Catanzaro, detenuto psichiatrico tenta il suicidio. Ricoverato in rianimazione


Di nuovo il carcere diventa teatro di una tragedia. Di nuovo il sistema insiste nel voler tenere in gabbia una persona gravemente affette da disturbi psichiatrici, bisognose di cura ed assistenza.

La trama è questa: prima il carcere di Paola, poi il “Panzera” di Reggio Calabria, dopo l’istituto penitenziario del capoluogo e infine l’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro. Si evolve così la tragica storia di un detenuto di origine cosentina che nei giorni scorsi ha tentato il suicidio nel carcere di Catanzaro. Ed oltre al danno la beffa: a quanto pare, sembrerebbe che alla moglie sia stata negata la possibilità di avere un colloquio con suo marito.

A farlo sapere è Emilio Quintieri (Radicali Italiani), che proprio tempo fa ha chiesto all’Amministrazione penitenziaria un’adeguata sorveglianza custodiale e un sostegno morale e psicologico per il detenuto.

Ma accade quello che si voleva evitare: l’uomo, 49 anni e condannato per estorsione, cerca di mettere fine alla propria vita. Immediato il trasporto d’urgenza al nosocomio catanzarese, dove ora è ricoverato in rianimazione.

Non è finita, perché tra i protagonisti della vicenda c’è anche la moglie del detenuto. E’ lei che, appena saputo di quanto successo, si precipita nell’ospedale catanzarese. La Polizia Penitenziaria, però, le avrebbe negato di poterlo vedere ed avere dai medici notizie sulle condizioni di salute dell’uomo ricoverato, nonostante fosse stato autorizzata.

Quintieri ha inviato una informativa al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti, Mauro Palma, sollecitando una visita ispettiva con la massima urgenza.

Edoardo Corasaniti

La Nuova Calabria – 4 novembre 2019

Zagrebelsky: Ergastolo ostativo non superabile, impedisce al Giudice di valutare la posizione del detenuto nel suo complesso


La questione sull’ergastolo ostativo riguarda il diritto a che il giudice possa prendere in esame la posizione del detenuto nel suo complesso, in tutti gli aspetti che in concreto presenta nel corso dell’esecuzione della pena. Le polemiche che hanno accompagnato la sentenza della Corte europea dei diritti umani sull'”ergastolo ostativo” possono ora essere accantonate in attesa della prossima decisione della Corte costituzionale, che deciderà se il regime di quel tipo di pena contrasti con l’art. 27 della Costituzione.

La sentenza della Corte costituzionale sarà certo accolta da critiche di un segno o dell’altro a seconda del suo tenore. Ma almeno non si potrà dire – come con leggerezza è stato fatto per la Corte europea – che la sua sentenza dimostra che quei giudici non conoscono la realtà italiana e giudicano su cose che ignorano.

Il quesito cui risponderà la Corte Costituzionale, infatti, è stato sollevato da giudici italiani, specificamente competenti nella materia. Si tratta della Corte Cassazione e del Tribunale di Sorveglianza di Perugia, per casi di diniego dei permessi premio che l’art. 30-ter dell’Ordinamento penitenziario ammette come “parte integrante del programma di trattamento”, ma che sono esclusi per i condannati per una serie di reati (di mafia e terrorismo, ma anche contro la pubblica amministrazione e altri ancora, che nulla hanno a che vedere con mafia e terrorismo), a meno che il condannato non collabori con l’autorità, ricostruendo pienamente i fatti e indicando i suoi complici.

La possibilità di ammissione a permessi premio del detenuto che se li merita, è funzionale del programma di rieducazione. Nello stesso senso si sono da tempo pronunciate sia la Corte costituzionale, che la Corte europea. L’art. 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Il caso deciso dalla Corte europea dei diritti umani riguardava invece l’impossibilità per il condannato all’ergastolo di vedere esaminata dal giudice la sua domanda di liberazione condizionale (dopo 26 anni di detenzione) per la sola ragione, assolutamente impeditiva, che non ha collaborato con l’autorità. Assolutamente impeditiva significa che qualunque altra considerazione, relativa al caso concreto, è irrilevante.

La questione che la Corte Costituzionale deciderà è in sostanza la stessa affrontata dalla Corte europea, anche se le norme di riferimento (della Costituzione e della Convezione europea dei diritti umani) sono diverse. Per la Corte costituzionale si tratta del contrasto con la finalità rieducativa della pena e per la Corte europea del carattere inumano di un ergastolo che esclude il condannato dalla possibilità di accesso a quell’aspetto del trattamento rieducativo che è rappresentato dai benefici penitenziari e rende irrilevante ogni progresso che il detenuto compia, a meno che non collabori con l’autorità. È l’irrilevanza di ogni risultato del processo rieducativo, organizzato dall’amministrazione penitenziaria e cui il detenuto deve partecipare, che rende quel tipo di ergastolo “senza speranza” e quindi, secondo la giurisprudenza della Corte europea, inumano.

