Fassone : “Io, Giudice che ho condannato un uomo al carcere a vita dico no a questa pena”


Elvio Fassone GiudiceIntervista con Elvio Fassone, autore di “Fine pena ora”. Poteva essere l’ultima lettera. L’ultima di una fitta corrispondenza durata 26 anni, quella tra Salvatore, giovane ventisettenne condannato all’ergastolo 28 anni prima, ed Elvio Fassone il giudice che emise quella sentenza nel 1978. Poteva essere l’ultima lettera, ma per fortuna le cose sono andate diversamente. Salvatore, infatti, aveva deciso di cambiare il corso della sua vita da ergastolano con un “fine pena ora”.

Aveva deciso, cioè, in un momento di sconforto, di suicidarsi. Voleva farlo con una cinghia da stringere intorno al collo. Voleva usarla per riprendersi quella libertà che la condanna a “fine pena mai” non gli avrebbe mai potuto garantire. Ma poi l’intervento tempestivo di un agente di polizia penitenziaria ha evitato la tragedia. E così Salvatore ha scritto al suo giudice-confidente. “L’altra settimana ? gli ha confidato – ne ho combinata una delle mie: mi sono impiccato… Mi scusi”.
Inizia così “Fine pena: ora” (Sellerio editore), il racconto di Elvio Fassone, ex magistrato, ex senatore Ds per due legislature ed ex componente del Csm, del suo rapporto con Salvatore (nome di fantasia utilizzato dall’autore).

Fine pena ora. Ce lo spiega ?

Nella cartella che accompagna la vita di un ergastolano c’era scritto “fine pena mai”. Oggi il computer che pretende di tradurre i concetti in cifre ha sostituito quella frase con un freddo “31/12/9999”. Quando l’ergastolano esaurisce la sua capacità di sopportare la drammatica assenza totale di futuro può capitare, e purtroppo accade di frequente, che tenti di togliersi la vita. Ecco perché idealmente ho sostituito la parola “mai” con “ora”. La mia pena finisce adesso e faccio finire la mia vita dato che non ha più alcun senso.

Salvatore aveva deciso. Lo hanno salvato. Lei che lo ha conosciuto così bene pensa che sia stata per lui l’ennesima sconfitta ?

Mi auguro di no. Il fatto stesso che mi abbia scritto subito dopo per raccontare il gesto e abbia aggiunto le parole “mi scusi non lo farò più”, è confortante. Evidentemente è stato un cedimento di fronte a un’ulteriore delusione. Oramai da quel momento sono passati circa due anni e mezzo e finora non ha più manifestato intenzioni simili. La cosa, però, mi ha comunque allarmato. Per chi ha vissuto oltre trent’anni di reclusione sulla sua pelle, una ricaduta è sempre dietro l’angolo.

Ha deciso di fare qualcosa ?

L’unica cosa che ho potuto fare è stato raccontare questa storia attraverso il carteggio con Salvatore. Credo che raccontare una sofferenza significhi in piccola parte risarcirla e sperare che una mobilitazione di intelligenze e di spiriti possa contribuire ad arrivare anche a un cambio legislativo.

Qual è stata la molla che lo ha spinto a scrivere quella prima lettera ?

Il disagio interiore che provavo dal fatto che avendo instaurato un rapporto un po’ diverso dal solito con alcuni dei detenuti, che normalmente stanno davanti al giudice poche ore, massimo pochi giorni. Nel corso del processo di Salvatore c’era stata una frequentazione di quasi due anni. Era nato un rapporto meno impersonale, meno burocratico. In particolare mi aveva colpito l’ultimo colloquio prima della fine del processo.

Perché ?

Mi chiese se avessi dei figli. Alla mia risposta positiva mi disse: “se suo figlio nasceva dove sono nato io forse a quest’ora era lui nella gabbia e se io nascevo dove è nato suo figlio forse adesso io facevo l’avvocato ed ero pure bravo”. Come a dirmi che nella lotteria della vita aveva avuto il biglietto sbagliato. Fu allora che decisi di scrivergli.

Si aspettava una risposta ?

Ero molto dubbioso, perché quella lettera poteva essere interpretata come un gesto ipocrita. Il gesto del carnefice che si china a fare una carezza alla vittima e può anche giustificare una reazione. Ma Salvatore per fortuna la prese bene.

Dopo quella lettera nella quale Salvatore le chiedeva scusa per il suo tentato suicidio il rapporto epistolare è finito ?

No, affatto. Dura tuttora, ma sta diventando particolarmente difficile perché la sua capacità di resistenza si sta esaurendo e la mia capacità di sostenerlo si rivela piuttosto inefficace. Ho scritto il libro per sollecitare, per quel che mi riesce, l’opinione pubblica a intervenire su questa materia che esige un intervento. L’ergastolo senza via d’uscita ha manifestato e manifesta la sua disumanità e come tale è evidente la necessità di un intervento collettivo.

