La Penna morì mentre era detenuto a Regina Coeli. Per la Cassazione devono essere risarciti i suoi familiari


Avrà conseguenze civilistiche, in tema di risarcimenti, la vicenda penale legata alla morte di Simone La Penna, detenuto a Regina Coeli e deceduto il 26 novembre 2009 all’interno del carcere. La quarta sezione della corte di Cassazione ha, infatti, assolto definitivamente il direttore sanitario del reparto sanitario del carcere, Andrea Franceschini, con la formula «per non avere commesso il fatto» e ha riconosciuto la estinzione per prescrizione delle accuse nei confronti del medico Andrea Silvano.
La suprema corte ha, però, fatto salvi ai fini degli effetti civili le condanne. In primo grado i due imputati erano stati condannati ad un anno di reclusione per omicidio colposo. Sentenza confermata dai giudici di secondo grado. La Penna, nel gennaio del 2009, venne portato nel carcere di Viterbo per scontare una condanna di due anni, quattro mesi e 29 giorni per detenzione di sostanze stupefacenti. Allora pesava 79 chili. Il 27 luglio venne ricoverato all’ospedale Sandro Pertini dove restò due giorni. La difesa, quindi, avanzò le richieste di arresti domiciliari ma furono respinte dal Tribunale di Sorveglianza, secondo il quale il regime detentivo era compatibile con il suo stato di salute. Le condizioni continuarono a peggiorare al punto che La Penna, dopo essere dimagrito 34 chili, venne trovato morto nella sua cella il 26 novembre di nove anni fa.
La sua vicenda fu accostata a quella di Stefano Cucchi morto mentre si trovava ricoverato all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre del 2009. «Questa drammatica storia – spiegano gli avvocati Sergio Maglio e Roberto Randazzo, legali di parte civile – ha caratteristiche sotto il profilo sanitario molto più gravi di quelle del caso Cucchi, e potrebbero riguardare anche un numero ben più cospicuo di casi, considerando che la morte del giovane avvenne a distanza di 9 mesi dalle prime ed evidenti manifestazioni dei disturbi alimentari accusati dal giovane».

Per costi fissi il 92% delle somme stanziate dall’Amministrazione Penitenziaria, ai detenuti solo briciole


Ministero Giustizia DAPGli agenti penitenziari ci costano troppo: dei 124 euro al giorno spesi dal Dap per detenuto nel 2013, solo 9 euro sono serviti a mantenere la persona perché le spese per il personale e l’edilizia carceraria si sono mangiate quasi l’intero budget. Il sovraffollamento carcerario, sebbene sia sceso, arriva ancora a contenere in qualche caso fino a 191 detenuti per cento posti letto. È quanto riporta Openpolis, associazione indipendente di open government e osservatorio civico della politica.

La spesa per le carceri – Solo il 7,5% dei 124 euro spesi nel 2013 per detenuto dall’amministrazione penitenziaria è servito a mantenerlo. Tutto il resto va a coprire i costi fissi a cominciare dalle spese per il personale pari a quasi 102 euro, l’82% della cifra complessiva: totale spiegato dalla riduzione del sovraffollamento carcerario.
Personale che per il 90% è rappresentato da agenti di custodia per un totale di oltre 40 mila unità contro i circa 30 mila di Francia e Inghilterra e i 25 mila della Spagna. La spesa per il mantenimento dei detenuti è invece un costo variabile in funzione del loro numero: 9,26 euro al giorno per ogni carcerato. Gli investimenti, tra cui la ristrutturazione degli istituti penitenziari o la costruzione di nuove carceri, hanno rappresentato il 5,6% della spesa pari a 6,90 euro. Le spese per beni e servizi, come quelle per le utenze e la manutenzione ordinaria degli immobili, valgono invece il 4,8% pari a poco meno di 6 euro.
Quanto al costo giornaliero per ogni carcerato, si nota che dal 2010 al 2013 il costo è stato costantemente contenuto dal 116 euro del 2010 ai 123 del 2013. Fa eccezione il 2007, l’anno successivo all’indulto dove il costo ad personam è schizzato fino a 190 euro in conseguenza della riduzione della popolazione carceraria.

