Coronavirus, Il Governo non sta tutelando la salute dei detenuti


carcere foto chiavi sbarreSaranno solo tremila i beneficiari della detenzione domiciliare prevista per i carcerati dal decreto Cura Italia e “non si possono stabilire distanze di un metro in celle di 3 metri per 3 se al loro interno sono recluse 4 persone. Si azzera ogni reattiva difesa immunitaria”.

“Le pene che oltrepassano la necessità di conservare il deposito della salute pubblica sono ingiuste di lor natura”, scriveva Cesare Beccaria, ma il suo monito si è perso durante l’emergenza pandemica in atto. Le istituzioni sono immobili e il totale caos normativo di natura interpretativa e applicativa sulle misure detentive carcerarie rende tutto più complicato.

Eppure “Il diritto alla salute”, anche “intramurario”, è annoverato tra i diritti fondamentali e considerato diritto naturale, riconosciuto dalle convenzioni internazionali. La stessa “quarantena”, fu istituita a livello sovranazionale nel XIV secolo come strumento di protezione contro il dilagare della peste nera – ma è sancito soprattutto dall’articolo 32 della Costituzione Italiana.

Non sono bastate le esortazioni dell’Associazione nazionale magistrati, del Consiglio superiore della Magistratura e dello stesso Papa a convincere il governo ad affrontare con risolutiva determinazione la situazione all’interno degli istituti penitenziari. Sono delle vere e proprie bombe epidemiologiche non solo per i detenuti ma anche per i detenenti: la deflagrazione sarebbe distruttiva.

Il 15 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha redatto delle linee guida applicabili in ambiente detentivo allo scopo di prevenire la diffusione del Sars-Cov 19. Tra queste raccomandazioni innanzitutto quella di osservare la distanza fisica di un metro. Ma come si può pensare, in Italia, di poter far rispettare questa cautela? Prossemica impossibile. Ed eccolo lì, il ritorno al problema del sovraffollamento carcerario che affligge il nostro paese. Secondo i dati del 29 febbraio forniti del Ministero della Giustizia, in Italia ci sono 61.230 detenuti (di questi soltanto 41.873 risultano essere condannati in via definitiva) a fronte di una capienza pari a 50.931 posti.

L’Italia, non a caso, è stata condannata più volte, in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dalla Corte di Strasburgo per il trattamento inumano e degradante dei detenuti, costretti a vivere in spazi angusti e in pessime condizioni igienico sanitarie. “È insopportabile che io, ogni anno, debba fare lo stesso resoconto; che nulla sia cambiato; che nonostante l’evidenza drammatica di una condizione disumana, non un passo sia stato compiuto, per rendere più degna l’esecuzione penitenziaria”, ha detto Luca Bisori, presidente della Camera penale di Firenze. Sempre L’Oms ha raccomandato misure di protezione personale quali igiene delle mani, disinfestazione degli ambienti e uso di mascherine protettive. Ma ancora una volta sembra difficile pensare che siano reperiti i dispositivi sanitari necessari per tutti coloro che ruotano attorno alle strutture carcerarie, quando mancano in molti ospedali italiani.

“Il tema della compatibilità carceraria, cioè a dire del poter scontare la propria pena in galera è uno dei nodi cruciali del sistema penitenziario italiano”, spiega l’avvocato Salvatore Staiano, esperto di diritto penale e penitenziario, convinto che si debba evitare che i detenuti vivano un situazioni di abbattimento, di afflizione psicologica dovuta all’assoluta impossibilità difensiva contro il mostro invisibile del coronavirus. “Non si possono stabilire distanze di un metro in celle di 3 metri per 3 se al loro interno sono recluse 4 persone – continua l’Avvocato Staiano -, vi consegue una assoluta destrutturazione psicologica, i detenuti si sentono abbandonati e vinti. Si azzera ogni reattiva difesa immunitaria”.

Il carcere, infatti, cagiona, depauperandolo, un indebolimento del sistema immunitario e a dimostrarlo sarebbero i dati relativi al dilagare dell’epatite C, dell’Hiv e dei problemi psichiatrici e di astinenza da sostanze stupefacenti. Il Decreto Cura Italia, che ha introdotto misure per contrastare gli effetti provocati dall’emergenza epidemiologica in atto, – viste anche le numerose rivolte scoppiate all’interno delle carceri a causa della “serrata” che aveva bloccato, per tutelare la salute dei reclusi, ogni contatto con l’esterno, vietando così ai carcerati i colloqui con i familiari -, prevede la detenzione domiciliare per chi debba scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi. Previsione, diremmo sommessamente, debole e inefficace; potendosi bene elevare la quota di pena ad anni 3 comunque restando all’interno delle previsioni “liberatorie” dello stesso ordinamento penitenziario.