Nel giudizio avanti la Corte Costituzionale, come in quello della Corte europea non si tratta naturalmente di decidere se i condannati abbiano diritto ai permessi premio o alla libertà condizionale. La questione riguarda il diritto a che il giudice possa prendere in esame la posizione del detenuto nel suo complesso, in tutti gli aspetti che in concreto presenta nel corso dell’esecuzione della pena. Secondo la Corte europea la mancata collaborazione è certo un elemento rilevante, ma può essere equivoca in concreto, per esempio perché motivata dal timore di ritorsioni da parte dell’ambiente criminale cui il detenuto ha appartenuto o perché solo opportunistica.

L’inidoneità della mancata collaborazione a offrire una prova non equivoca di pericolosità e di persistente appartenenza al gruppo criminoso, in ogni caso e a prescindere dalla possibile esistenza di prove di segno diverso, è la ragione per cui la Corte europea ha ritenuta eccessiva, rispetto allo scopo legittimo di prevenzione del crimine, la condizione non superabile in alcun modo di collaborazione con l’autorità. È cioè l’esclusione della valutazione del giudice competente nella materia, che produce una non giustificata esclusione dei detenuti da momenti importanti del trattamento rieducativo e rende irrilevante ogni sviluppo della personalità, nel corso dei lunghi anni di carcere.

Dirà la Corte costituzionale se l’esclusione senza eccezione e senza valutazione giudiziaria dai benefici che sono funzionali alla rieducazione contrasta con la finalità propria di ogni pena. Per la Corte europea nei casi di ergastolo ostativo quando non vi sia stata collaborazione con l’autorità, l’inumanità di quel tipo di pena deriva dalla troppo rigida e automatica esclusione dei benefici che fanno parte del trattamento del detenuto e di ogni rilevanza di qualunque progresso rieducativo eventualmente dimostrato da fatti diversi dalla collaborazione con l’autorità.

Vladimiro Zagrebelsky

Magistrato, già Giudice presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2019

Attacco “radicale” al Senatore Magorno: «Sull’ergastolo ostativo ha cambiato idea… »


Nella vita si può (e per certi aspetti si deve) cambiare idea ma è possibile farlo in modo “evolutivo” verso sponde diametralmente opposte a quelle per cui ci si è battuti e ci si è spesi mettendoci la faccia? Si possono scrivere battaglie ideologiche fondanti un giorno con la mano sinistra e qualche giorno più in là con quella destra? Il dibattito è eternamente aperto ma in politica è più complesso uscirne. Resta traccia e ti rinfacciano tutto. Tant’è che poi la domanda di cui sopra torna a galla: si può voltar faccia in materie “essenziali”? Se lo chiede, e lo chiede soprattutto al senatore renziano Ernesto Magorno, il militante e dirigente radicale Emilio Quintieri.

Materia pesante e compromettente, al centro del dibattito. Trattasi dell’ergastolo ostativo, sentenza storica e recente della Corte di Strasburgo che ha mandato su tutte le furie una importante fetta di inquisitori, a partire dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Ma che ha visto anche il coinvolgimento mediatico di una parte politica del campo, divisa tra le bottiglie di spumante dei garantisti e “premialisti” etici da un lato e i duri dall’altro. Tra questi ultimi, tra quelli cioè che senza appello hanno condannato (sulla linea di Gratteri) la sentenza della Corte di Strasburgo (a proposito dell’ergastolo ostativo) anche il “nostro” senatore Ernesto Magorno, ovviamente renziano per chi non ne avesse contezza. Che assume una posizione ferma e rigida a proposito della materia così delicata in termini di diritti essenziali e primordiali da garantire anche in presenza di crimini e criminali conclamati. Questo per dire che il dibattito è e resta aperto ma che per Magorno, paradossalmente, aperto non era per niente qualche tempo fa.

