Corte Costituzionale: E’ illegittimo il divieto di cucinare in cella per i detenuti al regime 41 bis OP


Anche chi è ristretto al “carcere duro”, il regime detentivo speciale previsto dall’Art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario «deve conservare la possibilità di accedere a piccoli gesti di normalità quotidiana, tanto più preziosi in quanto costituenti gli ultimi residui in cui può espandersi la sua libertà individuale». Per questi motivi, con Sentenza n. 186/2018, la Corte Costituzionale (Presidente Lattanzi, Relatore Zanon) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’Art. 41 bis c. 2 quater lett. f) O.P. per contrasto con gli Art. 3 e 27 della Costituzione della Repubblica.

La questione di legittimità costituzionale era stata sollevata dal Magistrato di Sorveglianza di Spoleto Dott. Fabio Gianfilippi con Ordinanza del 9 maggio 2017, a seguito di un reclamo proposto da un detenuto ristretto nella Casa Circondariale di Terni in regime di 41 bis O.P., nella parte in cui «impone che siano adottate tutte le necessarie misure di sicurezza volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità per i detenuti in regime differenziato di cuocere cibi». Una questione che la Consulta ha ritenuto fondata perchè il divieto di cucinare i cibi in cella è «privo di ragionevole giustificazione», «incongruo e inutile alla luce degli obbiettivi cui tendono le misure restrittive autorizzate dalla disposizione in questione» e, pertanto, «in contrasto con gli artt. 3 e 27 Cost.».

Non si tratta – si legge nella sentenza  – di «affermare, né per i detenuti comuni, né per quelli assegnati al regime differenziato, l’esistenza di un “diritto fondamentale a cuocere i cibi nella propria cella”: si tratta piuttosto di riconoscere che anche chi si trova ristretto secondo le modalità dell’art. 41 bis ordin. penit. deve conservare la possibilità di accedere a piccoli gesti di normalità quotidiana, tanto più preziosi in quanto costituenti gli ultimi residui in cui può espandersi la sua libertà individuale».

In conclusione, l’art. 41 bis, c. 2 quater, lett. f) O.P. è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo limitatamente alle parole «e cuocere cibi».

Corte Costituzionale, Sentenza n. 186-2018 – 41 bis OP (clicca per leggere)

Carceri, Incostituzionale negare qualsiasi beneficio ai condannati all’ergastolo ostativo


È incostituzionale negare qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati all’ergastolo per aver causato la morte di una persona sequestrata a scopo di estorsione, terrorismo o eversione, prima che abbiano scontato almeno 26 anni di detenzione. La preclusione assoluta è intrinsecamente irragionevole alla luce del principio stabilito dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, secondo il quale le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Lo ha affermato la Corte Costituzionale nella sentenza n. 149 depositata oggi 11 luglio 2018 (Presidente Giorgio Lattanzi e Giudice Relatore Francesco Viganò), con la quale è stato dichiarato incostituzionale l’articolo 58 quater, comma 4, della Legge n. 354/1975 sull’Ordinamento Penitenziario là dove si applica ai condannati all’ergastolo per i due “reati ostativi” previsti dagli articoli 630 e 289 bis del codice penale.

La questione era stata sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia, al quale un condannato all’ergastolo per sequestro a scopo di estorsione e omicidio della vittima aveva chiesto di poter accedere al regime di semilibertà avendo trascorso più di 20 anni in carcere, dove si era meritevolmente impegnato in attività lavorative e di studio. In primo luogo, i giudici costituzionali hanno ritenuto che la norma sovvertisse indebitamente la logica di progressività con cui, secondo il vigente ordinamento penitenziario, il condannato all’ergastolo deve essere aiutato a reinserirsi nella società, attraverso benefici che gradualmente attenuino il regime carcerario, favorendone contatti via via più intensi con l’esterno del carcere. Di regola, infatti, già dopo avere scontato 10 anni di pena, l’ergastolano, se mostra una fattiva partecipazione al programma rieducativo, può beneficiare dei primi permessi premio e può essere autorizzato a uscire dal carcere per il tempo strettamente necessario a svolgere attività lavorativa all’esterno delle mura penitenziarie. In caso di esito positivo di queste prime esperienze, dopo 20 anni l’ergastolano “comune” può essere ammesso al regime di semilibertà, che consente di trascorrere la giornata all’esterno del carcere per rientrarvi nelle ore notturne; e dopo 26 anni, qualora abbia dato prova di sicuro ravvedimento, può finalmente accedere alla liberazione condizionale.

La norma ora dichiarata illegittima – con riferimento ai soli condannati all’ergastolo per i reati considerati – appiattiva invece all’unica e indifferenziata soglia temporale dei 26 anni la possibilità di accedere a tutti questi benefici, impedendo così al giudice di valutare il graduale progresso del condannato nel proprio cammino di reinserimento sociale. In secondo luogo, la Corte ha evidenziato come la norma rinviasse irragionevolmente al ventiseiesimo anno di carcere gli sconti di 45 giorni, previsti per ogni semestre di pena espiata, in caso di positiva partecipazione del condannato all’opera di rieducazione. Nei casi di ergastolo “comune”, questi sconti possono invece essere utilizzati per anticipare il momento di accesso ai diversi benefici penitenziari (permessi premio, lavoro all’esterno, semilibertà). La norma ora dichiarata illegittima eliminava ogni pratico incentivo, solo per queste speciali categorie di ergastolani, a impegnarsi sin dall’inizio della pena nel cammino di risocializzazione. Infine, la Corte ha censurato il rigido automatismo stabilito dalla norma, che impediva al giudice di valutare i progressi compiuti da ciascun condannato, sacrificando così del tutto la funzione rieducativa della pena sull’altare di altre, pur legittime, funzioni. La sentenza sottolinea, in particolare, come siano incompatibili con il vigente assetto costituzionale norme “che precludano in modo assoluto, per un arco temporale assai esteso, l’accesso ai benefici penitenziari a particolari categorie di condannati (…) in ragione soltanto della particolare gravità del reato commesso, ovvero dell’esigenza di lanciare un robusto segnale di deterrenza nei confronti della generalità dei consociati”; ed evidenzia come le conclusioni da essa raggiunte siano coerenti con gli insegnamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui gli Stati hanno l’obbligo “di consentire sempre che il condannato alla pena perpetua possa espiare la propria colpa, reinserendosi nella società dopo aver scontato una parte della propria pena”.