Ma saranno poco meno di tremila i beneficiari di questa misura. Inoltre, tale previsione, escludendo tutti i condannati per i reati ostativi, creerebbe una discriminazione: si andrebbe a tutelare la salute solo di una categoria di detenuti; basterebbe sogliare il beneficio anche in afferenza alla peculiare elevata pericolosità del detenuto postulante. Come se non bastasse, nel nostro sistema processuale, pur essendo considerato il carcere come extrema ratio, risulta che il 30% dei detenuti sia in carcerazione preventiva e in attesa di un esito definitivo, il che non esclude vi possa essere una assoluzione.

Forse, la pandemia in atto, potrebbe incentivare l’utilizzo di misure alternative alla detenzione. Se si considerasse il coronavirus elemento oggettivo di inapplicabilità della custodia carceraria, si alleggerirebbe la pressione delle presenze non necessarie nelle case circondariali, permettendo così il mantenimento della distanza di un metro e tutelando il diritto alla salute di 61.230 detenuti e di circa 45.000 soggetti che sostengono, orbitandone all’interno, l’intero sistema penitenziario.

Laura Caroleo

linkiesta.it, 6 aprile 2020

Flick: Per la Consulta la pena non è vendetta. Si deve perseguire il reato non il nemico, mafioso o corrotto che sia


Intervista a Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale. “La decisione che ha reso non assoluto il vincolo della collaborazione perché il detenuto ostativo possa ottenere permessi ricorda che si deve perseguire il reato, non il nemico: mafioso o corrotto che sia”.

“Avevo un timore. Devo ammetterlo. Nel leggere il primo comunicato della Corte costituzionale, diffuso subito dopo la camera di consiglio sui permessi ai detenuti ostativi, ho temuto che i giudici volessero un po’ mettere le mani avanti, di fronte all’uragano delle critiche, per non dire dei tentativi di pressione.

In particolare nel passaggio in cui si precisava come il perimetro della decisione fosse limitato ai soli permessi e non agli altri benefici. E invece, l’ampio comunicato della Consulta arrivato poche ore fa è esemplare nella forza con cui afferma che “è giusto premiare chi collabora, ma non si può punire chi non collabora”. Ricorda che non si può perché altrimenti si aggiunge ulteriore afflizione alla pena, si punisce lo pesudo-reato della non collaborazione, e si irroga dunque una pena disumana”.

Giovanni Maria Flick rilegge le motivazioni della sentenza costituzionale che ha dichiarato illegittima la presunzione assoluta secondo cui il detenuto ostativo che non collabora resta legato all’organizzazione criminale e quindi non può ottenere permessi. Il presidente emerito della Consulta se ne compiace non solo per passione civile ma anche per aver partecipato, da giudice delle leggi, a precedenti decisioni che non sempre avevano avuto la stessa coraggiosa determinazione in materia di esecuzione penale.

Adesso, Presidente Flick, il fronte allarmista paventa rischi eccessivi per i giudici di sorveglianza. Si ipotizza un collegio unico nazionale che sollevi i singoli magistrati. Che ne pensa?

“Come fa un collegio unico a valutare con accuratezza, magari da Roma, se un detenuto ostativo di Canicattì conserva o meno legami con il contesto criminale? Posso usare un’espressione antipatica, per dire cosa penso di simili argomentazioni?”.

Siamo qui per questo…

“E allora le dico che mi pare davvero una carità pelosa. Nel momento in cui non si trovano altri argomenti ci si aggrappa alla necessità di proteggere il giudice dal rischio della decisione. Si dimentica o si finge di dimenticare che il rischio della decisione è la sostanza ultima del “mestiere di giudice”. E poi mi chiedo: perché ci si preoccupa di sostituire il singolo magistrato con un collegio in fase di esecuzione e non si ha la stessa premura per il giudice che ordina le misure cautelari?”.

Perché nell’esecuzione il principio di umanità si impone in modo per qualcuno insopportabile?