E già perché proprio Emilio Quintieri ricorda in un lungo post di qualche giorno fa che il Magorno di oggi è lo stesso di quello di qualche tempo fa che, coinvolto sul punto esattamente opposto a quello per cui ora si batte, aveva messo la sua firma d’appartenenza. Sì, è proprio così. Quintieri ricorda che proprio lui nel 2015 ha interpellato e coinvolto Magorno (ottenendone la partecipazione) in una proposta di legge (prima firmataria Bruno Bossio) che andava esattamente nella direzione che oggi la Corte di Strasburgo ha “bendetto” e che fa infuriare il Magorno di oggi. Anche la battaglia del Magorno di ieri è alla base dell’incazzatura del Magorno di oggi. Nel 2015 protagonista del testo di legge che oggi maledice come concetto, dopo la sentenza del Tribunale europeo. Al punto che Quintieri, dopo aver riproposto il testo di legge del 2015 sull’ergastolo ostativo nel suo post conclude cosi, «certo che la coerenza è cosa completamente sconosciuta all’onorevole Magorno… ».

Redazione Il Fatto di Calabria – 11 ottobre 2019

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Il Governo: ripristinate le Scuole nelle Carceri della Provincia di Cosenza. Quintieri (Radicali) andrò subito a verificare


“In tutti gli Istituti Penitenziari sono stati attivati percorsi didattici completi, in numero tale da consentire di accogliere tutti gli iscritti, nel rispetto della normativa vigente sul numero minimo d’iscritti per ciascuna classe.” Questo è quel che ha riferito l’On. Giuseppe De Cristofaro, Sottosegretario di Stato all’Istruzione, all’Università ed alla Ricerca del Governo Conte II, in risposta all’Interrogazione Parlamentare n. 5/02198 del 30 maggio 2019 dagli Onorevoli Alessandro Fusacchia (Più Europa) e Gabriele Toccafondi (Italia Viva), sollecitata da Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, all’esito delle visite effettuate insieme all’esponente radicale Valentina Anna Moretti, negli Istituti Penitenziari di Paola, Cosenza, Castrovillari e Rossano, interessati da provvedimenti di soppressione e/o riduzione dell’offerta formativa per i detenuti da parte dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Cosenza.

Il Governo ha risposto alla Camera dei Deputati durante la seduta della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione lo scorso 9 ottobre, sulla base delle notizie fornite dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria. In particolare, ha riferito che con Circolare Ministeriale n. 422 del 28 marzo 2019, è stato disposto che “in ogni caso, l’attivazione nell’ambito delle risorse dell’organico di autonomia, di almeno un primo periodo didattico in ciascun Istituto di Prevenzione” per cui, in coerenza con la stessa, l’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria ha attivato, per l’anno scolastico 2019/2020, almeno un primo periodo didattico in ciascuno degli Istituti Penitenziari. In più, è stato possibile attivare almeno un secondo periodo didattico e un terzo periodo didattico, quale percorso conclusivo del percorso di studi. Più in dettaglio, il Sottosegretario all’Istruzione De Cristofaro, ha riferito che sono stati autorizzati i seguenti percorsi:

 CASA CIRCONDARIALE DI CASTROVILLARI

 “Nella sezione carceraria di Castrovillari, sono stati autorizzati due primi periodi didattici, due secondi periodi didattici e due terzi periodi didattici, relativamente all’indirizzo professionale alberghiero e all’indirizzo tecnico di meccanica e meccatronica”. E’ stato precisato che “la proposta avanzata dalle istituzioni scolastiche di riferimento, in organico di diritto, risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero di iscrizioni pari a 91, è stata richiesta l’autorizzazione di 17 classi, con una media di 5 iscritti per classe.”

CASA DI RECLUSIONE DI ROSSANO

“Nella sezione carceraria di Rossano sono stati autorizzati tre primi periodi didattici, un secondo periodo didattico e un terzo periodo didattico, di cui un primo periodo didattico per l’indirizzo professionale alberghiero (di nuova istituzione) e due primi, un secondo e un terzo periodo didattico per l’indirizzo tecnico di meccanica e meccatronica. Anche in questo caso, la proposta avanzata dall’istituzione scolastica di riferimento, in organico di diritto, risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero complessivo di iscrizioni comunicate pari a 131, è stata richiesta l’autorizzazione di 11 classi con una media di 11 iscritti per classe.”

CASA CIRCONDARIALE DI COSENZA

“Nella sezione carceraria di Cosenza sono stati autorizzati due primi periodi didattici, due secondi periodi didattici e un terzo periodo didattico, di cui un primo, un secondo e un terzo periodo didattico per l’indirizzo professionale alberghiero e un primo e un secondo periodo didattico per l’indirizzo tecnico di amministrazione, finanza e marketing. Similmente, la proposta avanzata dall’istituzione scolastica di riferimento, in organico di diritto, risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero complessivo di iscrizioni comunicate pari a 79, è stata richiesta l’autorizzazione di 9 classi, con una media di 8 iscritti a classe.”