Corte Costituzionale – Sentenza nr. 149/2018 (clicca qui per leggere)

Candido (Radicali) : La pena perpetua uccide la speranza e ci pone fuori dalla Costituzione


TGiuseppe Candidora qualche giorno saremo costretti a pagare il canone alla TV concessionaria per il sevizio pubblico radiotelevisivo. Anzi, da quest’anno lo pagheremo direttamente con la bolletta della luce, e chi si è visto si è visto. Ma se è e deve essere pubblico servizio radiotelevisivo, allora mi domando perché ai cittadini non sia consentito di poter conoscere (e quindi di poter deliberare, di scegliere) sulle diverse proposte e le diverse iniziative politiche presenti in “campo”.

Mentre le TV i telegiornali e i giornali, che pur dovrebbero svolger il loro servizio nell’ottica di servizio pubblico quando macinano carta grazie ai contributi che lo stato finanzia loro, erano pieni di titoli, di servizi e di approfondimenti sul fatto che il ministro Maria Elena Boschi avesse ottenuto la fiducia dei suoi (come si poteva dubitarne?), nulla si è detto invece ai cittadini di un congresso svoltosi, nei giorni del 18 e del 19 dicembre, nella casa circondariale di Opera organizzato da un’associazione politica radicale che si chiama “Nessuno Tocchi Caino”.

Un congresso al quale hanno partecipato oltre che esponenti Radicali di livello nazionale e di spicco come Emma Bonino, Marco Pannella, Sergio D’Elia, Rita Bernardini da sempre ostracizzati dall’informazione, anche esponenti di istituzioni importanti come il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo che, tra l’altro ha portato un messaggio importante e inedito (se non fosse che si può riascoltare sul sito di radio radicale) del Ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Un congresso organizzato dall’associazione Nessuno Tocchi Caino impegnata col Partito Radicale da decenni, anche con successi importanti per l’Italia alle Nazioni Unite come quella per la moratoria capitale, e che si batte per l’abolizione della pena di morte nel mondo ma anche contro la pena fino alla morte nel nostro Paese. Il titolo del congresso a cui hanno partecipato – seduti accanto – il capo del DAP, il Presidente emerito della Corte Costituzionale Gianni Maria Flick e più di un centinaio di detenuti ed ergastolani provenienti dalle carceri di tutta Italia; un congresso di cui gli italiani non hanno potuto sapere nulla. Un titolo che da solo poteva esser già notizia: “spes contram spem”, in riferimento esplicito al passaggio di Paolo di Tarso, l’Apostolo delle genti, che sulla incrollabile fede di Abramo disse che “ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre dei nostri popoli”. E pure l’argomento stesso era notizia: perché si parlava di abolizione della pena di morte e della pena fino alla morte, di abolire cioè l’ergastolo ostativo, quello che porta la dicitura: “fine pena mai” e che è stato più volte detto durante il congresso è contrario alla finalità rieducativa e di reinserimento sociale prevista dall’articolo 27 della nostra Costituzione per la pena detentiva.

Quello che mi chiedo è se sia giusto che i cittadini non possano saper nulla di ciò che è avvenuto nel carcere di Opera durante quella due giorni congressuale, di ciò che si sia detto e, soprattuto, chi ha detto cosa. Perché se lo dice il Papa, o se lo dice Marco Pannella che l’ergastolo è sia inumano sia anticostituzionale, anche questa, come quella della Boschi che trova i numeri per non esser sfiduciata, sono delle “non notizie”. Nel giornalismo, la regola dovrebbe essere che non è il cane che morde l’uomo la notizia ma, al contrario, l’uomo che morde il cane. Quindi, se il capo del DAP dice che l’ergastolo ostativo ci porta fuori dalla costituzione, questa dovrebbe diventare subito notizia. In un Paese normale ci sarebbero stati titoli, ultim’ora, approfondimenti, e in un Paese democratico si dovrebbe quantomeno aprire un dibattito. Un’intervista almeno a chi queste affermazioni le ha fatte. Invece c’è il silenzio. Un silenzio così assordante di notizie inesistenti, spesso trovate apposta per coprire, magari, qualcosa che non deve esser detto, che non deve esser comunicato.

Non si dice nulla del fatto che il direttore di un carcere come quello di Opera con presenti oltre 150 ergastolani, il dott. Giacinto Siciliano abbia detto che è possibile cambiare e conciliare il rispetto della sicurezza con quello dei diritti umani. Nulla si fa conoscere ai cittadini delle parole contenute nel messaggio del Presidente Mattarella inviato a Marco Pannella, agli organizzatori e ai congressisti tutti, un messaggio letto da Rita Bernardini udito solo dai congressisti e gli abituali di radio radicale; né delle parole contenute nel messaggio del Ministro Andrea Orlando che ha affidato il suo scritto a Santi Consolo.

