Battisti e la “strana” espulsione diretta dalla Bolivia per mandarlo all’ergastolo in Italia


Cesare Battisti, ex terrorista dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo), condannato in Italia all’ergastolo per quattro omicidi avvenuti tra il 1978 ed il 1979 dei quali si è detto sempre innocente, latitante, recentemente estradato dal Brasile su richiesta dell’Italia, viene catturato dall’Interpol italiana, brasiliana e boliviana a Santa Cruz de la Sierra, la città più popolosa della Bolivia. Anziché essere arrestato e consegnato al Brasile, per la successiva estradizione in Italia è stato subito consegnato direttamente all’Italia, previa espulsione amministrativa “decisiòn administrativa” ai sensi della Ley de Migraciòn n. 370/2013 per ingresso irregolare di cittadino straniero nel territorio nazionale “ingreso irregular de persona migrante extranjera al territorio nacional” che prevede l’immediato ritorno nel Paese d’origine “inmediato retorno al pais de origen” senza possibilità di presentare alcun ricorso “contra esta decisiòn non procede recurso ulterior alguno”.

Vediamo il perché è stata adottata questa “strana” procedura …

La Costituzione della Repubblica Federale del Brasile, all’Art. 5 c. 47 n. 2, prevede, fra le altre cose, che sono vietate pene “di carattere perpetuo”, come la pena dell’ergastolo, presente nell’ordinamento giuridico italiano. Proprio per tale motivo, negli anni passati, il Brasile, per concedere l’estradizione, aveva imposto all’Italia, la condizione di non applicare al Battisti, alcuna pena perpetua. Condizione poi ufficialmente accettata dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Parimenti, la Costituzione dello Stato Plurinazionale della Bolivia, all’Art. 118 c. 2, prevede che “la màxima sanciòn penal serà de treinta anòs de privaciòn de libertad, sin decrecho a indulto” cioè che la massima sanzione penale può essere di 30 anni di privazione della libertà. Anche qui, dunque, nessuna “pena perpetua” come in Brasile. Per tale ragione, qualora il Battisti, fosse stato arrestato e presentato all’Autorità Giudiziaria della Bolivia, ai fini estradizionali, all’Italia sarebbe stata imposta la stessa condizione del Brasile. Cioè quella di non applicare l’ergastolo ma 30 anni di reclusione.

Il Governo italiano (e, soprattutto, i Ministri dell’Interno Matteo Salvini e della Giustizia Alfonso Bonafede), non vedeva l’ora di riavere il Battisti “in manette per fargli scontare l’ergastolo”, per cui bisognava evitare ulteriori perdite di tempo che avrebbero potuto comportare “problemi” per quanto riguarda la sua estradizione in Italia. In particolare, in Brasile, i difensori dell’ex terrorista, privi di ogni autorità in un altro Paese, avrebbero potuto studiare un nuovo ricorso e rischiare di bloccare nuovamente tutta la procedura. In Bolivia, invece, con la procedura di estradizione, ci sarebbero stati problemi con l’ergastolo. L’unica cosa da fare era quella di farlo espellere dalla Bolivia come un semplice clandestino, perché entrato irregolarmente sul loro territorio. In tal modo, il Battisti, “l’assassino comunista” arrivando direttamente dalla Bolivia, senza transitare per il Brasile, nel giro di qualche ora, poteva giungere in Italia per essere tradotto in un Istituto Penitenziario per espiare la pena dell’ergastolo, “fino all’ultimo dei suoi giorni”.

Eppure, nelle circostanze di tempo e di luogo, il Battisti, come detto, non era un semplice straniero irregolare da espellere ma un criminale latitante, estradato dal Brasile per essere consegnato all’Italia. Andava trattato in tutt’altra maniera e seguita tutt’altra procedura. Ma il Governo boliviano guidato dal Presidente Evo Morales, politicamente molto distante da quello brasiliano di Jair Bolsonaro, ha deciso di sbarazzarsi velocemente dell’ex terrorista italiano, non cercando – in alcun modo – di complicare la vicenda, rinsaldando i rapporti di “amicizia” e di “affari” col Brasile e con l’Italia.

Cesare Battisti, appena giunto all’aeroporto militare di Ciampino in Italia, è stato ricevuto ed esposto al pubblico come un “trofeo di guerra” dai Ministri dell’Interno e della Giustizia Salvini e Bonafede, soprattutto a mezzo Social Network in diretta Facebook . Successivamente è stato preso in consegna dal Gruppo Operativo Mobile del Corpo della Polizia Penitenziaria che, unitamente alle altre Forze di Polizia, dopo una breve sosta presso la Casa Circondariale di Roma Rebibbia, “per ragioni di sicurezza”, sostiene il Ministro Bonafede, lo ha tradotto in Sardegna presso la Casa Circondariale di Oristano nella Sezione As2, un Reparto dell’Alta Sicurezza destinato ai detenuti condannati per terrorismo. Al Battisti, più volte definito dal Ministro Salvini “vigliacco infame assassino comunista” è stato applicato l’ergastolo con l’isolamento diurno per 6 mesi.