CASA CIRCONDARIALE DI PAOLA

“Nella sezione carceraria di Paola sono stati autorizzati due primi periodi didattici, un secondo periodo didattico e un terzo periodo didattico per l’indirizzo professionale alberghiero. Stessa circostanza per la proposta avanzata dall’istituzione scolastica di riferimento, in organico di diritto, che risulta non conforme ai parametri minimi prescritti dalla normativa vigente laddove, a fronte di un numero complessivo di iscrizioni comunicate pari a 105, è stata richiesta l’autorizzazione di 9 classi, con una media di 11 iscritti per classe.”

Nei prossimi giorni, autorizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, annuncia il radicale Quintieri, andrò subito a verificare di persona se le circostanze riferite al Governo dall’Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria siano veritiere perché alcuni numeri esposti dall’On. De Cristofaro, mi sembrano sbagliati, come ad esempio quelli relativi alla Casa di Reclusione di Rossano ove, per quanto mi risulta, i detenuti iscritti a corsi di istruzione secondaria superiore all’epoca dei fatti – secondo dati ufficiali – erano 165 e non 131 come invece rappresentato (95 detenuti Alta Sicurezza Itis, 55 media sicurezza Itis e 15 media sicurezza Ipseoa). Qualora dovessi riscontrare difformità rispetto a quanto comunicato, relazionerò immediatamente a tutte le Autorità competenti, oltre a sollecitare la presentazione di un nuovo atto di sindacato ispettivo alla Camera dei Deputati. Per il momento ringrazio gli Onorevoli Fusacchia e Toccafondi per l’Interrogazione nonché il Sottosegretario De Cristofaro per la risposta fornita.

Permessi premio a detenuto, polemiche indegne del Consiglio Regionale e del Garante dell’Infanzia della Calabria


Leggo che il Consiglio Regionale della Calabria, nella seduta di ieri 10 ottobre, ha approvato un Ordine del Giorno di iniziativa del Consigliere Regionale Giuseppe Giudiceandrea (Democratici Progressisti), “Sulla vicenda sollevata dal padre di Fabiana Luzzi”, a quanto pare firmato da tutti i Capigruppo ed i Consiglieri Regionali presenti in Aula. In particolare, con il suddetto Ordine del Giorno, il Consiglio Regionale, ha deciso di contestare la concessione dei permessi premio a Davide Morrone, condannato per l’assassinio della giovanissima Fabiana Luzzi, di soli 16 anni, avvenuto il 24 maggio 2013 a Corigliano. “Era ciò che dovevamo al papà ed alla famiglia di Fabiana Luzzi e di tutte le donne vittime di femminicidio e violenza in Calabria” ha detto il Consigliere Regionale Giudiceandrea il quale ha riferito in Aula che l’assassino “sia uscito dal carcere ed è stato sottoposto ad una misura restrittiva meno afflittiva avendo già usufruito di ben tre permessi premio. Il fatto che in queste occasioni i genitori della 16enne che uccise, possano incontrarlo per le strade della propria città oltre ad essere assurdo, come lo trovano assurdo i familiari della giovane donna uccisa, contempla la possibilità di atti e schieramenti di affronto e violenza potenziale fra le persone, e la città di Corigliano Rossano non merita questo latente stato di tensione”.

“Benché nel rispetto della legge e della separazione dei Poteri dello Stato – ha continuato il Capogruppo di Democratici e Progressisti nel suo intervento – occorre un fermo intervento del Presidente e di tutta la Giunta, affinché anche per motivi di ordine pubblico oltre che di rispetto per le vittime di femminicidio in questo Paese, si facciano promotori di qualsiasi azione presso il Prefetto ed il Ministro di Grazia e Giustizia, affinché questa odiosa anomalia abbia fine, nel rispetto di chi ha diritto al recupero pieno al tessuto sociale dopo aver scontato la pena inflittagli dall’ordinamento giudiziario, ma anche e soprattutto della comunità di Corigliano Rossano, delle donne già vittime di violenza, di quelle che potrebbero subirla ma soprattutto alla famiglia di Fabiana Luzzi, la cui giovane vita, è bene ricordarlo ancora una volta, venne spezzata con inaudita violenza e nessuna umana pietà”.