Nulla si è saputo di un congresso che ha per titolo quello che, lo stesso Sergio D’Elia segretario riconfermato specifica non essere solo un titolo, ma un vero e proprio progetto, qualcosa che, dice, “allo stesso tempo, è metodo e merito, forma e sostanza, mezzo e fine, cioè un obbiettivo: spes contram spem. Un obbiettivo nel quale c’è anche a fondamento un metodo di lotta politica e civile che è quello di essere noi stessi speranza contro l’avere speranza, contro le tante speranze”.

Una cosa dirompente detta a dei detenuti con fine pena mai: Pannella dice agli ergastolani e ai detenuti: dovete voi esser speranza non solo per voi stessi, ma anche per i vostri familiari, per chi vi ama. Speranza per lo Stato che diventi Stato di diritto rispettoso della sua stessa Costituzione. Essere speranza contro quello che è stato definito “un marchio indelebile col quale lo Stato dice: tu non cambierai mai”. Nulla di tutto ciò è stato raccontato ai cittadini, e nulla delle parole del capo del DAP Santi Consolo sono filtrate dalla cortina di ferro dell’informazione di regime: sull’ergastolo ostativo, dice Santi Consolo, “la mia posizione è nota perché ho già dato parere favorevole a questa abolizione” aggiungendo che “molte cose stanno cambiando in positivo”. Il titolo del congresso, dice ai Radicali che l’hanno scelto, “vi rende vicini e sostenitori dell’opera di cambiamento che la Polizia penitenziaria sta portando avanti” ricordando che anche la Polizia penitenziaria ha cambiato motto: despondere spem munus nostrum. Assicurare la speranza, questo è il ruolo, la missione della nostra amministrazione”. Poi Consoli, saltando indietro nel tempo, ricorda ai presenti come nacque in Italia l’ergastolo ostativo che ci porta fuori dalla nostra costituzione.

“L’articolo 176 del Codice penale era compatibile con l’articolo 27 della Costituzione e nel nostro sistema, noi per primi, l’Italia, abbiamo concepito un articolo che parla di umanità. E che significa umanità? Significa speranza e lo esplicita l’articolo 27 laddove dice che la pena deve tendere alla rieducazione e se non si ha speranza come si può migliorare?”. “Perché è successo tutto questo?”, si chiede. “Perché abbiamo avuto gli anni di piombo e ricordo i dibattiti: la collaborazione, l’incentivare la legislazione premiale. Perché? Perché eravamo impreparati a comprendere un fenomeno” – spiega Santi Consolo – “perché non lo sapevamo contrastare e, allora, dovevamo premiare chi ci dava informazioni.

E poi,” – aggiunge ancora – “c’è stato il trionfalismo: abbiamo vinto e, su quella scia, abbiamo utilizzato gli stessi moduli, le stesse strategie per contrastare la criminalità organizzata” e “non ci siamo resi conto che la società aveva bisogno di opportunità, di modelli di vita alternativa che tenessero lontani i nostri consociati dal delitto, dal delitto che non paga mai. Ci siamo calati, da un lato, in un regime differenziato, il 41bis, e dall’altro in una accentuazione, in un’incentivazione della legislazione premiale che è giunta, ed è lì il vulnus dell’intero sistema, lì la violazione della nostra Costituzione che ci porta ad essere incostituzionali”.

È lì, a quel punto, che scoppia l’applauso degli ergastolani al capo del DAP. “Siamo arrivati ad affermare” – dice ancora il capo del DAP – “che c’è uno sbarramento all’accesso alla liberazione condizionale laddove non c’è collaborazione utile che si deve sostanziare in: o un contributo per evitare che il reato sia portato avanti ad ulteriori conseguenze, ovvero, ma questo si può fare nell’immediatezza, ci deve essere un ravvedimento immediato; e se questo ravvedimento immediato non c’è? Se l’autore del reato viene perseguito dopo molto tempo dalla commissione del reato? O il reato di per sé non offre questa opportunità? Allora bisogna dare un contributo utile o per l’individuazione degli autori o per perseguire nuovi autori”. Poi aggiunge che nel legiferare “bisogna essere consapevoli di che cosa è la criminalità organizzata o la criminalità terroristica”. E ancora: “Se l’organizzazione è stata sgominata. Quando tutti gli appartenenti a quell’organizzazione sono stati perseguiti, quale possibilità è data al singolo di collaborare. Ad impossibilia nemo tenetur”. “Non si può esigere un comportamento collaborativo”, dice il capo del DAP, “da chi, de facto e de iure, non può oggettivamente darlo. E, allora, trasformiamo la pena detentiva in pena perpetua che uccide la speranza”.

La pena perpetua che uccide la speranza e che ci pone fuori dalla nostra costituzione. Parole del capo del DAP cui fanno eco quelle del presidente emerito della Corte costituzionale Flick. Riflessioni importanti su temi importanti cui non solo i cittadini dovrebbero poter conoscere attraverso giornali e telegiornali, ma su cui si dovrebbe fare approfondimento. Argomenti che dovrebbero discutersi persino nelle scuole perché “Riflessioni” con la R maiuscola a cui i giovani cittadini, in primis i giovani, avrebbero diritto di conoscere per comprendere quei valori fondanti della nostra Carta.