Affollamento carceri – Oggi le nostre carceri hanno circa 17 mila detenuti in più rispetto a 24 anni fa: nel 1991 i carcerati erano oltre 35 mila, nel 2015 poco più di 52 mila. Se però si guarda al grafico dell’andamento del sovraffollamento carcerario descritto da Openpolis in questo arco di tempo ultraventennale, si nota come dal 1991, quando i carcerati erano oltre i 35 mila, si arrivi con un andamento medio sostanzialmente crescente agli oltre 59 mila del 2005 per poi scendere di colpo a 39 mila detenuti con l’indulto indetto nel 2006 dall’allora ministro della Giustizia Mastella. Numeri che risalgono addirittura di diecimila in diecimila nei due anni successivi fino ad arrivare al dato più recente di 52.164 nel 2015. Un trend ancora una volta sgonfiato di 10 mila rispetto ai 62 mila del 2012 per via di politiche legislative e istituzionali dell’anno scorso che in un caso hanno favorito gli arresti domiciliari per pene fino a tre anni e nell’altro potenziato lavori di pubblica utilità al posto del carcere.

Mancano ancora i posti letto – Al 30 giugno 2016, dai dati del ministero della Giustizia, risultano 54.072 persone detenute nei 193 istituti di pena in Italia. Un numero in diminuzione rispetto agli anni passati quando superavano i 60 mila ma comunque superiore ai 49.701 posti letto disponibili. E proprio in virtù della complessa questione degli spazi minimi di vivibilità per i detenuti e delle sue metodologie di calcolo recepite e ribadite da diverse sentenze della Corte di cassazione, il Garante nazionale dei diritti dei detenuti ha riportato la scorsa settimana l’esito dell’ultima sentenza in ordine di tempo della Corte europea dei diritti dell’uomo, la 3498 di questo novembre 2016.
Il provvedimento ribadisce che lo spazio minimo di 3 metri quadrati va considerato al lordo degli arredi, ma che questi, spesso fissi e ingombranti, devono consentire l’agevole circolazione dei detenuti all’interno della cella. La disponibilità di meno di tre metri quadri evidenzia infatti una “forte presunzione” della violazione del divieto assoluto di trattamenti inumani o degradanti. Una situazione da monitorare per non incorrere più in un caso come quello del 2013 quando la condanna dell’Italia da parte dell’alta Corte con la sentenza Torreggiani, ha disposto un equo indennizzo per quei detenuti che disponevano di uno spazio carcerario addirittura inferiore ai 3 metri quadri.

Marzia Paolucci

Italia Oggi, 28 novembre 2016

Legge Pinto, Cianfanelli (Radicali): “Lo Stato legifera per rendere quasi impossibili i risarcimenti”


Deborah Cianfanelli, Radicali ItalianiAncora una volta il nostro Stato non smentisce il suo oramai acquisito status di delinquente abituale a danno dei cittadini ed in costante spregio della Legge, preparandosi a nuove e certe condanne da parte della Corte europea dei Diritti dell’Uomo.

Sappiamo che l’Italia ha accumulato oltre 5.000 condanne per violazione dell’art. 6 in relazione alla durata dei processi. L’art. 6 così recita: “ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente ed imparziale, costituito per legge, il quale deciderà sia delle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa penale che le venga rivolta”.

La celere definizione dei giudizi è connaturata all’esplicazione dell’individuo nella società ed ogni ingiustificato ritardo incide pesantemente sulla qualità della vita dei cittadini in quanto determina una situazione di incertezza che la Corte di Strasburgo equipara ad un vero e proprio diniego di giustizia. La Legge Pinto nacque su sollecitazione della Corte europea quale rimedio meramente risarcitorio alla violazione dell’art. 6 da parte dello Stato italiano a danno dei cittadini.

A tale rimedio risarcitorio non sono mai conseguite, però, riforme strutturali tali da evitare la reiterazione della violazione che, ad oggi, continua a verificarsi.