Nei giorni precedenti anche il Garante Regionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Calabria Antonio Marziale, ha ritenuto opportuno intervenire pubblicamente in merito “sui permessi premio concessi all’assassino di Fabiana Luzzi, l’adolescente arsa viva dal fidanzato, anch’egli minorenne all’epoca dei fatti. Non voglio e, d’altro canto, non potrei, entrare nelle maglie del diritto, ma penso sia psicologicamente e socialmente sbagliata la tempistica. In cinque anni un soggetto non può maturare un pentimento pieno, non può interiorizzare il crimine commesso, che è da annoverarsi fra i più cinici mai compiuti”. “Certamente i magistrati hanno applicato quanto previsto dalla legge e indubbiamente il detenuto sarà fuori dal carcere prima dei 18 anni e 7 mesi cui l’ha condannato la Corte di Cassazione. Dunque, è dovere dello Stato metterlo in condizione di rientrare nella società quanto più possibilmente ravveduto e senza rappresentare un pericolo. Temo, però – ha precisato Marziale – che la concessione di premi così ravvicinati produca effetti più nefasti che positivi e, soprattutto, fa male ad una ferita ancora non rimarginata. Occorre tempo per lenire un dolore così forte, che non passerà mai del tutto, ed occorre altresì tempo perché chi ha ucciso con tanta ferocia elabori il male fatto”. Per il Garante Regionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Calabria, “è necessario che il legislatore cominci seriamente a pensare ad una revisione di tali modalità, che vanificano, così come adesso sono poste in essere, il continuo perpetuarsi di convegni e manifestazioni contro il femminicidio. Non si può chiedere alla comunità educante di fare leva sulle giovani generazioni se poi lo Stato è così tanto velocemente magnanimo contro chi uccide, minorenne o maggiorenne che sia. La prevenzione è importante, ma non più della repressione”.

Oramai è diventato di moda, cavalcare l’onda populista, facendo demagogia e disinformazione per riscuotere gli applausi del popolo sovrano, soprattutto quello analfabeta ed incivile, anche per affrontare tematiche molto particolari e delicate, come quella in questione, di cui non si conosce proprio nulla. Questa ondata di sdegno e polemica, pur comprensibile da parte dei familiari della vittima, non è invece tollerabile da parte delle Istituzioni Pubbliche ed ancor di più da parte di chi, almeno in teoria, dovrebbe essere il Garante della promozione e tutela dei diritti delle persone di minore età, tra cui quelle private della libertà personale.

Preliminarmente, ebbene chiarire che Davide Morrone, non è mai stato sottoposto ad alcuna “misura restrittiva meno afflittiva” come affermato dal Consigliere Giudiceandrea perché la sua posizione, sin dal maggio 2013, è quella di persona detenuta in regime inframurario. Quindi nessuna “attenuazione” dello status detentionis vi è mai stata sino ad oggi per il condannato che sta continuando ad espiare la giusta pena (18 anni di reclusione) che gli è stata inflitta dall’Autorità Giudiziaria competente per l’orrendo delitto di cui si è reso responsabile durante la minore età, commesso per futili motivi per contrasti sentimentali, senza alcuna premeditazione e con la diminuente del vizio parziale di mente (gli è stato riscontrato una “grave patologia psichiatrica”) che ha grandemente scemato, senza del tutto escluderla, la capacità di intendere e di volere, come sentenziato sia dalla Sezione Minorenni della Corte di Appello di Catanzaro (17/12/2014) che dalla Corte Suprema di Cassazione (01/03/2016). Morrone, già da subito, infatti, per come dimostrano le relazioni psicologiche e comportamentali degli specialisti dell’Amministrazione Penitenziaria (Istituti Penitenziari Minorili di Catanzaro e Torino), ha posto in essere “un percorso progressivamente diretto alla presa di coscienza e di sincero pentimento rispetto al delitto commesso”.

Non c’è alcuna “odiosa anomalia” (come la chiama il Consigliere Regionale Giudiceandrea) di cui debba occuparsi il Prefetto o il Ministro della Giustizia poiché l’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali nonché la concessione di benefici o misure penali di comunità, spetta esclusivamente all’Autorità Giudiziaria e, nel caso specifico, alla Magistratura di Sorveglianza Minorile (e non ad altre Autorità Amministrative o Politiche).