Un congresso come quello di Nessuno Tocchi Caino dovrebbe essere approfondito da trasmissioni televisive e persino fatto conoscere ai ragazzi delle scuole, trascritto in atti da studiare come si fa per i convegni importanti e non invece dimenticato, ignorato così come si sta facendo, lasciato negli archivi a futura memoria. La televisione avrebbe il compito fondamentale di far conoscere ed educare i cittadini al rispetto dei diritti e a conoscere temi come l’abolizione della pena di morte o della pena fino alla morte; l’abolizione di quell’ergastolo ostativo che uomini dello Stato del calibro di Consoli ci dicono essere anticostituzionale. Meritoriamente qualche giornale è stato attento a non censurare del tutto, ma è qualche mosca bianca in mezzo al mare nero dell’informazione radiotelevisiva e non basta. Servirebbe una TV interamente dedicata ai diritti umani, un TV che aiutasse, assieme alla scuola, a formare cittadini consapevoli e non semplici sudditi. E servirebbe una TV in grado di far conoscere tutte le alternative. Altrimenti i populismi forcaioli trionferanno.

Giuseppe Candido

L’Opinione, 29 dicembre 2015

Riforma legge sugli Stupefacenti, la proposta degli On. Bruno Bossio e Stumpo (Pd)


Cannabis legaleCannabis legale, un ulteriore prezioso contributo alla discussione parlamentare in materia di legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati e riforma del Testo Unico sugli Stupefacenti (D.P.R. n. 309/1990) da parte degli Onorevoli Enza Bruno Bossio e Nico Stumpo, Deputati del Partito Democratico eletti in Calabria. Rispetto alle altre iniziative legislative presentate in Parlamento, propone la riduzione del trattamento sanzionatorio (pene detentive e pecuniarie) – nello specifico la reclusione da 1 a 4 anni e della multa da euro 1.000 a euro 5.000 relativamente alle sostanze di cui alle tabelle I e III previste dall’articolo 14 c.d. “droghe pesanti” e la reclusione da 6 mesi a 3 anni e della multa da euro 500 a euro 2.500 relativamente alle sostanze di cui alle tabelle II e IV previste dal medesimo art. 14 c.d. “droghe leggere” – per i fatti di lieve entità (Art. 73 c. 5) a prescindere dal tipo di sostanza, ribadendo l’applicabilità della non punibilità per la particolare tenuità del fatto (Art. 131 bis cp) e della sospensione del processo con messa alla prova dell’imputato (Art. 168 bis cp).

L’atto di iniziativa parlamentare, abbinato a quello dell’Intergruppo Cannabis legale e ad altre proposte di legge, prevede espressamente la depenalizzazione dell’uso personale di gruppo degli stupefacenti (Art. 73 c. 7 ter); stabilisce la perentorietà del termine concesso al Prefetto (40 giorni) per l’adozione dei provvedimenti per gli illeciti amministrativi e la non applicabilità delle sanzioni, in automatico, a chi giustifichi di non aver potuto ottemperare a presentarsi al colloquio dal Prefetto (Art. 75 c. 4); abolisce completamente le misure di prevenzione (Art. 75 bis); propone l’abolizione completa delle pene accessorie, diverse dalla confisca, per i condannati al termine della pena detentiva (divieto di espatrio, revoca patente di guida, etc) in ossequio al principio costituzionale di finalizzazione rieducativa della pena (Art. 85); prevede la riforma della misura di sicurezza dell’espulsione dallo Stato nei confronti dello straniero condannato a pena espiata se risulti socialmente pericoloso all’esito di una procedura giurisdizionale camerale partecipata avanti al Magistrato di Sorveglianza e che la revoca della misura escluda o faccia cessare gli effetti di altre eventuali espulsioni amministrative. Viene, in sostanza, recepita l’indicazione della Corte Costituzionale circa la necessità di applicare la misura di sicurezza, al termine della pena, soltanto qualora il condannato sia concretamente ed attualmente socialmente pericoloso. Inoltre, ai commi successivi, è sancito che la revoca della misura pronunciata dal Giudice escluda o faccia cessare gli effetti di altri provvedimenti di espulsione di natura amministrativa e che dei provvedimenti adottati dalla Magistratura di Sorveglianza venga data immediata comunicazione, a cura della cancelleria, alla Autorità Provinciale di Pubblica Sicurezza competente (Art. 86).

Commissione Giustizia Camera DeputatiLa proposta dei Deputati Bruno Bossio e Stumpo, introduce il diritto di Sindacato Ispettivo di varie Autorità (Parlamentari, Consiglieri Regionali, Magistrati, etc.) e per i loro accompagnatori nelle Comunità Terapeutiche pubbliche e private convenzionate nonché la possibilità di accesso alle predette strutture, previa autorizzazione da parte dei Responsabili, dei Ministri del Culto cattolico e di altri Culti (Art. 135 bis). La proposta di legge AC 3447 del 24/11/2015 degli On. Enza Bruno Bossio e Nico Stumpo è stata assegnata alle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali che si sono riunite giovedì 26 Novembre 2015 alle ore 16 presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati (Relatori On. Daniele Farina di Sel e Anna Margherita Miotto del Pd) per avviare l’esame in sede referente prima di approdare all’esame dell’Aula nel prossimo mese di dicembre, ove conclusi i lavori delle Commissioni Parlamentari.

Proposta di Legge n. 3447 On. Bruno Bossio e Stumpo (clicca per scaricare)

Resoconto Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali Camera dei Deputati del 26 Novembre 2015 (clicca per scaricare)

 

Carceri Minorili, Per l’Italia 40 anni di ritardo e di silenzi. La Riforma Penitenziaria dorme al Senato


Carcere Minorile TrevisoIl nostro sistema penitenziario, nonostante l’impegno di tanti direttori e associazioni, continua a presentare troppe lacune. Dalle strutture inadeguate ai servizi scolastici insufficienti fino al personale non specializzato. La denuncia del rapporto di Antigone. Quarant’anni di ritardo e di silenzi. È il lontano 1975 quando viene approvata la legge penitenziaria in Italia. E già in quella legge era previsto che fosse approvato uno specifico ordinamento penitenziario minorile, cosa chiesta più volte anche dalla Corte Costituzionale.