Il carcere nel tempo della paura, il Giudice Maisto contesta le “linee programmatiche” del nuovo Capo del Dap


Il 5 dicembre 2018 il nuovo Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, ha inviato al personale del Dap le sue «Linee programmatiche», con una circolare in cui invita «ad adottare tutte le iniziative per garantire la tempestiva esecuzione delle disposizioni». Per fortuna nella Premessa del documento tali indicazioni sono qualificate solo come «tendenziali», perché, se invece fossero effettive, rappresenterebbero sicuramente una drammatica battuta di arresto del lungo e faticoso cammino di attuazione dell’Ordinamento penitenziario in senso costituzionale e una tragedia per gli scenari di un sistema carcerario futuro.

La Circolare restituisce un quadro eccessivamente desolante e caotico delle carceri senza tenere in nessun conto il passato più recente, caratterizzato dalla riduzione dei suicidi e degli autolesionismi, dall’adeguamento alle sentenze della Corte Edu e da tante pratiche virtuose promosse da quei territori oggi deprecati.

Il documento si presenta come il progetto di riorganizzazione, secondo criteri economici e di controllo verticistico del sistema, di una qualsiasi altra «macchina» amministrativa postmoderna e tecnologica, trascurando la specificità umana che connota «questa» amministrazione, deputata alla cura di persone in carne ed ossa, alla loro crescita responsabile ed attiva, e perciò orientata ai valori della Costituzione.
Alla programmata rigidità del sistema, monocentrico e standardizzato, non potrà che corrispondere un’inutile e dannosa inflessibilità verso i detenuti, con l’istituzione supplementare di «squadrette» di polizia penitenziaria – nuovi piccoli Gom («gruppi di intervento operativo dotati di equipaggiamento idoneo ad affrontare ogni possibile evento critico») – ed una maggiore applicazione di sanzioni disciplinari, sia con i divieti tipici del regime di sorveglianza particolare, sia con i trasferimenti da un penitenziario all’altro come strumento anomalo di punizione.

L’assetto prefigurato non è quello del carcere che rieduca, che responsabilizza per l’inserimento nel contesto sociale, perché mortifica il necessario pluralismo delle figure professionali penitenziarie. Un carcere improntato alla rigidità, con la previsione del monopolio dell’informazione attraverso la figura del Referente della comunicazione, la militarizzazione dei funzionari direttivi (copiando la legge di riforma della pubblica sicurezza del 1981), inquadrati nei ruoli della polizia penitenziaria.

Ulteriore elemento di separatezza dell’istituzione sarebbe l’implementazione della partecipazione a distanza dei detenuti alle udienze per evitarne la traduzione in nome dell’abolizione del fenomeno qualificato, erroneamente, «come tornelli o porte girevoli».

In un siffatto contesto la «popolazione detenuta», «i soggetti reclusi» verrebbero trasformati in «risorsa dell’amministrazione penitenziaria». Il presunto miglioramento della «qualità di vita» si ridurrebbe, così, alla restrizione degli spazi intramurari di libertà mediante la revisione della sorveglianza dinamica, ad una scelta «allargata» dei canali televisivi ed al massiccio aumento del lavoro di pubblica utilità non retribuito, a tutto vantaggio delle carceri e degli uffici giudiziari. Ritornerebbe così la prigione come disciplinamento dei corpi.

In una situazione di ripresa – crescente, rapida e non casuale – di quel sovraffollamento che mortifica la dignità del mondo umano delle galere, ci si limita ad evocare indefinite «soluzioni di minor impatto finanziario», dimenticando l’efficacia di una pur possibile sinergia con la Magistratura di sorveglianza per l’implementazione di quelle misure alternative alla detenzione che, comunque, rappresenterebbero una strategia diversificata del contrasto alla criminalità.

Francesco Maisto *

*Magistrato, già Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna

Il Manifesto, 2 gennaio 2019

Carceri: Sovraffollamento e suicidi, il 2018 annus horribilis. Oltre 60 mila detenuti e 67 suicidi


Il 2018 è stato un annus horribilis per le carceri italiane: sessantasette sono stati i detenuti che si sono tolti la vita, superando così gli anni 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 suicidi.

Solo negli ultimi giorni ci sono stati due detenuti che sono morti nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. Ma il 2018 è stato anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i reclusi sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017.

Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Incertezza sull’effettivo numero dei suicidi nelle carceri italiane avvenute nell’anno 2018. Annus horribilis per quanto riguarda i decessi visto che almeno 67 sono stati i detenuti che sono tolti la vita, superando così l’anno 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 sucidi. Due sono i detenuti che sono morti nel giro di pochi giorni nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. È Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale Radicali Italiani, candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria, ad aver diffuso per primo una nota sui recenti episodi avvenuti nel carcere di Bancali e, in particolare, sulla morte dell’algherese Omar Tavera che sembrerebbe avvenuta per una overdose. Quintieri informa inoltre di un altro tragico decesso, anche questo algherese. «Questa notte ( 30 dicembre, ndr) sono stato informato di altri due decessi avvenuti nei giorni scorsi presso la Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu” e tenuti “riservati” dall’Amministrazione penitenziaria. Dalle poche notizie che sono riuscito ad avere, si tratterebbe di due giovani detenuti di Alghero, morti a poche ore uno dall’altro, entrambi ristretti nell’Istituto Penitenziario di Sassari». Quintieri spiega che il 25 dicembre è deceduto il detenuto Omar Tavera, 37 anni, recluso per reati contro il patrimonio, violazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ed altro, trovato morto nella sua cella dal personale del Corpo di Polizia Penitenziaria: «Tavera -, il giorno della vigilia di Natale, l’aveva trascorso fuori dall’Istituto Penitenziario, grazie ad un permesso premio concessogli dal magistrato di Sorveglianza di Sassari. Pare che la causa del decesso sia una overdose. La Procura della Repubblica di Sassari, in persona del Pubblico ministero Mario Leo, informata del decesso, ha nominato un proprio consulente, il medico Legale Salvatore Lorenzoni, disponendo l’esame autoptico sulla salma ivi compresi gli esami tossicologici per accertare le cause della morte del detenuto. Al momento si procede per il reato di cui all’Art. 586 del Codice Penale “morte o lesioni come conseguenza di altro delitto”» . Il consulente tecnico incaricato dalla Procura della Repubblica di Sassari relazionerà in merito entro 90 giorni. Ma spunterebbe un altro suicidio di cui ufficialmente ancora non si ha contezza. «Pare che nelle ore successive – denuncia sempre Quintieri-, probabilmente il 26 o il 27 dicembre, ma di questo non ho ancora avuto alcun riscontro ufficiale, nel medesimo Istituto Penitenziario si sia suicidato tramite impiccagione, un altro detenuto algherese di 31 anni, Stefano C., da poco arrestato per reati contro il patrimonio. Nella Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”, al momento, a fronte di una capienza regolamentare di 454 posti, sono ristretti 424 detenuti ( 13 donne), di cui 142 stranieri. Tra i ristretti presenti nell’Istituto anche 90 detenuti sottoposti al regime detentivo speciale 41 bis O. P. ed altri 30 detenuti per terrorismo internazionale di matrice islamica. Sale così a 149 il numero dei “morti in carcere”, – conclude Quintieri – di cui 68 suicidi, avvenuti nel 2018». Quintieri parla di 68 persone che si sono uccise, perché include anche l’ultimo suicidio da lui segnalato.

Quindi c’è incertezza, numeri effettivi che non sono ufficiali. D’altronde il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non pubblica una lista ufficiale delle morti nel sito del ministero della Giustizia. Le notizie dei decessi sono difficili da reperire, non sempre arrivano comunicati ufficiali – di solito da parte dei sindacati della polizia penitenziaria – e quindi c’è difficoltà a stilare il numero reale delle morti in carcere. Da anni c’è la redazione di Ristretti Orizzonti che aggiorna ogni giorno la lista dei detenuti morti dal 2002 fino ai giorni nostri per cognome, età, data e luogo del decesso.

Ma il 2018 appena concluso è anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i detenuti sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017. Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Il sovraffollamento è però molto disomogeneo nel paese. Al momento la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 161%, seguita dalla Lombardia con il 137%. Se poi si guarda ai singoli istituti, in molti ( Taranto, Brescia, Como) è stata raggiunta o superata la soglia del 200%, numeri non molto diversi da quelli che si registravano ai tempi della condanna della Cedu.

«L’indirizzo dell’attuale governo – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone sembra quello di costruire nuovi istituti di pena. Costruire un carcere di 250 posti costa tuttavia circa 25 milioni di euro. Ciò significa che ad oggi servirebbero circa 40 nuovi istituti di medie dimensioni per una spesa complessiva di 1 miliardo di euro, senza contare che il numero dei detenuti dal 2014 ad oggi ha registrato una costante crescita e nemmeno questa spesa dunque basterà. Servirebbe inoltre più personale, più risorse, e ci vorrebbe comunque molto tempo». «Quello che si potrebbe fare subito sostiene Gonnella – è investire nelle misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo le persone recluse che potrebbero beneficiarne e finire di scontare la propria pena in una misura di comunità. Inoltre conclude il presidente di Antigone – andrebbe riposta al centro della discussione pubblica la questione droghe. Circa il 34% dei detenuti è in carcere per aver violato le leggi in materia, un numero esorbitante per un fenomeno che andrebbe regolato e gestito diversamente».

