Ergastolo ostativo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo condanna l’Italia


L’Italia deve rivedere la legge che regola il carcere a vita, perché viola il diritto del condannato a non essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Così la Corte europea dei diritti umani in una sentenza che in assenza di ricorsi sarà definitiva tra tre mesi. La decisione riguarda il caso di Marcello Viola, condannato per associazione mafiosa, omicidi e rapimenti, in prigione da inizio anni Novanta. La sentenza non implica la liberazione di Viola a cui l’Italia deve versare 6mila euro per i costi legali.

La decisione sull’Italia della Corte di Strasburgo si basa sul fatto che chi è condannato al carcere a vita (ergastolo ostativo) non può ottenere, come gli altri carcerati, alcun `beneficio´ – come per esempio i permessi d’uscita, o la riduzione della pena – a meno che non collabori con la giustizia. Nella sentenza i giudici di Strasburgo evidenziano che «la mancanza di collaborazione è equiparata ad una presunzione irrefutabile di pericolosità per la società» e questo principio fa si che i tribunali nazionali non prendano in considerazione o rifiutino le richieste dei condannati all’ergastolo ostativo. La Corte osserva che se «la collaborazione con la giustizia può offrire ai condannati all’ergastolo ostativo una strada per ottenere questi benefici», questa «strada» è però troppo stretta.

«Alla Corte di Strasburgo pendono già numerosi altri ricorsi» contro il carcere a vita (ergastolo ostativo) e dopo la condanna di oggi «potrebbero arrivarne molti altri», scrivono i giudici di Strasburgo nella sentenza . Il problema messo in luce oggi, per i magistrati, «è di natura strutturale» e richiede quindi, per essere risolto, un intervento, di preferenza legislativo, delle autorità. L’Italia dovrebbe quindi agire «con una riforma della reclusione a perpetuita’ in modo da garantire la possibilità agli ergastolani di ottenere un riesame della pena». Questo, scrivono, «permetterebbe alle autorità di determinare se durante la pena già scontata il detenuto ha fatto progressi tali sul cammino della riabilitazione da renderne ingiustificabile il mantenimento in prigione».

Per l’associazione “Nessuno tocchi Caino” si tratta di un «pronunciamento storico» «Secondo la Corte – spiega una nota -, l’ergastolo ostativo è una forma di punizione perpetua incomprimibile. Con questa sentenza la CEDU svuota l’art 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede uno sbarramento automatico ai benefici penitenziari, alle misure alternative al carcere e alla liberazione condizionale in assenza di collaborazione con la giustizia. La CEDU fa cadere la collaborazione con la giustizia ex art 58 ter o.p, come unico criterio di valutazione del ravvedimento del detenuto. La Corte considera inoltre questo un problema strutturale dell’ordinamento italiano e chiede che si metta mano alla legislazione in materia». «Il successo alla Corte EDU è il preludio di quel che deve succedere alla Corte Costituzionale italiana che il 22 ottobre discuterà l’ergastolo ostativo a partire dal caso Cannizzaro, nel quale Nessuno tocchi Caino è stato ammesso come parte interveniente – spiega il segretario Sergio d’Elia -. Il pensiero non può non andare che a Marco Pannella, al suo Spes contra Spem che ci ha animati e nutriti in questi anni, e ai detenuti di Opera protagonisti del docu-film di Ambrogio Crespi `Spes contra Spem – Liberi dentro´ che contro ogni speranza sono stati speranza, con ciò liberando oltre che se stessi anche le menti dei giudici di Strasburgo».

Redazione Corriere della Sera http://www.corriere.it – 13 giugno 2019

“Viaggio in Italia, la Corte Costituzionale nelle Carceri”. Questa sera nello “Speciale Tg1″su Rai1 alle 23,10


Questa sera nello “Speciale Tg1” alle ore 23,10 su Rai1 andrà in onda : “Viaggio in Italia. La Corte Costituzionale nelle carceri”, il docufilm di Fabio Cavalli, in collaborazione con Rai Cinema, sul viaggio dei Giudici Costituzionali in alcune carceri italiane.