La storia di Salvatore è quella di tanti detenuti italiani per i quali quel 9999 significa non avere speranze.

I dati ministeriali, di alcuni mesi fa, ci dicono che gli ergastolani sono 1619, dei quali 1200 ostativi. In molti non hanno possibilità di una via d’uscita a meno che non si decidano a collaborare con la giustizia.

Il suo Salvatore decide di riprendersi la libertà, come tanti altri detenuti. I dati sono impressionanti: dal 2000 ad oggi il censimento puntuale di Ristretti Orizzonti ci dice che i morti sono stati 2.527 e i suicidi ben 900.
La media dei suicidi in carcere è superiore di 15/20 volte rispetto ai quella dei cittadini liberi. È uno scarto patologico e va in qualche modo curato.

I radicali da sempre propongono l’amnistia e l’indulto per risolvere il sovraffollamento delle carceri. Che ne pensa ?

L’amnistia riguarda i reati piccoli e serve a svuotare non le carceri, ma gli armadi. L’indulto si è rivelato un palliativo con benefici di breve durata: molti di quelli che sono usciti ritornano in carcere.

Invece che cosa bisognerebbe fare secondo lei ?

Secondo la mia esperienza la soluzione strutturale per i delitti di media gravità, sarebbe quella di sostituire la reclusione con prestazioni pubbliche di utilità a titolo gratuito: in termini di pena potrebbero valere più della reclusione. Ad esempio un giorno di prestazione potrebbe equivalere a tre giorni di detenzione. Occorrerebbe un programma ben definito, con un apparato, al momento inesistente, fatto soprattutto di formatori. Soltanto allora si potrebbe alleggerire in maniera massiccia la popolazione carceraria.

La legge Gozzini ha già indicato una strada simile.

Parliamo di un’eccellente legge sotto molti aspetti. Ne vorrei sottolineare uno in particolare: la possibilità di utilizzare il tempo della detenzione ha incentivato chi è dietro le sbarre a diventare collaboratore delle istituzioni. Se il detenuto sa che ogni sei mesi può scalare giorni di pena partecipando all’opera di trattamento prevista dalla Gozzini, è invogliato a farlo e fin dal primo giorno.

Quello che ha fatto anche il “suo” Salvatore.

Assolutamente. Ha maturato una serie di 45 giorni sterminata, finché ha perso la speranza. Ha pensato: “tanto non mi servono: il mio fine pena non finisce mai. Questa mancanza di prospettiva è un modo indiretto, e forse non pensato, di vanificare parte della Gozzini.

Carmelo Musumeci nel suo libro “Gli uomini ombra” descrive molto bene l’ergastolo e la differenza tra quello ordinario e quello ostativo. Mi sembra questo il punto fondamentale.

L’ergastolo può essere mantenuto, però deve avere una via d’uscita praticabile. Dico questo perché la Corte costituzionale, già stata investita del problema dell’ergastolo ostativo, ha risposto che la via d’uscita c’è, basta che il detenuto collabori. È una risposta poco soddisfacente, perché la collaborazione non è un indice di rieducazione. Si può collaborare per tanti motivi: convenienza, vendetta o quant’altro. Non può essere questo il parametro al quale vincolare il percorso rieducativo.

L’ergastolo ostativo è la pena, quindi, meno comprensibile e meno conciliabile con l’articolo 27 della Costituzione.

Direi di sì. Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha cambiato registro: in una sentenza del 2013 ha stabilito che una pena senza una via d’uscita praticabile è contraria al senso d’umanità e alla dichiarazione dei diritti dell’uomo che abbiamo sottoscritto. Quindi questa sentenza vincola anche lo Stato italiano. Mi auguro che questo discorso entri nel vivo. Mi fa piacere che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, abbia istituito dei tavoli di lavoro sulla riforma della giustizia e che uno si occupi dell’esecuzione della pena.

Da magistrato e da legislatore crede ci sia speranza che si possa modificare la norma sull’ergastolo ?

Nel 1981 il 77,4% disse di no al referendum che chiedeva l’abrogazione dell’ergastolo. Oggi si otterrebbe, penso, lo stesso risultato. Una battaglia frontale sul piano della praticabilità, non su quello dei principi la vedo molto complicata, anzi perdente. Per questo motivo, nella seconda parte del libro, propongo un approccio graduale che fissi come punto di arrivo una via di uscita all’ergastolo, correlata al percorso di rieducazione del detenuto. Chi continua a delinquere anche in carcere non è meritevole. Chi, invece intraprende un strada diversa deve poter avere una prospettiva di libertà. E questo deve valere per tutti i detenuti.