Nel corso dei 14 anni di vigenza della Legge Pinto lo Stato italiano si è mostrato più preoccupato di legiferare in modo da non rendere effettivi i risarcimenti che di portare i nostri processi a tempi ragionevoli di definizione. In quest’ottica va anche l’ultima riforma proposta all’interno del disegno di Legge di Stabilità 2016 dove al titolo IX, art. 56, vengono introdotte tante e tali modifiche alla Legge Pinto da renderne molto difficile se non meramente eccezionale la possibilità di accesso e di conseguente riconoscimento del diritto ad un equo indennizzo per coloro che abbiano subito un procedimento la cui durata sia tale da essere in contrasto con l’Art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il nostro legislatore ha finalmente preso atto dei costi causati all’intera economia nazionale da un sistema giustizia che non funziona. Solo che, ancora una volta, anziché cercare di porre in essere dei rimedi strutturali in grado di riportare il nostro sistema giustizia sui binari della legalità e del rispetto dei diritti umani fondamentali, cerca di aggirare l’ostacolo rendendo inaccessibile la strada che porta ad ottenere almeno il risarcimento del danno a fronte del diritto leso. Per i soggetti che subiscono lesioni da parte dello Stato italiano, quindi, oltre al danno anche la beffa!

Ma vediamo nei dettagli le riforme alla legge Pinto che vengono proposte dalla Legge di stabilità. Il diritto ad ottenere l’equa riparazione del danno causato dall’irragionevole durata del processo viene innanzitutto limitato ai soggetti che, nel corso del processo, abbiano esperito i “rimedi preventivi” che vengono introdotti all’art. 1 ter. Ossia: introdurre il giudizio nelle forme del procedimento sommario di cognizione (ex 702 bis cpc); formulare richiesta di passaggio da rito ordinario a rito sommario (ex art. 183 bis) entro l’udienza di trattazione; laddove non si applichi il rito sommario di cognizione, ivi incluso l’appello, proporre istanza di decisione a seguito di trattazione orale ex 281 sexies cpc prima che siano decorsi i termini della ragionevole durata; nel processo penale aver depositato, a mezzo di procuratore speciale, istanza di accelerazione almeno sei mesi prima del decorso del termine ragionevole; nel processo amministrativo e nel processo davanti alla Corte dei Conti presentare istanza di prelievo sei mesi prima che siano decorsi i termini di ragionevole durata; nei giudizi davanti alla Corte di Cassazione depositare istanza di accelerazione due mesi prima dello spirare del termine ragionevole di durata; al di fuori di queste ipotesi diviene inammissibile la domanda di equa riparazione.

Inoltre vengono introdotti i casi nei quali l’indennizzo non è comunque dovuto: a favore della parte che ha agito o resistito in giudizio “consapevole della infondatezza originaria o sopravvenuta delle proprie domande o difese” e ciò anche al di fuori dei casi previsti di lite temeraria (quindi totale discrezionalità); nel caso art. 91 co 1 cpc, ossia se viene accolta la domanda nella misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa e il giudice condanna la parte che ha rifiutato immotivatamente la proposta; nel caso di cui art. 13 d. lgs 28/10 ossia quando il provvedimento che definisce il giudizio corrisponde al contenuto della proposta e viene esclusa la ripetizione delle spese della parte vincitrice che ha rifiutato la proposta; nei casi in cui il giudice abbia disposto d’ufficio il passaggio dal rito ordinario al rito sommario di cognizione ex art. 183 bis cpc; in ogni altro caso di abuso dei tempi processuali che abbia determinato un’ingiustificata dilazione dei tempi del procedimento. Questa è una vera e propria clausola di esclusione lasciata alla mera discrezionalità del giudicante.

Le modifiche non finiscono qui. Vengono infatti enumerate delle ipotesi nelle quali si “presume insussistente il pregiudizio da irragionevole durata del processo” salva prova contraria: per quanto riguarda l’imputato quando sia intervenuta la prescrizione del reato; nel caso di parte contumace; estinzione del processo per rinuncia o inattività delle parti; perenzione del ricorso nel processo amministrativo; nel giudizio amministrativo mancata presentazione della domanda di riunione nel giudizio presupposto e nel caso di introduzione di domande nuove connesse con altre già proposte; irrisorietà della pretesa o del valore della causa valutata in relazione alle condizioni personali della parte.