La Costituzione non si ferma davanti ai muri di cinta. E i Giudici della Corte Costituzionale l’hanno voluta portare, dall’altra parte dell’orizzonte, con un’iniziativa senza precedenti al mondo: un viaggio negli Istituti Penitenziari e ora con un film, dentro queste città invisibili.

La Corte entra in Carcere e lo fa per la prima volta dal 1956, anno della sua nascita. Sette Giudici della Corte Costituzionale incontrano i detenuti di sette Istituti Penitenziari italiani: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, il carcere minorile di Nisida, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni, Lecce sezione femminile.

Il Garante Nazionale dei Detenuti Palma: “Gli arresti non servono, se manca la rieducazione non c’è più sicurezza”


Il Garante nazionale dei detenuti lancia l’allarme: “Senza reinserimento le azioni politiche sono destinate al fallimento”. “In cella c’è tutto ciò che non affrontiamo più. Dalle malattie mentali alla povertà, dalle dipendenze alle diseguaglianze”.

Quando si parla di sicurezza, si pensa solo ad arrestare la gente. E spesso ci si dimentica una cosa delle persone in galera: prima o poi usciranno. E se non facciamo niente per recuperarli, il problema non è solo loro, ma anche nostro, perché ritorneranno a delinquere”.

Mauro Palma, matematico e giurista, già fondatore e presidente dell’associazione Antigone, del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e del Consiglio europeo per la cooperazione penalistica, è l’attuale Garante nazionale dei detenuti.

È abituato a navigare controcorrente, come quando pubblicò un rapporto molto critico sul regime del 41bis, il carcere duro per i mafiosi. “So che parlare di temi come la rieducazione e il recupero dei carcerati non va molto di moda ma il mio non è un discorso buonista: io parlo di prevenzione della sicurezza”.

Cosa intende, professore?

“Non possiamo solo occuparci di come rinchiudere le persone. È fondamentale, anche per la sicurezza delle nostre città, accompagnarne il percorso di ritorno alla vita civile. Altrimenti è un circuito vizioso. Sento invocare spesso la galera. Attenzione: questo approccio non è la soluzione, ma un rinvio dei problemi”.

Può spiegare meglio?

“È semplice: il 70% delle persone che scontano una pena in cella, nell’arco di 5 anni torna a commettere reati. In carceri modello, come Bollate, dove i detenuti lavorano e le celle non sono chiuse, questa percentuale scende al 18-20%”.

Una delle critiche a questo argomento mette in luce il fatto che quei detenuti sono selezionati a monte.

“È vero. Io non affermo che tutti possano essere rieducati. Penso però che potremmo limitare, e molto, i danni. Tra il 70 e il 20% c’è un mondo”.

Chi c’è oggi è in prigione?

“Purtroppo il carcere è un contenitore di questioni irrisolte”.

A cosa si riferisce?

“Parlo di povertà, di dipendenze, di malattie mentali. Più lo Stato si indebolisce, e rende più fragili le strutture sul territorio, il welfare, più deleghiamo tutto alla repressione. Ma è un’illusione”.

Qual è la fotografia delle carceri oggi?

“Quella di un mondo diseguale. Basta guardare i numeri: bassa alfabetizzazione, spesso nessun posto dove andare. È chiaro che una volta fuori, senza un accompagnamento, sostegno, si troveranno disorientate. Oggi stiamo ritornando a una situazione simile a quella del Regno d’Italia: in carcere c’è soprattutto marginalità”.

Che tipo di reati scontano i carcerati in Italia?

“La metà dei 60mila detenuti italiani sono in carcere per droga. Cinque su sei, parliamo di circa 50mila persone, se aggiungiamo a questa popolazione chi ha commesso reati contro il patrimonio o predatori. Droga, furti, rapine. Ovvero i reati con la più alta percentuale di recidiva”.

Quali sono le sue ricette?