Oggi Elvio Fassone è un pensionato che non vuole venire meno all’impegno che ha caratterizzato la sua vita, sia da magistrato sia da senatore. Giusto ?

Chi è stato magistrato rimane nella cultura e nella formazione giuridica per sempre. Ho la fortuna di essere sollecitato a continuare a raccontare le mie esperienze e ad esprimere le mie opinioni. Spero che, anche grazie ai miei interventi, cresca un movimento d’opinione pubblica abbastanza diffuso per stimolare la modifica dell’ergastolo a livello istituzionale.

Giustizialisti e garantisti: due fazioni in lotta ?

È un aspetto non bello del nostro costume quello di ridurre tutto a un derby. La divisione tra giustizialisti e garantisti è pluriennale. Occorre innanzitutto ricordare che c’è un codice penale e uno deontologico per ogni professione che è molto più ampio. Non è corretto il permanere o meno in ruolo di grande responsabilità a secondo dell’azione della magistratura.

Il rapporto tra politica e magistratura sta vivendo un momento particolare.

Non penso al protagonismo, ritengo che ci sia il pericolo, oggi più intenso di ieri, della poca percezione da parte della magistratura dei suoi limiti. Il dovere di sindacare certe condotte esiste e legittima l’azione della magistratura, però bisogna fare attenzione su quello che c’è da sanzionare. A costo di rischiare, dico: ritenere che debba essere oggetto di un accertamento penale il voto in Consiglio dei ministri su un emendamento non va bene, a meno che non ci siano gli estremi di un reato, ovviamente. Bisogna fare attenzione ai confini delle azioni delle varie istituzioni.

Lei è stato anche componete del Csm.

Non bisogna mai dimenticare che il Csm è un organo di autogoverno, un privilegio che produce delle responsabilità. Ciascun singolo consigliere deve percepire quali sono i suoi doveri. Tutti i magistrati hanno il diritto di esprimere le loro opinioni, ma non come soggetti istituzionali, soprattutto quando possono avere una marcata influenza sull’opinione pubblica.

I magistrati tedeschi hanno un obbligo molto stringente alla riservatezza: pensa che sia giusto ?

Le rispondo con difficoltà, perché esiste un diritto a manifestare le proprie opinioni sancite dalla Costituzione. Per i magistrati la linea di margine è difficilmente tracciabile. Personalmente nel dubbio propendo per il riserbo. Quando ero in attività mi sono sempre posto il problema del cittadino che doveva essere giudicato e che, conoscendo la mia opinione, avrebbe potuto pensare di essere fregato. In un caso del genere sarei venuto meno al mio dovere che è quello di avere un’immagine che garantisca a tutti i cittadini di avere fiducia nel magistrato singolo e nell’istituzione. Se per ottenere questo c’è bisogno di un piccolo sacrificio del magistrato al riserbo ritengo che debba essere accettato. Purtroppo i tempi cambiano e io mi sono formato a una scuola del diritto che aveva ben chiari questi criteri.

Da magistrato che rapporti ha avuto con gli avvocati ?

Ho vissuto innumerevoli rapporti di cordialità e di amicizia con una quantità di avvocati. Con il codice del 1989 ha esaltato l’antagonismo tra le parti ed è inevitabile. In questi anni è aumentato il peso ed è chiaro che i rapporti siano diventati più tesi.

La prescrizione è uno degli argomenti di scontro tra magistrati e avvocati.

Il legislatore e l’opinione pubblica continuano a ignorare il fatto che la prescrizione consta di due segmenti totalmente diversi che, invece, vengono fusi insieme. Il primo da quando è stato commesso il fatto a quando la giurisdizione ha incominciato ad attivarsi. Il primo periodo andrebbe neutralizzato per un periodo ragionevolmente lungo. La seconda fase è legata all’attività degli avvocati tesa solo a far trascorrere il tempo. Alla difesa devono essere riconosciuti tutti i diritti, ma se il rinvio è conseguente a un’attività difensiva la prescrizione va interrotta. Non è corretto né logico, secondo me, che la prescrizione vada a danno di un parte processuale, l’accusa, per un’azione della controparte, la difesa.

Presidente, chi è il giudice ?

Il giudice è una persona che fa una profezia retrospettiva. Deve affermare l’esistenza di un fatto che non ha visto, che non conosce e che deve ricostruire sulla base di tracce attuali che portino a un giudizio di mera probabilità, seppur alta. Al di là di ogni ragionevole dubbio.

