Carceri, Incostituzionale negare qualsiasi beneficio ai condannati all’ergastolo ostativo


È incostituzionale negare qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati all’ergastolo per aver causato la morte di una persona sequestrata a scopo di estorsione, terrorismo o eversione, prima che abbiano scontato almeno 26 anni di detenzione. La preclusione assoluta è intrinsecamente irragionevole alla luce del principio stabilito dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, secondo il quale le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Lo ha affermato la Corte Costituzionale nella sentenza n. 149 depositata oggi 11 luglio 2018 (Presidente Giorgio Lattanzi e Giudice Relatore Francesco Viganò), con la quale è stato dichiarato incostituzionale l’articolo 58 quater, comma 4, della Legge n. 354/1975 sull’Ordinamento Penitenziario là dove si applica ai condannati all’ergastolo per i due “reati ostativi” previsti dagli articoli 630 e 289 bis del codice penale.

La questione era stata sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia, al quale un condannato all’ergastolo per sequestro a scopo di estorsione e omicidio della vittima aveva chiesto di poter accedere al regime di semilibertà avendo trascorso più di 20 anni in carcere, dove si era meritevolmente impegnato in attività lavorative e di studio. In primo luogo, i giudici costituzionali hanno ritenuto che la norma sovvertisse indebitamente la logica di progressività con cui, secondo il vigente ordinamento penitenziario, il condannato all’ergastolo deve essere aiutato a reinserirsi nella società, attraverso benefici che gradualmente attenuino il regime carcerario, favorendone contatti via via più intensi con l’esterno del carcere. Di regola, infatti, già dopo avere scontato 10 anni di pena, l’ergastolano, se mostra una fattiva partecipazione al programma rieducativo, può beneficiare dei primi permessi premio e può essere autorizzato a uscire dal carcere per il tempo strettamente necessario a svolgere attività lavorativa all’esterno delle mura penitenziarie. In caso di esito positivo di queste prime esperienze, dopo 20 anni l’ergastolano “comune” può essere ammesso al regime di semilibertà, che consente di trascorrere la giornata all’esterno del carcere per rientrarvi nelle ore notturne; e dopo 26 anni, qualora abbia dato prova di sicuro ravvedimento, può finalmente accedere alla liberazione condizionale.

La norma ora dichiarata illegittima – con riferimento ai soli condannati all’ergastolo per i reati considerati – appiattiva invece all’unica e indifferenziata soglia temporale dei 26 anni la possibilità di accedere a tutti questi benefici, impedendo così al giudice di valutare il graduale progresso del condannato nel proprio cammino di reinserimento sociale. In secondo luogo, la Corte ha evidenziato come la norma rinviasse irragionevolmente al ventiseiesimo anno di carcere gli sconti di 45 giorni, previsti per ogni semestre di pena espiata, in caso di positiva partecipazione del condannato all’opera di rieducazione. Nei casi di ergastolo “comune”, questi sconti possono invece essere utilizzati per anticipare il momento di accesso ai diversi benefici penitenziari (permessi premio, lavoro all’esterno, semilibertà). La norma ora dichiarata illegittima eliminava ogni pratico incentivo, solo per queste speciali categorie di ergastolani, a impegnarsi sin dall’inizio della pena nel cammino di risocializzazione. Infine, la Corte ha censurato il rigido automatismo stabilito dalla norma, che impediva al giudice di valutare i progressi compiuti da ciascun condannato, sacrificando così del tutto la funzione rieducativa della pena sull’altare di altre, pur legittime, funzioni. La sentenza sottolinea, in particolare, come siano incompatibili con il vigente assetto costituzionale norme “che precludano in modo assoluto, per un arco temporale assai esteso, l’accesso ai benefici penitenziari a particolari categorie di condannati (…) in ragione soltanto della particolare gravità del reato commesso, ovvero dell’esigenza di lanciare un robusto segnale di deterrenza nei confronti della generalità dei consociati”; ed evidenzia come le conclusioni da essa raggiunte siano coerenti con gli insegnamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui gli Stati hanno l’obbligo “di consentire sempre che il condannato alla pena perpetua possa espiare la propria colpa, reinserendosi nella società dopo aver scontato una parte della propria pena”.