L’anno che si è concluso ha visto anche l’approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, a conclusione di un iter avviato dal precedente governo che aveva convocato gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale a cui avevano partecipato addetti ai lavori provenienti da diversi mondi. «Gran parte delle indicazioni uscite da quella consultazione – scrive Antigone – sono state disattese, in particolare proprio sulle misure alternative alla detenzione.

Tuttavia su alcuni temi si sono fatti dei piccoli passi avanti, ad esempio con la creazione di un ordinamento penitenziario per i minorenni». Antigone denuncia anche il discorso dello spazio vitale nelle celle. «L’elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso – scrive l’associazione- ma, nei 70 istituti per cui è conclusa, abbiamo rilevato che nel 20% dei casi ci sono celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3mq ciascuno». Continua anche a registrare carenza di personale, soprattutto gli educatori. «Negli istituti visitati – denuncia Antigone – c’è in media un educatore ogni 80 detenuti ed un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti. Ma in alcuni realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente ( Reggio Calabria ‘ Arghillà’) o a 206 detenuti per ogni educatore ( Taranto)».

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 2 gennaio 2019

Paola, Detenuti partecipano al Campionato di Calcio a 5 Serie D. Tutte le gare nel Penitenziario


La Casa Circondariale di Paola guidata dal Direttore Caterina Arrotta, nella Stagione Sportiva 2018/2019, con una propria squadra di detenuti, parteciperà al Campionato Federale di Calcio a 5 di Serie D, Girone “A” promosso dalla Delegazione Provinciale di Cosenza della Lega Nazionale Dilettanti della Federazione Italiana Giuoco Calcio.

Per quanto riguarda le gare, sia in casa che fuori casa, con l’Associazione Sportiva Dilettantistica “Casa Circondariale di Paola Calcio a 5” i cui colori sociali sono il “bianco azzurro”, si disputeranno tutte al sabato con inizio alle ore 14,30 presso il Campo Sportivo dell’Istituto Penitenziario. L’ingresso delle squadre dovrà avvenire presso il Carcere di Paola alle ore 13,30 (ingresso obbligatorio per tutti). Gli ospiti dovranno trasmettere preventivamente alla Delegazione Provinciale della Lega Nazionale Dilettanti di Cosenza l’elenco dei calciatori e dei dirigenti che parteciperanno alla stessa entro e non oltre il lunedì precedente l’incontro.

La Casa Circondariale di Paola, considerata la finalità sociale del progetto, parteciperà con la propria squadra al torneo di calcio con diritto di classifica ma senza possibilità di partecipare alla fase finale per la vittoria del campionato e/o per la partecipazione ai play off.

La prima gara che vedrà impegnati i detenuti del Carcere di Paola, dopo la prima giornata di riposo, sara domani 1 dicembre 2018 alle ore 14,30, con l’Associazione Sportiva Dilettantistica Montagna Cosenza 2012.

Soddisfazione per la costituzione della squadra della Casa Circondariale di Paola e la contestuale partecipazione al Campionato Federale di Calcio a 5 Serie D, è stata espressa da Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria. Una iniziativa che può essere estesa, senza problemi, anche agli altri Istituti Penitenziari della Provincia di Cosenza. Complimenti al Direttore, ai Funzionari Giuridico Pedagogici, al personale di Polizia Penitenziaria e a chiunque altro abbia promosso il progetto, senz’altro utile per il trattamento rieducativo e per il reinserimento sociale dei detenuti.

Carcere di Rossano, situazione disastrosa, 21 giorni per avere l’esito di un esame del sangue


Riprende l’attività di monitoraggio all’interno degli Istituti Penitenziari della Calabria da parte dei Radicali Italiani, autorizzata dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia Francesco Basentini. Ad annunciarlo l’ex Consigliere Nazionale Emilio Enzo Quintieri, candidato alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, che giovedì prossimo insieme al Prof. Mario Caterini, Docente di Diritto Penale dell’Università della Calabria e ad una delegazione di Studenti del corso di laurea magistrale di “Intelligence ed Analisi del Rischio” del Dipartimento di Lingue e Scienze dell’Educazione, farà visita alla Casa di Reclusione di Rossano, allo stato amministrata dal Direttore “in missione” Caterina Arrotta, dirigente titolare dell’Istituto di Paola.