Peccato però che l’appello sia rimasto inascoltato. E così “spesso applichiamo a ragazzi e ragazze le stesse regole detentive degli adulti”, commenta Patrizio Gonnella, presidente dell’Osservatorio Antigone, che proprio oggi presenta “Ragazzi fuori”, il terzo rapporto sugli istituti penali per minori. Basti questo: solo grazie ad una sentenza arrivata nel 1994 si è dichiarata l’inapplicabilità della pena dell’ergastolo per i minorenni. Una follia che è rimasta in piedi per quasi vent’anni e che è stata scongiurata solo grazie all’intervento della magistratura, nella negligenza delle istituzioni.

Ci vogliono, dunque, “regole tendenziali e specifiche per i minori”, continua Gonnella, a commento del rapporto di Antigone. Un rapporto in chiaroscuro, dato che a fare da contraltare ai biblici ritardi della politica c’è l’impegno concreto di associazioni e volontari che si fanno carico, giorno dopo giorno, dell’istruzione e dell’inserimento nella società di tanti minorenni o dei “giovani adulti” (i ragazzi fino a 25 anni detenuti nelle carceri minorili). Senza dimenticare le strade alternative ai penitenziari che, specie negli ultimi anni, hanno preso piede, dalle comunità fino alla cosiddetta “messa alla prova”, una valida alternativa non solo al carcere ma anche allo stesso processo, come vedremo.

Meno detenuti non significa più reati. Insomma, a differenza degli “eccessi di incarcerazione che ci sono stati per gli adulti”, il sistema della giustizia minorile ha retto nel tempo, nonostante i ritardi accumulati. E questo proprio perché “per tantissimi ragazzi la risposta finale non è il carcere, grazie alle molteplici formule alternative che nel tempo hanno funzionato”.

Oggi, stando ai dati resi noti dall’Osservatorio, sono infatti solo 449 i ragazzi, dai 14 ai 25 anni, rinchiusi negli istituti penali. Un numero che si è mantenuto stabile negli ultimi 15 anni e che, tenendo a mente la serie storica, è diminuito drasticamente dagli 8.521 del 1940, sceso poi a 2.638 nel 1960 e a 858 nel 1975. Per quanto riguarda gli ingressi totali in un anno, anche in questo caso ci troviamo davanti ad un andamento decrescente, essendo passati dai 1.888 ingressi del 1988 ai 992 del 2014. I minori detenuti, dunque, restano pochi, nonostante siano circa 37 mila i procedimenti davanti al Gip o al Gup nei confronti di minorenni, frutto delle pratiche che si sono via via accumulate – altro vulnus tutto italiano – negli uffici dei tribunali.

Ma dai dati forniti da Antigone emerge anche un altro aspetto molto interessante e che, forse, potrebbe essere da esempio per il sistema carcerario tout-court: non solo la carcerazione non è l’unica risposta, ma spesso non è nemmeno la più saggia. Prendiamo i collocamenti in comunità: tra il 2001 ed il 2014 si è passati da 1.339 ai 1.987 del 2014. E poi c’è la “messa alla prova”, come detto.

“L’istituto – dicono da Antigone – non rappresenta solo un’alternativa al carcere, ma allo stesso processo, che viene sospeso durante la messa alla prova. Se la misura avrà buon esito, alla sua conclusione il reato verrà dichiarato estinto”. Si tratta di un istituto in forte espansione, tanto che si è passati dai 788 provvedimenti del 1992 ai 3.261 del 2014, con un incremento di quasi quattro volte. Ma non è finita qui. Perché la varietà di risposte differenti dalla mera carcerazione ha portato ad un altro risultato molto interessante: “meno detenuti non significa più reati”, commenta l’Osservatorio. Nell’anno appena trascorso, infatti, sono stati solo 23 i reati gravi (omicidi volontari o tentati omicidi), “numeri – dice Gonnella – che dobbiamo ovviamente cercare di limitare ancora, ma che sono molto più bassi rispetto a quelli che si registrano in altri Paesi europei o negli Stati Uniti”.

Ragazzi di serie B. Il ricorso al carcere, dunque, è stato in qualche modo contenuto. Resta, tuttavia, l’altro lato della medaglia: proprio per la serie di risposte alternative alla detenzione, si legge nel dossier, il carcere per i minori “diviene ancor più che per gli adulti il luogo degli esclusi, di coloro che, per le più disparate ragioni, non sono riusciti ad imboccare nessuno dei molti percorsi che avrebbero consentito una alternativa all’istituto penale per minori”.

Veri e propri ragazzi di “serie b” se si considera che, nella maggior parte dei casi e salvo rare eccezioni, parliamo di stranieri, rom e giovani provenienti dalle periferie degradate delle grandi città del Sud: “Il profilo di fatto discriminatorio per alcuni gruppi delle alternative alla detenzione resta dunque ancora molto preoccupante”. E non potrebbe essere altrimenti, dato che i minori sono costretti a vivere in strutture, nonostante l’impegno dei direttori e dell’associazionismo che gravita attorno ai penitenziari, molto carenti e concepite per una detenzione per nulla dissimile da quella per gli adulti. “Va invece costruito un nuovo modello di permanenza – sottolinea ancora Patrizio Gonnella – che poco abbia a che fare con la prigione. Il ragazzo deve poter affermare e percepire di non essere finito in un carcere”.

