Operazione della Polizia Penitenziaria: sequestrati 4 microcellulari all’interno del Carcere di Cosenza


Questa mattina una delegazione dei Radicali Italiani, autorizzata dal Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia Lina Di Domenico, ha effettuato una visita alla Casa Circondariale di Cosenza. La delegazione visitante, guidata da Emilio Enzo Quintieri, ex Consigliere Nazionale di Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria, è stata ricevuta dal Direttore dell’Istituto Maria Luisa Mendicino, dal Funzionario Responsabile dell’Area Giuridico Pedagogica Brunella Scarcello, dal Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria Ispettore Superiore Francesco Bufano e dal Coordinatore del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti Ispettore Superiore Pasquale Picarelli. Quintieri era accompagnato dall’esponente radicale Valentina Anna Moretti e da alcuni Studenti di Giurisprudenza dell’Università della Calabria.

Nell’Istituto Penitenziario di Cosenza, a fronte di una capienza regolamentare di 218 posti, sono ristrette 247 persone detenute, 55 delle quali straniere, con le seguenti posizioni giuridiche : 49 giudicabili, 20 appellanti, 17 ricorrenti, 161 definitivi di cui 5 ergastolani (3 Media Sicurezza e 2 Alta Sicurezza); 151 appartengono al Circuito della Media Sicurezza e 93 a quello dell’Alta Sicurezza ed altri 3 sono sottoposti al regime della semilibertà.

Poiché durante la mattinata era in atto una importante operazione di Polizia Giudiziaria condotta dal personale di Polizia Penitenziaria, la visita non ha interessato tutti gli ambienti e gli spazi della Casa Circondariale. Infatti, gli uomini coordinati dall’Ispettore Superiore Bufano, a seguito di una attività investigativa, hanno sequestrato quattro micro cellulari, perfettamente funzionanti, nella disponibilità di alcuni detenuti del Circuito di Media Sicurezza. Gli Agenti Penitenziari, nel giro di poco tempo, sono riusciti ad intercettare gli apparecchi telefonici introdotti abusivamente nell’Istituto: uno era nascosto nella cavità anale di un detenuto, un’altro nelle parti intime, uno all’interno di una cartellina e l’altro all’interno di una presa della corrente. Tali telefonini, essendo molto piccoli e composti prevalentemente da materiale plastico, sono difficilmente rilevabili dai metal detector. Gli apparecchi rinvenuti sono stati sottoposti a sequestro e verranno messi a disposizione dell’Autorità Giudiziaria competente per ulteriori indagini.

Complimenti al personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, dice Quintieri, per l’operazione di Polizia Giudiziaria compiuta all’interno dell’Istituto di Cosenza, che ha permesso di rinvenire e sequestrare ben quattro telefonini, utilizzati dai detenuti per comunicare fraudolentemente con l’esterno. Nonostante la cronica carenza di organico e tra mille difficoltà la Polizia Penitenziaria di Cosenza continua ad assicurare un encomiabile servizio per il mantenimento della sicurezza interna ed esterna, contrastando ogni forma di illegalità, conclude l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani.

Al termine della visita la Delegazione Radicale ha partecipato alla conferenza stampa – tenutasi presso i locali della Direzione dell’Istituto – per la sottoscrizione di un Protocollo di Intesa con l’Associazione Lotta contro i Tumori, che sarà attivo nelle Carceri di Cosenza e di Rossano.

Rossano, detenuto 36enne muore suicida. Si è impiccato questa mattina nel bagno della cella


Questa mattina, purtroppo, nella Casa di Reclusione di Rossano si è verificato un grave evento critico: un detenuto, con fine pena 2030, appartenente al Circuito Penitenziario della Media Sicurezza, si è suicidato impiccandosi nel bagno della cella, utilizzando la cintura del suo accappatoio. Si tratta di Arturo Saraceno, 36 anni, originario di Teana (Potenza), in carcere per l’omicidio della ex fidanzata, Debora Fuso, 25 anni, di Lonate Pozzolo (Varese), avvenuto il 17 maggio 2016, all’ora di pranzo, al culmine di una lite nella casa del 36enne, a Magnano (Milano). Lo rivela Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria che proprio questa mattina era presso la Casa di Reclusione di Rossano, accompagnato dall’esponente radicale Valentina Anna Moretti, per una riunione con la Direzione dell’Istituto.