Quanto alle affermazioni del Garante Marziale che sollecita il legislatore a rivedere le modalità di concessione dei benefici ai detenuti, sicuramente non conosce che il legislatore proprio di recente, dopo un lungo e travagliato percorso – ad oltre quarant’anni di distanza dall’Ordinamento Penitenziario (Legge n. 354/1975 del 26/07/1975) e da quella disposizione transitoria dell’Art. 79 che estendeva la disciplina esecutiva prevista per gli adulti anche ai condannati minorenni – ha finalmente approvato l’Ordinamento Penitenziario Minorile con Decreto Legislativo n. 121/2018 del 02/10/2018, in attuazione dell’Art. 1 comma 81, 83 e 85 lett. p) della Legge delega n. 103/2017 del 23/06/2017, raccogliendo le sollecitazioni provenienti dalla Corte Costituzionale che già dal 1992 segnalava al Parlamento che l’assenza di ogni diversificazione nel regime trattamentale tra adulti e minorenni comprometteva «quell’esigenza di specifica individualizzazione e flessibilità del trattamento che l’evolutività della personalità del minore e la preminente funzione educativa richiedono» (Corte Costituzionale, Sentenza n. 125/1992 del 25/03/1992) nonché le indicazioni provenienti dalle fonti di diritto europeo ed internazionale relative ad una giustizia penale “a misura di minore” (Regole di Pechino del 1985, Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, Regole dell’Avana del 1990, Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei minori del 1996, le Raccomandazioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, etc.), già da tempo ratificate dall’Italia. Non si capisce, dunque, quale “revisione” il legislatore dovrebbe effettuare, visto che è stata appena varata (non è trascorso nemmeno un anno) una “legge speciale” relativa all’esecuzione penale minorile che regolamenta anche i “permessi premio” (si chiamano così perché differiscono dai “permessi di necessità” concedibili eccezionalmente per eventi luttuosi) ed in virtù della quale il detenuto Morrone, ha ottenuto la concessione dei benefici premiali !

Infatti, lo stesso, trovandosi ristretto prima in custodia cautelare e poi in espiazione di pena dal maggio 2013 ad oggi, ha “scontato” 6 anni di reclusione, ai quali vanno aggiunti i semestri per la liberazione anticipata pari ad 1 anno e 6 mesi, quindi 7 anni e 6 mesi di pena espiata rispetto ai 18 anni di reclusione che gli sono stati comminati. Orbene, l’Art. 30 ter c. 4 lett. b) dell’Ordinamento Penitenziario del 1975 prevede che al detenuto condannato ad una pena superiore a 4 anni di reclusione per poter avere accesso ai “permessi premio”, oltre ad una serie di requisiti, debba aver espiato almeno un quarto della pena (7 anni e 6 mesi sono più di un quarto di 18 anni). Qualcuno dirà (anzi lo ha già detto), ma si tratta di un omicidio per cui essendo reato ostativo (Art. 4 bis O.P.) avrebbe dovuto espiare almeno metà della pena ed invece così non è perché la “legge speciale” (Ordinamento Penitenziario Minorile del 2018) che deroga quella generale, all’Art. 2 c. 3, prevede che «Fermo quanto previsto all’Articolo 1, comma 1, ai fini della concessione delle misure penali di comunità e dei permessi premio e per l’assegnazione al lavoro esterno, si applica l’Articolo 4 bis, commi 1 e 1 bis, della Legge 26 luglio 1975, n. 354 e successive modificazioni.» Il reato di omicidio (Art. 575 c.p.) non rientra né nel comma 1 né nel comma 1 bis ma nel comma 1 ter dell’Art. 4 bis O.P. per cui si applica, come detto, l’Art. 30 ter c. 4 lett. b) O.P. che per l’ammissione al beneficio premiale prevede l’aver espiato almeno un quarto della pena in esecuzione.

Naturalmente per poter fruire dei benefici premiali, non basta solo aver espiato la pena, occorre avere mantenuto regolare condotta, non essere socialmente pericolosi, partecipato al trattamento e che tali benefici siano inclusi nel “progetto di intervento educativo” elaborato dall’Istituto Penitenziario Minorile in cui si è ristretti, secondo il principio della personalizzazione delle prescrizioni e della flessibilità educativa, previo ascolto del condannato, utile al recupero sociale e alla prevenzione del rischio di commissione di ulteriori reati. Tale progetto viene costantemente aggiornato, considerati il grado di adesione alle opportunità offerte, l’evoluzione psicofisica e il percorso di maturazione e di responsabilizzazione, assicurando la graduale restituzione di spazi di libertà in funzione dei progressi raggiunti nel percorso di recupero. Ciò in piena linea con quanto, tra l’altro, stabilisce la Convenzione delle Nazioni Unite del 1989 che riconosce al minore condannato «il diritto ad un trattamento tale da favorire il suo senso della dignità e del valore personale» e prescrive da ultimo che la detenzione o l’imprigionamento devono «costituire un provvedimento di ultima risorsa ed avere la durata più breve possibile».

Sempre con riferimento alla “tempistica” di concessione del permesso premio, sollevata dal Garante Regionale dell’Infanzia (evidentemente, per lui, sono pochi 7 anni e 6 mesi di carcerazione), mi pare doveroso evidenziare come per il condannato alla pena dell’ergastolo siano richiesti, per l’ammissione ai benefici premiali, solo 10 anni di pena espiata. Credo che, detto questo, non ci sia più bisogno di aggiungere altro al riguardo !