Il viaggio negli istituti per minori. Partiamo da Catania. Qui la struttura è nata fin dall’inizio per ospitare un carcere. Anche dal punto di vista urbanistico, la troviamo situata vicino alla casa circondariale per adulti. La stessa cosa avviene a Bari. L’istituto penale per minori di Cagliari, addirittura, fu pensato in origine come carcere con sezioni di alta sicurezza per adulti. E mantiene tutt’oggi quell’impostazione, tanto che anche la distanza dal centro abitato non è colmata dal servizio di trasporto pubblico urbano, disincentivando in questo modo i rapporti con il territorio circostante, con le famiglie, con gli amici, con il volontariato. La situazione non è dissimile al Nord. A Treviso, ad esempio, l’istituto è perfino una parte del carcere per adulti.

Ma i problemi non sono solo strutturali. Anche i servizi, in molti casi, sono insufficienti. E così, per dire, gli istituti non offrono ai ragazzi la possibilità di collegamenti alla rete internet. Un deficit non trascurabile oggi, “quando tutto il sistema dell’informazione, del lavoro e più in generale delle relazioni e della conoscenza viaggia on-line”. Ma non basta. Rispetto a quanto accade per gli adulti, dovrebbe essere concepito in maniera differente anche il rapporto con famiglie e persone care. Oggi si prevede, al pari dei detenuti adulti, un massimo di sei ore di colloquio visivo al mese con i propri parenti, un vincolo negativo rispetto agli amici, un massimo di quattro telefonate mensili di dieci minuti l’una.

“Quando si tratta di adolescenti e giovani – scrive Antigone – questi limiti vanno del tutto aboliti, al fine di facilitare la permanenza di rapporti con i nuclei familiari d’origine”. Ma la gravità nel concepire gli istituti penali per minori alla stregua di quelli per adulti, è evidente anche dal ricorso all’isolamento. Infatti, accanto alle decisioni meritorie dei direttori che scelgono di non applicarlo, a Roma, seppur eccezionalmente, vengono usate un paio di celle appositamente destinate all’isolamento, mentre a Catania è previsto che il ragazzo in punizione non segua nemmeno le lezioni scolastiche.

La questione diventa ancora più delicata se pensiamo alla popolazione minore straniera negli istituti. “Per loro – sottolinea ancora Antigone – vanno superati tutti i vincoli previsti dalla legge Bossi-Fini sull’immigrazione in ordine al rinnovo o alla concessione dei permessi di soggiorno”.

Ogni offerta formativa e di recupero sociale, di fronte a una prossima espulsione, perde altrimenti di senso. Vanno liberalizzati i contatti telefonici con parenti all’estero anche se le telefonate sono dirette a cellulari (come avviene meritoriamente a Bari), per non precludere ingiustificatamente contatti con genitori e fratelli che molto spesso non hanno utenze telefoniche fisse (si pensi ai rom non italiani). Ma, soprattutto, bisognerebbe tener conto delle necessità linguistiche, culturali e sociali dei ragazzi non italiani, cosa che oggi non sempre accade. A cominciare dalla presenza di interpreti, traduttori e mediatori culturali, la cui presenza è minima. Lo staff penitenziario, nella maggior parte dei casi, non colma le lacune di comunicazione. E pochi conoscono l’inglese e il francese. Nessuno, com’è ovvio, l’arabo.

Insomma, la presenza di educatori, e più in generale di operatori sociali, è del tutto insufficiente. Paradigmatica la situazione di Catanzaro, dove troviamo 36 agenti e solo 8 educatori che devono occuparsi dei 17 detenuti. Per non parlare delle carenze nell’insegnamento a causa della mancanza di personale specializzato. Basti questo: aldilà di lezioni online rintracciabili sul web, l’ultimo corso specifico attivato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, della durata di un solo mese, risale al 1987. Ed ecco che allora gli insegnanti sono spesso semplicemente volontari. Quando va bene. Perché in alcuni casi non sono affatto previsti corsi di alfabetizzazione linguistica, come nel caso di Roma e Bologna sebbene qui vi siano molti ragazzi stranieri.

Gli esempi da seguire. Non mancano, però, singoli esempi meritori. Come detto, infatti, nel ritardo istituzionale che ha condannato le strutture per minori ad essere concepite come quelle per gli adulti, i singoli istituti si muovono per garantire, nei limiti delle loro disponibilità economiche, condizioni ottimali di apprendimento. A Catania è stato attivato un protocollo d’intesa con una biblioteca comunale che, oltre ad offrire il servizio di prestito libri, organizza un laboratorio di scrittura creativa; a Catanzaro i minori sono stati portati in visita al museo di Reggio Calabria dove sono conservati i Bronzi di Riace; a Palermo è stato attivato un progetto di incontri seriali tra i detenuti e diversi scrittori siciliani.

Tanti sono gli esempi positivi anche per quanto riguarda l’ambito dell’inserimento lavorativo. Risulta, infatti, che “pur tra tante difficoltà, vi sono istituti con una significativa offerta formativa e con la capacità di attrarre finanziamenti da enti locali e da privati, soprattutto quando vi è carenza di fondi istituzionali, con interessanti sperimentazioni di inserimento lavorativo”. E così, accanto alle collaborazioni con associazioni ed enti di formazione, ci sono veri e propri laboratori professionali, per lo più artigianali ma anche alcuni con le strumentazioni professionali di panetteria, pasticceria, cioccolateria che prevedono la vendita dei prodotti all’esterno degli istituti (soprattutto a Torino, Milano e Palermo).

