Prof. Galliani (UniMilano): Non si può essere contrari alla pena di morte e favorevoli all’ergastolo ostativo


L’ergastolo ostativo è equivalente al traino dei battelli controcorrente imposto nel 1778 dall’imperatore austriaco in seguito all’abolizione della pena di morte. Ecco perché. L’imperatore austriaco, nel 1778, abolisce la pena di morte. Per tenere alta la deterrenza, introduce: la detenzione, da trenta a cento anni, con cerchio di ferro al torace, ferri ai piedi, letto di assi, nutrimento a pane e acqua, isolamento; l’incatenazione, con totale impossibilità di movimento, che, una volta all’anno, per pubblico esempio, comprende anche delle bastonate; il traino dei battelli controcorrente sul Danubio.

Questo terzo surrogato della pena capitale era già stato testato. Durante un viaggio, il nostro si accorge della difficoltà di trasportare viveri, merci e armi sul Danubio. La corrente contraria è troppo forte: le navi devono essere trainate da uomini appostati sulla riva, grazie a lunghe corde. Così nasce il traino dei battelli e subito inizia la conta dei morti: informato, il sovrano incolpa le febbri palustri.

Dei 1.173 uomini al traino dei battelli dal 1784 al 1789, nel 1790 ne sopravvivono 452. Per cinque anni, ogni anno muoiono un numero doppio di uomini di quanti erano stati giustiziati negli anni precedenti. Il 17 luglio 1790, un decreto di Pietro Leopoldo, succeduto al fratello, abolisce il traino dei battelli.

Sono passati più di due secoli. Come dirci contrari alla pena di morte e favorevoli al moderno traino dei battelli, l’ergastolo ostativo? Proviamo a spiegare questa pena con un esempio, che non contiene tutti i casi, ma buona parte.

Famiglia e contesto disagiati. Assenza completa dello Stato. Smetti di cercare te stesso. Pensi che realizzarsi non dipenda anche da te, ma solo da altri, che ti cercano e non respingi. Spari e poi ancora spari. Uccidi, quasi senza farci caso. Vuoi essere riconosciuto. Falsi valori, ipocrisia, niente conta: sei finalmente uno di loro. Anche se hai solo venti anni, hai già perso amici, parenti e di lì a poco perderai anche la tua libertà, quella fisica. Inevitabile e giusta, inizia finalmente la detenzione. Capisci però che il carcere a qualcosa serve: hai un attimo per stare con te stesso, finalmente un attimo di libertà, anche se dietro le sbarre.

Lo Stato, prima assente, ora è presente. Non si preoccupa di te. Vuole che tu collabori con la giustizia. Se ti va bene, se i fatti sono tutti accertati, la collaborazione sarà impossibile. Non di meno, è una rarità: tu eri dentro un sistema, la mafia, dove di solito non si uccide per impulso, ma quasi sempre per utilità. Non usa la vendetta, di norma. Usa il calcolo, del quale tu nulla o quasi sapevi: quelli erano la pistola e l’obbiettivo, hai sparato, magari insieme a qualcuno di altro, perché così ti è stato detto di fare da tizio, incaricato da caio, con il via libera di sempronio.

In poche parole, non hai scampo. Certo che puoi fare qualche nome, ma sei sovrastato dalle paure. La fiducia, lo Stato, se la deve meritare e i collaboratori morti ammazzati non sono una rarità. Ci vuole una bella fiducia per fidarsi di questo Stato, che non riesce ad essere più forte della mafia. Non solo. Non vuoi far arrestare tuo fratello o una persona che è uscita dal giro, scontata la pena. Che fare: baratto la sua detenzione con la mia possibilità di libertà?

Qui inizia la storia, anzi finisce. Questo è l’ergastolo ostativo. I motivi che ti hanno spinto a non collaborare non cambiano nel tempo. Ma qualcosa succede. Eri quasi analfabeta, ora leggi romanzi, hai preso un diploma, poi una laurea. Ti sei impegnato in carcere e ora magari sai coltivare un orto. Hai iniziato a riscoprire te stesso: ti sei allontanato dall’uomo del reato. Inizi a capire chi sei. Solo così, riconoscendo te stesso, riconosci gli altri, quindi anche la società. Arriva poi la duplice svolta.

Ripercorri la tua vita, ti ricredi, fai di tutto perché altri non commettano i tuoi stessi errori. La mafia “fa schifo”: lo dici una, due, tre, tante volte. Ovvio che quando parli sei sempre sulla linea di confine tra l’ammettere gli errori, nel senso di ripercorrere ricredendoti la tua esistenza, e il giustificarli. Ma lo dici: non ti stai giustificando, stai solo raccontando la tua storia, sbagliata, ma sempre la tua storia, per quella che è: anche questo è legalità. La seconda svolta. Chiedi scusa, al quartiere dove sei nato, alla comunità e alle persone che hai ferito, ai parenti delle persone che hai ucciso. A volte dici: “se però fossi nato altrove”. Anche questo sembra giustificazione, ma è rivedere criticamente la propria esistenza.