Da quel che sono riuscito a sapere, il detenuto che si è tolto la vita, proveniva dalla Casa Circondariale di Busto Arsizio (Varese) e da pochi mesi era stato trasferito temporaneamente alla Casa di Reclusione di Rossano affinché potesse effettuare i colloqui con la sua famiglia. Era molto seguito dallo staff multidisciplinare dell’Istituto ma non aveva mai dato problemi di alcun genere. Questa mattina, intorno alle ore 9,00, ha atteso che il compagno di cella si recasse al cortile passeggio ed utilizzando la cintura del suo accappatoio, si è appeso alle sbarre della finestra del bagno della camera detentiva. Nonostante la scoperta immediata ed i primi soccorsi da parte del personale di Polizia Penitenziaria, quando è arrivata l’ambulanza, non c’è stato niente da fare. I Sanitari del 118 non hanno potuto fare altro che constatare il decesso del 36enne. Nella Casa di Reclusione di Rossano, conclude il radicale Quintieri, al momento, a fronte di una capienza di 263 posti, sono ristrette 305 persone, molte delle quali appartenenti al Circuito dell’Alta Sicurezza. Quest’anno, nelle Carceri italiane, sono morte 58 persone, 18 delle quali per suicidio mentre dal 2000 ad oggi ci sono stati 1.071 suicidi, per un totale di 2.942 decessi.

“Viaggio in Italia, la Corte Costituzionale nelle Carceri”. Questa sera nello “Speciale Tg1″su Rai1 alle 23,10


Questa sera nello “Speciale Tg1” alle ore 23,10 su Rai1 andrà in onda : “Viaggio in Italia. La Corte Costituzionale nelle carceri”, il docufilm di Fabio Cavalli, in collaborazione con Rai Cinema, sul viaggio dei Giudici Costituzionali in alcune carceri italiane.

La Costituzione non si ferma davanti ai muri di cinta. E i Giudici della Corte Costituzionale l’hanno voluta portare, dall’altra parte dell’orizzonte, con un’iniziativa senza precedenti al mondo: un viaggio negli Istituti Penitenziari e ora con un film, dentro queste città invisibili.

La Corte entra in Carcere e lo fa per la prima volta dal 1956, anno della sua nascita. Sette Giudici della Corte Costituzionale incontrano i detenuti di sette Istituti Penitenziari italiani: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, il carcere minorile di Nisida, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni, Lecce sezione femminile.

Il Garante Nazionale dei Detenuti Palma: “Gli arresti non servono, se manca la rieducazione non c’è più sicurezza”


Il Garante nazionale dei detenuti lancia l’allarme: “Senza reinserimento le azioni politiche sono destinate al fallimento”. “In cella c’è tutto ciò che non affrontiamo più. Dalle malattie mentali alla povertà, dalle dipendenze alle diseguaglianze”.

Quando si parla di sicurezza, si pensa solo ad arrestare la gente. E spesso ci si dimentica una cosa delle persone in galera: prima o poi usciranno. E se non facciamo niente per recuperarli, il problema non è solo loro, ma anche nostro, perché ritorneranno a delinquere”.

Mauro Palma, matematico e giurista, già fondatore e presidente dell’associazione Antigone, del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e del Consiglio europeo per la cooperazione penalistica, è l’attuale Garante nazionale dei detenuti.

È abituato a navigare controcorrente, come quando pubblicò un rapporto molto critico sul regime del 41bis, il carcere duro per i mafiosi. “So che parlare di temi come la rieducazione e il recupero dei carcerati non va molto di moda ma il mio non è un discorso buonista: io parlo di prevenzione della sicurezza”.

Cosa intende, professore?

“Non possiamo solo occuparci di come rinchiudere le persone. È fondamentale, anche per la sicurezza delle nostre città, accompagnarne il percorso di ritorno alla vita civile. Altrimenti è un circuito vizioso. Sento invocare spesso la galera. Attenzione: questo approccio non è la soluzione, ma un rinvio dei problemi”.

Può spiegare meglio?

“È semplice: il 70% delle persone che scontano una pena in cella, nell’arco di 5 anni torna a commettere reati. In carceri modello, come Bollate, dove i detenuti lavorano e le celle non sono chiuse, questa percentuale scende al 18-20%”.

Una delle critiche a questo argomento mette in luce il fatto che quei detenuti sono selezionati a monte.

“È vero. Io non affermo che tutti possano essere rieducati. Penso però che potremmo limitare, e molto, i danni. Tra il 70 e il 20% c’è un mondo”.

Chi c’è oggi è in prigione?

“Purtroppo il carcere è un contenitore di questioni irrisolte”.