Corte Costituzionale – Sentenza nr. 149/2018 (clicca qui per leggere)

Garante dei Detenuti, il Consiglio Regionale della Calabria esamina due proposte di Legge


La Prima Commissione “Affari istituzionali, Affari Generali e normativa elettorale”, presieduta dal Consigliere Regionale Franco Sergio venerdì scorso 28 aprile ha esaminato le due Proposte di Legge: la prima (n. 34/10^) a firma del Presidente del Consiglio Regionale Nicola Irto e la seconda (221/10^) d’iniziativa del Presidente della stessa Commissione, Franco Sergio, finalizzate all’istituzione del Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale e dell’Osservatorio Regionale per le Politiche Penitenziarie.

«La figura del Garante – ha spiegato Sergio – risulta essere un riferimento diretto per tutti coloro che si trovano, per ragioni di giustizia, limitati nella libertà personale. Quindi, figura di mediazione dotata di autorevolezza istituzionale, autonoma sia rispetto all’amministrazione penitenziaria che a quella giudiziaria, indipendente, in grado d’intervenire, di propria iniziativa, ovvero su richiesta, per migliorare le condizioni detentive e per consentire all’interno delle stesse strutture, l’esercizio dei diritti essenziali dell’uomo (vita, dignità, salute, religione, famiglia, istruzione, formazione, lavoro e risocializzazione). Allo stesso tempo – ha sottolineato il presidente della Commissione – il Garante deve svolgere un ruolo di promozione, di stimolo, e di diffusione culturale del rispetto e della tutela dei diritti. Tale figura assume ancor più valore in considerazione sia del sovraffollamento certificato in molti degli istituti penitenziari calabresi, che in virtù dell’alta percentuale di immigrati che renderebbe necessaria l’introduzione della figura del mediatore culturale, capace di interagire sia all’interno delle carceri che all’esterno nelle relazioni interistituzionali».

In relazione alle due proposte normative sono stati acquisiti i contributi, corredati da specifica documentazione, dell’Avvocato Gianpaolo Catanzariti, Referente territoriale dell’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali Italiane e del dott. Emilio Enzo Quintieri, attivista per i diritti dei detenuti del Movimento Nazionale Radicali Italiani. Nel fornire alcune indicazioni integrative, entrambi hanno espresso «apprezzamento per l’intervento normativo, auspicando tempi celeri di trattazione ed approvazione di un testo unificato». Quintieri, a nome dei Radicali Italiani, ha proposto di adottare come “testo base” la proposta di legge d’iniziativa del Consigliere Sergio con alcune piccole modifiche migliorative che la Commissione Consiliare terrà in debita considerazione.

E’ intervenuta la dott.ssa Federica Roccisano, Assessore Regionale alla Scuola, Lavoro, Welfare e Politiche Giovanili che ha ringraziato il Presidente Sergio per l’invito. Ritengo assolutamente condivisibile e necessaria l’iniziativa legislativa che andrebbe, dichiara, a colmare un grande vuoto. Il ruolo del Garante è fondamentale per consentire l’inclusione sociale di parte della società che viene erroneamente considerata scollata dal contesto sociale. La Regione Calabria, che risulta essere tra le ultime a legiferare in tale ambito, ha la possibilità, a questo punto, di fare tesoro delle esperienze delle altre Regioni e pervenire all’approvazione di una legge efficace.

Dopo l’Assessore Roccisano, è intervenuto il Consigliere Regionale Mario Magno (Misto) il quale ha posto l’accento sulla situazione emergenziale del sovraffollamento delle carceri e dei disagi correlati anche per gli operatori penitenziari. Le proposte di legge in discussione vanno nella stessa direzione e sarebbe auspicabile – ha dichiarato Magno – la loro unificazione, tenendo anche conto delle risultanze dell’odierna audizione. Andrebbero individuati anche gli strumenti per consentire al Garante l’espletamento del proprio ruolo ed azioni mirate all’interno della programmazione. Importante riservare la giusta attenzione agli immigrati ed agli immigrati nelle Carceri in particolare. L’iniziativa legislativa in discussione è una dimostrazione di grande maturità del Consiglio Regionale. Esprimo apprezzamento – ha concluso il Consigliere Regionale Mario Magno – per le proposte di legge n. 34/10^ e 221/10^ con le quali si avvia un iter importante per consentire anche alla Regione Calabria di dotarsi di tale figura nel contesto di problematiche rilevanti delle carceri calabresi sia dal punto di vista strutturale che delle condizioni umane dei detenuti nonché delle difficoltà che incontra quotidianamente il personale di custodia. Importanti sono stati i contributi forniti, nel corso dei lavori della Prima Commissione, dall’Avvocato Catanzariti e dal dott. Quintieri dei quali ho apprezzato i contenuti”.

