Carcere di Cosenza, dopo l’evasione del giovane detenuto straniero, i Radicali difendono gli Operatori Penitenziari


Ritengo doveroso intervenire per esprimere la mia solidarietà e vicinanza agli Operatori Penitenziari della Casa Circondariale di Cosenza ed in particolare modo al Direttore dell’Istituto Maria Luisa Mendicino ed al Comandante della Polizia Penitenziaria Commissario Capo Paolo Cugliari, a seguito dell’evasione di un giovane detenuto straniero, verificatasi domenica mattina e che ha determinato l’apertura di una indagine da parte della Procura della Repubblica di Cosenza per chiarire le dinamiche del grave evento critico ed accertare se vi siano state eventuali responsabilità attive od omissive. Lo sostiene Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria.

Com’è noto, domenica mattina, intorno alle ore 9:45, il detenuto Amadou Coulibally, cittadino del Mali, classe 1999, con fine pena il 20 maggio 2023, è improvvisamente evaso dalla Casa Circondariale di Cosenza, riuscendo ad eludere la sorveglianza, mentre stava fruendo dell’ora di permanenza all’aperto, nei cortili passeggio dell’Istituto. Coulibally era stato trasferito dalla Casa Circondariale di Catanzaro il 10 maggio 2019. Dopo l’immediato allarme dato dal Reparto di Polizia Penitenziaria di Cosenza, il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, reparto specializzato nella cattura degli evasi, ha subito pianificato gli interventi e coordinato le operazioni a cui hanno partecipato, 30 Poliziotti Penitenziari del Reparto di Cosenza e del Nucleo Investigativo Regionale di Catanzaro, tutte le altre Forze di Polizia presenti sul territorio. La cattura dell’evaso è stata rapida tant’è vero che, intorno alle 20:00, è stato rintracciato nel Centro Storico e, dopo una breve permanenza presso il vicino Comando Stazione Carabinieri di Cosenza Principale, subito tradotto in Istituto.

Qualcuno, in virtù di quanto accaduto, non ha perso l’occasione per muovere accuse immeritate agli Operatori Penitenziari, precisa il radicale Quintieri, ma in realtà – pur non conoscendo nel dettaglio la dinamica dell’evento – posso tranquillamente affermare che non hanno alcuna responsabilità, soprattutto perché eventuali inefficienze e carenze del sistema, non possono essere attribuite a chi dirige o lavora nell’Istituto. Infatti, la grave carenza di personale di Polizia Penitenziaria addetto alla custodia dei detenuti ed alla sicurezza dell’Istituto, è notoria: a fronte di una pianta organica che prevede 169 unità, ne sono presenti soltanto 142. Peraltro, il Reparto di Cosenza, ormai da tempo, è privo di un Comandante titolare in quanto il Commissario Capo Cugliari è un Funzionario in missione. Ed inoltre, il Direttore Mendicino, oltre alla Casa Circondariale di Cosenza in cui a fronte di una capienza di 218 posti sono ristretti 262 detenuti, dirige in missione anche la Casa di Reclusione di Rossano in cui allo stato sono ospitati 295 detenuti per una capienza di 263 posti.

L’Istituto Penitenziario di Cosenza è uno dei pochi, a livello nazionale, in cui da tanti anni, non si verificano gravi eventi critici, proprio per la grande professionalità, la straordinaria umanità e sensibilità di tutti gli Operatori Penitenziari, nonostante le obiettive difficoltà derivanti dalla carenza di risorse umane, finanziarie e strumentali.

Quali responsabilità dovrebbero avere gli Operatori Penitenziari ? L’allarme e le ricerche dell’evaso sono state immediate; non mi pare che vi siano stati ritardi – continua il candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti – Coulibally, alla stregua di tutti gli altri ristretti, stava fruendo dell’ora di permanenza all’aperto. Non potevano certo prevedere quanto aveva intenzione di fare oppure negargli di recarsi nel cortile passeggio insieme agli altri. L’unico modo per evitare tali eventi critici è quello di tenere le persone sempre chiuse nelle loro camere e sorvegliate a vista ma non è il modello di esecuzione penitenziaria previsto dal Legislatore né è il trattamento che noi vogliamo che si pratichi negli Istituti.

Il Carcere di Cosenza è sempre stato gestito in maniera eccellente, prima dal Dirigente Penitenziario Filiberto Benevento, recentemente posto in quiescenza e, da pochi mesi, dal Direttore Maria Luisa Mendicino, ex Dirigente della Casa Circondariale di Castrovillari ove si è particolarmente distinta per aver completamente rivoluzionato in meglio tale Istituto, sotto il profilo strutturale, della sicurezza e del trattamento rieducativo.