“Ecco, ci arriviamo tra un attimo. Vorrei prima segnalare che tante preoccupazioni sono sorprendentemente, diciamo così, rivolte verso quello stesso giudice sul quale si scarica magari una funzione sussidiaria nelle tematiche relative al rapporto tra diritto penale ed economia. Non aggiungo altro se non il fatto che simili responsabilità finiscono per esondare dal carico istituzionale e costituzionale che in realtà spetta al giudice”.

Ma insomma, un giudice di sorveglianza è affidabile o no?

“Lei ironizza, evidentemente. Mi pare chiaro che dietro la preoccupazione per i presunti nuovi rischi a cui la sentenza sul 4bis esporrebbe i magistrati di sorveglianza vi sia tutto quello sfondo di sostanziale sfiducia nei confronti dei giudici che assumono decisioni ritenute troppo clementi, troppo buone. Vi è cioè quella ricerca di automatismo legislativo che sottrae al giudice il suo preciso compito di valutazione del caso concreto: si pensi alla riforma alla legittima difesa”.

Come quella sulla Rigopiano?

“Ecco, è l’altra faccia della stessa medaglia. È il motivo che mi spinge a parlare di carità pelosa. È doveroso che i giudici, tutti, siano adeguatamente protetti; non è accettabile diffidare di loro per il semplice fatto che si distaccano dalle aspettative dell’opinione pubblica”.

La sentenza sul 4bis ha riaffermato il principio di umanità della pena?

“Lo ha fatto nella misura in cui ha ricordato che la pena non può mai essere priva di speranza, altrimenti è appunto disumana e contraria alla dignità. Ma la Corte si è soprattutto allontanata da un’idea di esecuzione penale incentrata esclusivamente sull’inasprimento della sanzione, sulla vendetta. Inasprimento che troppo spesso non è tanto proporzionato alla gravità del fatto quanto ad altre finalità come quella di evitare la prescrizione. Ha implicitamente disvelato come una simile visione rischi di celarsi dietro alcune delle argomentazioni finora richiamate per difendere il nesso assoluto fra permessi e collaborazione: mi riferisco alla cosiddetta immodificabilità del dna mafioso. Ora, nel comunicato che riporta le motivazioni della Consulta, si ricorda che la pronuncia sui permessi riguarda tutti i reati assoggettati all’ostatività dell’articolo 4bis. E noi sappiamo che la categoria ormai comprende anche fattispecie del tutto estranee alla mafia, come la corruzione. La legge che ha esteso il regime ostativo alla corruzione segnala proprio quell’idea tutta basata sull’inasprimento delle pene di cui le dicevo”.

“Non si può punire chi non collabora”: esemplare. Ma perché la Corte ci arriva solo ora?

“La disumanità di una pena senza speranza era venuta da tempo all’attenzione della Corte, anche a proposito dell’ergastolo. In quel caso la si è superata in virtù di una contraddizione: nel senso che a un “fine pena mai” illegittimo nella sua dichiarazione si è contrapposta la legittimità della sua esecuzione, offerta dalla prospettiva della liberazione condizionale, quando sia meritata. Rispetto al 4bis, nel 2003 ricordo bene, da giudice costituzionale, le perplessità all’interno della Corte, che impedirono di accogliere la questione di legittimità costituzionale posta dalla Cassazione. Però nello stesso tempo si è passati poi progressivamente per le pronunce sui casi di collaborazione inesigibile e di ammissibilità alle misure alternative in casi come quello della madre che deve accudire figli piccoli. Certo, solo con la conclusione di questo percorso, la Corte costituzionale ha avuto ora il coraggio di quell’affermazione così netta: non puoi punire qualcuno solo perché non collabora”.

Quali sono gli altri pilastri della decisione?

“Il primo: la presunzione secondo cui chi non collabora conserva legami con l’organizzazione criminale non è irragionevole ma non può essere assoluta. Secondo: una simile presunzione impedisce al giudice di valutare in concreto il percorso del singolo condannato. Terzo: sempre quella presunzione assoluta si fondava su una presunzione statistica che non ammetteva controprova. Si escludeva che un detenuto ostativo potesse rifiutare la collaborazione per motivi diversi dal suo legame con la organizzazione criminale. Naturalmente la Corte ha indicato criteri rigorosissimi per la valutazione dell’effettiva rescissione di quel legame. Serve una prova che abbia la stessa forza di quel legame, basata anche su quel sistema di controlli da parte degli organi di polizia e di valutazioni dalla Procura nazionale antimafia che possono avere un rilievo ostativo molto rilevante, e che tengono conto anche del contesto esterno, non solo di quello personale in carcere”.