Successivamente ha preso la parola il Consigliere Regionale Arturo Bova (Democratici Progressisti) il quale concorda sulla necessità di pervenire al più presto all’approvazione di una norma che garantisca il diritto ai detenuti ad una civile permanenza all’interno delle Carceri. Ricorda che l’Italia è stata richiamata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per la violazione dei diritti umani proprio a causa del sovraffollamento delle Carceri e sottolinea che la condizione di questi ultimi è il vero biglietto da visita del livello di civiltà di un Paese. Il Consigliere Bova ha auspicato che, prima dell’estate, la Calabria possa avere il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, invitando il Presidente Sergio, ad accelerare i lavori della Commissione per portare il testo all’approvazione dell’Assemblea.

Ha concluso i lavori il Presidente Franco Sergio che ha ringraziato gli intervenuti, rassicurando sulla celerità con cui si procederà al coordinamento dei due articolati normativi nonché alla stesura di un testo unificato con l’obiettivo di sottoporlo al più presto al vaglio del Consiglio Regionale per la definitiva approvazione.

I Commissione del Consiglio Regionale della Calabria – seduta del 28/04/2017 (clicca per leggere)

Dossier – Esame abbinato Pdl 221 e 34 (clicca per leggere)

Audizione Quintieri Emilio – Radicali Italiani (clicca per leggere)

Condizione delle Carceri in Campania, Convegno al Penitenziario modello di Sant’Angelo dei Lombardi


“Condizione delle Carceri, la situazione in Campania”. Questo è il titolo del Convegno organizzato dal Movimento Radicali Italiani unitamente all’Associazione Giovani Giuristi Vesuviani ed al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Nola all’esito delle numerose visite effettuate, proprio di recente, nella gran parte degli stabilimenti penitenziari della Regione Campania.

L’evento, grazie alla disponibilità del Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per la Campania Giuseppe Martone, si terrà venerdì 31 p.v. dalle ore 14,30 in poi presso la Sala Multifunzionale della Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi “Bartolo, Famiglietti e Forgetta” in Provincia di Avellino, uno dei migliori Istituti del Sud Italia guidato dal Direttore Massimiliano Forgione in cui, allo stato, sono ristrette 184 persone detenute, 19 delle quali straniere, a fronte di una capienza regolamentare di 122 posti.

Il Convegno, che sarà preceduto da una breve visita all’Istituto, sarà introdotto dall’Avvocato Sabina Sirico, Responsabile dell’Osservatorio Carceri dei Giovani Giuristi Vesuviani e moderato da Emilio Enzo Quintieri, già membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani, capo della delegazione visitante le Carceri campane, autorizzata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia.

Porteranno i loro saluti l’Avvocato Francesco Urraro, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Nola, l’Avvocato Salvatore Del Giudice, Presidente dell’Associazione Giovani Giuristi Vesuviani e l’Avvocato Michele Capano, Tesoriere Nazionale dei Radicali Italiani.

Interverranno, tra gli altri, il Senatore della Repubblica Vincenzo D’Anna, il Prof. Giuseppe Tabasco, Docente di Diritto Penitenziario dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, il Magistrato di Sorveglianza di Avellino Maria Bottoni, il Direttore della Casa di Reclusione di Carinola Carmen Campi, il Direttore della Casa Circondariale di Benevento Maria Luisa Palma, il Garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Campania Adriana Tocco, il Direttore della Casa Circondariale di Napoli Poggioreale Antonio Fullone, l’Avvocato Raffaele Minieri della Direzione Nazionale di Radicali Italiani, il Direttore della Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi Massimiliano Forgione ed il Capo dell’Area Giuridico Pedagogica dell’Istituto Enrico Farina. Le conclusioni sono state affidate all’Avvocato Michele Coppola, Vice Presidente dei Giovani Giuristi Vesuviani.

All’iniziativa potranno partecipare anche numerosi Studenti Universitari, Criminologi, Psicologi, Medici, Avvocati, Politici, etc. che abbiano manifestato al Comitato Organizzatore la loro volontà di partecipazione e siano stati preventivamente autorizzati. Anche gli organi di informazione giornalistica, radiofonica e televisiva nonché i fotografi, che si siano accreditati, potranno fare ingresso in Istituto e seguire tutti i lavori, grazie all’autorizzazione concessa dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo e dal Direttore dell’Ufficio Stampa Assunta Borzacchiello. Sarà presente, tra gli altri, Radio Radicale diretta da Alessio Falconio, per la registrazione e la trasmissione integrale sui canali e sul sito web della storica emittente radiofonica legata al Partito Radicale.