Quando la parte ha conseguito dalla irragionevole durata del processo vantaggi patrimoniali uguali o maggiori rispetto alla misura dell’indennizzo altrimenti dovuto. In particolare questi ultimi punti, oltre a riconfermare una totale discrezionalità nel determinare i casi di insussistenza del pregiudizio, evidenziano la totale mancanza nel nostro legislatore del concetto di giustizia e di lesione di diritti umani riconosciuti dalla convenzione europea, che appare sussistere solo ed esclusivamente quando sia economicamente apprezzabile! Come se tutto ciò non bastasse a perpetrare la violazione dell’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo da parte del nostro Stato, questa proposta di riforma va altresì ad intaccare il quantum del risarcimento (per i casi meramente residuali che abbiano avuto la fortuna di riuscire a superare il percorso ad ostacoli sopra delineato).

Stabilisce infatti che: “il giudice liquida una somma di denaro non inferiore a 400,00€ e non superiore a 800,00€ per ogni anno di causa che eccede il termine ragionevole….può essere incrementata fino al 20% per gli anni successivi al terzo e fino al 40% per gli anni successivi al settimo” detta somma viene poi diminuita del 20% se le parti sono più di 10 e del 40% se sono più di 50.

Ulteriori diminuzioni sono previste in caso di integrale rigetto delle richieste di parte ricorrente. È appena il caso di ricordare che nelle liquidazioni effettuate dalla Corte di Strasburgo questa ha individuato il parametro per la quantificazione dell’indennizzo nell’importo compreso tra € 1.000,00 ed € 1.500,00 per anno. Il percorso ad ostacoli prosegue anche in riferimento alle modalità di pagamento: il creditore deve rilasciare all’amministrazione debitrice una dichiarazione (il cui modello verrà predisposto dall’amministrazione entro il 30.10.16, unitamente all’elenco della documentazione che dovrà essere prodotta dal creditore), attestante la mancata riscossione di somme per il medesimo titolo, l’esercizio di azioni giudiziarie per il medesimo credito, l’ammontare degli importi che l’amministrazione è tenuta a corrispondere, la modalità di riscossione prescelta. Tale dichiarazione ha validità semestrale e va rinnovata. In mancanza, il pagamento non sarà emesso.

L’erogazione degli indennizzi avverrà entro sei mesi dalla data in cui sono assolti tutti gli obblighi da parte del creditore ed avverrà ove possibile per intero e comunque nei limiti delle risorse disponibili nei relativi capitoli di bilancio. Prima del decorso di questi sei mesi il creditore non potrà procedere esecutivamente né con giudizio di ottemperanza. Tutta questa manovra è paradossale e va nella direzione di una spudorata reiterazione nella violazione del diritto garantito dalla convenzione europea ad ottenere giustizia in tempi ragionevoli. Ciò che appare evidente è che la giustizia nel nostro Stato, oltre ad essere costantemente denegata, è oramai ridotta ad un concetto esistente solo in funzione del valore economico, o meglio della monetizzazione del diritto vantato, salvo oltretutto escogitare sempre nuovi elementi utili alla non corresponsione del dovuto ristoro.

Deborah Cianfanelli (Avvocato, Direzione Radicali Italiani)

http://www.radicali.it, 30 ottobre 2015

Confermato 41bis a Provenzano anche se in fin di vita “il regime duro tutela la sua salute”


Bernardo Provenzano arrestoIl boss di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, resta al 41 bis. Lo dice la Corte di Cassazione spiegando il motivo per cui lo scorso 9 giugno ha bocciato il ricorso del boss. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, puntualizzando che le condizioni di salute del detenuto sono “gravi” ma se Provenzano lasciasse il ricovero in regime di carcere duro, all’Ospedale San Paolo di Milano in camera di sicurezza, per andare in un reparto ospedaliero comune, sarebbe a “rischio sopravvivenza”, per le cure meno dedicate.

Le patologie di cui soffre Provenzano sono “plurime e gravi di tipo invalidante”, evidenziano i giudici della suprema corte in riferimento al grave decadimento cognitivo, ai problemi dei movimenti involontari, all’ipertensione arteriosa, a una infezione cronica del fegato, oltre alle conseguenze degli interventi subiti per lo svuotamento di un ematoma da trauma cranico, per l’asportazione della tiroide e per il tumore alla prostata.

La Cassazione ha confermato il 41 bis nella sentenza 38813, che è stata depositata oggi. Ma secondo la Cassazione Provenzano “risponde alle terapie”. Il regime duro, tradendo la sua originaria finalità, sarebbe diventato, a quanto pare, una modalità necessaria alla vita dell’uomo che per decenni è stato in cima alla lista dei ricercati e che ora è solo un essere inerte e incosciente.