All’esito della precedente visita, svoltasi il 30 agosto scorso, la delegazione dei Radicali Italiani, aveva relazionato, oltre alle criticità afferenti la Sezione As2 in cui sono ristretti i detenuti imputati o condannati per terrorismo internazionale di matrice islamica, una serie di problematiche al Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al Provveditore Regionale Reggente, al Direttore dell’Istituto, al Magistrato di Sorveglianza di Cosenza ed al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti.

Tra le criticità segnalate vi è quella afferente l’organizzazione del Servizio Sanitario Penitenziario: la delegazione, nel corso della visita, ha avuto modo di interloquire col personale sanitario che presta servizio nell’Istituto, alle dipendenze dell’Asp di Cosenza. Dai colloqui è emerso che nell’Istituto, ormai da tempo, manca un ecografo nonostante la presenza di un medico specialista, il che determina la traduzione di numerosi detenuti presso il locale Presidio Ospedaliero per le indagini ecografiche con tempi di attesa abbastanza lunghi (rispetto a quelli intramoenia) e con tutte le problematiche che ne conseguono per l’Amministrazione Penitenziaria (carburante, manutenzione veicoli, costo personale) dovute al servizio di traduzione individuale diretta su strada a mezzo del Corpo di Polizia Penitenziaria (circa 200 traduzioni nel solo 2017). Ed infatti, com’è noto, per un detenuto appartenente al circuito della media sicurezza occorrono 3 unità di Polizia Penitenziaria, per un detenuto appartenente al circuito dell’Alta Sicurezza – Sottocircuito As3 criminalità organizzata – occorrono 4 unità e per un detenuto appartenente al Sottocircuito As2 terrorismo internazionale servono addirittura 6 poliziotti. Inoltre, vista la carenza del personale in forza al Nucleo Traduzioni e Piantonamenti, altro personale addetto agli Uffici ed alle Sezioni detentive, deve assentarsi dal servizio per coadiuvare i loro colleghi nelle traduzioni.

Eppure, tempo addietro, l’Asp di Cosenza, aveva provveduto ad acquistare un apparecchio ecografico di ultima generazione, munito anche di ecocolordoppler (costato circa 20 mila euro), assegnandolo al Carcere di Rossano che col medico specialista, riusciva ad eseguire tutti gli accertamenti intramoenia (anche 10/15 al giorno), senza necessità di traduzioni in strutture esterne (ove, comunque, non è possibile praticare il servizio con le stesse modalità). Pare che, a seguito di non meglio precisati lavori sul tetto dell’area sanitaria, da parte di una ditta esterna, tale apparecchio sia stato danneggiato e reso inservibile (ci sarebbe piovuto di sopra). Tale questione, peraltro, pare non sia stata mai sollevata da nessuno, prima dei Radicali che hanno chiesto di disporre degli accertamenti per individuare eventuali responsabilità e per ripristinare il servizio.

Altra problematica relativa sempre al Servizio Sanitario Penitenziario della Casa di Reclusione di Rossano, in cui sono ristretti numerosi soggetti affetti dal virus dell’epatite b e c, riguarda il ritardo con il quale vengono comunicati dall’Asp di Cosenza gli esiti degli esami ematochimici dei detenuti ed in particolare modo quello emocromocitometrico. Il personale sanitario ha riferito alla delegazione visitante che tali risultati, nonostante la loro semplicità (ed infatti per i cittadini liberi sono previsti, al massimo, 24/48 ore di attesa), giungono all’Istituto, dai Laboratori di Cosenza, addirittura dopo 21 giorni dal prelievo. Ciò, sempre secondo i sanitari, impedisce di gestire in maniera appropriata ed efficiente i detenuti portatori del virus con una ottimizzazione del percorso diagnostico – terapeutico – assistenziale e del trattamento secondo quanto previsto dai protocolli e linee guida più innovativi. Anche per questa problematica, i Radicali, hanno chiesto all’Amministrazione Penitenziaria, centrale e periferica, di sollecitare la Regione Calabria e l’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, ad una migliore organizzazione del servizio, garantendo tempi assolutamente più brevi per la comunicazione all’Istituto degli esiti degli esami, per una migliore tutela della salute delle persone ristrette, affinché il carcere non sia considerato come un luogo in cui vige un regime di extraterritorialità rispetto alle garanzie fondamentali assicurate dallo Stato.

Infine, la delegazione radicale, ha espresso soddisfazione per la stipula del protocollo di intesa tra la Direzione del Carcere di Rossano e l’Asp di Cosenza per la prevenzione e gestione degli eventi suicidari. A tale proposito, è stata colta l’occasione per sollecitare l’Amministrazione Penitenziaria, centrale e regionale, a voler fornire tempestivamente all’Istituto il materiale (effetti letterecci) in tessuto non tessuto per la consegna a quei detenuti nei confronti dei quali siano state disposte eccezionali misure di sicurezza, evitando di lasciare gli stessi privati di ogni genere di conforto, ivi compreso le lenzuola, in condizioni di disagio e di afflizione di difficile sopportazione, specialmente quando tale condizione si protragga per considerevoli periodi di tempo.