Abbiamo scelto la Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi sita nell’Alta Irpinia per tenere la nostra iniziativa – ha dichiarato l’esponente radicale Emilio Enzo Quintieri – perché questo Istituto rappresenta una delle poche eccellenze esistenti nel panorama nazionale che intendiamo far conoscere affinché venga replicato in tantissime altre realtà del Paese poiché l’esecuzione della pena è veramente conforme al dettato costituzionale non traducendosi in trattamenti inumani e degradanti, severamente proibiti dal diritto interno e sovranazionale. Ringraziamo l’Amministrazione Penitenziaria, centrale e periferica, per la grande disponibilità nell’autorizzare sempre le visite all’interno degli Istituti e per averci messo a disposizione la bellissima Sala Multifunzionale dell’Istituto di Sant’Angelo dei Lombardi. Un ringraziamento particolare va al personale del Reparto di Polizia Penitenziaria comandato dal Commissario Capo Giovanni Salvati ed al Responsabile della Segreteria del Direttore Sovrintendente di Polizia Penitenziaria Alessandro D’Aloiso per il loro prezioso sostegno nell’organizzazione e buona riuscita della manifestazione.

Le Carceri italiane costano quasi 2,6 miliardi di euro, record di spesa nell’Unione Europea


Casa CircondarialeQuasi 2,6 mld di euro. Sono questi i soldi che ogni anno la collettività spende per i detenuti nelle carceri italiane. Un totale che deriva dal costo medio giornaliero di ognuno degli oltre 50mila detenuti nei penitenziari nazionali, secondo i dati del 2016. È quanto emerge elaborando i numeri resi noti da Openpolis nel minidossier “Dentro o fuori – Il sistema penitenziario italiano tra vita in carcere e reinserimento sociale”.

Un costo che potrebbe vedere una netta diminuzione in caso si arrivasse a provvedimenti di indulto o amnistia, come quelli nei cassetti della Commissione Giustizia del Senato, dove sono quattro i disegni di legge all’esame.
Per gli “ospiti” dei penitenziari italiani si spendono poco più di 140 euro al giorno (141,80 nel 2014): di questi, meno di 10 euro servono per mantenere i detenuti, mentre oltre 100 euro servono a coprire le spese per il personale. Le spese per beni e servizi comprendono le utenze, la manutenzione ordinaria degli immobili, la formazione del personale, i rimborsi per le trasferte, l’uso dei mezzi di trasporto.

Un costo che, dopo essere salito fino a 190 euro nel 2007, risulta compresso di molto tra 2009 e 2011, sia per i tagli al bilancio sia per l’aumento dei carcerati e nel 2013 si attestava attorno ai 124 euro. Dai dati del 2014, l’Italia risulta il paese dove il costo giornaliero per detenuto è più alto (141,80 euro). Tra i paesi europei, seguono il sistema penitenziario inglese (109,72 euro), quello francese (100,47 euro) e quello spagnolo (52,59 euro per carcerato al giorno).
In Italia, inoltre, c’è il maggior numero di dipendenti dell’amministrazione penitenziaria in rapporto ai detenuti (40.176). Per ogni dipendente dell’amministrazione penitenziaria ci sono 1,4 detenuti, mentre sono 1,5 i carcerati per ogni agente di custodia. Altra caratteristica del sistema penitenziario italiano è che i suoi dipendenti sono in massima parte agenti di custodia (90,1%). In Inghilterra e Spagna il personale ha una formazione più eterogenea, con maggiore presenza di insegnanti, formatori professionali, mediatori culturali, psicologi.

Dopo anni di immobilismo, la politica è intervenuta sulle carceri, evitando gli effetti di condanne internazionali. La situazione è migliorata, ma molto resta ancora da fare. Uno sguardo al sistema penitenziario italiano, dentro e fuori gli istituti, nel nuovo minidossier openpolis.

Le riforme degli ultimi anni. L’obiettivo dei provvedimenti che si sono succeduti dal 2010, sotto governi di diverso colore politico, è sempre stato quello di contenere il sovraffollamento, attraverso una duplice strategia: 1) la costruzione di nuove carceri e l’allargamento di quelle esistenti; 2) l’ampliamento delle misure alternative al carcere. Il primo obiettivo è largamente fallito: appena l’11% del budget previsto dal piano carceri è stato speso, e solo il 37% dei posti aggiuntivi è stato realizzato nei tempi previsti. Gli interventi normativi, invece, hanno prodotto alcuni risultati di rilievo. Le statistiche che ci mettevano agli ultimi posti in Europa per condizioni dei detenuti sono migliorate. Ma restano ancora molti i punti critici da affrontare.