Franco Insardà

Il Dubbio, 3 giugno 2016

Sen. Ichino (Pd) : Ergastolo e recupero, il bisogno di attuare la finalità della pena


Sen. Pietro IchinoLa condanna al carcere a vita e la rieducazione del detenuto potrebbero essere in antitesi. Dopo il libro del magistrato Elvio Fassone, “Fine pena: ora”, recensito su queste pagine da Corrado Stajano a fine gennaio, sul tema dell’ergastolo ostativo ne esce ora un altro, questa volta scritto da un condannato a quella pena, Carmelo Musumeci, insieme al costituzionalista Andrea Pugiotto (Gli ergastolani senza scampo, Editoriale Scientifica, 2016, pp. 216, € 16.40).

La parte scritta dall’ergastolano consiste nella descrizione esistenziale di un giorno di pena, minuto per minuto, in cinque capitoli: alba, mattino, pomeriggio, sera, notte. Di un solo giorno, perché ne basta uno per dar conto degli altri diecimila precedenti o successivi. Con una avvertenza iniziale che dice tutto: chi è all’ergastolo ostativo può pensare soltanto al passato o al presente; non al futuro, perché per lui non c’è un futuro che non sia identico al presente. Nella seconda parte, Andrea Pugiotto spiega l’ergastolo ostativo dissezionandone con grande finezza la ratio e spiegandone i profili di contrasto con l’articolo 27 della Costituzione: la pena non può essere disumana e deve tendere alla rieducazione del condannato.

Si coniuga così per la prima volta, che io sappia, e molto efficacemente, l’opera dello studioso che sta fuori del sistema penitenziario con la testimonianza personale di chi è dentro, “l’ergastolano senza scampo”. Chi lo ha incontrato sa che, dopo un quarto di secolo di carcere duro, Carmelo Musumeci è ora una persona colta, pienamente recuperata alla convivenza civile, il cui destino di non uscire mai più di prigione stride violentemente con quanto detta la Costituzione.
Anche qui, come nel racconto di Fassone, siamo di fronte al pieno raggiungimento dell’obiettivo posto dalla Costituzione: il recupero del condannato. E anche qui, se la pena consegue questo obiettivo, essa non può al tempo stesso recidere ferocemente ogni speranza di ricucitura del rapporto tra il condannato stesso e i suoi simili che hanno la ventura di essere rimasti “fuori”. Tra i due racconti c’è però una differenza: mentre nel libro di Fassone la narrazione parte dall’inizio della vicenda, cioè dai crimini per i quali il magistrato ha irrogato l’ergastolo, conducendo il lettore lungo il percorso della conversione del condannato, il racconto di Musumeci sulla prima parte della vicenda tace. E invece, almeno in un libro come questo, darne conto è indispensabile.
Parlarne è indispensabile perché significa andare al nocciolo della vicenda, a quella rinascita della persona che segna il raggiungimento di entrambe le finalità della pena previste dalla Costituzione: il recupero del reo ai valori della convivenza civile e la protezione di altre persone contro il ripetersi del suo comportamento criminale.

Certo, residua una terza finalità della pena: la deterrenza, cioè il disincentivo efficace e proporzionato contro i possibili comportamenti criminali di altri individui. Ma è evidente l’impossibilità logica che l’esecuzione di una pena resti immutabile nel suo contenuto e nel suo rigore quando ben due delle sue tre funzioni siano state pienamente adempiute. Dunque, per l’efficacia della giusta battaglia di Carmelo Musumeci e di Andrea Pugiotto in difesa del “diritto a un futuro” dell’ergastolano redento, è essenziale dar conto non soltanto del suo tempo presente, ma anche del suo passato: precisamente dar conto di come nel corso dell’esecuzione della pena si è prodotta la sua redenzione. Anche perché il darne conto comporta il riconoscimento – necessario affinché la battaglia sia vincente – di una funzione positiva che la pena ha svolto, almeno in quella fase passata.

Parlarne è indispensabile anche perché non si può dimenticare che una parte della durezza della pena – la parte prevista dal tristemente famoso articolo 41-bis della legge penitenziaria – non ha una funzione punitiva, ma costituisce una misura di sicurezza: quando a essa ci si oppone occorre dunque sempre spiegare quando e come sia venuta meno l’esigenza di sicurezza per la quale quella misura è stata adottata. Quando il detenuto in regime di 41-bis denuncia la lastra di vetro che impedisce a sua moglie e ai figli di accarezzarlo, il pensiero non può non andare ad altri coniugi e altri figli, ai quali accarezzare il proprio congiunto è impedito da una lastra di marmo: il 41-bis è lì per evitare in modo efficace che altre lastre di marmo si aggiungano, a separare altre persone dal mondo a cui hanno appartenuto. Non si può dimenticare che alla durezza di queste misure si è arrivati negli anni 80 per interrompere la serie tragica degli assassini compiuti dalle Brigate Rosse e in un secondo tempo quella degli assassini compiuti dalle organizzazioni mafiose.
Ma – e su questo Musumeci e Pugiotto hanno pienamente ragione – non si può dimenticare neppure che nella maggior parte dei 700 casi in cui il 41bis oggi si applica, per il modo e il tempo in cui si applica, quel regime è con tutta evidenza incongruo rispetto all’esigenza di sicurezza che dovrebbe giustificarlo.