Ulteriori segnalazioni, non di minor importanza, sono state fatte in ordine al funzionamento dell’area amministrativo – contabile (nonostante l’organico sia al completo), alla carenza di personale di Polizia Penitenziaria (dal 10 settembre 5 unità sono assenti per partecipare al corso di Vice Ispettore e non rientreranno fino a marzo 2019, restano in servizio 123 unità su 153), alla carenza di attività lavorativa intramoenia (lavorano pochissimi detenuti), all’autorizzazione per l’uso ed il possesso nelle camere detentive del personal computer per motivi di studio ai 15 detenuti iscritti all’Università della Calabria, alla impraticabilità del campo sportivo (perché quando piove si allaga per molto tempo, non essendoci impianto di drenaggio), al potenziamento delle linee telefoniche dell’Istituto perché insufficienti (sono presenti solo 2 linee telefoniche) ed infine in ordine alla illegittima prassi di sospendere le telefonate straordinarie o escludere dalle attività lavorative quei detenuti che siano stati sanzionati disciplinarmente.

Carcere di Paola, dopo la visita dei Radicali, l’On. Magi interroga il Ministro della Giustizia Bonafede


Dopo la visita effettuata lo scorso 23 agosto alla Casa Circondariale di Paola, da una delegazione di Radicali Italiani guidata dal Consigliere Nazionale Emilio Enzo Quintieri, accompagnato da Valentina Anna Moretti, esponente radicale e praticante Avvocato del Foro di Paola, previamente autorizzata dal Vice Capo Reggente del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia Riccardo Turrini Vita, e gli esiti relazionati, ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria, al Magistrato di Sorveglianza di Cosenza ed al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti, l’Onorevole Riccardo Magi, Deputato di +Europa – Centro Democratico e Segretario Nazionale di Radicali Italiani ha presentato un’ atto di sindacato ispettivo al Ministro della Giustizia On. Alfonso Bonafede.

L’Interrogazione a risposta scritta n. 4/01469 del 25/10/2018, a cui dovrà rispondere il Guardasigilli del Governo Conte, richiama la visita dei Radicali e le problematiche riscontrate nell’Istituto tirrenico che, all’epoca dei fatti, a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, ospitava 221 detenuti, 119 dei quali stranieri (prevalentemente albanesi). Nell’ambito della visita, scrive l’Onorevole Magi, sono state riscontrate alcune criticità tra cui: l’isolamento precauzionale di un detenuto, allocato da circa 7/8 mesi all’interno del cosiddetto “repartino isolamento” avendo lo stesso dichiarato al personale di Polizia Penitenziaria di temere per la propria incolumità personale e di volere essere trasferito in altro Istituto. La Direzione dell’Istituto avrebbe chiesto più volte l’allontanamento del predetto, ma ogni richiesta pare sia stata respinta dai superiori uffici. Inoltre, il detenuto, pare abbia posto in essere anche atti autolesionistici e per tale ragione sia stato sottoposto a “sorveglianza a vista”; è stata anche riscontrata la chiusura di numerose camere detentive per inagibilità dovuta a copiose infiltrazioni meteoriche. In particolare, sono state rilevate n. 17 camere inagibili (4 alla I sezione, 4 alla III sezione, 3 alla IV sezione, 5 alla V sezione e 1 alla sezione infermeria). Inoltre, per gli stessi motivi, altre 2 camere presso la IV sezione, a breve, sarebbero state dichiarate inagibili. Di tale problematica risultavano già essere stati notiziati i superiori uffici; è stata registrata altresì la copiosa infiltrazione di acqua piovana nelle aule scolastiche e in altri locali (teatro, sorveglianza generale, corridoio centrale accesso sezioni). Anche tale problematica, pur essendo stata segnalata ai superiori uffici, non era stata risolta; risulta ancora l’assenza di box office per il personale di Polizia Penitenziaria addetto alla vigilanza ed osservazione dei detenuti all’interno delle sezioni, i box office sono assolutamente inadeguati in termini di arredo e strumentazione, non conformi alla normativa vigente in materia, privi di condizionatori d’aria, di riscaldamento e di servizi igienici. In tutte le sezioni, fatta eccezione per il padiglione a custodia attenuata, le postazioni di servizio sono collocate all’ingresso nel corridoio, senza alcuna protezione, essendo costituite solo da un tavolino e una sedia; è stata rilevata infine la numerosa presenza di detenuti stranieri che vede la Casa Circondariale di Paola tra gli Istituti della Calabria con la più alta percentuale degli stessi (60-70 per cento), con tutte le difficoltà che ne derivano per la gestione penitenziaria di tali persone, spesso prive di alcun collegamento con il territorio. Nell’Istituto di Paola non vi sono mediatori culturali e pare che, contrariamente ad altri Istituti, non vi siano fondi da elargire agli indigenti o, comunque, non vi siano in misura adeguata e sufficiente.