Il sovraffollamento. In passato il sovraffollamento è stato contenuto con provvedimenti di clemenza e altri atti simili, quasi mai risolutivi. Con le riforme degli ultimi anni, è sceso dal 151% del 2010 all’attuale 108%. Nonostante i miglioramenti, però, restiamo il sesto sistema penitenziario più affollato in Europa. E se si guardano i dati dei singoli istituti, 2/3 delle carceri italiane risultano ancora sovraffollate. In alcuni casi i detenuti sono quasi il doppio dei posti letto disponibili.

I suicidi. Pochi dati mettono il luce il disagio delle carceri come quello dei suicidi, un dramma che coinvolge sia i detenuti che gli agenti di custodia. Negli anni di massimo sovraffollamento, tra 2009 e 2011, si sono suicidati quasi 60 detenuti ogni anno, nel 2015 sono scesi a 39. Dal 2009, gli istituti con più suicidi sono stati Poggioreale, Sollicciano e Rebibbia. Il metodo di uccisione più frequente è l’impiccamento, registrato nel 77% dei casi.

Carcerazioni preventive. Agli inizi degli anni ‘90, oltre la metà di coloro che stavano in carcere erano imputati, cioè privi di una condanna definitiva (56%). Oggi questa quota è scesa al 34%; di questi, circa la metà (17%) sono persone in attesa del primo giudizio e non hanno ricevuto alcuna condanna. Sono saliti a 2/3 i detenuti che si trovano in carcere con una condanna definitiva.

Le misure alternative. Il tasso di recidiva, ovvero la quota di detenuti che, una volta liberati, tornano a commettere nuovi reati, mostra un calo significativo se il condannato sconta l’ultima parte della pena con misure alternative al carcere. Queste ultime sono state molto potenziate, ma tra i grandi paesi europei il nostro resta l’ultimo per ricorso alle misure alternative: in Italia sono il 45% dei condannati contro oltre il 70% di Germania e Francia e il 64% in Inghilterra e Galles.

Rieducazione in carcere. La quota di detenuti che lavorano rimane molto bassa, inferiore al 30%, e le mansioni offerte difficilmente daranno la possibilità di un reinserimento una volta usciti dal carcere. La partecipazione ai corsi professionali si è dimezzata rispetto ai primi anni ‘90: era all’8% mentre oggi è al 4%. In compenso è aumentato il numero di promossi tra i partecipanti, dal 36% del 1992 a oltre l’80% attuale.

I costi del sistema. Il nostro sistema penitenziario ha un costo giornaliero per detenuto superiore a quello degli altri stati: 141,80 euro contro 100,47 della Francia, 109,72 di Inghilterra e Galles e 52,59 della Spagna. Nel 2013, solo il 7,5% del budget dell’amministrazione penitenziaria è servito al mantenimento dei detenuti, mentre l’82% ha coperto le spese per il personale. In Italia ci sono 1,4 detenuti per ogni dipendente, mentre negli altri paesi considerati il rapporto è di 2,6 a 1. Oltre il 90% del personale nelle carceri italiane è un agente di custodia.

Dentro o Fuori – Dossier di Openpolis sulle Carceri italiane

Le Carceri in Italia costano circa 3 miliardi di euro l’anno ma producono uno dei tassi di recidiva più alti d’Europa


Casa CircondarialeIl sistema penitenziario italiano costa al contribuente circa 3 miliardi di euro l’anno, ma produce uno dei tassi di recidiva più alti d’Europa. È un grande paradosso, conseguenza di molteplici fattori che possono essere sinteticamente riassunti in un dato di fatto; la galera è stata pensata più per l’afflizione che per il ravvedimento.

È un carcere punitivo e infantilizzante quello italiano, dove il recupero e la rieducazione passano prevalentemente per l’obbedienza e la sottomissione ai regolamenti e all’istituzione. La Riforma penitenziaria del 1975 aveva cominciato a recepire i principi dell’articolo 27 della Costituzione che, tra l’altro, dichiara che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
Dopo questa legge non sono stati fatti quegli ulteriori passi in avanti necessari a trasformare le prigioni da luoghi di mera custodia, a occasioni per sviluppare percorsi di cambiamento e riscatto sociale che spingessero a sganciarsi dalle maglie della criminalità. C’è da dire che, mentre in questi anni la società ha subito grandi trasformazioni, il carcere è rimasto uguale a se stesso.