Pietro Ichino – Senatore della Repubblica (Pd)

Corriere della Sera, 15 marzo 2016

Carceri, il Sen. Ichino (Pd) ed altri Parlamentari interrogano il Ministro Orlando sul 41 bis


Nei giorni scorsi, i Senatori della Repubblica Pietro Ichino, Luigi Manconi, Erica D’Adda, Gianpiero Dalla Zuanna, Maria Cecilia Guerra, Patrizia Manassero, Gianluca Susta (Pd), Karl Johann Berger (Per le Autonomie – Psi – Maie) e Serenella Fuckia (Misto) hanno presentato un atto di sindacato ispettivo al Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando in riferimento all’applicazione del regime differenziato detentivo speciale previsto dall’Art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario nei confronti dei detenuti da parte del Ministero della Giustizia.

L’Interrogazione a risposta orale n. 3-02524 è stata presentata mercoledì scorso 27 gennaio, durante la 566 esima seduta di Palazzo Madama e avrà risposta dal Governo presso la Commissione Giustizia presieduta dal Senatore Nico D’Ascola (Ncd); l’atto è “frutto del lavoro di ricerca ed elaborazione di un gruppo di esperti di cui fanno parte anche costituzionalisti, giudici penali e professionisti dell’assistenza ed educazione dei detenuti, volta a mettere a fuoco alcuni aspetti critici dell’applicazione dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario”.
“Il regime del 41-bis – spiega il senatore del Pd Pietro Ichino – è una misura di sicurezza che ha svolto e svolge una funzione indispensabile nel contrasto alla criminalità organizzata, ma viene talvolta applicata anche in situazioni nelle quali le esigenze di prevenzione originarie sono cessate, con conseguente pregiudizio per la partecipazione del condannato alle iniziative necessarie per la sua rieducazione e riabilitazione”.
“Gli autori dell’interrogazione chiedono perciò che “il ministro valuti l’opportunità di adottare linee-guida le quali, senza pregiudicare la funzione essenziale di sicurezza e legittima difesa della società civile, assicurino un’applicazione della norma costantemente attenta alle circostanze specifiche di ciascuno dei 700 casi oggi interessati, in ossequio rigoroso al principio contenuto nell’articolo 27 della Costituzione”.

Interrogazione a risposta orale n. 3-02524 del 27/01/2016 del Sen. Pietro Ichino (Pd) ed altri (clicca per leggere)

Carceri, Consolo (Dap) : “Sono favorevole all’abolizione dell’ergastolo ostativo”


“Ho dato parere favorevole all’abolizione dell’ergastolo ostativo”. Lo ha detto chiaramente il Dott. Santi Consolo, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia intervenendo al VI Congresso di “Nessuno Tocchi Caino, l’Associazione Radicale presieduta dall’Onorevole Marco Pannella, svoltosi nella Casa di Reclusione di Milano Opera ove all’interno sono reclusi il maggior numero di ergastolani (circa 150), molti dei quali ostativi cioè destinati a morire in carcere perché esclusi dalla possibilità di ottenere benefici o misure alternative alla detenzione inframuraria.

“Il titolo del congresso “spes contra spem” aiuta il cambiamento in atto – ha rilevato il Dott. Consolo – anche il Corpo di Polizia Penitenziaria ha cambiato motto, “Despondere spem, munus nostrus” – “Garantire la speranza è il nostro compito” questo è il ruolo della nostra Amministrazione. L’ergastolo ostativo prima non c’era, l’ergastolo prima con l’articolo 176 del codice penale era compatibile con l’articolo 27 della Costituzione, che parla di umanità, cioè di speranza, e se non si ha speranza come si può migliorare ? Come è successo allora tutto questo ? Perché abbiamo avuto gli anni di piombo. Da un lato ci siamo calati un un regime differenziato, il 41 bis, e dall’altro c’è stata l’incentivazione della legislazione premiale fino a prevedere, e lì c’è la violazione della Costituzione che ci porta ad essere incostituzionali, che c’è uno sbarramento all’accesso alla liberazione condizionale laddove non c’è collaborazione utile con la Giustizia. Auspico che il sistema italiano in fatto e in diritto – ha concluso il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo – offra la possibilità anche agli ergastolani ostativi di poter ottenere la liberazione anticipata”.