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

La Corte di Strasburgo boccia l’ergastolo ostativo. Il Dap : su 1.633 ergastolani, 1.106 sono ostativi, 156 dei quali al 41 bis


Il Collegio della Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, nella sua ultima seduta del 7 ottobre, ha deciso di respingere il ricorso proposto dal Governo Italiano contro la sentenza pronunciata il 13 giugno 2019 nella causa Marcello Viola contro Italia (ricorso n. 77633/16) dalla Prima Sezione della stessa Corte, presieduta dal Presidente, il greco Linos-Alexandre Sicilianos, con la quale veniva dichiarata la illegittimità convenzionale del carcere a vita, cd. “ergastolo ostativo” con l’Art. 3 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali che proibisce, in termini assoluti, la tortura ed ogni altro trattamento o pena inumana e degradante.

Il ricorrente, Marcello Viola, di Taurianova (Reggio Calabria), condannato all’ergastolo con due anni e due mesi di isolamento diurno per diversi omicidi, associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, occultamento di cadavere ed altro (anche se lui si è sempre proclamato innocente), ininterrottamente detenuto dal 1996 ed attualmente ristretto presso la Casa di Reclusione di Sulmona (L’Aquila), è stato rappresentato dall’Avvocato Antonella Mascia del Foro di Verona e dagli Avvocati Barbara Randazzo e Valerio Onida del Foro di Milano. Viola, per circa 6 anni (per la precisione dal 22 luglio 2000 al 23 marzo 2006), è stato sottoposto anche al regime detentivo speciale 41 bis, poi revocato a seguito della decisione emessa dal Tribunale di Sorveglianza di L’Aquila (il 14 marzo 2006). In più occasioni (nel 2011 e nel 2015) ha chiesto alla Magistratura di Sorveglianza di L’Aquila di poter fruire dei permessi premio previsti dall’Art. 30 ter dell’Ordinamento Penitenziario nonché della liberazione condizionale, istituto previsto dall’Art. 176 del Codice Penale. Ma ogni sua richiesta è stata rigettata (anche dalla Corte di Cassazione nel 2016) poiché, pur avendo espiato il quantum di pena stabilito, mantenuto regolare condotta e partecipato al trattamento rieducativo predisposto dall’Amministrazione Penitenziaria (tra l’altro si è laureato in biologia, medicina e chirurgia e, da ultimo, si è iscritto al corso di laurea in economia aziendale), non aveva mai inteso collaborare con la Giustizia ex Articolo 58 ter dell’Ordinamento Penitenziario, condizione indispensabile sia per essere ammesso ai benefici premiali che alla liberazione condizionale, secondo quanto stabilito dall’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. L’ergastolano Marcello Viola, in circa 30 anni della sua carcerazione, è stato detenuto negli Istituti Penitenziari di Reggio Calabria, Vibo Valentia, Asinara, Palmi, Messina, Livorno, Novara, Torino, Ascoli Piceno, L’Aquila e Sulmona.

A questo punto, il ricorrente, atteso che l’Italia non offriva alcuna possibilità di riduzione della pena per i condannati all’ergastolo per uno dei reati di cui all’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, avendo esaurito le vie giurisdizionali interne, si è rivolto alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per lamentare che la sua detenzione era in contrasto con l’Art. 3 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali. Viola, nel suo ricorso, rappresentava alla Corte di Strasburgo che non aveva la possibilità di ottenere nemmeno la grazia, prevista dall’Art. 174 del Codice Penale, poiché il Presidente della Repubblica non ha mai utilizzato tale potere nei confronti di nessuno dei condannati all’ergastolo ostativo, circostanza che non è stata smentita in alcun modo dal Governo Italiano il quale, durante il giudizio, ha cercato di contestare le affermazioni del ricorrente sostenendo che la pena dell’ergastolo era de jure e de facto riducibile e non perpetua, come peraltro ribadito in diverse sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione italiana.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, premesso che la dignità umana, che si trova al centro stesso del sistema messo in atto dalla Convenzione, impedisce di privare una persona della sua libertà in maniera coercitiva senza operare nel contempo per il suo reinserimento e senza fornirgli una possibilità di recuperare un giorno tale libertà, ha ritenuto che la pena dell’ergastolo inflitta al ricorrente, in applicazione dell’Articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, detta «ergastolo ostativo», limiti eccessivamente la prospettiva di liberazione dell’interessato e la possibilità di un riesame della sua pena. Pertanto, tale pena perpetua, contrariamente a quanto sostenuto dal Governo Italiano, non può essere definita riducibile ai fini dell’Articolo 3 della Convenzione e, per l’effetto, rigettate le eccezioni formulate dal Governo Italiano, ha dichiarato a sei voti contro uno (quello del Giudice polacco Krzysztof Wojtyczek), cioè a larghissima maggioranza, che vi è stata violazione all’Art. 3 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, condannando l’Italia, anche al pagamento delle spese sostenute dal ricorrente, quantificate in 6.000 euro, da versare entro tre mesi dal momento in cui la sentenza diverrà definitiva.