Infine, quanto alla storia giudiziaria del detenuto, non corrisponde al vero il fatto che lo stesso sia stato condannato per “rissa e lesioni”, così come appare esagerato definire che sia responsabile di “tentato omicidio”, nonostante la condanna irrevocabile a 6 anni e 4 mesi, inflittagli all’esito del giudizio abbreviato dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lagonegro e confermata dalla Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione con sentenza n. 21403/2019 del 7 marzo e depositata solo il 16 maggio scorso. Infatti, il maliano Coulibally, pochi giorni dopo aver compiuto la maggiore età, venne arrestato il 21 gennaio 2017 nel Centro di Accoglienza “Il Gabbiano” di Sanza (Salerno) gestito dalla Caritas di Teggiano Policastro, per un diverbio avuto in ordine alla partita di calcio cui assistere: lui, tifosissimo della sua Nazionale, voleva vedere Mali-Ghana valevole per la Coppa d’Africa ed invece gli altri ospiti scelsero altro match del campionato spagnolo burlandolo per tutto l’incontro. Al termine della partita si recò improvvisamente nella sua camera e fece ritorno nella sala comune con una bottiglia di vetro infranta con la quale colpì alla gola Balde Fode, un suo coetaneo senegalese, che era la prima persona che gli si venne a trovare davanti e con la quale non aveva avuto nulla in precedenza. Quindi un semplice litigio tra due amici, compagni di stanza, sfociato in lesioni non gravi (la vittima è guarita nell’arco di venti giorni e non è mai stata in pericolo di vita), purtroppo qualificato come “tentato omicidio” solo in rapporto al mezzo utilizzato per colpire, con una pena eccessiva.

Oggi, a seguito di quanto accaduto, – conclude l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani Emilio Enzo Quintieri – dovrà rispondere anche del delitto di evasione, con una ulteriore pena detentiva, ed oltre alla sanzione disciplinare ed alla perdita della liberazione anticipata, potrà essergli applicato anche il rigoroso regime di sorveglianza particolare previsto dall’Art. 14 bis dell’Ordinamento Penitenziario.

Pagano: «Dal boss Turatello a Mani Pulite. I miei 40 anni di lavoro in carcere»


Non è stato solo un testimone, in 40 anni di carriera Luigi Pagano è stato anche un artefice del processo di cambiamento che ha investito il carcere in Italia, che però è ancora lontano da essere al passo con i tempi. Laurea in giurisprudenza, sposato, due figli, 65 anni, napoletano, Pagano è stato direttore di molti istituti, ultimo San Vittore per 15 anni. Dal 2004 è al vertice del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria della Lombardia, tranne la parentesi 2012-2016 in cui è stato vice capo del Dap nazionale. Il 1° maggio andrà in pensione.

Quarant’anni di carcere? Come c’è finito?
«Dopo un breve periodo da avvocato a Napoli, a 25 anni per caso vidi l’annuncio del concorso che poi ho vinto».

Primo incarico?
«Pianosa».

Isola bellissima, ma lavorarci a 25 anni non deve essere stato facile.
«Fu un impatto tremendo, c’era solo il carcere e io non ero mai entrato in un carcere in vita mia. Eravamo sotto Natale e il comandante degli agenti fece l’errore di portarmi nella sezione di massima sicurezza per fare gli auguri ai detenuti. C’erano i brigatisti del delitto Moro. Arrivarono minacce da tutte le parti, insulti. L’avevano presa per una provocazione».

Un trauma.
«Tremendo, anche per mia moglie che era incinta. Un detenuto lavorante un giorno le disse con molta gentilezza che le madri non avrebbero mai dovuto morire. Peccato che aveva sterminato la famiglia, madre compresa».

Poi?
«Nuoro. Arrivai dopo una rivolta con due morti e dopo che avevano sparato al vice questore all’uscita dal carcere. C’ero quando ammazzarono Francis Turatello, il criminale della mala milanese».

Cosa successe?
«Non lo potrò mai dimenticare. Erano in quattro ad accoltellarlo, tra cui Pasquale Barra (condannato per questo all’ergastolo ndr ). Scattò l’allarme e proprio quando raggiunsi il cortile gli diedero il colpo di grazia. In carcere, nonostante i forti controlli, allora entrava di tutto, coltelli, detonatori, esplosivo. C’era un clima pesantissimo».

Temeva per la sua vita?
«La paura è un sintomo vitale, l’importante è vincerla»

Altra sede?
«Asinara, riaperta solo per ospitare Cutolo ( glissa ) e Piacenza. Era il 1982 e fu arrestato Bruno Tassan Din, (ex amministratore delegato della Rizzoli-Corriere della Sera coinvolto nel crac del Banco Ambrosiano, ndr ). Quindi Brescia, dove per la prima volta il carcere si aprì all’esterno grazie anche all’allora ministro Mino Martinazzoli. Trasmettemmo dall’interno il Maurizio Costanzo show».

Nel ‘92 è a Milano. Mani pulite, Mario Chiesa in cella.
«L’avevo conosciuto come presidente del Pat per iniziative di lavoro per i detenuti».