On. Bruno Bossio PdPrima del 1992, infatti, i condannati alla pena dell’ergastolo, pur sottoposti alla tortura dell’incertezza, hanno sempre avuto la speranza di non finire il resto dei loro giorni in carcere. Successivamente, invece, questa possibilità è stata del tutto abolita con l’approvazione dell’Articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Oggi, per la maggior parte degli ergastolani (1.174 su 1.619) la pena è divenuta realmente perpetua poiché se non collaborano con la Giustizia, non potranno mai più uscire dal carcere se non con i piedi davanti. Negli scorsi mesi, proprio sull’abolizione dell’ergastolo ostativo e quindi sulla possibilità anche per questi condannati, a determinate condizioni, di poter ottenere i benefici premiali o le altre misure alternative alla detenzione previste dall’Ordinamento Penitenziario, l’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, aveva presentato una proposta di legge sottoscritta da altri Deputati. Tale iniziativa legislativa venne abbinata al Disegno di Legge del Governo sulla Riforma dell’Ordinamento Penitenziario ed assorbita dallo stesso ma, praticamente, non sono state accolte le ottime osservazioni ed indicazioni in essa contenute non pervenendo al superamento degli sbarramenti preclusivi per questi particolari condannati posti dall’Art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario.

Intervento del Dott. Santi Consolo – Capo del Dap

Milano, Visita dell’On. Stefano Dambruoso (Sc) alla Casa di Reclusione di Bollate


Casa di Reclusione di Milano BollateIl Questore della Camera dei Deputati, Stefano Dambruoso si è recato stamane in visita all’istituto di pena di Bollate di Milano, in occasione dell’apertura al pubblico del ristorante proprio all’interno dell’istituto penitenziario ed a venti metri dall’ingresso dell’Expo. Si tratta della prima iniziativa del genere in Italia, il ristorante interno al carcere aperto al pubblico con i detenuti al lavoro, a seguito di un periodo di formazione in un corso professionale. Presente anche il sottosegretario all’istruzione Toccafondi.

“Da magistrato – ha detto Dambruoso durante l’incontro – ho contribuito a far arrestare mafiosi e terroristi ma ho sempre creduto che l’art. 27 della Costituzione che prevede il recupero e la fase emendativa del detenuto in espiazione debba essere valorizzato”. Il magistrato prestato alla politica, ha ribadito l’importanza delle iniziative volte non solo al recupero ma anche capaci di rendere dignitosa la vita all’interno delle carceri, tant’è che si è reso promotore personalmente finanziando un corso di arte-terapia all’interno dello stesso carcere di Bollate consentendo a oltre 20 detenuti di apprendere l’arte del disegno e la conseguente acquisizione di creatività. Dambruoso in tale contesto ha spiegato che garantire ai detenuti un impegno quotidiano e di recupero possa servire: “Evitare che i detenuti non facciano nulla in carcere diminuirà la possibilità che appena in libertà tornino a commettere crimini”.

Carcere Bollate - Pol Pen con DambruosoPer quanto riguarda invece la questione del sovraffollamento, Dambruoso ha focalizzato due questioni: “Come membro in Commissione Giustizia di Scelta Civica mi sono attivato per la costruzione di nuovi istituti di pena perché da magistrato e parlamentare sono convinto che sia prioritaria la certezza della pena e della sua esecuzione”. “Pena certa da scontare in luoghi dignitosi: solo così il nostro Paese non sarà più condannato al pagamento di salatissime penali per sovraffollamento carcerario in luoghi indecorosi come è accaduto in tempi recenti. Nessun buonismo – ha concluso Dambruoso – quindi: pena certa e carceri sicure dove svolgere attività di recupero per evitare la recidività criminale”.

Dire, 27 ottobre 2015

Carceri, “cattivi per sempre”, no alla rieducazione dei condannati per mafia e terrorismo


Aula della Camera dei DeputatiI mal di pancia giustizialisti tengono a freno i propositi di riforma dell’ordinamento penitenziario. Nessuno spazio per le aspirazioni di reinserimento dei condannati per mafia e terrorismo; uno sbarramento populista vuole i “cattivi” “cattivi per sempre”, in carcere fino alla morte. Viene da chiedersi quale spinta dovrebbe indurre un detenuto senza speranza al rimorso, alla rielaborazione del suo vissuto, al cambiamento; quale senso dovrebbe avere la “buona condotta in carcere”, quando ogni anelito di libertà, ogni possibilità di godere di trattamenti premiali, sono esclusi. Ma tant’è!