Secondo il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, attualmente negli Istituti Penitenziari italiani, sono ristretti 60.894 detenuti, di cui 36.903 con posizione giuridica definitiva. Tra questi, gli ergastolani “puri” (cioè quelli condannati alla pena dell’ergastolo su cui non pende alcun altro giudizio definitivo) sono 1.633, di cui 1.106 sono ergastolani “ostativi”, ai sensi dell’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Inoltre, dei 1.633 ergastolani definitivi, 773 sono in carcere da oltre 20 anni e 454 da oltre 25 anni; dei 1.106 ergastolani ostativi, 628 sono in carcere da oltre 20 anni e 375 da oltre 25 anni. Infine, gli ergastolani definitivi condannati anche per associazione a delinquere di stampo mafioso ex Art. 416 bis del Codice Penale sono 944, quelli ai quali è applicato anche il 41 bis sono 101 in carcere da oltre 20 anni e 55 in carcere da oltre 25 anni. Alla pena in concreto espiata, deve aggiungersi anche la liberazione anticipata ex Articolo 54 dell’Ordinamento Penitenziario per cui gli ergastolani ristretti da oltre 20 anni, hanno superato i 25 anni di carcerazione, mentre quelli ristretti da oltre 25 anni, hanno superato i 30 anni di reclusione.

Nelle prossime settimane e, più precisamente, il 22 ottobre 2019, a seguito di due ordinanze remissive sollevate dalla Corte di Cassazione il 20 dicembre 2018 e dal Tribunale di Sorveglianza di Perugia il 28 maggio 2019, la Corte Costituzionale (Giudice Relatore Nicolò Zanon) all’esito della Udienza Pubblica in cui, tra gli altri, interverranno il Garante Nazionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, l’Associazione Radicale Nessuno Tocchi Caino e l’Unione delle Camere Penali Italiane, si dovrà pronunciare sulla legittimità costituzionale dell’Articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario ritenuto in contrasto con gli Articoli 3 e 27 della Costituzione, nella parte in cui esclude che il condannato all’ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all’Articolo 416 bis del Codice Penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste di cui sia stato partecipe, che non abbia collaborato con la Giustizia, possa essere ammesso alla fruizione di un permesso premio.

Emilio Enzo Quintieri

Corte Edu, I sez., sent. 13 giugno 2019, Viola c. Italia (clicca per scaricare)

Comunicato della Cancelleria della Corte sulla decisione della Grande Chambre del 08 ottobre 2019 (clicca per scaricare)

Garante regionale dei detenuti Calabria, Tar non concede sospensiva. Questioni giuridiche, nuove e rilevanti, impongono approfondimento


Per il momento il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti in Calabria resta in carica. Ma la battaglia prosegue ed alla fine, sono certo, che la Giustizia Amministrativa mi darà piena soddisfazione !

Il TAR di Reggio Calabria (Criscenti Presidente – Relatore, Caudullo e Scianna Referendari) non ha concesso la misura cautelare richiesta (sospensione del decreto di nomina) perché ritiene che per me non ci sarebbe “alcun concreto ed attuale vantaggio considerata, tra l’altro, la pluralità di candidature pervenute ed ammesse”.

Per quanto riguarda, invece, il merito sarà fissata (spero a breve) una apposita udienza per la discussione del ricorso. Con una precisazione : il TAR, nella breve motivazione riportata nell’ordinanza, ha detto chiaro (contrariamente a quanto sostenuto dalle difese della Regione Calabria e del Garante Regionale) che ritiene che “le questioni giuridiche prospettate, per la loro novità e rilevanza, necessitano di un adeguato approfondimento in sede di merito”.

Come avevo già detto, non esistono precedenti nella giurisprudenza amministrativa né a livello regionale (con qualsivoglia riferimento a nomine e/o altri incarichi di competenza della Regione Calabria) né a livello nazionale. Peraltro, tengo a ribadire, che il ricorso, allo stato, non è stato ritenuto né irricevibile né inammissibile né manifestamente infondato (come erroneamente sostenuto dalle difese delle controparti) !

Ringrazio l’Avv. Fabio Spinelli del Foro di Paola, mio difensore di fiducia, per l’ottima assistenza sino ad ora prestata.