto a fruire delle ore di permanenza all’aperto, va osservato che, nella fattispecie, la limitazione de qua era stata disposta in assenza di ragioni eccezionali e specificate in provvedimenti, ma soltanto in attuazione di una normativa interpretata in senso ingiustificatamente restrittivo.”.

Per completezza di informazione si segnala che, recentemente, vi era stata una Ordinanza del Magistrato di Sorveglianza di Viterbo del 22/03/2018, che confermava l’interpretazione restrittiva della preclusione di cui al comma 2-quater lett. f) dell’Art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, così come da ultimo integrata dalla Circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del 02/10/2017 n. 3676/6126, che stabiliva il limite massimo di due ore giornaliere di permanenza all’aperto per i detenuti sottoposti al regime detentivo. In altri termini, i detenuti, secondo il citato Magistrato, potevano usufruire di due ore giornaliere all’aria aperta, in alternativa ad un’ora massima di tempo da impiegare nelle attività ricreative/sportive, nell’accesso alla sala pittura o alla biblioteca. Ma non entrambe. Purtroppo, con il pronunciamento della Corte di Cassazione, anche il Magistrato di Sorveglianza di Viterbo (ed altri che la dovessero pensare come lui), dovrà cambiare idea, non interpretando più la normativa “in senso ingiustificatamente restrittivo” così come fatto sino ad ora.

Cass. Pen. Sez. I, n. 40760/2018 del 13/09/2018, Schiavone (clicca per leggere)

Cass. Pen. Sez. I, n. 40761/2018 del 13/09/2018, Pesce (clicca per leggere)

Carcere di Rebibbia, Quintieri (Radicali) replica al Dap “Quella detenuta non poteva essere isolata”


Oggi sfogliando “La Repubblica” noto un articolo a firma della giornalista Maria Elena Vincenzi dal titolo “Bimbi uccisi dalla madre detenuta. Il Dap: “Serviva l’isolamento”. Incuriosito per la “stranezza” del titolo, ho inteso approfondire, leggendo tutto il contenuto. Ebbene, questa è la parte su cui mi sono soffermato : “… Agli atti ci sono note in cui le guardie mettono nero su bianco “un pericolo per i due piccolini”. Ce ne sono diverse. Una, in particolare, arrivata sul tavolo della direttrice Ida Del Grosso (poi sospesa), lo stesso giorno della tragedia raccontava di un ematoma sulla testa del piccolo Divine. Non forniva alcuna spiegazione sul perché di quella ferita. Ma, questa è la considerazione di via Arenula, a seguito di quella segnalazione, la madre avrebbe dovuto essere messa in isolamento. Così non è stato… “.
Francamente, non riesco a capire come sia possibile scrivere queste fesserie. E non voglio credere che a farlo, come scrive la giornalista de “La Repubblica” sia stato proprio “il Dap” cioè il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia che gestisce tutti gli Istituti Penitenziari della Repubblica Italiana.
L’Ordinamento Penitenziario (O.P.), all’Art. 33, prevede – in maniera tassativa – quali siano i casi in cui sia ammesso l’isolamento del detenuto : 1) quando è prescritto per ragioni sanitarie; 2) durante l’esecuzione della sanzione della esclusione dalle attività in comune; 3) per gli imputati durante la istruttoria se e fino a quando ciò sia dire necessario dall’Autorità Giudiziaria.
Ed il Regolamento di Esecuzione Penitenziaria (Reg. Es. O.P.), all’Art. 73, prevede che l’isolamento per “ragioni sanitarie” debba essere “prescritto dal Medico nei casi di malattia contagiosa” e conclude con un divieto categorico : “Non possono essere utilizzate sezioni o reparti di isolamento per casi diversi da quelli previsti per legge.” (per Legge si intende l’O.P.).
Inoltre, per quel che si desume dall’articolo, non era possibile contestare qualche infrazione disciplinare (tra quelle previste dall’Art. 77 del Reg. Es. O.P. perché i detenuti non possono essere puniti per fatti diversi ai sensi dell’Art. 38 O.P.) alla detenuta per cui il Direttore dell’Istituto non poteva attivare il Procedimento disciplinare e disporre, in via cautelare, l’isolamento della stessa, in attesa della convocazione del Consiglio di Disciplina, Autorità competente a deliberare la sanzione ai sensi dell’Art. 40 O.P.
Quindi, è davvero incomprensibile, come per “Il Dap: “Serviva l’isolamento”.
Per quali ragioni quella detenuta avrebbe dovuto essere posta in “isolamento” dal Direttore, dal Vice Direttore o dal Vice Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria, sospesi dal servizio dal Capo del Dap Francesco Basentini per ordine del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ?
Un eventuale provvedimento che disponesse l’isolamento nei confronti della detenuta, immotivato ed assunto all’infuori dei casi tassativi previsti dalla Legge, sarebbe stato illegittimo ed immediatamente annullato dal Magistrato di Sorveglianza d’ufficio o su reclamo della detenuta o del suo difensore ai sensi degli Artt. 35 bis e 69 O.P.