Eppure, la effettività rieducativa della pena è stata posta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, quale fulcro dei criteri della delega di governo depositata il 23 dicembre 2014. Ha ammesso, il ministro, che l’articolo 27 della Costituzione è rimasto una norma di programma mai compiutamente attuata ed ha palesato l’esigenza che il carcere, ancora un luogo carcerogeno che si traduce troppo spesso in una spinta alla recidiva, debba, invece, essere programmato quale momento costruttivo verso un concreto reinserimento del detenuto nella società civile.

Ha espresso, pertanto, la cogente esigenza di “un allineamento dell’ordinamento penitenziario agli ultimi pronunciamenti della corte costituzionale che ha più volte affermato l’illegittimità di un sistema sanzionatorio che si fondi su automatismi o preclusioni assolute”. Orlando ha sempre chiarito che massima attenzione sarebbe stata rivolta alle esigenze di sicurezza a fronte della mai sopita gravità dei fenomeni di criminalità organizzata.

L’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che allo stato preclude in assoluto, a chi abbia commesso determinati reati, di accedere a qualsivoglia percorso di rieducazione – salvo che collabori con la giustizia – non può, dunque, nell’idea del ministro, esser soppresso ma sussiste la concreta esigenza che se ne rivisiti il contenuto in una proiezione di legittimità costituzionale e di aderenza agli scopi della sanzione penale.

Ecco, allora, la esplicitazione di principi e criteri direttivi della legge delega tesi a restituire un senso ed una proiezione costituzionali a qualunque carcerazione: “eliminazione di automatismi e di preclusioni che impediscono o rendono molto difficile, sia per i recidivi sia per gli autori di determinate categorie di reati, l’individualizzazione del trattamento rieducativo e revisione della disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo”.

Anche chi è condannato all’ergastolo ostativo (reati contemplati dall’articolo 4 bis) deve poter sperare di tornare alla vita, se è vero che nessuna carcerazione – nel rispetto della volontà dei padri costituenti e degli imperativi comunitari (Vinter c/Regno Unito) – può essere, aprioristicamente ed in astratto, sottratta alla riammissione della persona detenuta nel tessuto sociale, alla aspirazione alla libertà, alla speranza di restituzione.

Nessuna previsione, dunque, che ammetta i condannati per i più gravi reati a godere – sic! – dei benefici penitenziari, bensì l’inserimento nel quadro ordinamentale di una possibilità per i soggetti che abbiano, nel corso della carcerazione, dimostrato di avere proficuamente avviato una revisione critica del sé, di essere gradualmente restituiti alla vita. Una possibilità che sarebbe vagliata da operatori intramurari e magistrati di sorveglianza attraverso la capillare attività di verifica e di controllo svolta dagli organi investigativi, soltanto una “possibilità – per usare le parole del ministro – per chi ha sbagliato di reinserirsi positivamente nel contesto sociale, non commettendo nuovi reati”, cuore del percorso di studio e di approfondimento denominato: “Stati Generali dell’esecuzione penale”.

Le propensioni alla attuazione della Costituzione estrinsecate dal ministro Orlando, tuttavia, hanno trovato un feroce sbarramento in chi, sventolando la polverosa bandiera della paura, ha capziosamente paventato la abrogazione tacita della pena perpetua e la rimessione in libertà di soggetti pericolosi appartenenti alle consorterie mafiose. Nulla di più falso, lo si è detto. La tensione riformatrice è nel senso di lasciare aperto uno spiraglio di emenda; di consentire a ogni uomo che abbia commesso un reato, qualunque reato, di pentirsi – pentirsi nell’animo, ricrearsi, cambiare (che è cosa assai diversa dal collaborare con la giustizia) – di dare un senso ed una concretezza ad una norma – l’articolo 27 della Costituzione – che viene radicalmente svilita dalla insuperabile previsione di morte per pena connaturata all’ergastolo ostativo.

E però la paura – anche ottusa, ignorante, artificiosa, ingannevole – vince. Con una modifica della legge delega, la presidente della Commissione Giustizia, Ferranti (Pd) spazza via qualunque spinta riformatrice verso l’attuazione della Costituzione escludendo dalla revisione della disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo, “i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo anche internazionale”.

La modifica annienta il senso del progetto di cambiamento semplicemente precludendo il cambiamento. Oggi i pochi condannati all’ergastolo per reati diversi da mafia e terrorismo accedono già – in caso di positivo compimento del personale percorso di rieducazione intramuraria e di conforme valutazione da parte del tribunale di sorveglianza competente – al graduale reinserimento in società. La paura vince, la Costituzione perde.

Avv. Maria Brucale

L’Opinione, 26 settembre 2015

Carceri, Vanna Iori (Deputato Pd): l’Italia non abbia paura della pena rieducativa


On. Vanna Iori, Deputato PDLa funzione rieducativa della pena rischia di rimanere oggi un paradosso che alimenta una rielaborazione rabbiosa, mortificando la dignità umana, o può davvero tradursi in un progetto possibile che consenta una pena “riflessiva” in grado di riattraversare le ombre della devianza e del reato commesso per poter concepire un nuovo progetto per il proprio futuro e un reinserimento sociale ?