Ma la sentenza sui permessi è il primo passo verso il superamento dell’ergastolo ostativo?

“Non faccio pronostici da allibratore, mi perdoni. Penso, questo sì, che la tendenza debba essere quella di un superamento di una concezione che sta affermandosi e che non mi sembra condivisibile. Mi riferisco al paradosso per cui nell’accertamento processuale si dovrebbe giudicare il fatto e la pena e invece ora si giudica l’uomo, vale a dire il “mafioso” o il “corrotto”. Tanto è vero che le pene previste, ad esempio, per la corruzione impropria sono diventate ad esempio quasi più aspre di quelle previste per la corruzione propria, come se si guardasse appunto alla natura insuperabile di corruttore e non al fatto specifico. Allo stesso modo nella fase di esecuzione si è andati verso il rovesciamento del principio per cui occorre giudicare l’uomo e il suo percorso rieducativo: adesso si pretende di veder giudicata, nell’esecuzione, anche, se non soprattutto, la gravità del fatto in sé. Mi auguro questo sì, che la smettiamo di ragionare per apriorismi e per affermazioni di tipo dogmatico e torneremo a difenderci da chi viola un unico codice penale, e a farlo nei limiti delle regole del codice di rito e secondo la Costituzione. Senza distinguere tra codice penale e processuale per il nemico e codice per tutti gli altri”.

Errico Novi

Il Dubbio, 6 dicembre 2019

Corte Costituzionale Sentenza n. 253 del 2019 (clicca per scaricare)

Cosenza, il Senatore Molinari “striglia” il Governo sull’Uepe. Soddisfatti i Radicali


Delegazione Radicale visitante il Carcere di CrotoneE’ da qualche tempo che ho preso l’abitudine di visitare gli istituti di pena. Penso che dovrebbe essere in cima ai pensieri di ogni società civile il recupero di chi ha sbagliato attentando alle regole della pacifica convivenza della comunità. Un pensiero che dovrebbe suonare doveroso per chi deve rappresentare le istituzioni. In questa abitudine devo ringraziare i “Radicali Italiani” e, nella fattispecie, Emilio Enzo Quintieri (vittima di un incubo giudiziario di tipo kafkiano, recentemente conclusosi nel migliore dei modi), con il quale sto effettuando alcune visite ispettive. Prossimamente, accompagnato da Quintieri ed altri miei collaboratori, mi recherò in visita presso l’Ufficio per l’Esecuzione Penale Esterna (Uepe), ufficio periferico del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, situato nella Casa Circondariale “Sergio Cosmai”, a Cosenza, con giurisdizione su tutta la provincia. Lo rende noto l’Avvocato Francesco Molinari, Senatore della Repubblica (Gruppo Misto) e membro della Commissione Bicamerale Antimafia.

L’Uepe, versa da tempo in gravissime condizioni operative in virtù della carenza di personale (su 22 Assistenti Sociali previsti dalla pianta organica ve ne sono in servizio soltanto 3) e del costante aumento del carico di lavoro, derivante anche dall’introduzione dell’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova, una carenza ormai cronicizzatasi. Non è stato neanche possibile stabilizzare – in posizione di distacco da oltre un anno presso l’Uepe – il Funzionario che si occupa di coordinare le attività di segreteria nonostante costei abbia avanzato, con parere favorevole del Direttore dell’Ufficio, istanza alla competente Direzione Generale del Personale e della Formazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e nonostante l’imminente quiescenza (avvenuta lo scorso agosto) del Responsabile dell’Area di Segreteria.

Ma poi, presso gli Uepe, possono prestare la loro collaborazione – come previsto dall’Ordinamento Penitenziario – le Organizzazioni di Volontariato, con i rispettivi Assistenti Volontari, anche per lo svolgimento di attività trattamentali e risocializzanti individuate nelle intese sottoscritte dall’Ufficio con gli Enti Pubblici e Privati e, in particolare, per l’affidamento in prova, per il regime di semilibertà e per l’assistenza ai dimessi dagli Istituti Penitenziari ed alle loro famiglie. Allo stato – prosegue il Senatore Molinari – presso l’Uepe di Cosenza non risulta presente alcun Assistente Volontario mentre sarebbe necessario il contributo apportato dagli stessi nella collaborazione nell’esecuzione delle misure alternative, in particolare per assicurare con maggiore continuità un’azione di prossimità ai bisogni ed alle esigenze dei condannati e del loro ambiente di vita. Un’opportunità della quale, alla luce delle esperienze realizzate con risultati lusinghieri in altre realtà locali del Paese, potrebbero usufruire gli stranieri, al fine di assicurare loro la fruizione di diritti fondamentali ed uguale possibilità di accesso alle informazioni ed alle opportunità trattamentali, generalmente compresse a causa delle difficoltà linguistiche e culturali nonché della lontananza dalla famiglia di origine. La presenza dei volontari potrebbe inoltre costituire un valido supporto anche nelle attività di segretariato e nel servizio di accoglienza del pubblico.