La presenza dei colletti bianchi cambiò qualcosa?
«No. La maggior parte si unì agli altri detenuti i quali, però, li vedevano come corpi estranei».

Accade la tragedia del suicidio di Gabriele Cagliari.
«Credo che il carcere c’entri relativamente. Da quello che ho capito, fu una sua speranza di uscire che fu delusa, ma non c’erano avvisaglie di quello che sarebbe poi accaduto. Anche questa è una giornata che non dimenticherò. Fu come quando si addensa una tempesta. Dopo il suicidio di Cagliari, alla mattina, i detenuti sbatterono oggetti facendo rumore per molto tempo; la sera un altro detenuto si uccise nel centro neuropsichiatrico».

In carcere arrivò Sergio Cusani che a lungo avrebbe fatto parlare di sé.
«Con il quale ho avuto rapporti conflittuali, ma gli riconosco dignità. Affrontava il carcere come se prima non fosse esistito. Riteneva di poterlo cambiare. Non credo alle rivoluzioni d’impeto, ma alle conquiste giorno per giorno».

Cos’è oggi il carcere?
«Diverso da quando ci entrai. Allora era duro, ora i detenuti lavorano all’interno, come a San Vittore dove aprimmo il primo call center, possono accedere a internet, seppure con limitazioni, telefonare. Anche i detenuti sono diversi, sono tossicodipendenti e stranieri. A San Vittore per il 75% non sono italiani».

È comunque un luogo di punizione .
«È una delle contraddizioni che si porta dietro: pensare che una struttura chiusa per definizione, che isola rispetto al mondo possa nel contempo reinserire il condannato nella società come dice la Costituzione è difficile da capire. Le misure alternative, però, stanno dimostrando che la strada da seguire è questa: chi ne beneficia, uscito dal carcere, statisticamente ritorna molto meno a delinquere. Bisogna pensare anche a chi resta dentro. Il carcere non è la soluzione a tutti i mali».

Lei è stato vice capo del Dap. Che esperienza è stata?
«Coinvolgente. Abbiamo affrontato la sentenza Cedu sul sovraffollamento. Le istituzioni hanno lavorato insieme per risolvere un problema di civiltà ed economico. Se non avessimo dato risposte a Strasburgo l’Italia avrebbe dovuto sborsare 20-30 milioni di euro. Anche grazie ad alcune riforme, i detenuti scesero da 66 mila a 52 mila».

I detenuti l’hanno sempre rispettata. Che rapporto ha avuto con loro?
«Li trattavo come persone ricordando loro però che ero sempre un carceriere che, per quanto illuminato, non fa promesse e ti chiude dentro, anche se ha lavorato per cambiare il carcere e superarlo perché lo ritiene anacronistico per molte tipologie di detenuti».

Giuseppe Guastella

Corriere della Sera, 26 aprile 2019

Quintieri (Radicali) : Il Carcere di Locri è un modello per tutta la Calabria. Quasi tutti i detenuti impegnati in attività lavorative


Questa mattina, accompagnato dalla collega giurista Valentina Anna Moretti, ho effettuato una visita alla Casa Circondariale di Locri ed all’esito della stessa non posso far altro che ribadire il giudizio positivo già espresso negli anni passati. Locri è un modello per tutta la Calabria! Lo dice Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria.

La Delegazione visitante, autorizzata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, è stata ricevuta ed accompagnata negli spazi detentivi e nelle lavorazioni dal Direttore dell’Istituto Dott.ssa Patrizia Delfino e dal Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria Commissario Capo Dott.ssa Giuseppina Crea.

Attualmente, nell’Istituto Penitenziario di Locri, che risale al 1862, a fronte di una capienza regolamentare di 89 posti, sono ristretti 101 detenuti, 23 dei quali stranieri, aventi le seguenti posizioni giuridiche: 11 imputati, 16 appellanti, 8 ricorrenti e 66 definitivi, tutti appartenenti al Circuito della Media Sicurezza. Tra i definitivi 5 sono in semilibertà ex Art. 50 O.P., alle dipendenze di datori di lavoro esterni. A 16 detenuti il Magistrato di Sorveglianza di Reggio Calabria Dott.ssa Daniela Tortorella, in occasione delle festività pasquali, ha concesso un permesso premio ex Art. 30 ter O.P. e agli altri 5 detenuti semiliberi, ha concesso la licenza premio ex Art. 52 O.P. Quasi la totalità dei detenuti ristretti a Locri è impegnata in attività lavorative, alle dirette dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria (54 su 61 definitivi). Una percentuale altissima rispetto agli altri Istituti Penitenziari della Calabria.