A cosa si riferisce?

“Parlo di povertà, di dipendenze, di malattie mentali. Più lo Stato si indebolisce, e rende più fragili le strutture sul territorio, il welfare, più deleghiamo tutto alla repressione. Ma è un’illusione”.

Qual è la fotografia delle carceri oggi?

“Quella di un mondo diseguale. Basta guardare i numeri: bassa alfabetizzazione, spesso nessun posto dove andare. È chiaro che una volta fuori, senza un accompagnamento, sostegno, si troveranno disorientate. Oggi stiamo ritornando a una situazione simile a quella del Regno d’Italia: in carcere c’è soprattutto marginalità”.

Che tipo di reati scontano i carcerati in Italia?

“La metà dei 60mila detenuti italiani sono in carcere per droga. Cinque su sei, parliamo di circa 50mila persone, se aggiungiamo a questa popolazione chi ha commesso reati contro il patrimonio o predatori. Droga, furti, rapine. Ovvero i reati con la più alta percentuale di recidiva”.

Quali sono le sue ricette?

“Prima di tutto bisogna ridare responsabilità ai detenuti. Il lavoro è un modo di affrancarsi, ma le percentuali sono molto basse. Ciò che accade spesso è il contrario: l’infantilizzazione di queste persone. Se trattiamo degli adulti come fossero bambini, se li teniamo a non fare niente, non usciranno mai dalla mentalità assistenzialista. Una volta fuori, si aspetteranno un sostegno che non arriverà. E quindi ritorneranno sulla vecchia strada”.

Cosa manca?

“Percorsi che indirizzino la seconda fase, il reinserimento. Penso a commissioni che seguano il detenuto, lo supportino ed eventualmente valutino se merita o no di compiere un percorso di riabilitazione. Una sorta di libertà vigilata, un organo di supporto e controllo. E fino a questo punto non ho ancora fatto cenno a un altro aspetto: che la pena debba tendere alla rieducazione lo dice la nostra Costituzione”.

Ritorniamo alla questione sicurezza. I reati diminuiscono, ma aumenta l’insicurezza. Come lo spiega?

“Da un lato è un meccanismo psicologico. La società italiana di trent’anni fa era molto più violenta, c’erano il doppio degli omicidi. Oggi ci sono meno crimini violenti. E l’allarme sociale arriva dalla minaccia alle cose. Un fenomeno tipico di una società che si è arricchita”.

Le periferie sono in forte sofferenza…

“Quando dico che non si può pensare di risolvere il problema sicurezza solo con il carcere, penso soprattutto alle periferie. Un tempo c’erano le parrocchie, i partiti. Oggi tutto questo non c’è più. Dobbiamo trovare vie per rendere il territorio vivo, ricreare un senso di comunità”.

Esistono soluzioni?

“Dovremmo investire nella battaglia contro la dispersione scolastica, finanziare chi intercetta ragazzini che stanno sulla strada invece di andare a scuola. Dovremmo lavorare sulle dipendenze, sostenere il lavoro e le strutture sul territorio. Più questi presidi vanno in difficoltà, più il senso di insicurezza crescerà. La scorciatoia repressiva piace perché è più rassicurante e immediata. In inglese è più facile che in italiano, dove l’ambiguità è anche linguistica. Sicurezza si dice con due parole: “security” e “safety”. Noi pensiamo molto alla prima, sperando che arrivi anche la seconda. Mai due concetti sono diversi. Non saremo più “safe” solo con politiche securitarie”.

Marco Grasso

Il Secolo XIX, 4 giugno 2019

Cosenza, trasferito d’urgenza a Barcellona Pozzo di Gotto il detenuto che aveva aggredito l’Agente Penitenziario


E’ stato trasferito d’urgenza dalla Casa Circondariale di Cosenza il pericolosissimo giovane detenuto calabrese, Francesco OIivieri, originario di Nicotera, recentemente condannato all’ergastolo, responsabile di varie aggressioni verbali e fisiche al personale del Corpo di Polizia Penitenziaria (ed in ultimo ai Magistrati – PM e GUP – del Tribunale di Vibo Valentia che ha ingiuriato e minacciato di morte, danneggiando la gabbia metallica in cui era ospitato e tentando di sfilare la pistola ad un operatore di Polizia Penitenziaria).