“Prima di tutto bisogna ridare responsabilità ai detenuti. Il lavoro è un modo di affrancarsi, ma le percentuali sono molto basse. Ciò che accade spesso è il contrario: l’infantilizzazione di queste persone. Se trattiamo degli adulti come fossero bambini, se li teniamo a non fare niente, non usciranno mai dalla mentalità assistenzialista. Una volta fuori, si aspetteranno un sostegno che non arriverà. E quindi ritorneranno sulla vecchia strada”.

Cosa manca?

“Percorsi che indirizzino la seconda fase, il reinserimento. Penso a commissioni che seguano il detenuto, lo supportino ed eventualmente valutino se merita o no di compiere un percorso di riabilitazione. Una sorta di libertà vigilata, un organo di supporto e controllo. E fino a questo punto non ho ancora fatto cenno a un altro aspetto: che la pena debba tendere alla rieducazione lo dice la nostra Costituzione”.

Ritorniamo alla questione sicurezza. I reati diminuiscono, ma aumenta l’insicurezza. Come lo spiega?

“Da un lato è un meccanismo psicologico. La società italiana di trent’anni fa era molto più violenta, c’erano il doppio degli omicidi. Oggi ci sono meno crimini violenti. E l’allarme sociale arriva dalla minaccia alle cose. Un fenomeno tipico di una società che si è arricchita”.

Le periferie sono in forte sofferenza…

“Quando dico che non si può pensare di risolvere il problema sicurezza solo con il carcere, penso soprattutto alle periferie. Un tempo c’erano le parrocchie, i partiti. Oggi tutto questo non c’è più. Dobbiamo trovare vie per rendere il territorio vivo, ricreare un senso di comunità”.

Esistono soluzioni?

“Dovremmo investire nella battaglia contro la dispersione scolastica, finanziare chi intercetta ragazzini che stanno sulla strada invece di andare a scuola. Dovremmo lavorare sulle dipendenze, sostenere il lavoro e le strutture sul territorio. Più questi presidi vanno in difficoltà, più il senso di insicurezza crescerà. La scorciatoia repressiva piace perché è più rassicurante e immediata. In inglese è più facile che in italiano, dove l’ambiguità è anche linguistica. Sicurezza si dice con due parole: “security” e “safety”. Noi pensiamo molto alla prima, sperando che arrivi anche la seconda. Mai due concetti sono diversi. Non saremo più “safe” solo con politiche securitarie”.

Marco Grasso

Il Secolo XIX, 4 giugno 2019

Pagano: «Dal boss Turatello a Mani Pulite. I miei 40 anni di lavoro in carcere»


Non è stato solo un testimone, in 40 anni di carriera Luigi Pagano è stato anche un artefice del processo di cambiamento che ha investito il carcere in Italia, che però è ancora lontano da essere al passo con i tempi. Laurea in giurisprudenza, sposato, due figli, 65 anni, napoletano, Pagano è stato direttore di molti istituti, ultimo San Vittore per 15 anni. Dal 2004 è al vertice del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria della Lombardia, tranne la parentesi 2012-2016 in cui è stato vice capo del Dap nazionale. Il 1° maggio andrà in pensione.

Quarant’anni di carcere? Come c’è finito?
«Dopo un breve periodo da avvocato a Napoli, a 25 anni per caso vidi l’annuncio del concorso che poi ho vinto».

Primo incarico?
«Pianosa».

Isola bellissima, ma lavorarci a 25 anni non deve essere stato facile.
«Fu un impatto tremendo, c’era solo il carcere e io non ero mai entrato in un carcere in vita mia. Eravamo sotto Natale e il comandante degli agenti fece l’errore di portarmi nella sezione di massima sicurezza per fare gli auguri ai detenuti. C’erano i brigatisti del delitto Moro. Arrivarono minacce da tutte le parti, insulti. L’avevano presa per una provocazione».