Alcuni istituti, ancora, offrono ai ragazzi un servizio di orientamento con l’apertura di uno sportello permanente (Milano, Torino, Roma, Potenza, Catanzaro). Senza dimenticare le interessanti esperienze di borse lavoro, tirocini, apprendistato, work experience, simulazioni di impresa, ormai una realtà consolidata in istituti come il “Beccaria” di Milano.

L’ultimo atto di coraggio. Ed ecco che, allora, il cerchio si chiude. “Tutto è lasciato all’intraprendenza dei singoli istituti, ma ora è necessario fare un ultimo passo e avere coraggio”, commenta ancora Patrizio Gonnella. L’atto di coraggio che si chiede è quello di onorare un impegno preso 40 anni fa, di modo da far sì che per legge gli istituti penali per minori obbediscano a regole differenti da quelle per il sistema carcerario per adulti.

La palla ora è in mano al Parlamento: è infatti in discussione una proposta di legge delega di riforma del codice penale, di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario. Tra i punti della legge delega, vi è appunto quello relativo alla previsione di nuove norme penitenziarie specifiche per i minorenni e per i giovani adulti. “Il testo della delega su questo tema – commenta Antigone – consentirebbe la costruzione di un nuovo ordinamento penitenziario minorile in sede di esercizio della delega stessa da parte del Governo”. Ma ecco la domanda: a che punto siamo? La proposta di legge, dopo essere stata approvata dalla Camera e trasmessa al Senato, è ferma da settembre. Mai cominciata la discussione né mai iniziato l’esame in commissione. Nella speranza che qualcuno, prima o poi, se ne ricordi.

Carmine Gazzanni

L’Espresso, 9 novembre 2015

Droghe : la Legge Fini-Giovanardi, abrogata dalla Consulta, produce ancora danni


cannabis 2Circola con insistenza nei palazzi romani la voce che presso il ministero della Salute sia al lavoro una commissione per stabilire, rispetto alle diverse sostanze, le soglie quantitative al di sotto delle quali si presume che la detenzione sia destinata ad uso personale. Questa norma era stata cancellata dalla sentenza della Corte Costituzionale (n. 32 del 12 febbraio 2014), che aveva dichiarato l’illegittimità della legge Fini-Giovanardi. Ciononostante, era stata prontamente resuscitata dal decreto legge Lorenzin del 20 marzo 2014 e convertito in legge il 16 maggio 2014 (n.79). Vale la pena ricordare che quel decreto era nato con l’intenzione di ripristinare integralmente la legge dichiarata incostituzionale e che solo l’opposizione del ministro Orlando impedì un colpo di mano per riproporre la norma chiave della Fini-Giovanardi, ovvero la classificazione delle sostanze leggere e pesanti in un’unica tabella, con la stessa elevata pena per la detenzione, da sei a venti anni di carcere.

Più volte, in questa stessa rubrica è stato sottolineato che un decreto di tal genere non era assolutamente necessario e che rispondeva solo a esigenze di mera restaurazione; semmai, la vera necessità e urgenza sarebbe stata di avere una norma governativa per ricalcolare le pene dei condannati in base ad una legge abrogata dalla Corte (vedi gli articoli di Anastasia, 19 marzo 2014, e Corleone, 25 marzo 2014).

Questo intervento, richiesto a gran voce dalle Ong, non vide mai la luce; mentre invece si reintroduceva il comma 1-bis all’art. 73, col concetto di “quantità massima detenibile”, quale “soglia” destinata a discriminare la detenzione per consumo (punibile peraltro con pesanti sanzioni amministrative) da quella per spaccio.

A suo tempo le “quantità massime detenibili” per le diverse sostanze furono stabilite con decreto ministeriale dall’allora ministro Storace, d’accordo con lo “zar” antidroga Carlo Giovanardi (decaduto insieme alla norma cancellata dalla Corte). Che oggi si voglia procedere a una nuova determinazione delle soglie, appare assurdo e preoccupante, e per diverse ragioni.

In primo luogo, la soglia quantitativa non ha mai funzionato, tanto che la famosa “dose media giornaliera” della Jervolino-Vassalli del 1990 fu cancellata dal referendum del 1993 (ripristinata nella Fini Giovanardi per puro furore ideologico di “certezza” della pena). In secondo luogo, la “soglia quantitativa” contrasta coi principi generali di penalità, perché inverte l’onere della prova sull’accusato, chiamato a fornire prove della destinazione per uso personale se detiene quantità maggiori. Ancora, ha poco senso che sulle soglie decida il ministero della Salute (seppure di concerto col ministero della Giustizia), visto che la “quantità massima detenibile” ha rilevanza penale ed è totalmente sganciata da qualsiasi riferimento al consumo e alle sue modalità (a differenza della “dose media giornaliera” suddetta).

Anche in questo caso auspichiamo uno stop da via Arenula, ma è assai preoccupante che in un momento d’inizio della discussione sulla legalizzazione della canapa, si assista a un lavorio revanscista. Piuttosto, è venuto il tempo di una radicale riforma complessiva della normativa antidroga. La Società della Ragione ha predisposto un testo condiviso da un ampio Cartello di associazioni per segnare una profonda discontinuità, a partire dall’impianto stesso della legge, centrato com’è sulla detenzione quale condotta da penalizzare.

La Conferenza governativa potrà essere l’occasione per un confronto aperto che dia al Parlamento gli elementi per una riforma che superi l’ormai insensata guerra alla droga.