Il detenuto dopo tutte le aggressioni che ha posto in essere negli Istituti di Catanzaro, Castrovillari e Cosenza (in quest’ultimo caso, oltre ad aggredire un Assistente Capo Coordinatore della Polizia Penitenziaria, gli ha spento pure una sigaretta accesa sul volto), su disposizione dell’Ufficio Servizi Sanitari della Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, è stato subito trasferito presso la Casa Circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) ove è presente una articolazione per la tutela della salute mentale.

Vista la estrema pericolosità dello stesso, per la sua traduzione sono state disposte dall’Amministrazione Penitenziaria, rigorosissime misure di sicurezza ed è stata rinforzata la scorta per evitare che potesse compiere altre aggressioni ai danni del personale penitenziario.

Agli Operatori Penitenziari, come sempre, la mia solidarietà personale per essere stati, senza alcun motivo, ripetutamente oggetto di inaudite violenze verbali e fisiche da parte di un detenuto – probabilmente affetto da gravi disturbi psichiatrici, affidato alla loro custodia.

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti Calabria

Carcere di Cosenza, dopo l’evasione del giovane detenuto straniero, i Radicali difendono gli Operatori Penitenziari


Ritengo doveroso intervenire per esprimere la mia solidarietà e vicinanza agli Operatori Penitenziari della Casa Circondariale di Cosenza ed in particolare modo al Direttore dell’Istituto Maria Luisa Mendicino ed al Comandante della Polizia Penitenziaria Commissario Capo Paolo Cugliari, a seguito dell’evasione di un giovane detenuto straniero, verificatasi domenica mattina e che ha determinato l’apertura di una indagine da parte della Procura della Repubblica di Cosenza per chiarire le dinamiche del grave evento critico ed accertare se vi siano state eventuali responsabilità attive od omissive. Lo sostiene Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria.

Com’è noto, domenica mattina, intorno alle ore 9:45, il detenuto Amadou Coulibally, cittadino del Mali, classe 1999, con fine pena il 20 maggio 2023, è improvvisamente evaso dalla Casa Circondariale di Cosenza, riuscendo ad eludere la sorveglianza, mentre stava fruendo dell’ora di permanenza all’aperto, nei cortili passeggio dell’Istituto. Coulibally era stato trasferito dalla Casa Circondariale di Catanzaro il 10 maggio 2019. Dopo l’immediato allarme dato dal Reparto di Polizia Penitenziaria di Cosenza, il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, reparto specializzato nella cattura degli evasi, ha subito pianificato gli interventi e coordinato le operazioni a cui hanno partecipato, 30 Poliziotti Penitenziari del Reparto di Cosenza e del Nucleo Investigativo Regionale di Catanzaro, tutte le altre Forze di Polizia presenti sul territorio. La cattura dell’evaso è stata rapida tant’è vero che, intorno alle 20:00, è stato rintracciato nel Centro Storico e, dopo una breve permanenza presso il vicino Comando Stazione Carabinieri di Cosenza Principale, subito tradotto in Istituto.

Qualcuno, in virtù di quanto accaduto, non ha perso l’occasione per muovere accuse immeritate agli Operatori Penitenziari, precisa il radicale Quintieri, ma in realtà – pur non conoscendo nel dettaglio la dinamica dell’evento – posso tranquillamente affermare che non hanno alcuna responsabilità, soprattutto perché eventuali inefficienze e carenze del sistema, non possono essere attribuite a chi dirige o lavora nell’Istituto. Infatti, la grave carenza di personale di Polizia Penitenziaria addetto alla custodia dei detenuti ed alla sicurezza dell’Istituto, è notoria: a fronte di una pianta organica che prevede 169 unità, ne sono presenti soltanto 142. Peraltro, il Reparto di Cosenza, ormai da tempo, è privo di un Comandante titolare in quanto il Commissario Capo Cugliari è un Funzionario in missione. Ed inoltre, il Direttore Mendicino, oltre alla Casa Circondariale di Cosenza in cui a fronte di una capienza di 218 posti sono ristretti 262 detenuti, dirige in missione anche la Casa di Reclusione di Rossano in cui allo stato sono ospitati 295 detenuti per una capienza di 263 posti.

L’Istituto Penitenziario di Cosenza è uno dei pochi, a livello nazionale, in cui da tanti anni, non si verificano gravi eventi critici, proprio per la grande professionalità, la straordinaria umanità e sensibilità di tutti gli Operatori Penitenziari, nonostante le obiettive difficoltà derivanti dalla carenza di risorse umane, finanziarie e strumentali.