Un trauma.
«Tremendo, anche per mia moglie che era incinta. Un detenuto lavorante un giorno le disse con molta gentilezza che le madri non avrebbero mai dovuto morire. Peccato che aveva sterminato la famiglia, madre compresa».

Poi?
«Nuoro. Arrivai dopo una rivolta con due morti e dopo che avevano sparato al vice questore all’uscita dal carcere. C’ero quando ammazzarono Francis Turatello, il criminale della mala milanese».

Cosa successe?
«Non lo potrò mai dimenticare. Erano in quattro ad accoltellarlo, tra cui Pasquale Barra (condannato per questo all’ergastolo ndr ). Scattò l’allarme e proprio quando raggiunsi il cortile gli diedero il colpo di grazia. In carcere, nonostante i forti controlli, allora entrava di tutto, coltelli, detonatori, esplosivo. C’era un clima pesantissimo».

Temeva per la sua vita?
«La paura è un sintomo vitale, l’importante è vincerla»

Altra sede?
«Asinara, riaperta solo per ospitare Cutolo ( glissa ) e Piacenza. Era il 1982 e fu arrestato Bruno Tassan Din, (ex amministratore delegato della Rizzoli-Corriere della Sera coinvolto nel crac del Banco Ambrosiano, ndr ). Quindi Brescia, dove per la prima volta il carcere si aprì all’esterno grazie anche all’allora ministro Mino Martinazzoli. Trasmettemmo dall’interno il Maurizio Costanzo show».

Nel ‘92 è a Milano. Mani pulite, Mario Chiesa in cella.
«L’avevo conosciuto come presidente del Pat per iniziative di lavoro per i detenuti».

La presenza dei colletti bianchi cambiò qualcosa?
«No. La maggior parte si unì agli altri detenuti i quali, però, li vedevano come corpi estranei».

Accade la tragedia del suicidio di Gabriele Cagliari.
«Credo che il carcere c’entri relativamente. Da quello che ho capito, fu una sua speranza di uscire che fu delusa, ma non c’erano avvisaglie di quello che sarebbe poi accaduto. Anche questa è una giornata che non dimenticherò. Fu come quando si addensa una tempesta. Dopo il suicidio di Cagliari, alla mattina, i detenuti sbatterono oggetti facendo rumore per molto tempo; la sera un altro detenuto si uccise nel centro neuropsichiatrico».

In carcere arrivò Sergio Cusani che a lungo avrebbe fatto parlare di sé.
«Con il quale ho avuto rapporti conflittuali, ma gli riconosco dignità. Affrontava il carcere come se prima non fosse esistito. Riteneva di poterlo cambiare. Non credo alle rivoluzioni d’impeto, ma alle conquiste giorno per giorno».

Cos’è oggi il carcere?
«Diverso da quando ci entrai. Allora era duro, ora i detenuti lavorano all’interno, come a San Vittore dove aprimmo il primo call center, possono accedere a internet, seppure con limitazioni, telefonare. Anche i detenuti sono diversi, sono tossicodipendenti e stranieri. A San Vittore per il 75% non sono italiani».

È comunque un luogo di punizione .
«È una delle contraddizioni che si porta dietro: pensare che una struttura chiusa per definizione, che isola rispetto al mondo possa nel contempo reinserire il condannato nella società come dice la Costituzione è difficile da capire. Le misure alternative, però, stanno dimostrando che la strada da seguire è questa: chi ne beneficia, uscito dal carcere, statisticamente ritorna molto meno a delinquere. Bisogna pensare anche a chi resta dentro. Il carcere non è la soluzione a tutti i mali».

Lei è stato vice capo del Dap. Che esperienza è stata?
«Coinvolgente. Abbiamo affrontato la sentenza Cedu sul sovraffollamento. Le istituzioni hanno lavorato insieme per risolvere un problema di civiltà ed economico. Se non avessimo dato risposte a Strasburgo l’Italia avrebbe dovuto sborsare 20-30 milioni di euro. Anche grazie ad alcune riforme, i detenuti scesero da 66 mila a 52 mila».