Il Deputato radicale, premettendo infine che la delegazione visitante, per ognuna delle criticità evidenziate, ha formulato articolate raccomandazioni e proposte all’Amministrazione Penitenziaria ha chiesto di conoscere se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti sopra esposti e se e quali iniziative di competenza siano state assunte o si intendano intraprendere ed entro quali tempi al fine di risolvere le gravi criticità riscontrate ed illustrate in premessa.

Prossimamente, subito dopo il Congresso nazionale dei Radicali Italiani che si terrà a Roma dal 1 al 3 novembre, la delegazione guidata da Emilio Enzo Quintieri, tornerà a far visita alla Casa Circondariale di Paola per verificare se, in questi mesi, ci siano stati degli sviluppi in ordine a tutte le problematiche riscontrate in quella di fine agosto.

Interrogazione a risposta scritta 4/01469 del 25/10/2018 (clicca per leggere)

Rossano, Radicali denunciano criticità nel reparto As2 per terrorismo internazionale


Abbiamo riscontrato delle criticità nel Carcere di Rossano, nel reparto As2 ove sono ristretti detenuti per terrorismo internazionale islamista. Lo afferma Emilio Enzo Quintieri, Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani all’esito di una visita effettuata insieme all’esponente radicale Valentina Anna Moretti nelle scorse settimane presso la Casa di Reclusione di Rossano, autorizzata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. La Delegazione, su delega dell’Autorità Dirigente, è stata ricevuta ed accompagnata dal Vice Ispettore Nicola Scigliano ed altro personale di Polizia Penitenziaria in servizio.

Nell’Istituto Penitenziario di Rossano, che è uno dei quattro Istituti d’Italia (gli altri sono quelli di Sassari, Nuoro e L’Aquila), è presente una Sezione di Alta Sicurezza (AS2) destinata ai detenuti imputati o condannati per reati riguardanti il terrorismo internazionale di matrice islamica. Questa Sezione, è divisa in tre piani : il piano terra ed il primo piano sono composti ciascuno da otto camere, una saletta per la socialità ed un locale adibito ad infermeria. Al piano ancora inferiore sono ubicati: la sala di culto per i detenuti musulmani, i locali passeggi, molto angusti e coperti da una rete metallica, un locale barberia ed il locale infermeria. Nonostante la presenza di tale Sezione con diversi detenuti stranieri provenienti da Paesi tradizionalmente di fede islamica, nell’Istituto, non è presente alcun Funzionario Mediatore Culturale dipendente dell’Amministrazione Penitenziaria. Ed infatti, l’attività di mediazione linguistico – culturale, è garantita da alcuni volontari, la cui presenza è limitata a pochissime ore al mese. La maggior parte dei detenuti ristretti in tale Sezione ha la posizione giuridica di “giudicabile” per cui in attesa di giudizio. Tanti di loro, come accertato dalla Delegazione, non sanno nemmeno di cosa siano accusati, perché spesso nemmeno gli atti processuali vengono tradotti nella loro lingua o in altra lingua che sia loro comprensibile. Ciò nonostante la normativa interna ed internazionale preveda che a tutti i detenuti stranieri venga assicurata una adeguata mediazione linguistica e culturale; soprattutto nella fase processuale è stabilito il diritto all’interprete ed alla traduzione degli atti al fine di comprendere le accuse ascrittegli e di seguire il compimento degli atti cui partecipano in maniera tale da potersi difendere adeguatamente e garantire un equo processo. Inoltre, è previsto il diritto all’assistenza gratuita di un interprete per le comunicazioni con il difensore prima di rendere un interrogatorio, ovvero al fine di presentare una richiesta, istanza o memoria all’Autorità Giudiziaria competente.