Provenzano e lo Stato che non c’è. Lettera di Rosalba Di Gregorio, Avvocato del boss mafioso in fin di vita

Caro direttore, ieri la Cassazione, dando ragione al Tribunale di Sorveglianza di Milano e respingendo il mio ricorso, ha deciso che Bernardo Provenzano, ridotto praticamente a un “vegetale”, dovrà rimanere rinchiuso in regime di 41bis. Come suo avvocato avevo chiesto non la sospensione della pena, ma la detenzione nello stesso ospedale San Paolo di Milano dove è detenuto (essendo Provenzano intrasportabile) così da togliere il vetro e permettere ai familiari di salutarlo prima che muoia.

Il Tribunale di Sorveglianza, avallato ora dalla Cassazione, ha invece ritenuto, spiegando di avere a cuore la sua salute, che al 41bis Provenzano è meglio curato. Lo trovo aberrante. La verità è che spostarlo in lunga degenza, come da me chiesto, avrebbe significato toglierlo dal 41bis, eventualità invisa al ministro della Giustizia, che nei mesi scorsi ha rinnovato il carcere duro a un detenuto che è ormai un cadavere, incapace di intendere e di volere e con il figlio a fargli da amministratore di sostegno. Si teme davvero che un “vegetale” possa ancora mandare messaggi all’esterno e dirigere Cosa Nostra? Non è questo lo Stato forte che vogliamo.

Avv. Rosalba Di Gregorio

Il Tempo, 25 settembre 2015

Lecce, “condizioni disumane in cella”. Lo Stato condannato a risarcire un detenuto


Carcere di LeccePer la prima volta un giudice del Tribunale civile ha condannato, accogliendo il ricorso di un detenuto assistito dall’avvocato Alessandro Stomeo, il ministero della Giustizia a risarcire un detenuto con oltre novemila euro per i danni patiti per effetto della detenzione subita in violazione dell’articolo 3 Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), determinato dalla ristrettezza dello spazio vivibile all’interno della cella detentiva. Una sentenza, quella emessa dal giudice Federica Sterzi Barolo della prima sezione civile del Tribunale di Lecce, che traccia una nuova era e fa da punto di chiusura nell’ambito della vicenda che ha visto al centro di una battaglia legale la condizione di sovraffollamento degli istituti di pena italiani.

Una lunga e complessa vicenda giudiziaria iniziata nel 2011, quando un giudice del Tribunale di sorveglianza di Lecce (chiamato per la prima volta a esprimersi in materia) aveva condannato, con una sentenza definita epocale, l’amministrazione penitenziaria a risarcire un detenuto tunisino, recluso nel carcere di Borgo San Nicola, con una cifra pari a 220 euro (sulla base di una sentenza della Cedu), affermando che la violazione dell’articolo 3 comporta per lo Stato un obbligo risarcitorio. “Lesioni della dignità umana, intesa anche come adeguatezza del regime penitenziario, soprattutto in ragione dell’insufficiente spazio minimo fruibile nella cella di detenzione”. Queste le motivazioni con cui Il giudice aveva accolto il ricorso del legale del detenuto, l’avvocato Alessandro Stomeo, che aveva evidenziato le condizioni disumane e degradanti in cui i carcerati erano costretti a vivere, dividendo in tre una cella di circa 11,50 metri quadri, dotata di una sola finestra ed un bagno cieco sprovvisto di acqua calda, con il riscaldamento in funzione d’inverno per una sola ora al giorno, e le cui grate sono chiuse per ben 18 ore. Il terzo dei letti a castello presenti nella cella si trovava inoltre a soli 50 centimetri dal soffitto, privando di ogni possibilità di movimento il detenuto. La novità assoluta era rappresentata dal fatto che il magistrato di Sorveglianza riteneva di poter quantificare e liquidare il danno a titolo di indennizzo.