I detenuti l’hanno sempre rispettata. Che rapporto ha avuto con loro?
«Li trattavo come persone ricordando loro però che ero sempre un carceriere che, per quanto illuminato, non fa promesse e ti chiude dentro, anche se ha lavorato per cambiare il carcere e superarlo perché lo ritiene anacronistico per molte tipologie di detenuti».

Giuseppe Guastella

Corriere della Sera, 26 aprile 2019

Il carcere nel tempo della paura, il Giudice Maisto contesta le “linee programmatiche” del nuovo Capo del Dap


Il 5 dicembre 2018 il nuovo Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, ha inviato al personale del Dap le sue «Linee programmatiche», con una circolare in cui invita «ad adottare tutte le iniziative per garantire la tempestiva esecuzione delle disposizioni». Per fortuna nella Premessa del documento tali indicazioni sono qualificate solo come «tendenziali», perché, se invece fossero effettive, rappresenterebbero sicuramente una drammatica battuta di arresto del lungo e faticoso cammino di attuazione dell’Ordinamento penitenziario in senso costituzionale e una tragedia per gli scenari di un sistema carcerario futuro.

La Circolare restituisce un quadro eccessivamente desolante e caotico delle carceri senza tenere in nessun conto il passato più recente, caratterizzato dalla riduzione dei suicidi e degli autolesionismi, dall’adeguamento alle sentenze della Corte Edu e da tante pratiche virtuose promosse da quei territori oggi deprecati.

Il documento si presenta come il progetto di riorganizzazione, secondo criteri economici e di controllo verticistico del sistema, di una qualsiasi altra «macchina» amministrativa postmoderna e tecnologica, trascurando la specificità umana che connota «questa» amministrazione, deputata alla cura di persone in carne ed ossa, alla loro crescita responsabile ed attiva, e perciò orientata ai valori della Costituzione.
Alla programmata rigidità del sistema, monocentrico e standardizzato, non potrà che corrispondere un’inutile e dannosa inflessibilità verso i detenuti, con l’istituzione supplementare di «squadrette» di polizia penitenziaria – nuovi piccoli Gom («gruppi di intervento operativo dotati di equipaggiamento idoneo ad affrontare ogni possibile evento critico») – ed una maggiore applicazione di sanzioni disciplinari, sia con i divieti tipici del regime di sorveglianza particolare, sia con i trasferimenti da un penitenziario all’altro come strumento anomalo di punizione.

L’assetto prefigurato non è quello del carcere che rieduca, che responsabilizza per l’inserimento nel contesto sociale, perché mortifica il necessario pluralismo delle figure professionali penitenziarie. Un carcere improntato alla rigidità, con la previsione del monopolio dell’informazione attraverso la figura del Referente della comunicazione, la militarizzazione dei funzionari direttivi (copiando la legge di riforma della pubblica sicurezza del 1981), inquadrati nei ruoli della polizia penitenziaria.

Ulteriore elemento di separatezza dell’istituzione sarebbe l’implementazione della partecipazione a distanza dei detenuti alle udienze per evitarne la traduzione in nome dell’abolizione del fenomeno qualificato, erroneamente, «come tornelli o porte girevoli».

In un siffatto contesto la «popolazione detenuta», «i soggetti reclusi» verrebbero trasformati in «risorsa dell’amministrazione penitenziaria». Il presunto miglioramento della «qualità di vita» si ridurrebbe, così, alla restrizione degli spazi intramurari di libertà mediante la revisione della sorveglianza dinamica, ad una scelta «allargata» dei canali televisivi ed al massiccio aumento del lavoro di pubblica utilità non retribuito, a tutto vantaggio delle carceri e degli uffici giudiziari. Ritornerebbe così la prigione come disciplinamento dei corpi.

In una situazione di ripresa – crescente, rapida e non casuale – di quel sovraffollamento che mortifica la dignità del mondo umano delle galere, ci si limita ad evocare indefinite «soluzioni di minor impatto finanziario», dimenticando l’efficacia di una pur possibile sinergia con la Magistratura di sorveglianza per l’implementazione di quelle misure alternative alla detenzione che, comunque, rappresenterebbero una strategia diversificata del contrasto alla criminalità.