L’uomo del reato, oggi, è cambiato. Ti senti pronto per andare di fronte ad un giudice: il percorso fatto è positivo, oppure manca qualcosa? Tutto qui. Quello che vorresti sarebbe questa possibilità. Senza mai nessuno che ti possa giudicare, ti sembrerebbe di morire, giorno dopo giorno, lentamente. Preferisci la pena di morte. Non sopporti che la tua pericolosità sia desunta e presunta, automatica, per via di quello che hai fatto quando eri ragazzino. Tanto vale farla finita subito: giustiziatemi.

La collaborazione con la giustizia è importante, ma non può essere l’unica cosa da considerare. E se il giudice si convincesse, non ci sarebbe alcun automatismo. Leggerà le relazioni del carcere, le informative della polizia, i pareri della procura antimafia. Se qualcosa non torna, prevale la pericolosità rispetto alla rieducazione. Come il nostro protagonista, ce ne sono circa 1.200, gli ergastolani ostativi italiani. Non possiamo attendere che uno ad uno escano dal carcere nell’unico modo oggi possibile, da morti, come quelli che trainavano i battelli sul Danubio.

Davide GallianiProfessore di Diritto Pubblico Università degli Studi di Milano

Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2019

Per i Prof. Galliani e Santoro: “Rivedere l’ergastolo ostativo non vuol dire rimettere i boss in libertà”


Parlano il costituzionalista Davide Galliani e il filosofo del diritto Emilio Santoro. Il 22 ottobre la sentenza della Consulta. La Cedu, Corte europea dei diritti dell’uomo, ieri ha bocciato il ricorso del governo sull’ergastolo ostativo.

Una decisione che è stata accompagnata, nei giorni precedenti, da allarmi sui “regali alla mafia” e sul rischio che “decine e decine di mafiosi possano uscire dal carcere”. Il prossimo 22 ottobre la Corte costituzionale dovrà decidere, a partire da un caso simile, sulla legittimità del 4bis rispetto però ai permessi premio (nella sentenza Viola era rispetto alla liberazione condizionale). E anche in quel caso, immaginiamo, si moltiplicherà il terrorismo psicologico. Davide Galliani, costituzionalista ed estensore di un amicus curiae nel caso Viola contro Italia alla Cedu, ci spiega perché dietro questi allarmi ci sia anche della malafede.

“Anzitutto – dice Galliani al Foglio – è interessante notare come si siano allarmati tutti quanti adesso, quando in realtà la sentenza Viola è stata depositata il 13 giugno. È passata abbastanza inosservata, ma ora che il governo ha deciso di rivolgersi alla Grande Camera, tutti hanno iniziato a dire la propria, al di là del merito. Dal punto di vista giuridico e anche per come funziona la Corte di Strasburgo, il panel di cinque giudici doveva decidere se mandare la sentenza Viola in Grande Camera o meno, non stava decidendo nel merito. Né stava mettendo in discussione, come qualcuno ha detto, il regime di 41bis”. Questa levata di scudi tardiva “dunque fa riflettere. Sono passati tre mesi, dove sono stati finora?”.

A un certo punto, però, politici e magistrati si sono svegliati. Da Luigi Di Maio ad Alfonso Bonafede, a Nino Di Matteo. Tutti a parlare di mafiosi in libertà e duro colpo allo stato da parte dell’Europa. Anche se, dice il professor Galliani, “io escluderei che tutti i politici abbiano letto veramente la sentenza Viola. Basta leggere che cosa c’è scritto nel cosiddetto Spazza-corrotti, che estende il regime ostativo anche per reati che non sono associativi. Pensi al peculato. Lei mi può spiegare che collaborazione potrà mai dare un vigile urbano che si è intascato 300 euro?

Chi ha scritto questa norma non capisce che il regime ostativo al massimo può avere un senso nei confronti di reati associativi, come la mafia. Ma come può avere senso tanto per la mafia quanto per il peculato? Mi verrebbe da dire “perdonateli perché non sanno quello che fanno”.

I magistrati invece è difficile pensare che siano ignoranti, anzi. Quindi quando parlano lo fanno, si suppone, con cognizione di causa. “Lasciamo stare la politica, ma un magistrato non può dire che la Cedu va a intaccare il carcere duro. Semplicemente non è vero, quindi se lo dice è in malafede”. Insomma, dice Galliani “è una strumentalizzazione quella cui stiamo assistendo. La sentenza Viola non riguarda il carcere duro. E non si può certo dire che chi nutre delle perplessità sull’ergastolo ostativo sarebbe un fiancheggiatore della mafia. Papa Francesco è contro l’ergastolo, dunque sarebbe colluso con la mafia?”.