Successivamente la Cassazione penale, su istanza dall’avvocatura dello Stato, ha stabilito che il magistrato di Sorveglianza, pur potendo accertare la violazione, non può quantificare o liquidare il danno derivato, indicando il tribunale Civile come competente al risarcimento per violazione dell’articolo 3 Cedu. Sul fronte normativo la Corte europea ha imposto all’Italia di eliminare la condizione di sovraffollamento e di prevedere una norma che consenta, a chi ha subito il trattamento disumano, di ottenere un risarcimento. La legge 117/2014 ha introdotto l’articolo 35 ter della legge 354/1975, recependo l’imposizione di Strasburgo. La norma prevede che il magistrato di Sorveglianza, accertata l’eventuale violazione dell’articolo 3 Cedu, risarcisca con un giorno di sconto pena (ogni 10 espiati) i detenuti, ovvero con 8 euro al giorno per i soggetti liberi che non hanno pena da espiare.

Nel secondo caso, quando il detenuto è libero, l’istanza deve essere proposta al Tribunale civile che deve accertare la violazione dell’articolo 3 e quindi risarcire nella misura indicata. Da qui la decisione dell’avvocato Stomeo di avviare in sede civile alcuni procedimenti. La sentenza pronunciata nei giorni scorsi è la prima in materia. Prima d’ora mai un Tribunale civile si era pronunciato sulla vicenda, quindi mai vi era stato l’accertamento della condizione di violazione dell’art. 3 e il conseguente risarcimento. Il giudice ha condannato lo Stato a risarcire un detenuto italiano con 9.328 euro per il periodo tra il dicembre 2006 e il giugno 2013 (1166 giorni per 8 euro). Una sentenza cui presto potrebbero seguirne molte altre.

Andrea Morrone

lecceprima.it, 11 settembre 2015

La scarcerazione non può essere condizionata alla disponibilità del braccialetto elettronico


Corte di cassazione1Non si può subordinare la scarcerazione di un imputato, considerato “adatto” ai domiciliari, alla disponibilità del braccialetto elettronico. Con un netto cambio di rotta la Corte di cassazione (sentenza 35571, depositata ieri), dispone l’immediata scarcerazione di un detenuto, al quale il Tribunale della libertà aveva revocato il carcere sostituendolo con la misura meno afflittiva, condizionandola però all’applicazione della “cavigliera”. Un paletto non di poco conto visto che l’imputato doveva restare in carcere “fino all’avvenuta positiva verifica delle condizione per l’installazione”.

Il ricorrente si era venuto a trovare, dunque, nella situazione vissuta da migliaia di detenuti in “lista d’attesa” per ottenere il dispositivo elettronico che apre le porte del carcere. Inutilmente, visto che i braccialetti, messi a disposizione dal ministero dell’Interno, non bastano. L’Osservatorio carceri dell’Unione camere penali aveva sollevato il problema denunciando l’illegale detenzione di chi, pur avendo ottenuto i domiciliari deve restare in cella per la carenza del mezzi di controllo. Secondo i penalisti condizionare i domiciliari alla disponibilità del dispositivo elettronico è incostituzionale, perché comporta una disparità di trattamento tra persone che si trovano nella stessa situazione: solo chi è arrivato prima dell’esaurimento scorte ha potuto lasciare il carcere. Molti i ricorsi, fondati sullo stesso argomento, finiti in Cassazione. Ma la Suprema corte, fino a ieri, li aveva sempre respinti. L’ultima sentenza con la quale i giudici di piazza Cavour avevano negato i domiciliari è del 9 gennaio scorso. Nel ricorso, oltre a eccepire il contrasto con la Carta, si faceva presente che la fruizione di una maggiore libertà non poteva dipendere dalle esigenze di spesa della Pubblica amministrazione.

La Suprema corte aveva però sottolineato che, secondo la costante giurisprudenza, con il braccialetto elettronico non è stata introdotta una nuova misura coercitiva ma solo “una mera modalità di esecuzione di una misura cautelare personale”. Il braccialetto – chiarivano i giudici – rappresenta una cautela che il giudice può adottare per valutare la capacità dell’indagato di autolimitare la sua libertà di movimento e non certo per rafforzare il divieto di non allontanarsi dalla propria abitazione. Nel vecchio corso la Cassazione aveva affermato che il rigetto della richiesta di concessione dei domiciliari, motivato dalla mancanza del dispositivo, non viola la Costituzione perché “l’impossibilità della concessione degli arresti domiciliari senza braccialetto dipende pur sempre dall’intensità delle esigenze cautelari, comunque ascrivibile alla persona dell’indagato”. Inoltre, non si può pretendere che lo Stato predisponga un numero indeterminato di braccialetti pari a quello dei detenuti per i quali può essere utilizzato.