Altri 10 detenuti svolgono lavori di pubblica utilità ex Art. 20 ter O.P. di cui 7 all’interno dell’Istituto e 3 all’esterno, presso il Comune di Locri, la Diocesi di Locri ed il Tribunale di Locri. A breve, verrà sottoscritta dalla Direzione dell’Istituto altra convenzione con il Comune di Siderno, per l’impiego dei detenuti in progetti di pubblica utilità. Vi sono solo due detenuti con problematiche sanitarie: un tossicodipendente in terapia metadonica ed un sieropositivo; non sono presenti altri soggetti con patologie psichiatriche, con disabilità motorie o altre malattie come l’epatite b e c, la scabbia, la tubercolosi, etc. Non vi sono stati eventi critici negli ultimi tempi: nessun suicidio, nessun decesso, nessun atto di autolesionismo e nessuna aggressione nei confronti del personale che opera nell’Istituto. Per tale ragione anche le sanzioni disciplinari sono pressoché inesistenti.

L’Istituto, situato nel pieno centro cittadino, è composto da un unico padiglione, diviso in quattro sezioni oltre al reparto di transito destinato al Circuito Alta Sicurezza, ormai inutilizzato poiché i detenuti partecipano al processo in videoconferenza, ed al Reparto di Semilibertà. Le due sezioni, poste a piano terra, sono a custodia aperta con la sorveglianza dinamica; i 49 detenuti che sono presenti in tali sezioni, permangono per 10 ore fuori dalla camera di pernottamento usufruendo delle numerose attività trattamentali organizzate nell’Istituto. Nelle restanti sezioni, poste al primo piano, in cui sono presenti 47 detenuti, è ancora operativa la tradizionale e più rigorosa custodia chiusa, ma anche questi ultimi trascorrono 10 ore fuori dalle loro camere. Prossimamente, queste due Sezioni, potrebbero diventare a custodia aperta, qualora la Sezione di transito Alta Sicurezza, come detto inutilizzata, venga ristrutturata e diventi sezione destinata all’accoglienza dei “nuovi giunti” dalla libertà. Tale progettualità verrà presentata alla Cassa delle Ammende del Ministero della Giustizia che valuterà di finanziare i lavori di ristrutturazione.

Il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria, guidato dal Dirigente Generale Dott. Massimo Parisi, ha individuato la Casa Circondariale di Locri come Istituto destinato alla lavorazione del ferro e della ceramica. E’ presente altresì una falegnameria ma solo per soddisfare le esigenze interne. Sarà la Casa di Reclusione a Custodia Attenuata di Laureana di Borrello a provvedere alle lavorazioni del legno, per tutti gli altri stabilimenti penitenziari.  Attualmente è in costruzione, in economia e tramite manodopera detenuta, un laboratorio per la lavorazione del ferro che, oltre alle attrezzature già nella disponibilità dell’Istituto, riceverà tutti gli strumenti e le apparecchiature presenti ed inutilizzate nella Casa Circondariale di Crotone.

Grazie a dei progetti finanziati dalla Cassa delle Ammende “Colore dentro le mura” tutto l’Istituto, dai locali per lo svolgimento delle attività in comune alle camere di pernottamento, è stato completamente ritinteggiato ed allo stato si presenta in ottime condizioni. Inoltre, tutti gli ambienti che sono stati visitati, sono stati trovati in perfetto stato di igiene e pulizia, garantendo senza alcun dubbio elevati standard di vivibilità alla popolazione detenuta.  Sono presenti, altresì, due impianti sportivi, uno di calcio a cinque e l’altro di pallavolo, quotidianamente utilizzati, realizzati grazie ai finanziamenti concessi dalla Cassa delle Ammende. E’ presente ed attiva una palestra, dotata di ogni attrezzatura, a cui possono accedere tutti i detenuti. Nelle condizioni appena descritte, il Carcere di Locri, si pone come una struttura innovativa, dotata anche delle più moderne tecnologie necessarie a garantire la sicurezza, che corrisponde all’idea evoluta di esecuzione della pena, in linea con i lavori degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale e della recente Riforma Penitenziaria. Per quanto concerne l’assistenza sanitaria non sono stati riscontrati problemi degni di nota, fatta eccezione per l’assenza del Medico Cardiologo, che verrà rappresentata ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria, centrale e periferica, ed alle altre Autorità competenti.

Nel Carcere di Locri in questi giorni è stata allestita una postazione per i colloqui familiari tramite videochiamata Skype, il cui servizio sarà ufficialmente operativo dal prossimo 1 maggio, per facilitare le relazioni familiari dei detenuti e garantire le loro esigenze affettive, nella massima sicurezza. Dal punto di vista giuridico, la videochiamata viene equiparata ai colloqui, anche per quanto riguarda autorizzazioni, durata e controllo. I detenuti, in linea generale, potranno fare fino a sei video-colloqui al mese per la durata massima di un’ora. Per quelli in attesa di giudizio sarà necessaria l’autorizzazione dell’Autorità Giudiziaria. Prima di svolgere le videochiamate ai familiari, i detenuti dovranno presentare richiesta indicando l’indirizzo mail da contattare e allegando copia del certificato che attesta la relazione di convivenza o il grado di parentela. Il familiare o il convivente destinatario della chiamata dovrà, invece, assicurare (tramite autocertificazione) che parteciperanno al collegamento esclusivamente i soggetti indicati nella richiesta e autorizzati. Per il collegamento i detenuti saranno accompagnati in appositi locali degli istituti dove avranno a disposizione postazioni informatiche abilitate. Per assicurare, accanto alla riservatezza, anche condizioni di completa sicurezza, i colloqui si svolgeranno sempre sotto il controllo visivo del personale della Polizia Penitenziaria che da postazione remota potrà visualizzare le immagini che appaiono sul monitor del computer che sta utilizzando il detenuto. Nel caso di comportamenti non corretti del detenuto o dei familiari, il video collegamento verrà immediatamente interrotto con conseguente preclusione del servizio.