Durante la visita alla Sezione detentiva, diversi detenuti hanno lamentato che il televisore posto in ogni camera è incastonato nel telaio in ferro soprastante il cancello d’ingresso con lo schermo rivolto verso l’interno del locale e l’amplificazione verso l’esterno (nel corridoio), per cui non è possibile ascoltare la televisione senza arrecare fastidio a tutta la Sezione se non stando in piedi accanto al cancello d’ingresso e tenendo il volume basso. Non si comprende per quali ragioni, esclusivamente in detta Sezione, il televisore debba essere posizionato nelle condizioni appena descritte con oggettive difficoltà nella focalizzazione delle immagini e della comprensione dell’audio, se non da posizione ravvicinata (e con il volume sempre basso per non disturbare gli altri). Inoltre, il detenuto, a causa della collocazione ad un’altezza piuttosto elevata dell’apparecchio, per guardare la televisione, è costretto a tenere il collo proteso all’insù, assumendo pertanto una postura innaturale e scomodissima ed evidentemente non mantenibile, da chiunque, per molto tempo. Ci risulta, scrive Quintieri nella sua informativa, che, in casi analoghi, la Magistratura di Sorveglianza ha accolto alcuni reclami proposti dai detenuti soggetti al regime detentivo ex Art. 41 bis O.P. ordinando all’Amministrazione Penitenziaria di sistemare meglio gli apparecchi televisivi all’interno delle loro camere. Appare assolutamente necessario che l’Amministrazione provveda tempestivamente ad una ricollocazione degli apparecchi televisivi all’interno della Sezione, mediante il sistema che verrà ritenuto concretamente più idoneo ed efficace, ad una distanza ed altezza da terra idonee a permettere ai detenuti, l’agevole visione ed ascolto dei programmi televisivi, essendo peraltro molteplici le soluzioni oggi disponibili sul mercato.

Altra problematica, riferita dai detenuti, è che ormai da diverso tempo, per non meglio definite “ragioni di sicurezza” non possono più usufruire del Campo Sportivo dell’Istituto, contrariamente a quanto avveniva in precedenza. Per loro resta possibile svolgere attività sportiva “al chiuso” presso la palestra per due volte alla settimana. Com’è noto (anche) le attività sportive sono inserite dall’Ordinamento Penitenziario (Art. 15 O.P.) tra i principali elementi del trattamento, assieme ad istruzione, lavoro, religione, contatti con il mondo esterno e con la famiglia. Durante la precedente visita all’Istituto, svolta il 23 giugno scorso, alla Delegazione era stato riferito dal personale di Polizia Penitenziaria che per la Sezione AS2 era stato proposto di allestire un campo di calcio a 5 attiguo ai cortili passeggio e che il relativo progetto era stato sottoposto al Provveditorato Regionale per la Calabria. Nella loro informativa i Radicali Italiani hanno chiesto che l’Amministrazione provveda a risolvere tale problematica, consentendo ai detenuti della Sezione AS2 di poter usufruire del Campo Sportivo utilizzato dal resto della popolazione detenuta, atteso che il trattamento deve essere conforme ad umanità, improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose, proprio per assicurare parità di condizioni di vita tra i detenuti (Artt. 1 e 4 O.P.). Sono state chieste, infine, notizie relative alla proposta progettuale di allestimento di un campo di calcio a 5 attiguo ai cortili passeggio ad esclusivo uso dei detenuti appartenenti alla Sezione AS2.

Sulla questione, anche l’Ufficio del Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti presso il Ministero della Giustizia, nelle Raccomandazioni 2016-2017 “Norme e normalità” sugli standard di vita penitenziaria, ha precisato che : “Ai detenuti ristretti nelle Sezioni di “Alta Sicurezza 2” (AS2), i quali rispondono di o sono stati condannati per reati aggravati dalla finalità di terrorismo di sedicente fondamentalismo religioso e ai detenuti cosiddetti “attenzionati” per rischio di radicalizzazione, deve essere assicurato un programma ampio di attività che, seppure modulate secondo le connotazioni del particolare regime, diano loro in ogni caso la possibilità di muoversi, essere impegnati nel lavoro e nello studio (qualora richiesto), avere relazioni con altri, anche al fine di offrire effettivi elementi di comprensione dell’evolversi del loro atteggiamento, delle dinamiche che essi realizzano nel rapporto con gli altri, degli eventuali atteggiamenti di proselitismo o, al contrario, di recesso dalle precedenti scelte. Una quotidianità detentiva, infatti, che lasci le persone nelle proprie stanze per quasi la totalità della giornata, in una sorta di tempo vuoto, non dà strumenti di conoscenza, non consente di capire quali situazioni si stiano nel concreto determinando, non offre elementi per un reinserimento al termine dell’esecuzione della pena che aiuti i singoli e tuteli concretamente la sicurezza della società esterna.”

Gli esiti della visita, nei giorni scorsi, sono stati formalmente comunicati al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini, al Provveditore Regionale Reggente per la Calabria Cinzia Calandrino, al Direttore della Casa di Reclusione di Rossano Giuseppe Carrà, al Magistrato di Sorveglianza di Cosenza Silvana Ferriero ed al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti presso il Ministero della Giustizia Mauro Palma.