Ieri, però, la Suprema corte ha invertito la rotta, precisando che del braccialetto si può anche fare a meno. Una conclusione raggiunta partendo proprio dal ragionamento con il quale in passato era stata affermata la necessità del dispositivo e del quale ora si sottolinea un’anomalia: se il giudice decide di adottare il mezzo elettronico, consapevole che non è una misura coercitiva ulteriore e non serve a evitare la “fuga” ma solo a “testare” la capacità dell’imputato di autolimitarsi, assumendo l’impegno di installare il braccialetto, allora vuol dire che a suo giudizio le esigenze cautelari possono essere soddisfatte anche con misure diverse dal carcere. È dunque già superata la presunzione per la quale, basandosi sul reato, il carcere era stato considerato una cautela ragionevole. Per questo la Cassazione ordina l’immediata scarcerazione del ricorrente, con una sentenza probabilmente destinata a fare da apripista per migliaia di richieste di scarcerazione.

Da un’indagine sul territorio dell’Osservatorio carceri delle Camere penali, coordinato dall’avvocato Riccardo Polidoro, risulta, infatti, che le soluzioni indicate dall’Autorità giudiziaria sono diverse: la via più percorsa era, almeno fino a ieri, il mantenimento in carcere.

Patrizia Maciocchi

Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2015

Corte di Cassazione, Sezione IV, Sent. n. 35571 del 25/08/2015

Carceri, i Detenuti AS di Parma “Siamo chiusi come maiali in piccole celle che puzzano di water”


Cella Carcere ItaliaSiamo i detenuti del Reparto di Alta Sicurezza del carcere di Parma. Siamo già tanti, ma vogliono trasferire altri dal carcere di Padova”.

Lettera inviata al Capo dello Stato, al Ministro della Giustizia, al Capo dell’amministrazione Penitenziaria, ai Magistrati di Sorveglianza di Reggio Emilia, al Direttore della Casa di reclusione di Parma, al Garante dei diritti dei detenuti Emilia-Romagna. Per conoscenza al senatore Luigi Manconi e altri.

Siamo i detenuti del Reparto di Alta Sicurezza della Casa di reclusione di Parma. Abbiamo deciso di rivolgerci a voi dopo essere venuti a conoscenza del fatto che la sezione dì alta sicurezza di Padova sarà dimessa e che i detenuti di quel reparto – secondo notizie giornalistiche – verranno trasferiti presso il reparto di alta sicurezza del carcere di Parma. Vogliamo, innanzitutto rivolgerci a voi in termini civili, quei termini che ci consentono di affrontare una comunicazione responsabile e cosciente atta a fare conoscere e comprendere quali sono le difficoltà che segnano la nostra quotidianità. Gli argomenti che tratteremo, per quanto complessi, sono indissolubilmente legati alla vivibilità all’interno delle celle e alla qualità della vita al di fuori di esse. La sezione di alta sicurezza del carcere di Parma, attualmente ospita 27 detenuti, per una capienza max di 25 posti.

Tra gli ospiti qui reclusi, 19 sono ergastolani, i rimanenti 8 scontano condanne ventennali o trentennali. Nel computo dei 27 ci sono persone affette da malattie debilitanti, altri soffrono di problemi psi-co-fisici-claustrofobici, altri ancora sono studenti universitari, infine ci sono individui con discrete condizioni fisiche. Per tutti, nessuno escluso, vale il principio del rispetto della dignità umana. Dignità citata nelle premesse delle regole penitenziarie europee del 2006, ma anche all’art. 18 (I locali di detenzione e, in particolare, quelli destinati ad accogliere i detenuti durante la notte devono soddisfare le esigenze di rispetto della dignità umana e, per quanto possibile, della vita privata e rispondere alle condizioni minime richieste in materia di sanità e di igiene, tenuto conto delle condizioni climatiche, segnatamente per quanto riguarda la superficie e la cubatura).