Calabria, Elezione del Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, lunedì la votazione in Consiglio


Mi auguro che, questa volta, non si rinvii ulteriormente l’elezione del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, prevista per lunedì pomeriggio all’ottavo punto all’ordine del giorno del Consiglio Regionale della Calabria. Non è possibile che la Regione Calabria possa essere ancora priva di una Autorità non giurisdizionale preposta alla salvaguardia e promozione dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Tra l’altro, contrariamente a tutte le altre Regioni d’Italia, non esistono neanche Garanti Comunali o Provinciali su tutto il territorio regionale, fatta eccezione per i Garanti nominati dai Comuni di Reggio Calabria e Crotone. Lo sostiene Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani e candidato a Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria il quale, nei prossimi giorni, in occasione delle festività pasquali, farà visita agli Istituti Penitenziari di Vibo Valentia, Paola, Rossano, Cosenza, Castrovillari e Locri, grazie all’autorizzazione concessagli dal Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia Lina Di Domenico

Nella nostra Regione vi sono dodici Istituti per adulti in cui, a fronte di una capienza regolamentare di 2.734 posti, attualmente sono ristrette 2.882 persone (58 donne), dei quali 667 stranieri (prevalentemente rumeni, albanesi, ucraini, marocchini, tunisini e nigeriani) e 24 semiliberi. 600 sono in attesa di primo giudizio, 263 appellanti, 179 ricorrenti, 51 misti e 1.787 condannati definitivi. Per quanto riguarda il sistema penitenziario minorile – prosegue Quintieri – vi è un Istituto Penitenziario per i Minorenni (24 presenti di cui 15 giovani adulti), un Centro di Prima Accoglienza ed una Comunità Ministeriale per Minori a Catanzaro (9 presenti) ed una Comunità Ministeriale per Minori a Reggio Calabria (6 presenti). Vi sono altre 5 Comunità private per Minori in tutta la Regione (14 presenti).

Vi è, altresì, una sola Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) a Santa Sofia d’Epiro in Provincia di Cosenza, gestita dal Centro di Solidarietà “Il Delfino”, Società Cooperativa Sociale Onlus in collaborazione con l’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, che ospita 21 persone, 9 dei quali in misura di sicurezza definitiva e 12 in misura di sicurezza provvisoria. Non è stata ancora attivata la Rems di Girifalco in Provincia di Catanzaro, nonostante da tempo, per tale struttura, siano stati elargiti oltre 6 milioni di euro dallo Stato. Per questo motivo, allo stato, 67 persone alle quali l’Autorità Giudiziaria ha applicato una misura di sicurezza personale, sono in “lista di attesa” per essere ricoverate causa l’indisponibilità di posto letto e ciò è gravissimo poiché si tratta di soggetti con gravi problemi psichiatrici, pericolosi per la sicurezza pubblica.

Tutte le strutture carcerarie calabresi sono sovraffollate (affollamento regionale del 109%): a Castrovillari sono ristretti 165 detenuti (22 donne e 49 stranieri) per una capienza di 122 posti (affollamento del 135,2%); a Cosenza 262 detenuti (60 stranieri) per 218 posti (affollamento del 120,2%); a Paola 218 detenuti (100 stranieri) per 182 posti (affollamento del 119,8%); a Rossano 301 detenuti (68 stranieri) per 263 posti (affollamento del 114,4%); a Catanzaro 674 detenuti (177 stranieri) per 683 posti (affollamento del 98,7%); a Crotone 125 detenuti (54 stranieri) per 109 posti (affollamento del 114,7%); a Laureana di Borrello 46 detenuti (14 stranieri) per 35 posti (affollamento del 131,4%); a Locri 99 detenuti (23 stranieri) per 89 posti (affollamento del 111,2%); a Palmi 72 detenuti (3 stranieri) per 138 posti (affollamento del 52,2%); a Reggio Calabria “Arghillà” 378 detenuti (58 stranieri) per 302 posti (affollamento del 125,2%); a Reggio Calabria “Panzera” 227 detenuti (36 donne e 14 stranieri) per 186 posti (affollamento del 122,0%) ed a Vibo Valentia 315 detenuti (47 stranieri) per 407 posti (affollamento del 77,4%).