Francesco Maisto *

*Magistrato, già Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna

Il Manifesto, 2 gennaio 2019

Carceri: Sovraffollamento e suicidi, il 2018 annus horribilis. Oltre 60 mila detenuti e 67 suicidi


Il 2018 è stato un annus horribilis per le carceri italiane: sessantasette sono stati i detenuti che si sono tolti la vita, superando così gli anni 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 suicidi.

Solo negli ultimi giorni ci sono stati due detenuti che sono morti nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. Ma il 2018 è stato anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i reclusi sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017.

Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Incertezza sull’effettivo numero dei suicidi nelle carceri italiane avvenute nell’anno 2018. Annus horribilis per quanto riguarda i decessi visto che almeno 67 sono stati i detenuti che sono tolti la vita, superando così l’anno 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 sucidi. Due sono i detenuti che sono morti nel giro di pochi giorni nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. È Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale Radicali Italiani, candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria, ad aver diffuso per primo una nota sui recenti episodi avvenuti nel carcere di Bancali e, in particolare, sulla morte dell’algherese Omar Tavera che sembrerebbe avvenuta per una overdose. Quintieri informa inoltre di un altro tragico decesso, anche questo algherese. «Questa notte ( 30 dicembre, ndr) sono stato informato di altri due decessi avvenuti nei giorni scorsi presso la Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu” e tenuti “riservati” dall’Amministrazione penitenziaria. Dalle poche notizie che sono riuscito ad avere, si tratterebbe di due giovani detenuti di Alghero, morti a poche ore uno dall’altro, entrambi ristretti nell’Istituto Penitenziario di Sassari». Quintieri spiega che il 25 dicembre è deceduto il detenuto Omar Tavera, 37 anni, recluso per reati contro il patrimonio, violazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ed altro, trovato morto nella sua cella dal personale del Corpo di Polizia Penitenziaria: «Tavera -, il giorno della vigilia di Natale, l’aveva trascorso fuori dall’Istituto Penitenziario, grazie ad un permesso premio concessogli dal magistrato di Sorveglianza di Sassari. Pare che la causa del decesso sia una overdose. La Procura della Repubblica di Sassari, in persona del Pubblico ministero Mario Leo, informata del decesso, ha nominato un proprio consulente, il medico Legale Salvatore Lorenzoni, disponendo l’esame autoptico sulla salma ivi compresi gli esami tossicologici per accertare le cause della morte del detenuto. Al momento si procede per il reato di cui all’Art. 586 del Codice Penale “morte o lesioni come conseguenza di altro delitto”» . Il consulente tecnico incaricato dalla Procura della Repubblica di Sassari relazionerà in merito entro 90 giorni. Ma spunterebbe un altro suicidio di cui ufficialmente ancora non si ha contezza. «Pare che nelle ore successive – denuncia sempre Quintieri-, probabilmente il 26 o il 27 dicembre, ma di questo non ho ancora avuto alcun riscontro ufficiale, nel medesimo Istituto Penitenziario si sia suicidato tramite impiccagione, un altro detenuto algherese di 31 anni, Stefano C., da poco arrestato per reati contro il patrimonio. Nella Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”, al momento, a fronte di una capienza regolamentare di 454 posti, sono ristretti 424 detenuti ( 13 donne), di cui 142 stranieri. Tra i ristretti presenti nell’Istituto anche 90 detenuti sottoposti al regime detentivo speciale 41 bis O. P. ed altri 30 detenuti per terrorismo internazionale di matrice islamica. Sale così a 149 il numero dei “morti in carcere”, – conclude Quintieri – di cui 68 suicidi, avvenuti nel 2018». Quintieri parla di 68 persone che si sono uccise, perché include anche l’ultimo suicidio da lui segnalato.