Una istituzione deresponsabilizzante, dove il periodo della detenzione è contrassegnato per lo più da un ozio forzato che fa sprecare il tempo che dovrebbe essere invece impiegato per la risocializzazione, e per un vero ripensamento della propria vita. Nelle nostre prigioni la routine e il linguaggio di tutti i giorni spingono i detenuti verso una dimensione passiva e infantile che riesce al massimo a formare un buon detenuto, ma non certamente un buon cittadino. È uno spaccato che emerge anche dalle lettere scritte da Enzo Tortora alla sua compagna durante i mesi trascorsi in carcere, pubblicate durante l’estate da Il Mattino. È una straordinaria descrizione della quotidianità vissuta all’interno dei penitenziari. “Sapessi – scriveva Tortora – cos’è l’umiliazione di dover scrivere ogni cosa, la più rutile come una lametta da barba, una lozione, un telegramma che verrà letto prima, in fondo a una domandina”. Si dice proprio così – aggiungeva – come all’asilo. E con tanto di “con ossequio” finale.

La “domandina” è il modello attraverso cui i detenuti possono fare ogni tipo di richiesta: il lavoro, i colloqui con i volontari, l’accesso ai corsi professionali, le visite mediche e la spesa settimanale. Sono passati oltre 30 anni ma il carcere è rimasto sempre identico a se stesso, nella terminologia come nei ritmi della vita ordinaria. La conta, le ore d’aria, le giornate sempre uguali nelle celle, dove “il tempo è un gocciolare interminabile, inutile, assurdo”, e solo se sei fortunato puoi partecipare a qualche attività lavorativa o rieducativa. Il detenuto modello è quello che non crea problemi e come i bambini non deve arrecare disturbo. In questo modo, i carcerati vengono deresponsabilizzati e non diventano i protagonisti del loro percorso di riscatto e di reinserimento nella società. C’è una enorme sproporzione tra l’enorme numero di agenti di polizia penitenziaria presenti nelle nostre carceri e quello di educatori, assistenti sociali, per non parlare degli psicologi, specie ormai in estinzione. I premi e i benefici sono concessi solo per la buona condotta e per l’assenza di sanzioni disciplinari.

Si tratta invece di coinvolgere chi ha avuto comportamenti devianti in processi di revisione personale, che devono produrre cambiamenti determinanti, attraverso condotte riparatorie nei confronti di chi ha subito violenza, o nella partecipazione concreta a rendere migliori le condizioni del carcere in cui si vive, solo per fare qualche esempio. Succede che chi è impiegato in una attività retribuita non ha la dignità di lavoratore, diventa un participio e viene chiamato “lavorante”.
Anche le mansioni vengono sminuite nelle prigioni. Chi raccoglie gli ordinativi della spesa dei detenuti assume l’incarico di “spesino”, chi è addetto a spazzare nei luoghi comuni è lo “scopino”. Proprio qualche tempo fa mi è capitata tra le mani una domandina che chiedeva “umilmente alla stimatissima Signoria Vostra di poter effettuare un breve colloquio con il volontario”. Le notizie di cronaca talvolta ci parlano di detenuti modello che usciti in permesso premio o per fine della pena, commettono reati che appaiono poi inspiegabili agli operatori penitenziari. Chi, invece, durante la carcerazione manifesta un disagio, magari con gesti violenti o autolesionistici viene isolato e tanto spesso trasferito in altro penitenziario, per evitare ulteriori problemi, senza capire che dietro quei comportamenti ci potrebbero essere malesseri o domande inespresse. Il clima di paura e la domanda di sicurezza della nostra società hanno avuto una grande influenza nel determinare un approccio esclusivamente punitivo.

Chiudere in cella chi ha commesso reati e buttare la chiave non è solo uno slogan, ma è tutto un modo rassicurante e liberatorio di concepire l’esecuzione della pena. Tuttavia il carcere che umilia i detenuti aumenta la recidiva e non la sicurezza. Questo strabismo sociale è stato colto negli Stati generali dell’esecuzione penale, promossi dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Una discussione articolata in 18 tavoli tematici a cui hanno partecipato operatori del mondo penitenziario, accademici, volontari, intellettuali. Questo confronto dovrebbe produrre alcune proposte di modifiche legislative in materia di esecuzione delle pene. Perché non lo dimentichiamo, la Costituzione parla di pene al plurale, ricordando così che la detenzione non è l’unico modo per scontare una sanzione penale. Il dibattito dovrà continuare nei prossimi mesi per contribuire a quel cambiamento culturale che dovrà trasformare chi è recluso da buon detenuto a buon cittadino. Guai a fare passi indietro sulle carceri. È un’utopia ? Edoardo Galeano, intellettuale uruguaiano, ricordato proprio negli Stati generali, diceva che “l’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo, serve per continuare a camminare”. Ma nel frattempo perché non cominciare a modificare subito il linguaggio delle nostre galere?