Quali responsabilità dovrebbero avere gli Operatori Penitenziari ? L’allarme e le ricerche dell’evaso sono state immediate; non mi pare che vi siano stati ritardi – continua il candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti – Coulibally, alla stregua di tutti gli altri ristretti, stava fruendo dell’ora di permanenza all’aperto. Non potevano certo prevedere quanto aveva intenzione di fare oppure negargli di recarsi nel cortile passeggio insieme agli altri. L’unico modo per evitare tali eventi critici è quello di tenere le persone sempre chiuse nelle loro camere e sorvegliate a vista ma non è il modello di esecuzione penitenziaria previsto dal Legislatore né è il trattamento che noi vogliamo che si pratichi negli Istituti.

Il Carcere di Cosenza è sempre stato gestito in maniera eccellente, prima dal Dirigente Penitenziario Filiberto Benevento, recentemente posto in quiescenza e, da pochi mesi, dal Direttore Maria Luisa Mendicino, ex Dirigente della Casa Circondariale di Castrovillari ove si è particolarmente distinta per aver completamente rivoluzionato in meglio tale Istituto, sotto il profilo strutturale, della sicurezza e del trattamento rieducativo.

Infine, quanto alla storia giudiziaria del detenuto, non corrisponde al vero il fatto che lo stesso sia stato condannato per “rissa e lesioni”, così come appare esagerato definire che sia responsabile di “tentato omicidio”, nonostante la condanna irrevocabile a 6 anni e 4 mesi, inflittagli all’esito del giudizio abbreviato dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lagonegro e confermata dalla Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione con sentenza n. 21403/2019 del 7 marzo e depositata solo il 16 maggio scorso. Infatti, il maliano Coulibally, pochi giorni dopo aver compiuto la maggiore età, venne arrestato il 21 gennaio 2017 nel Centro di Accoglienza “Il Gabbiano” di Sanza (Salerno) gestito dalla Caritas di Teggiano Policastro, per un diverbio avuto in ordine alla partita di calcio cui assistere: lui, tifosissimo della sua Nazionale, voleva vedere Mali-Ghana valevole per la Coppa d’Africa ed invece gli altri ospiti scelsero altro match del campionato spagnolo burlandolo per tutto l’incontro. Al termine della partita si recò improvvisamente nella sua camera e fece ritorno nella sala comune con una bottiglia di vetro infranta con la quale colpì alla gola Balde Fode, un suo coetaneo senegalese, che era la prima persona che gli si venne a trovare davanti e con la quale non aveva avuto nulla in precedenza. Quindi un semplice litigio tra due amici, compagni di stanza, sfociato in lesioni non gravi (la vittima è guarita nell’arco di venti giorni e non è mai stata in pericolo di vita), purtroppo qualificato come “tentato omicidio” solo in rapporto al mezzo utilizzato per colpire, con una pena eccessiva.

Oggi, a seguito di quanto accaduto, – conclude l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani Emilio Enzo Quintieri – dovrà rispondere anche del delitto di evasione, con una ulteriore pena detentiva, ed oltre alla sanzione disciplinare ed alla perdita della liberazione anticipata, potrà essergli applicato anche il rigoroso regime di sorveglianza particolare previsto dall’Art. 14 bis dell’Ordinamento Penitenziario.

Pagano: «Dal boss Turatello a Mani Pulite. I miei 40 anni di lavoro in carcere»


Non è stato solo un testimone, in 40 anni di carriera Luigi Pagano è stato anche un artefice del processo di cambiamento che ha investito il carcere in Italia, che però è ancora lontano da essere al passo con i tempi. Laurea in giurisprudenza, sposato, due figli, 65 anni, napoletano, Pagano è stato direttore di molti istituti, ultimo San Vittore per 15 anni. Dal 2004 è al vertice del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria della Lombardia, tranne la parentesi 2012-2016 in cui è stato vice capo del Dap nazionale. Il 1° maggio andrà in pensione.

Quarant’anni di carcere? Come c’è finito?
«Dopo un breve periodo da avvocato a Napoli, a 25 anni per caso vidi l’annuncio del concorso che poi ho vinto».

Primo incarico?
«Pianosa».

Isola bellissima, ma lavorarci a 25 anni non deve essere stato facile.
«Fu un impatto tremendo, c’era solo il carcere e io non ero mai entrato in un carcere in vita mia. Eravamo sotto Natale e il comandante degli agenti fece l’errore di portarmi nella sezione di massima sicurezza per fare gli auguri ai detenuti. C’erano i brigatisti del delitto Moro. Arrivarono minacce da tutte le parti, insulti. L’avevano presa per una provocazione».