Quindi c’è incertezza, numeri effettivi che non sono ufficiali. D’altronde il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non pubblica una lista ufficiale delle morti nel sito del ministero della Giustizia. Le notizie dei decessi sono difficili da reperire, non sempre arrivano comunicati ufficiali – di solito da parte dei sindacati della polizia penitenziaria – e quindi c’è difficoltà a stilare il numero reale delle morti in carcere. Da anni c’è la redazione di Ristretti Orizzonti che aggiorna ogni giorno la lista dei detenuti morti dal 2002 fino ai giorni nostri per cognome, età, data e luogo del decesso.

Ma il 2018 appena concluso è anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i detenuti sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017. Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Il sovraffollamento è però molto disomogeneo nel paese. Al momento la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 161%, seguita dalla Lombardia con il 137%. Se poi si guarda ai singoli istituti, in molti ( Taranto, Brescia, Como) è stata raggiunta o superata la soglia del 200%, numeri non molto diversi da quelli che si registravano ai tempi della condanna della Cedu.

«L’indirizzo dell’attuale governo – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone sembra quello di costruire nuovi istituti di pena. Costruire un carcere di 250 posti costa tuttavia circa 25 milioni di euro. Ciò significa che ad oggi servirebbero circa 40 nuovi istituti di medie dimensioni per una spesa complessiva di 1 miliardo di euro, senza contare che il numero dei detenuti dal 2014 ad oggi ha registrato una costante crescita e nemmeno questa spesa dunque basterà. Servirebbe inoltre più personale, più risorse, e ci vorrebbe comunque molto tempo». «Quello che si potrebbe fare subito sostiene Gonnella – è investire nelle misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo le persone recluse che potrebbero beneficiarne e finire di scontare la propria pena in una misura di comunità. Inoltre conclude il presidente di Antigone – andrebbe riposta al centro della discussione pubblica la questione droghe. Circa il 34% dei detenuti è in carcere per aver violato le leggi in materia, un numero esorbitante per un fenomeno che andrebbe regolato e gestito diversamente».

L’anno che si è concluso ha visto anche l’approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, a conclusione di un iter avviato dal precedente governo che aveva convocato gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale a cui avevano partecipato addetti ai lavori provenienti da diversi mondi. «Gran parte delle indicazioni uscite da quella consultazione – scrive Antigone – sono state disattese, in particolare proprio sulle misure alternative alla detenzione.

Tuttavia su alcuni temi si sono fatti dei piccoli passi avanti, ad esempio con la creazione di un ordinamento penitenziario per i minorenni». Antigone denuncia anche il discorso dello spazio vitale nelle celle. «L’elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso – scrive l’associazione- ma, nei 70 istituti per cui è conclusa, abbiamo rilevato che nel 20% dei casi ci sono celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3mq ciascuno». Continua anche a registrare carenza di personale, soprattutto gli educatori. «Negli istituti visitati – denuncia Antigone – c’è in media un educatore ogni 80 detenuti ed un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti. Ma in alcuni realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente ( Reggio Calabria ‘ Arghillà’) o a 206 detenuti per ogni educatore ( Taranto)».

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 2 gennaio 2019

Sabella (Giudice): Provenzano era un vegetale, il 41 bis andava revocato, non può essere strumento di tortura


“Il 41bis è uno strumento indispensabile, non perdiamolo solo perché lo applichiamo per vendetta o, peggio ancora, per gli umori del Paese”. Il magistrato Alfonso Sabella, ex sostituto procuratore del pool Antimafia di Palermo di Gian Carlo Caselli e ora giudice del Riesame a Napoli, queste parole le pronunciava anche due anni fa, quando il boss di Cosa nostra Bernardo Provenzano era ancora vivo. Ma Provenzano è rimasto al 41bis anche in coma: secondo i giudici era ancora pericoloso. Una decisione ora punita dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo, secondo cui il boss sarebbe stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti e che mette a rischio, secondo Sabella, lo stesso strumento.

Dottor Sabella, cosa ci dice questa sentenza?