Emilio Enzo Quintieri

Comitato Nazionale Radicali Italiani

Rossano, Radicali denunciano criticità nel reparto As2 per terrorismo internazionale


Abbiamo riscontrato delle criticità nel Carcere di Rossano, nel reparto As2 ove sono ristretti detenuti per terrorismo internazionale islamista. Lo afferma Emilio Enzo Quintieri, Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani all’esito di una visita effettuata insieme all’esponente radicale Valentina Anna Moretti nelle scorse settimane presso la Casa di Reclusione di Rossano, autorizzata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. La Delegazione, su delega dell’Autorità Dirigente, è stata ricevuta ed accompagnata dal Vice Ispettore Nicola Scigliano ed altro personale di Polizia Penitenziaria in servizio.

Nell’Istituto Penitenziario di Rossano, che è uno dei quattro Istituti d’Italia (gli altri sono quelli di Sassari, Nuoro e L’Aquila), è presente una Sezione di Alta Sicurezza (AS2) destinata ai detenuti imputati o condannati per reati riguardanti il terrorismo internazionale di matrice islamica. Questa Sezione, è divisa in tre piani : il piano terra ed il primo piano sono composti ciascuno da otto camere, una saletta per la socialità ed un locale adibito ad infermeria. Al piano ancora inferiore sono ubicati: la sala di culto per i detenuti musulmani, i locali passeggi, molto angusti e coperti da una rete metallica, un locale barberia ed il locale infermeria. Nonostante la presenza di tale Sezione con diversi detenuti stranieri provenienti da Paesi tradizionalmente di fede islamica, nell’Istituto, non è presente alcun Funzionario Mediatore Culturale dipendente dell’Amministrazione Penitenziaria. Ed infatti, l’attività di mediazione linguistico – culturale, è garantita da alcuni volontari, la cui presenza è limitata a pochissime ore al mese. La maggior parte dei detenuti ristretti in tale Sezione ha la posizione giuridica di “giudicabile” per cui in attesa di giudizio. Tanti di loro, come accertato dalla Delegazione, non sanno nemmeno di cosa siano accusati, perché spesso nemmeno gli atti processuali vengono tradotti nella loro lingua o in altra lingua che sia loro comprensibile. Ciò nonostante la normativa interna ed internazionale preveda che a tutti i detenuti stranieri venga assicurata una adeguata mediazione linguistica e culturale; soprattutto nella fase processuale è stabilito il diritto all’interprete ed alla traduzione degli atti al fine di comprendere le accuse ascrittegli e di seguire il compimento degli atti cui partecipano in maniera tale da potersi difendere adeguatamente e garantire un equo processo. Inoltre, è previsto il diritto all’assistenza gratuita di un interprete per le comunicazioni con il difensore prima di rendere un interrogatorio, ovvero al fine di presentare una richiesta, istanza o memoria all’Autorità Giudiziaria competente.