Un trauma.
«Tremendo, anche per mia moglie che era incinta. Un detenuto lavorante un giorno le disse con molta gentilezza che le madri non avrebbero mai dovuto morire. Peccato che aveva sterminato la famiglia, madre compresa».

Poi?
«Nuoro. Arrivai dopo una rivolta con due morti e dopo che avevano sparato al vice questore all’uscita dal carcere. C’ero quando ammazzarono Francis Turatello, il criminale della mala milanese».

Cosa successe?
«Non lo potrò mai dimenticare. Erano in quattro ad accoltellarlo, tra cui Pasquale Barra (condannato per questo all’ergastolo ndr ). Scattò l’allarme e proprio quando raggiunsi il cortile gli diedero il colpo di grazia. In carcere, nonostante i forti controlli, allora entrava di tutto, coltelli, detonatori, esplosivo. C’era un clima pesantissimo».

Temeva per la sua vita?
«La paura è un sintomo vitale, l’importante è vincerla»

Altra sede?
«Asinara, riaperta solo per ospitare Cutolo ( glissa ) e Piacenza. Era il 1982 e fu arrestato Bruno Tassan Din, (ex amministratore delegato della Rizzoli-Corriere della Sera coinvolto nel crac del Banco Ambrosiano, ndr ). Quindi Brescia, dove per la prima volta il carcere si aprì all’esterno grazie anche all’allora ministro Mino Martinazzoli. Trasmettemmo dall’interno il Maurizio Costanzo show».

Nel ‘92 è a Milano. Mani pulite, Mario Chiesa in cella.
«L’avevo conosciuto come presidente del Pat per iniziative di lavoro per i detenuti».

La presenza dei colletti bianchi cambiò qualcosa?
«No. La maggior parte si unì agli altri detenuti i quali, però, li vedevano come corpi estranei».

Accade la tragedia del suicidio di Gabriele Cagliari.
«Credo che il carcere c’entri relativamente. Da quello che ho capito, fu una sua speranza di uscire che fu delusa, ma non c’erano avvisaglie di quello che sarebbe poi accaduto. Anche questa è una giornata che non dimenticherò. Fu come quando si addensa una tempesta. Dopo il suicidio di Cagliari, alla mattina, i detenuti sbatterono oggetti facendo rumore per molto tempo; la sera un altro detenuto si uccise nel centro neuropsichiatrico».

In carcere arrivò Sergio Cusani che a lungo avrebbe fatto parlare di sé.
«Con il quale ho avuto rapporti conflittuali, ma gli riconosco dignità. Affrontava il carcere come se prima non fosse esistito. Riteneva di poterlo cambiare. Non credo alle rivoluzioni d’impeto, ma alle conquiste giorno per giorno».

Cos’è oggi il carcere?
«Diverso da quando ci entrai. Allora era duro, ora i detenuti lavorano all’interno, come a San Vittore dove aprimmo il primo call center, possono accedere a internet, seppure con limitazioni, telefonare. Anche i detenuti sono diversi, sono tossicodipendenti e stranieri. A San Vittore per il 75% non sono italiani».

È comunque un luogo di punizione .
«È una delle contraddizioni che si porta dietro: pensare che una struttura chiusa per definizione, che isola rispetto al mondo possa nel contempo reinserire il condannato nella società come dice la Costituzione è difficile da capire. Le misure alternative, però, stanno dimostrando che la strada da seguire è questa: chi ne beneficia, uscito dal carcere, statisticamente ritorna molto meno a delinquere. Bisogna pensare anche a chi resta dentro. Il carcere non è la soluzione a tutti i mali».

Lei è stato vice capo del Dap. Che esperienza è stata?
«Coinvolgente. Abbiamo affrontato la sentenza Cedu sul sovraffollamento. Le istituzioni hanno lavorato insieme per risolvere un problema di civiltà ed economico. Se non avessimo dato risposte a Strasburgo l’Italia avrebbe dovuto sborsare 20-30 milioni di euro. Anche grazie ad alcune riforme, i detenuti scesero da 66 mila a 52 mila».

I detenuti l’hanno sempre rispettata. Che rapporto ha avuto con loro?
«Li trattavo come persone ricordando loro però che ero sempre un carceriere che, per quanto illuminato, non fa promesse e ti chiude dentro, anche se ha lavorato per cambiare il carcere e superarlo perché lo ritiene anacronistico per molte tipologie di detenuti».

Giuseppe Guastella

Corriere della Sera, 26 aprile 2019