Dunque, è “giusto esprimere liberamente delle perplessità di natura giuridica (come hanno fatto la Cassazione e la sorveglianza sollevando le questioni di costituzionalità, senza essere tacciati di stare, anche solo indirettamente, dalla parte della mafia. Purtroppo è questo il messaggio che sta passando”. Sono molti i messaggi sbagliati che sono emersi in questi giorni. Dal fatto che adesso “decine di mafiosi usciranno” al fatto che Strasburgo non conosce bene i problemi dell’Italia.

“Ma niente di questo è vero. Dire che “usciranno tutti i boss” non ha alcun senso. Strasburgo dice semplicemente una cosa: durante una detenzione ultradecennale – più di vent’anni, poniamo – è possibile che una persona cambi, nonostante le nostre carceri facciano schifo. Il giudice deve poter prendere atto del cambiamento, ma non è detto che apra le porte del carcere. Il carcere ostativo nega i benefici penitenziari, dal permesso premio fino alla liberazione condizionale, a meno che un condannato collabori con la giustizia. Se non collabora, è considerato socialmente pericoloso, sempre e comunque”.

La Cedu vuole semplicemente restituire al giudice la possibilità di decidere. E poi, aggiunge Galliani, “basta con la strumentalizzazione di Giovanni Falcone sul carcere ostativo, davvero insopportabile. Falcone merita di meglio. Bisogna portargli rispetto. Mentre sul 41bis sappiamo che tanto Falcone quanto Paolo Borsellino erano tendenzialmente favorevoli, sull’ergastolo ostativo non possono esserci strumentalizzazioni. E sa perché?

Perché quando è stato introdotto il regime del quale parliamo, Falcone era già morto. Quindi o qualcuno mi prova che aveva scritto qualcosa a favore del carcere ostativo, oppure, siccome non lo puoi dimostrare, vuol dire strumentalizzare il suo nome. Io lo lascerei davvero in pace. Possiamo usare altri argomenti, ma non questo”.

Per giorni, come detto, Nino Di Matteo & soci hanno lanciato allarmi sulla libera uscita dei mafiosi dal carcere grazie all’imminente decisione della Cedu. Eppure, proprio questa settimana la Cassazione ha respinto la richiesta dei legali di Giovanni Brusca di ottenere la detenzione domiciliare. Brusca continuerà dunque a scontare la sua pena nel carcere di Rebibbia. Per Emilio Santoro, filosofo del diritto, è la dimostrazione che non è vero che adesso ci sarà il via libera ai mafiosi.

“Non è che la Cedu abolisce il carcere ostativo, ma consente al magistrato di sorveglianza di valutare, dal percorso riabilitativo di un reo, se può uscire dal carcere oppure no. Nel caso di Brusca, contro il parere della Dia, la Cassazione ha stabilito per l’appunto che Brusca non può uscire dal carcere. Grazie alla Cedu torniamo semplicemente a questo: il magistrato di sorveglianza valuta se tenere un mafioso in carcere oppure no.

L’ostatività che la Cedu ha abolito impediva al magistrato di sorveglianza di valutare il detenuto. Quando Di Matteo dice che adesso i mafiosi usciranno dal carcere, significa che non ha nessuna fiducia nei confronti dei magistrati di sorveglianza”.

Adesso si attende la Corte costituzionale del 22 ottobre e “tra i giuristi è ormai pacifico ritenere illegittimo l’ergastolo ostativo, a parte qualche magistrato – come Ardita o Di Matteo – nessuno più sostiene il contrario. Quindi io penso che la Corte costituzionale non farà altro che ribadire lo stesso concetto stabilito dalla Cedu. Quello che fa la Cedu è ribadire, in linea con la giurisprudenza consolidata, che negare la possibilità di rilasciare un detenuto sottoposto a ergastolo è una forma di tortura.

Io capisco la lotta alla mafia, ma un paese civile può condurre questa lotta rimanendo in linea con gli standard europei dei diritti umani, senza ricorrere alla tortura. Un tempo ci si chiedeva se fosse giusto torturare o meno un terrorista, e si è stabilito di no. Oggi è la stessa cosa”.

La cosa assurda, dice Santoro, “è che quando c’è stata la sentenza Viola, a giugno, nessuno ha detto nulla. Nemmeno Salvini, che pure era ministro dell’Interno e di solito è il primo ad attaccare l’Europa. Abbiamo dovuto aspettare un governo, in cui ci sono anche il Pd e Leu, che brontolasse contro la riaffermazione di un principio: non si tortura nessuno, ma si valutano i comportamenti delle persone”.

“Nessuno aveva detto niente dopo la sentenza Viola, nemmeno Salvini, sempre il primo ad attaccare l’Europa. Abbiamo dovuto aspettare un governo, con il Pd e Leu, che brontolasse contro la riaffermazione di un principio: non si tortura nessuno, ma si valutano i comportamenti delle persone”.

David Allegranti

Il Foglio, 9 ottobre 2019