Senato della RepubblicaEcco perché, ieri mentre il Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando presentava la sua relazione sull’Amministrazione della Giustizia in Senato, ho ritenuto opportuno presentare una Interrogazione (Interrogazione a risposta scritta n. 4-05116), sottoscritta anche dai colleghi Senatori Giuseppe Vacciano e Maria Mussini (Misto), Maurizio Romani e Alessandra Bencini (Italia dei Valori), per conoscere se e quali iniziative ed in quali tempi intenda adoperarsi per risolvere l’adeguamento numerico e professionale della pianta organica dell’Uepe di Cosenza, anche e soprattutto in funzione degli obiettivi sanciti dall’art. 27, comma 3, della Costituzione in tema di rieducazione e reinserimento nella società delle persone detenute, al fine di rendere più efficace l’attività istituzionale cui è preposto, contribuendo – altresì – alla crescita del livello di sicurezza sociale, in modo tale da valorizzare anche le recenti scelte legislative intraprese dal Governo e dal Parlamento in materia penitenziaria (diventate pressanti in seguito alle sollecitazioni provenienti dall’Europa). Così come ho chiesto di sapere quale sia lo stato della collaborazione dell’Uepe di Cosenza con le Organizzazioni di volontariato ovvero con i singoli volontari, chiedendo di conoscere se siano state presentate delle istanze di collaborazione e quali mezzi intenda usare per promuovere l’Ufficio di cui trattasi ad incentivare l’attività del volontariato penitenziario.

Il Ministro Orlando, racconta Molinari che è anche il Presidente di Calabria Terra Libera, durante la sua relazione in Senato, tra le altre cose, ci ha detto chiaramente che “E vero che l’Italia rimane uno dei Paesi a più alto tasso di recidiva in Europa, il che significa che in troppi casi non è conseguita la finalità rieducativa della pena” ma, se tutti gli Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna e, più in generale, gli Uffici ed il personale penitenziario che si occupa delle misure alternative al carcere, sono nelle condizioni di quello di Cosenza, non ci potrà mai essere un drastico abbattimento del tasso di recidiva.

E’ necessario compiere un maggiore sforzo per promuovere ed incentivare l’attività di recupero e rieducazione di chi sbaglia – conclude il Senatore Francesco Molinari – anche attraverso l’attività volontaria di chiunque dimostri interesse e sensibilità per la condizione umana di chi è sottoposto a misure privative e limitative della libertà personale.

Soddisfazione per la presentazione dell’atto di Sindacato Ispettivo al Governo Renzi sulla problematica dell’Uepe di Cosenza e del volontariato penitenziario è stata espressa da Emilio Quintieri e Valentina Moretti, esponenti dei Radicali Italiani.

Interrogazione a risposta scritta n. 4-05116 del Sen. Francesco Molinari (clicca per leggere)

L’Onu all’Italia “carceri troppo affollate? trovate alternative alla detenzione…”


Palazzo di Vetro, Sede delle Nazioni UniteL’Italia dovrebbe fare uno sforzo per “eliminare l’eccessivo ricorso alla detenzione e proteggere i diritti dei migranti”. A chiedere alle autorità italiane “misure straordinarie” sul tema è un comunicato del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria reso noto al termine di una visita di tre giorni nel paese (7-9 luglio).

“Quando gli standard minimi non possono essere altrimenti rispettati, il rimedio è la scarcerazione”, ha detto Mads Andenas, Presidente del Gruppo. Gli esperti ricordano le raccomandazioni formulate dal Presidente Giorgio Napolitano nel 2013, incluse le proposte in materia di amnistia e indulto, e le considerano “quanto mai urgenti per garantire la conformità al diritto internazionale”.