Salvina Rissa

Il Manifesto, 7 ottobre 2015

Droghe: c’è chi sta ancora in carcere per la Fini-Giovanardi e Renzi non fa niente


Marijuana 3Esce il Libro Bianco di Antigone e della Società della Ragione sulla legge per le droghe leggere: “La politica si è mostrata pavida e latitante”.

C’è chi è ancora in carcere illegittimamente. Chi non avendo un buon avvocato non ha potuto far valere le sue ragioni. Oppure, più semplicemente, c’è chi sta ancora scontando la pena per la lentezza e la “farraginosità della macchina giudiziaria”. Spesso i registri informatici non riescono a rilevare le richieste. E migliaia di detenuti continuano a rimanere in galera. Mette i brividi l’ultimo Libro Bianco dell’associazione Antigone e della Società della Ragione sulla legge sulle droghe.

A un anno dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito l’incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi non è cambiato nulla, né la maggioranza dei detenuti giudicati all’epoca è riuscita a far valere le proprie ragioni contro pene illegittime. Colpa soprattutto del legislatore, del governo di Matteo Renzi, che non è intervenuto mai sulla questione, nonostante le richieste dello stesso presidente della Corte di Cassazione all’inizio dell’anno giudiziario.

E nonostante l’emergenza del sovraffollamento delle carceri, come dichiarato più volte dall’Unione Europea. A gennaio il primo presidente della Cassazione, Giorgio Santacroce, chiese di “adeguare le pene previste in questa materia, tenuto conto del ripristino della differenziazione tra droghe leggere e droghe pesanti e, soprattutto, prendendo coraggiosamente atto della estrema inutilità dell’incremento sanzionatorio stabilito con la legge Fini-Giovanardi”.

All’epoca, era il febbraio del 2014, ci si aspettava – si legge nella relazione – che “la pronuncia di incostituzionalità avrebbe avuto effetti sulla popolazione detenuta nelle carceri italiane. Diminuendo significativamente (passando da 20 a 6 anni) il massimo della pena per detenzione e spaccio di derivati della cannabis”. In particolare l’ipotesi è che si sarebbero prodotti due effetti: “in primis l’insussistenza dei presupposti per misure cautelari in carcere basati su previsioni di pena assai superiori a quelle vigenti dopo la sentenza; e a seguire la necessità di rideterminare le condanne passate in giudicato sulla base delle pene giudicate illegittime”.

Nulla di tutto questo. Anche se nell’ultimo anno sono state portate avanti battaglie da parte della Società della Ragione contro le pene illegittime. Come le stesse Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che nell’ottobre del 2014 “dettero impulso alla rideterminazione delle pene. Fu cioè riconosciuto ai detenuti il diritto a ottenere il ridimensionamento delle pene sulla base della normativa così come uscita dalla sentenza della Corte costituzionale”

Corte di cassazione1Leonardo Fiorentini, tra gli estensori del Libro Bianco, è molto preciso nella relazione. “Sulla base del pronunciamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le associazioni iniziarono la campagna “Contro la pena illegittima”, chiedendo al parlamento e al governo un provvedimento che garantisse una decisione immediata e uguale per tutti, con una riduzione di due terzi delle pene comminate sulla base di una legge incostituzionale. Purtroppo anche in questa occasione la politica si è mostrata pavida e latitante e questo semplice provvedimento non è stato adottato”.

A nulla sono poi servite le lettere e gli appelli inviati al governo. “Molti garanti dei diritti dei detenuti” si legge “hanno anche richiesto alle Procure della Repubblica informazioni sulla quantità di incidenti di esecuzione e sul loro esito. Le risposte da parte delle istituzioni sono state poche e assai poco significative”. Il risultato è avvilente, perché migliaia di detenuti non sono riusciti a far valere i loro diritti. “La Procura generale della Corte d’Appello di Milano segnala di avere ricevuto 51 richieste e di averne accolte il 20%. Rimanda per il resto della Lombardia alla procura generale di Brescia e alle 13 Procure della Repubblica”.

E poi ancora: “La Procura Generale di Firenze ha effettuato una ricerca dei fascicoli in esecuzione relativi a reati di droga e ne ha individuati circa 400 e di questi 44 relativi a droghe leggere e solo per 7 casi si è proceduto alla rideterminazione della pena. Il quadro che emerge dalle risposte delle procure della Toscana è desolante; solo a Prato è stato disposto un monitoraggio. Per il resto poche istanze e ancora meno accoglimenti.

Alcune procure sostengono che il registro informatico dell’esecuzione (Siep) non consente la rilevazione delle specifiche richieste di rideterminazione della pena per cui non sono estrapolabili quelle conseguenti alla sentenza della Corte Costituzionale n. 32/2014. Altre procure rimandano alle cancellerie del giudice dell’esecuzione. Abbiamo avuto notizia che la Procura di Napoli si è attivata in prima persona e che sono stati esaminati 233 casi di incidenti di esecuzione”.

Per questo motivo, conclude la relazione, “Molti hanno scontato fino alla fine la pena illegittima mentre probabilmente alcuni sono ancora in carcere. In ogni caso, la campagna ha messo in luce la farraginosità della macchina giudiziaria e il suo carattere discriminatorio e di classe. Solo chi ha risorse e avvocato può sperare di vedere riconosciuto il suo diritto. La campagna “Contro la pena illegittima” proseguirà chiedendo al Ministero della Giustizia di impegnarsi nel richiedere tutti i dati e fornire almeno un quadro esaustivo di una vicenda paradossale”.

Alessandro Da Rold

http://www.linkiesta.it, 26 giugno 2015