Antonio Mattone

Il Mattino, 19 ottobre 2016

Carceri/Giustizia, l’ennesimo richiamo dell’Unione Europea all’Italia ed all’Ungheria


Consiglio d'EuropaTroppi detenuti, meno carcere, più misure alternative. Oltre 40mila con problemi mentali. Nel corposo rapporto elaborato dall’European Committee on Crime Problems, presentato al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, c’è un paragrafo, il ventitreesimo, che mette sotto accusa l’Italia (e l’Ungheria). Riguarda le carceri e più in generale lo stato della giustizia. Vediamo. Si comincia con il ricordare che non da ora la Corte Europea ha denunciato la criticità di questo “problema strutturale”.

La soluzione più appropriata, si osserva, “consiste nell’applicazione più ampia di misure alternative alla detenzione”, provvedimento che, si auspica, “dovrebbe essere ridotta al minimo”. Si riconosce che l’Italia ha avviato riforme che vanno nella giusta direzione, ma al tempo stesso si osserva che malgrado i numerosi interventi sul piano internazionale, nel 2014 la durata della detenzione è aumentata dell’1%, con punte, in alcuni Paesi, del 5%. Il libro bianco, inoltre, ricorda l’importanza di adottare misure in grado di assicurare il pieno rispetto dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo: il divieto di trattamenti inumani e degradanti come interpretati dalla stessa Corte di Strasburgo.

Per questa ragione si raccomanda la “rottamazione” dei vecchi e usurati edifici carcerari, con nuove prigioni moderne in grado di offrire condizioni umane di detenzione: secondo la relazione, “i nuovi istituti penitenziari possono costare meno ed essere più adeguati alle esigenze dei detenuti per la risocializzazione e reinserimento nella società”.
Sempre in tema di carcere: oltre 42mila detenuti italiani – il 77 per cento degli oltre 54 mila totali – convivono con un disagio mentale: si va dai disturbi della personalità alla depressione, fino alla psicosi. Una situazione che comporta conseguenze estreme come l’autolesionismo (circa 7mila episodi in un anno) o il suicidio (solo nel 2014, 43 casi, e oltre 900 tentativi). Il carcere, secondo gli esperti della Società Italiana di Medicina e Salute Penitenziaria, è “un amplificatore dei disturbi mentali: l’isolamento insieme allo shock della detenzione, possono facilitare la comparsa o l’aggravarsi di un problema psichico, a volte latente”.

L’Indro, 13 ottobre 2016

Emma Bonino (Radicali): “Non c’è nessuna invasione di Migranti. Sono solo bugie”


emma-bonino“Ci rubano il lavoro”. “Gli diamo 35 euro al giorno per non fare niente”. “Li ospitiamo in alberghi a 5 stelle”. Fermo: “Tutto quello che sai sugli immigrati è falso!”. O almeno così sostiene un “prontuario” dei Radicali italiani, ideato da Emma Bonino, che prova a confutare punto per punto “otto grandi bugie” sui migranti.

1. Siamo di fronte a un’invasione! Il “Piccolo prontuario per un racconto (finalmente) veritiero sull’immigrazione” parte da otto affermazioni, poi tenta di smontarle utilizzando dati di varie fonti. La prima: “Siamo di fronte a un’invasione!”. La replica: ” Nell’Unione Europea, su oltre 500 milioni di residenti di ogni età (510 milioni) nel 2015, solo il 7% è costituito da immigrati (35 milioni), mentre gli autoctoni sono la stragrande maggioranza (93%, pari a 473 milioni). La quota di stranieri varia notevolmente tra i Paesi europei (il 10% in Spagna, il 9% in Germania, l’8% nel Regno Unito e in Italia, il 7% in Francia). È curioso, però, che i Paesi più ostili all’accoglienza degli immigrati sono quelli che ne hanno di meno: la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria, ad esempio, che ne hanno circa l’1%”.

2. Ma non c’è lavoro neanche per gli italiani, non possiamo accoglierli! La risposta dei Radicali: “Per mantenere sostanzialmente inalterata la popolazione italiana dei 15-64enni nel prossimo decennio, visto che tra il 2015 e il 2025 gli italiani diminuiranno di 1,8 milioni, è invece necessario un aumento degli immigrati di circa 1,6 milioni di persone: si tratta di un fabbisogno indispensabile per compensare la riduzione della popolazione italiana in età lavorativa”.