Durante la visita alla Sezione detentiva, diversi detenuti hanno lamentato che il televisore posto in ogni camera è incastonato nel telaio in ferro soprastante il cancello d’ingresso con lo schermo rivolto verso l’interno del locale e l’amplificazione verso l’esterno (nel corridoio), per cui non è possibile ascoltare la televisione senza arrecare fastidio a tutta la Sezione se non stando in piedi accanto al cancello d’ingresso e tenendo il volume basso. Non si comprende per quali ragioni, esclusivamente in detta Sezione, il televisore debba essere posizionato nelle condizioni appena descritte con oggettive difficoltà nella focalizzazione delle immagini e della comprensione dell’audio, se non da posizione ravvicinata (e con il volume sempre basso per non disturbare gli altri). Inoltre, il detenuto, a causa della collocazione ad un’altezza piuttosto elevata dell’apparecchio, per guardare la televisione, è costretto a tenere il collo proteso all’insù, assumendo pertanto una postura innaturale e scomodissima ed evidentemente non mantenibile, da chiunque, per molto tempo. Ci risulta, scrive Quintieri nella sua informativa, che, in casi analoghi, la Magistratura di Sorveglianza ha accolto alcuni reclami proposti dai detenuti soggetti al regime detentivo ex Art. 41 bis O.P. ordinando all’Amministrazione Penitenziaria di sistemare meglio gli apparecchi televisivi all’interno delle loro camere. Appare assolutamente necessario che l’Amministrazione provveda tempestivamente ad una ricollocazione degli apparecchi televisivi all’interno della Sezione, mediante il sistema che verrà ritenuto concretamente più idoneo ed efficace, ad una distanza ed altezza da terra idonee a permettere ai detenuti, l’agevole visione ed ascolto dei programmi televisivi, essendo peraltro molteplici le soluzioni oggi disponibili sul mercato.

Altra problematica, riferita dai detenuti, è che ormai da diverso tempo, per non meglio definite “ragioni di sicurezza” non possono più usufruire del Campo Sportivo dell’Istituto, contrariamente a quanto avveniva in precedenza. Per loro resta possibile svolgere attività sportiva “al chiuso” presso la palestra per due volte alla settimana. Com’è noto (anche) le attività sportive sono inserite dall’Ordinamento Penitenziario (Art. 15 O.P.) tra i principali elementi del trattamento, assieme ad istruzione, lavoro, religione, contatti con il mondo esterno e con la famiglia. Durante la precedente visita all’Istituto, svolta il 23 giugno scorso, alla Delegazione era stato riferito dal personale di Polizia Penitenziaria che per la Sezione AS2 era stato proposto di allestire un campo di calcio a 5 attiguo ai cortili passeggio e che il relativo progetto era stato sottoposto al Provveditorato Regionale per la Calabria. Nella loro informativa i Radicali Italiani hanno chiesto che l’Amministrazione provveda a risolvere tale problematica, consentendo ai detenuti della Sezione AS2 di poter usufruire del Campo Sportivo utilizzato dal resto della popolazione detenuta, atteso che il trattamento deve essere conforme ad umanità, improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose, proprio per assicurare parità di condizioni di vita tra i detenuti (Artt. 1 e 4 O.P.). Sono state chieste, infine, notizie relative alla proposta progettuale di allestimento di un campo di calcio a 5 attiguo ai cortili passeggio ad esclusivo uso dei detenuti appartenenti alla Sezione AS2.