Noi stiamo chiusi in cella 20 ore su 24. Le 4 ore sono assegnate ai passeggi. Locali questi non idonei ad ospitare 27 persone, se si considerala superficie minima disponibile per ogni maiale che, secondo la direttiva Cee 91/630 (recepita dall’Italia) è di 6 metri quadri. Le celle detentive, per capienza, possono ospitare solo un detenuto. Se all’interno venissero collocate 2 persone lo spazio disponibile calpestabile pro-capite scenderebbe sotto i 3 metri quadri, spazio calcolato al netto dell’ingombro del mobilio. La cella è provvista di un piccolo wc privo di finestra. Il ricambio d’aria dovrebbe avvenire attraverso un aeratore, ma questo non avviene e giornalmente chi vive stipato in due all’interno della stessa cella è costretto a respirare gli odori maleodoranti causati dai bisogni fisiologici del compagno di cella. Per le operazioni di pulizia corporale la porta del wc rimane aperta. Abbiamo costatato l’impossibilità di lavarsi nel lavabo con la porta chiusa. Questa situazione non è sufficientemente adeguata ad assicurare un minimo di privacy.

Ai fini della determinazione dello spazio individuale minimo intra-murario, la giurisprudenza nazionale ha precisato che, dalla superficie lorda della cella debba essere detratta la superficie occupata dagli arredi, individuando nel suolo calpestabile il parametro di calcolo. Una misura questa calcolata sulla base del criterio di 9 mq per singolo detenuto, più 5 mq per gli altri. Lo stesso spazio per cui in Italia viene concessa l’abitabilità alle abitazioni, condizione più favorevole rispetto ai 7 mq per singolo detenuto più 4 mq – stabiliti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura – per gli altri. (Fonte Dap, Ufficio per lo sviluppo e la gestione del sistema informativo statistica e automazione di supporto dipartimentale).

Sulla questione spazio individuale esiste una elaborazione giurisprudenziale da parte della: Corte di Cassazione, magistratura di Sorveglianza di Padova, magistratura di Sorveglianza di Verona. Tra gli aspetti della qualità della vita di noi detenuti del reparto di alta sicurezza da segnalare la mancanza di una biblioteca, di una scuola, di lavoro, l’esclusione alle nomine a Commissioni esterne, a corsi professionali finalizzati.

Ma la questione dell’inumanità della pena non si esaurisce nello spazio messo a disposizione a una persona in carcere, ma vanno contemplati altri parametri, tra i quali spicca quella evidenziata nello standard del Comitato per la prevenzione della tortura, che, nello specifico, afferma: “Tra i 3 ed i 7 mq a disposizione la disumanità è inversamente proporzionale al grado di implementazione di una serie di fattori compensativi, il primo fra tutti è assicurare che i detenuti possano trascorrere una ragionevole parte della giornata – 8 ore o più – fuori dalla cella occupati in attività motivanti di vario tipo.

Per i condannati i regimi dovrebbero essere di livello ancora più elevato”. In considerazione di quanto descritto pare opportuno rivelare che l’eventuale – quanto probabile – arrivo di altri detenuti restringerebbero i già esigui spazi vitali in cella e se lo spazio recluso diventa incapace di garantire lo spazio vitale, viola la dignità umana. Ci appelliamo alla vostra sensibilità e vi chiediamo una pena coerente con la dignità umana, spazi di vita umani, trattamento umano, riconoscimento pieno di diritti, salvaguardando l’integrità psico-fisica della persona qui detenuta, nel rispetto dell’articolo 27 della Costituzione.

I detenuti: Avarello Giovanni – Cavallo Aurelio – Mafrica Giovanni – Stolder Ciro – Piscopo Giuseppe – Di Girgenti Antonino – Farraioli Domenico – Barranca Giuseppe – Testa Domenico – Donatiello Giovanni – Pulcinelli Ciro – Rua Gianfranco – Reitano Roberto – Favara Corrado – Gangitano Andrea -Romeo Antonio – Benigno Salvatore – fiocchetti Gaetano – Bevilacqua Fioravantio – Donatello Giovanni – Capozza Luigi – Sorrento Antonio – Morelli Domenico – Di Bona Enzo – Mazzara Vito.

Il Garantista, 25 giugno 2015

Lettera Detenuti AS1 Parma (clicca per leggere)