Gravemente carente anche il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria addetto alla vigilanza, alla osservazione, alla traduzione ed al piantonamento dei detenuti: a fronte di una pianta organica che prevede 1.991 unità, sono presenti in servizio solo 1.470 tra Agenti, Assistenti, Sovrintendenti, Ispettori e Commissari con un deficit di 521 unità. Non va meglio per quanto concerne i Funzionari Giuridico Pedagogici: nella pianta organica sono previsti 66 educatori ed invece ne sono in servizio appena 44.

Mancano pure i Dirigenti Penitenziari per alcuni Istituti – continua il candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti – e qualcuno di loro, ormai da tempo, si occupa “in missione” di altri Istituti con tutto ciò che ne consegue in termini di gestione e conduzione degli stessi: ad esempio manca il Direttore alla Casa di Reclusione a Custodia Attenuata di Laureana di Borrello ed alla Casa di Reclusione di Rossano – che sono le due uniche Case di Reclusione in Calabria – Istituti importanti e complessi che necessitano di un Dirigente a tempo pieno per ottenere risultati concreti e non di una reggenza a singhiozzo ed a scavalco. Anche per cercare di risolvere tutti questi problemi occorre che il Consiglio Regionale della Calabria elegga subito il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti.

Spero che, per la elezione del Garante Regionale, conclude l’ex Consigliere Nazionale di Radicali Italiani Emilio Enzo Quintieri, non si debba arrivare al terzo scrutinio ove occorre la maggioranza semplice dei Consiglieri Regionali assegnati. Infatti, in prima e seconda votazione, proprio per la importanza che riveste il Garante Regionale, per eleggerlo è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi dei membri del Consiglio.

Palermo, Rita Barbera: “La mia vita in carcere dove ho imparato a far convivere la legge e l’umanità”


Intervista a Rita Barbera, ex direttrice della Casa di Reclusione di Palermo Ucciardone. Prima di lei nessuna donna aveva ricoperto quest’incarico. Quando Rita Barbera entra all’Ucciardone come vice-direttore di Orazio Faramo ha trent’anni e due figlie. È il 1986, comincia il maxi-processo e la giovane vice-direttrice si ritrova faccia a faccia con i boss di Cosa Nostra.

“Calò, Madonia: nomi che fino a quel momento avevo letto solo sui giornali”. Oggi, trentatré anni dopo il suo primo ingresso, Rita Barbera lascia l’Ucciardone nel quale era tornata da direttrice nel 2011. Va in pensione dopo una carriera che ha attraversato gli anni più intensi della storia di Palermo, dal maxi-processo alle stragi alla riscossa civica contro la mafia.

Com’è stato per una giovane donna trovarsi faccia a faccia con i boss di Cosa Nostra?

“Per me fu un’esperienza fortissima. Ma devo dire che non ho mai avuto la percezione che non mi considerassero un interlocutore all’altezza perché donna. Erano sempre gentili, fin troppo. Le resistenze più grosse all’inizio le incontrai col personale di polizia penitenziaria. Non c’erano molte donne nelle carceri a quei tempi”.

Come mai scelse di fare questa carriera?

“In realtà fu per caso. Dopo il liceo Umberto, mi iscrissi a Giurisprudenza. Quando mi laureai, a 24 anni, ero già mamma della mia prima figlia, Raffaella. Mia madre, un pilastro della mia esistenza, mi convinse a iscrivermi a un corso per la preparazione del concorso in magistratura pagandomi una baby-sitter. Lei gestiva una tabaccheria in via Leonardo Da Vinci, la zona in cui sono cresciuta”.

Voleva fare il magistrato?

“Pensavo di sì. Mentre studiavo – era nata anche la mia seconda figlia, Costanza – bandirono questo concorso per vice-direttore di penitenziari e io mi iscrissi per capire come funzionasse un concorso. Ero certa di non passare”.

E invece lo vinse…

“Mi sembrò un segno e decisi di accettare. Mi spedirono a Parma. Io partiì da sola con le mie figlie piccole. Il carcere mi sembrò da subito un mondo pieno di zone grigie. Ma il lavoro era esaltante. Nel 1985 tornai in Sicilia, a Marsala, e nel 1986 mi proposi per dare una mano a Faramo all’Ucciardone che era nel caos per l’inizio del maxi-processo”.

Era ancora il “grand hotel Ucciardone”?

“No, non erano più quegli anni. C’era la tensione del maxi-processo e ricordo che col direttore cercavamo di non creare scontri per motivi stupidi, che ne so l’acquisto di un prodotto invece che un altro. C’era la necessità di arrivare alla sentenza. Ma non c’erano sconti, né trattamenti di favore”.

Che ricordo ha dei boss di Cosa Nostra?

“C’è una sola strada per fare bene le cose in carcere ed è quella della fermezza. Se le posizioni sono chiare, se non dai spazio ai compromessi, tutto si può gestire. I detenuti si affidavano”.