Questo interrogativo si pone oggi come necessario e legittimo. È un interrogativo che comporta una riflessione sul senso che può avere la pena dietro le sbarre, riflessione resa ancor più necessaria in un contesto di crescente populismo giustizialista, superficiale ed emotivo. La pericolosità sociale di alcune categorie di persone è spesso più apparente che reale e la detenzione risponde più all’esigenza di allontanare e segregare i “devianti” per la loro differenza che per l’effettiva pericolosità sociale. Il carcere diventa in tal modo una struttura “sostitutiva” delle strutture di recupero sociale inesistenti o insufficienti, che consentano l’uscita dal carcere anche per chi fuori non ha un domicilio.

Ma questi sentimenti sono motivati anche dal fatto che non c’è nel nostro Paese il senso della certezza della pena e di una giustizia penale rapida e efficace. Il passo decisivo per superare la visione meramente punitiva e riuscire ad affermare una effettiva funzione rieducativa della pena sia riportare l’attenzione principalmente sul rapporto tra l’interno e l’esterno del carcere.

Il carcere conserva le caratteristiche di istituzione totale, chiusa e separata tramite un isolamento fisico e simbolico dal contesto della società esterna, caratteristiche del sistema penitenziario ottocentesco, accentuate dal fascismo e ancora rimaste in quello repubblicano, nonostante le successive riforme abbiano apportate modifiche, dal 1975 ad oggi. Questa separazione interno-esterno colloca chi sta “dentro, “detenuto”, “ristretto” in una struttura impermeabile all’esterno, dove chi sta “fuori”, è “in libertà”, “in sicurezza” poiché i gli autori delle azioni “malvagie” e portatrici di disordine stanno, appunto, “rinchiuse”, dietro le sbarre, le mura, i fili spinati, presidiate delle garitte e dalle guardie.

Questo isolamento nei confronti del mondo esterno rende il carcere una “città nella città” dove si vive un sovraffollamento interno, dove le condizioni non sono quelle dell’abitare che caratterizza l’esterno: “là”, oltre le sbarre e i portoni metallici, le persone sono libere di muoversi, scegliere e vivere. L’interno non può protendersi verso l’esterno, allo stesso modo non giunge all’interno la voce del mondo esterno e il mondo esterno non accoglie e ascolta le voci dell’interno.

Favorire il contatto tra l’interno e l’esterno è quindi decisivo. E può essere realizzato innanzitutto attraverso la territorializzazione della pena, un passo fondamentale, perché recidere il collegamento col territorio, la realtà locale, le famiglie, gli amici, acuisce la separatezza e i vissuti di abbandono al mondo spesante, violento e disumano dell’esperienza detentiva.

Certo non è facile rispondere al disagio della detenzione, ma una via per cercare di uscire dalle ombre della depressione e della perdita di speranza di chi si sente oppresso dal passato e si vede privo di futuro è innanzitutto quella che si basa sul recupero delle relazioni interpersonali e degli affetti familiari, dove è ancora possibile non disperderli. Sarà necessario ripensare il senso delle misure “alternative” che, come efficacemente esprime la stessa scelta linguistica del termine, presuppongono una “norma” nella cui logica si riconosce la centralità del carcere e si vede nella detenzione la formula prioritaria di erogazione della pena.

Ma se le pene diverse dalla detenzione sono delle “alternative” è evidente che le erogazioni diventano “eccezioni”, sussidiarie o premiali. Nella logica rieducativa della pena dovrebbe in teoria essere proprio il contrario, ovvero dovrebbe essere il carcere la misura “alternativa” ove non esistano le condizioni per altre misure che esprimano la funzione rieducativa e l’obiettivo del reinserimento.

Il decreto 2978, approvato il 23 settembre contiene, specificamente all’articolo 30, indicazioni per la revisione dell’ordinamento penitenziario in cui si indicano strumenti per il valore rieducativo della pena, principalmente attraverso facilitazioni per il ricorso alle misure alternative, eliminando automatismi e preclusioni nell’accesso ai benefici penitenziari. Ma soprattutto si indica nella valorizzazione del lavoro uno strumento di rieducazione propedeutico al reinserimento nella società. Inoltre si riconosce il diritto all’affettività come opportunità per la riduzione delle recidive. Ma forse siamo ancora lontani dall’attuazione dell’articolo 27 della Costituzione.

On. Vanna IORI

Deputata del Partito Democratico

Responsabile Nazionale del Partito per l’Infanzia e l’Adolescenza