Per l’Onu le recenti riforme tese a ridurre la durata delle pene detentive, il sovraffollamento carcerario e il ricorso alla custodia cautelare sono positive, ma sussistono preoccupazioni per l’elevato numero di detenuti in regime di custodia cautelare ed il ricorso sproporzionato alla custodia cautelare per gli stranieri e i Rom, minori compresi.

L’Italia – spiega il gruppo dell’Onu – non ha una politica generale di detenzione obbligatoria per tutti i richiedenti asilo e migranti irregolari, ma restiamo preoccupati per la durata della detenzione amministrativa e per le condizioni detentive nei Centri di identificazione ed espulsione”.

Gli esperti si dicono inoltre preoccupati per i resoconti dei rimpatri sommari e per il fatto che “il regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41 bis” per i mafiosi non è ancora stato allineato agli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Composto da cinque esperti, il gruppo di lavoro dovrebbe presentare un rapporto al Consiglio Onu dei diritti umani nel settembre 2015.

Monica Ricci Sargentini

Corriere della Sera, 12 luglio 2014

– VEDI IL COMUNICATO DEL GRUPPO DI LAVORO ONU (PDF)

Trieste: detenuto di 76 anni con una gamba rotta, è senza casa… quindi resta in carcere


Carcere di TrentoRespinta dal giudice di sorveglianza Bigattin la richiesta dei domiciliari per un anziano condannato per bancarotta che ha bisogno di cure.

Non ha un’abitazione dove andare, né le risorse economiche per potersi pagare le rate da ospite in una casa di riposo. Così, a 76 anni abbondanti e con problemi di ipertensione e difficoltà deambulatorie, rimane in cella. Nel carcere di via del Coroneo. A scontare la condanna inflittagli per concorso in bancarotta fraudolenta, con sentenza del Tribunale di Trani del 3 maggio 2012, e in emissione di fatture per operazioni inesistenti, con pronuncia del Gup del Tribunale di Trieste. Ha iniziato a espiarla nell’ottobre scorso, con fine pena ad agosto 2017.

Ma l’età, le condizioni di salute e la tipologia di reati per cui è stato giudicato colpevole, unite al problema nazionale cronico del sovraffollamento delle carceri, non dovrebbero indurre a ritenere consona la misura alternativa degli arresti domiciliari? In effetti, l’avvocato Sergio Mameli, legale del triestino classe 1937 Vincenzo Varesano – il protagonista di questa vicenda, aveva presentato lo scorso 7 gennaio istanza per la concessione provvisoria della detenzione domiciliare. Peraltro, dieci giorni dopo, il 17 di gennaio, al Coroneo, Varesano si era fratturato il femore destro cadendo. Dopo le cure era stato accolto in una Rsa per la riabilitazione. Infine, ritrasferito in carcere.

Ad aprile, era giunta la decisione del magistrato di sorveglianza Emanuela Bigattin, che aveva rigettato la richiesta dell’avvocato Mameli proprio per l’assenza di alternative di accoglienza e di risorse economiche di Varesano, specificando come dovessero essere le assistenti sociali Uepe a verificare eventuali altre soluzioni per trovare un tetto all’uomo. Il quale, però, è ancora in carcere. “È inconcepibile non si possa trovare una sistemazione – tuona l’avvocato Mameli, sottolineando anche l’assenza di gravi esigenze cautelari a carico del proprio assistito, non disponendo il signor Varesano di un alloggio. Perché in tre mesi non sono stati in grado di arrivare a una soluzione?”. Il Garante dei diritti dei detenuti, Rosanna Palci, è a conoscenza del caso: “In generale, se vi sono case disponibili o riferimenti di parentela, le situazioni sono diverse – spiega Palci.

La circostanza, qui, non aiuta. Per un mese la persona è stata in una Rsa: dopo il periodo di permanenza gratuita, è subentrato il problema del pagamento. Sarebbe possibile il trasferimento in casa di riposo, dove è però necessario pagare. Il sanitario dell’istituto (penitenziario, ndr) sta vedendo: ci sono centri clinici dove poter inserire i detenuti per gravi patologie. Certo è – conclude – che effettivamente questo è un caso limite. E il magistrato deve avere parametri di certezza” per applicare misure alternative. Così, l’assessore comunale alle Politiche sociali, Laura Famulari: “Sarebbe corretto ci fossero finanziamenti ad hoc, statali e regionali, per poter intervenire anche su tali problematiche. Il Comune non ha le risorse per farlo”.

di Matteo Unterweger

Il Piccolo, 25 maggio 2014