Provenzano era in stato vegetativo, quindi che abbiamo utilizzato il 41bis come strumento di tortura. Le perizie, non solo quella di parte, ma anche quella del giudice e della Procura, attestavano che non era in condizione di dare nessun tipo di ordine dal carcere o di elaborare un pensiero diverso da “ho fame” e “ho sonno”.

Lei ha sostenuto sin da subito che andasse revocato…

Sì, proprio per salvare lo strumento. Non sono per l’idea che vada abolito, anzi: ritengo sia indispensabile per la lotta alla criminalità organizzata. Ma in quel caso, visto che ci si trovava davanti ad un vegetale, era indispensabile revocarlo. Era scontato l’esito di Strasburgo e basta un altro errore di questo tipo perché la Cedu ci dica che l’Italia usa il 41bis come strumento di tortura e non come strumento di salvaguardia di altri beni costituzionali.

È stata violata la sua dignità?

Provenzano è morto con dignità all’interno di una struttura sanitaria, la cosa però obiettivamente sgradevole è il fatto che si stato impedito ai suoi familiari di avere un contatto fisico con lui nelle ultime settimane della sua vita e di incontrarlo un po’ più frequentemente di una volta al mese e senza vetro divisorio. Non stiamo parlando del problema della detenzione, perché in carcere ci doveva stare, anche per la funzione retributiva della pena nel nostro ordinamento. Il problema è come ci doveva stare e credo che su questo la Corte abbia messo l’accento, soprattutto dopo che è stata accertata la sua condizione. La questione andava affrontata con molta laicità, perché era più che evidente che Provenzano non era capace di dare ordini alla sua cosca.

Perché non è stato revocato?

Si temevano le reazioni, perché era Provenzano. Invece revocare il 41bis a un vegetale è la cosa più normale del mondo. Se fosse stato in grado di dare ordini sarebbe stata un’aberrazione, ma è altrettanto aberrante averlo mantenuto ad un signore incapace di intendere e di volere.

È stato un problema di opinione pubblica più che di ordine pubblico, quindi?

Sì. Ma una cosa è la giustizia privata, una cosa è lo Stato. Uno Stato deve marcare la differenza con le organizzazioni criminali, non fa vendette, applica la legge, i principi fondamentali della nostra Costituzione e della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo. Altrimenti torniamo alla legge del taglione e chiudiamola qua.

Cosa cambierà dopo questa sentenza?

Io mi auguro che si tragga un insegnamento, cioè che il 41bis va limitato ai casi in cui c’è il pericolo che possano essere dati ordini all’esterno e quindi continuare a dirigere l’organizzazione criminale. A differenza di Provenzano, Salvatore Riina, ad esempio, è stato lucido fino all’ultimo istante, quindi è stato giusto mantenere il 41bis, per- ché in quel caso c’erano altri beni costituzionali a rischio.

Perché lo Stato non riesce ad applicare le sue stesse leggi?

Perché questo è un Paese che ragiona di pancia, senza pensare che la revoca del 41bis a Provenzano sarebbe stato un modo per tutelare lo stesso strumento, cioè applicandolo ai casi per cui è stato pensato. Ora, invece, c’è il rischio che la prossima volta in cui non avremo il coraggio di prendere delle decisioni impopolari ma giuste la Cedu dica che l’Italia si maschera dietro la scusa dell’ordine e della sicurezza pubblica per applicare uno strumento di tortura. E allora non potrà più stare nel nostro ordinamento. Se il ministro Orlando, all’epoca, avesse preso questa decisione, ci sarebbero state tante e tali di quelle polemiche da far cadere il governo.

I penalisti si dicono preoccupati in merito all’atteggiamento del nuovo governo sul tema. Qual è la sua opinione?

Non so come si sta muovendo, spero soltanto che non si agisca sempre sulla base delle pulsioni del momento, che forse possono portare qualche voto in più, ma che probabilmente fanno danni al Paese.

Simona Musco

Il Dubbio, 27 ottobre 2018