3. Sì, ma questi ci rubano il lavoro! La replica: “Agli immigrati sono riservati solo i lavori non qualificati, in gran parte rifiutati dagli italiani: gli stranieri non riducono l’occupazione degli italiani, ma occupano progressivamente le posizioni meno qualificate abbandonate dagli autoctoni, soprattutto nei servizi alla persona, nelle costruzioni e in agricoltura: settori in cui il lavoro è prevalentemente manuale, più pesante, con remunerazioni modeste e con contratti non stabili. Dai dati più aggiornati del 2015, infatti, emerge che oltre un terzo degli immigrati svolge lavori non qualificati (36% contro il 9% degli italiani)”.

4. Sarà, però ci tolgono risorse per il welfare. “I costi complessivi dell’immigrazione, tra welfare e settore della sicurezza, sono inferiori al 2% della spesa pubblica. Dopodiché, gli stranieri sono soprattutto contribuenti: nel 2014 i loro contributi previdenziali hanno raggiunto quota 11 miliardi, e si può calcolare che equivalgono a 640mila pensioni italiane. Col particolare che i pensionati stranieri sono solo 100mila, mentre i pensionati totali oltre 16 milioni”.

5. Comunque i rifugiati sono troppi, non c’è abbastanza spazio in Europa! “Dei 16 milioni complessivi – scrivono i Radicali – solo 1,3 milioni sono ospitati nei 28 Paesi dell’Unione europea (8,3%), tra cui l’Italia (118mila, pari allo 0,7%). I Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati nel 2015 sono la Turchia (2,5 milioni), il Pakistan (1,6 milioni), il Libano (1,1 milioni) e la Giordania (664 mila)”.

6. Certo, e allora li ospitiamo negli alberghi. “I centri di accoglienza straordinaria sono strutture temporanee cui il ministero dell’Interno ha fatto ricorso, a partire dal 2014, in considerazione dell’aumento del flusso: le prefetture, insieme alle Regioni e agli enti locali, cercano ulteriori posti di accoglienza nei singoli territori regionali, e quando non li trovano si rivolgono anche a strutture alberghiere. Si tratta di una gestione straordinaria ed emergenziale, spesso criticata in primo luogo da chi si occupa di asilo, perché improvvisata, in molti casi non conforme agli standard minimi di accoglienza e quindi inadatta ad attuare percorsi di autonomia. Quindi sono uno scandalo non gli alberghi, ma la mala gestione e l’assenza di servizi forniti in quei centri improvvisati”.

7. E diamo loro 35 euro al giorno per non fare niente! “In Italia, nel 2014, sono stati spesi complessivamente per l’accoglienza 630 milioni di euro, e nel 2015 circa 1 miliardo e 162 milioni. Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno (45 per i minori) che non finiscono in tasca ai migranti ma vengono erogati agli enti gestori dei centri e servono a coprire le spese di gestione e manutenzione, ma anche a pagare lo stipendio degli operatori che ci lavorano. Della somma complessiva solo 2,5 euro in media, il cosiddetto “pocket money”, è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche alle sigarette)”.

8. Sì, però i terroristi islamici stanno sfruttando i flussi migratori per fare attentati e conquistare l’Europa! “Limitando l’osservazione al terrorismo islamista, i primi 5 Paesi con la maggiore quota di morti sono l’Afghanistan (25%), l’Iraq (24%), la Nigeria (23%), la Siria (12%), il Niger (4%) e la Somalia (3%). Le vittime dell’Europa occidentale rappresentano una quota residuale, inferiore all’1%. L`Italia è terra d’immigrazione con molti cristiani ortodossi: oltre 2 milioni tra ucraini, romeni, moldavi e altre nazionalità. Seguono circa 1 milione e 700mila persone di religione musulmana (compresi gli irregolari e minori), meno di un terzo del totale degli oltre 5 milioni di stranieri in Italia. In Europa solo il 5,8 per cento della popolazione è di religione islamica”.

Wladimiro Polchi

http://www.repubblica.it – 13 Ottobre 2016

Le proposte di Radicali italiani per cambiare il racconto sull’immigrazione (clicca per leggere)

Le proposte di Radicali italiani per cambiare il racconto sull’immigrazione – Sintesi (clicca per leggere)

Sintesi delle proposte di Radicali Italiani (clicca per leggere)