Le fecero mai richieste strane?

“Una sola volta, quando ero direttrice a Termini Imerese – ci andai nel 1991 – un boss mi chiese di poter fare il colloquio con la figlia, alla quale avevano diagnosticato la leucemia, senza il vetro. Erano i primi anni del 41bis. Gli dissi che avrei chiesto, che umanamente capivo le sue ragioni, ma che difficilmente avrei potuto accontentarlo. Chiesi in effetti, ma mi dissero di no. Lui capì”.

Cosa accadde dopo le stragi?

“Io ero a Termini Imerese. Era un carcere di massima sicurezza, nel quale arrivarono molti dei mafiosi più pericolosi: Michele Greco, i Madonia, Calò. Noi dall’altro lato eravamo avviliti, arrabbiati. C’era grande sete di giustizia, ma anche di vendetta. Il clima era teso. Furono gli anni del 41bis. Ma fu proprio a Termini che capì che ci doveva essere un altro modo per far vivere la detenzione. Quando nel 1996 nacque il Pagliarelli chiesi di andare”.

Perché?

“Perché c’erano spazi dove poter fare le attività che avevo in mente: nel 1997 inaugurammo la prima biblioteca grazie all’iniziativa “un libro per un detenuto”. Nelle librerie che avevano aderito si potevamo acquistare libri da destinare al carcere. Fu un successo. In quegli anni cominciammo anche la scuola in carcere e cominciò pure la collaborazione con Lollo Franco: venne in carcere perché il Comune offrì uno spettacolo e mi chiese di lavorare con i detenuti. Gli dissi “proviamo”.

Quest’anno i detenuti dell’Ucciardone realizzeranno con Franco il carro del Festino…

“Bellissimo. Negli ultimi anni all’Ucciardone è nato l’orto, il pastificio, adesso anche la sartoria. Abbiamo inaugurato lo spazio verde nel quale i papà possono incontrare i figli, abbiamo organizzato le partite di pallone sacerdoti contro detenuti. La cosa più importante in un penitenziario è far passare il tempo, riempirlo di cose utili. Io ci credo nella rieducazione. Il carcere è già duro e tanto più tu fai amare la libertà tanto più diventa duro. Bisogna esercitare una pressione al contrario. Per un periodo fui direttrice al Malaspina: lì capii l’origine di tutto. Credo che il regime carcerario così simile a quello degli adulti non sia una buona misura per i ragazzini. I giovani hanno bisogno di fare delle cose accanto a persone che facciano vedere loro che esiste un’altra strada”.

Lei si è trovata di fronte mafiosi, condannati all’ergastolo per omicidio, stupratori. Come si sospende il giudizio?

“Si sospende davanti all’uomo. Una volta mi chiese un colloquio la moglie di un detenuto in carcere per aver ucciso la figlia. Mi raccontò la loro storia, mi disse che lui amava la loro bambina. Pensai che non sappiamo niente delle storie delle persone. Ma questo non vuol dire che non si debba essere rigorosi. Ci sono atteggiamenti che non possono essere tollerati: non ho mai accettato soprusi nei confronti del personale carcerario”.

Lei fu candidata alla Regione con i Ds nel 2006, capolista alla Regione quando Rita Borsellino sfidò Cuffaro. Che ricordo ha?

“Fu bellissima e io presi quasi 3mila voti che non bastarono. Mi ricandidai con la Finocchiaro, ma fu un’esperienza terribile. Piano piano poi mi allontanai. Nessuno mi propose di restare”.

Anche al Pagliarelli, la direttrice è una donna. Un caso o una tendenza?

“Statisticamente i concorsi li vincono le donne”.

Essere donna l’ha penalizzata in questo mestiere?

“Non sono stata nominata dirigente generale, non so se per un pregiudizio di genere o perché non ho cercato gli agganci giusti. Ma rimpianti non ne ho. Ho amato tantissimo questo lavoro”.

Sara Scarafia

La Repubblica, 31 marzo 2019

Carcere di Viterbo, le lettere scritte dai detenuti al Garante Regionale dopo essere stati pestati


Un’inchiesta giornalistica realizzata per Popolo Sovrano, il programma in prima serata su Rai2, ha aperto le porte del carcere “Mammagialla” di Viterbo con testimonianze e documenti inediti su casi di suicidi sospetti e su presunte violenze ai detenuti da parte di agenti di polizia penitenziaria.

Uno scenario inquietante, quello descritto dai detenuti. Alcuni hanno rotto il silenzio e hanno messo tutto nero su bianco. Infatti, sono decine le lettere in cui si raccontano tra il terrore e la disperazione, descrivono presunti episodi di violenza vissuta sulla propria pelle tra pestaggi e minacce di morte da parte di uomini in divisa.

Lettere che sono riuscite a oltrepassare le sbarre grazie alle collaboratrici del Garante per i diritti dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia.