Sulla questione, anche l’Ufficio del Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti presso il Ministero della Giustizia, nelle Raccomandazioni 2016-2017 “Norme e normalità” sugli standard di vita penitenziaria, ha precisato che : “Ai detenuti ristretti nelle Sezioni di “Alta Sicurezza 2” (AS2), i quali rispondono di o sono stati condannati per reati aggravati dalla finalità di terrorismo di sedicente fondamentalismo religioso e ai detenuti cosiddetti “attenzionati” per rischio di radicalizzazione, deve essere assicurato un programma ampio di attività che, seppure modulate secondo le connotazioni del particolare regime, diano loro in ogni caso la possibilità di muoversi, essere impegnati nel lavoro e nello studio (qualora richiesto), avere relazioni con altri, anche al fine di offrire effettivi elementi di comprensione dell’evolversi del loro atteggiamento, delle dinamiche che essi realizzano nel rapporto con gli altri, degli eventuali atteggiamenti di proselitismo o, al contrario, di recesso dalle precedenti scelte. Una quotidianità detentiva, infatti, che lasci le persone nelle proprie stanze per quasi la totalità della giornata, in una sorta di tempo vuoto, non dà strumenti di conoscenza, non consente di capire quali situazioni si stiano nel concreto determinando, non offre elementi per un reinserimento al termine dell’esecuzione della pena che aiuti i singoli e tuteli concretamente la sicurezza della società esterna.”

Gli esiti della visita, nei giorni scorsi, sono stati formalmente comunicati al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini, al Provveditore Regionale Reggente per la Calabria Cinzia Calandrino, al Direttore della Casa di Reclusione di Rossano Giuseppe Carrà, al Magistrato di Sorveglianza di Cosenza Silvana Ferriero ed al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti presso il Ministero della Giustizia Mauro Palma.

Quintieri (Radicali): Solidarietà a Direttore, Vice Direttore e Vice Comandante del Carcere di Roma Rebibbia


Ritengo doveroso esprimere la mia solidarietà al Direttore della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia Ida Del Grosso, al suo Vice Gabriella Pedote ed al Vice Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria Antonella Proietti. Il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini, su disposizione del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ha disposto la loro sospensione dal servizio a seguito della tragedia avvenuta ieri nella Sezione Nido del Carcere Femminile di Rebibbia.

Non comprendo per quali ragioni siano stati intrapresi questi provvedimenti atteso che, per quanto accaduto, non vi sono responsabilità né da parte dei Dirigenti Penitenziari né da parte del Funzionario del Corpo di Polizia Penitenziaria. Non sono stati loro ad applicare la custodia cautelare in carcere ad Alice Sebesta ed a consentirgli di tenere con sé anche i suoi due piccoli figli, Faith di appena 6 mesi, morta sul colpo, e Divine di 1 anno e 7 mesi, per il quale i sanitari hanno decretato la morte celebrale. Non è colpa loro se nella Città di Roma e dintorni non esista un Istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icam). Per la mancata realizzazione di queste strutture sono responsabili, in maniera esclusiva, il Ministero della Giustizia ed il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Non il personale penitenziario che opera negli Istituti che, ogni giorno, nonostante le numerose difficoltà e spesso anche con enormi sacrifici personali, cerca di assolvere il proprio mandato, nel migliore dei modi, per assicurare un trattamento conforme al senso di umanità, come prevede la Costituzione e la Legge Penitenziaria. Inoltre il personale sospeso dal servizio non poteva immaginare che la detenuta, appena rientrata dal cortile, anziché allattare i suoi figli, li avrebbe lanciati dalle scale atteso che in tutto il periodo trascorso in Istituto non aveva dato alcun segno di squilibrio o altro disturbo psichico. L’unica insofferenza mostrata riguardava la convivenza con le altre detenute di etnia rom.

Mi auguro che i provvedimenti di sospensione dal servizio, assolutamente ingiusti e fuori luogo, vengano subito revocati con le dovute scuse, da parte del Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e da parte del Ministro della Giustizia, al Direttore, al Vice Direttore ed al Vice Comandante della Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia.

Emilio Enzo Quintieri

Comitato Nazionale Radicali Italiani