È stato lui stesso a raccoglierle e poi a spedire tutto alla Procura di Viterbo, l’8 giugno 2018, informando tra l’altro anche il direttore dell’istituto, Paolo D’Andria. Un esposto di 32 pagine con oggetto: “Asseriti episodi di violenza/urgente/casa circondariale di Viterbo/richiesta incontro”.

Oggi la magistratura ha aperto un fascicolo e indaga, al momento, contro ignoti. “Seppure quei casi non fossero stati tutti fondati – spiega Stefano Anastasia – erano comunque indice di un clima difficile su cui era necessario intervenire”.

LE LETTERE

Sono grida di paura e richiesta di aiuto le frasi scritte su quei fogli.

In esclusiva per TPI alcuni estratti dalle lettere, che vi proponiamo in forma anonima, tutte scritte a mano dai detenuti del carcere di Viterbo.

Sono stato mal menato dalle guardie, picchiato talmente forte da farmi perdere la vista all’occhio destro. Avevo soltanto chiesto di andare a scuola per 3 o 4 volte. Mi hanno portato per le scale centrali e hanno cominciato a picchiarmi: calci, schiaffi e pugni. Poi ne sono arrivati altri con il viso coperto. Vedevo solo i loro occhi. Erano in 8/9 mentre mi menavano dicevano: “Noi lavoriamo per lo stato italiano, negro di merda! Perché non ritorni al Paese tuo?” E io pregavo e continuavo a piangere. Se sei uno straniero sei finito, o muori o esci tutto rotto da qui, a Viterbo. Vi prego, vi scongiuro, aiutatemi. Ho paura di morire. La mia famiglia non sa nulla”.

Usano parole offensive contro me e la mia famiglia, e io sto zitto per forza perché se dico qualcosa mi menano come fanno sempre”.

L’ispettore mi ha minacciato: “Tu qua muori!”. E infatti alle ore 7.40 sono entrati 11 agenti di polizia penitenziaria armati di bastoni per la fare la perquisizione e sono stato picchiato, torturato e minacciato di morte”.

Qui hanno quasi 3 squadrette solo per menare i detenuti. Io ne ho prese tante da loro. Da quando sono venuto qui, sono morte delle persone. Non so il motivo però credetemi, sto dicendo la verità. Aiutatemi, mandatemi via da questo carcere”.

Ho paura che mi fanno morire. Vogliono portarmi in isolamento ma non sono stato punito, “nessuna sanzione” mi hanno risposto. Moralmente e fisicamente sto a pezzi. Per favore mi serve il vostro aiuto, mandatemi via da questo carcere il più presto possibile”.

Senza motivo ritorno in isolamento. La guardia mi dice: “Hai qualche problema?” Io rispondo: “Che vorresti fa?”. “Se ti metto le mani addosso, sei finito, hai il colore della merda, buttati a dormire”, risponde.  Io gli dico che voglio parlare con la sorveglianza. La guardia mi risponde: “Ti faccio fare una brutta fine, merda!”

Le violenze contro i detenuti sono continue, ve lo assicuro. Lo faccio presente anche grazie al mio avvocato di fiducia”.

I dottori e gli infermieri sapevano che avevo contusioni perché gli agenti di polizia penitenziaria mi ha ammazzato di botte tra pizze e schiaffi”.

Mi hanno sottoposto a continue vessazioni, fisiche e mentali, che ho dovuto subire dagli agenti. Mi hanno provocato fino a spingermi in errore per poi aggredirmi con una ferocia inaudita, tanto da riportare traumi al corpo e tumefazioni al viso”.

Sogno ogni sera Hassan Sharaf (il detenuto egiziano di 21 anni che ha tentato il suicidio in una cella di isolamento a 40 giorni dalla libertà, morto all’ospedale Belcolle di Viterbo dopo una settimana di agonia, ndr) e mi sveglio nel panico. Ricordo il mio bambino, ha 13 anni e io trattavo la buon anima di Hassan come mio figlio. Adesso anche un altro detenuto sta in paranoia perché l’assistente ha detto: “Ci pensiamo anche a te”. Adesso ho capito che loro vogliono ammazzarmi”.

LA TELEFONATA

La moglie di un detenuto poi, riferisce al Garante per i detenuti del Lazio, testuali parole: “Se mi succede qualcosa o mi ammazzano, sappi che non è colpa mia. Sappi che mi vogliono far del male”. Così le avrebbe detto il marito durante un colloquio telefonico.

Alcuni degli autori delle lettere “avevano segni evidenti di contusioni e lacerazioni sul loro corpo – scrive nell’esposto il Garante, Anastasia – e tutti hanno riferito modalità analoghe di violenze commesse nei loro confronti: sarebbero stati portati da più agenti di polizia penitenziaria nei locali delle docce o in stanze in uso alla sorveglianza e lì sarebbero stati picchiati”.

Dalle lettere emerge, inoltre, che molti fanno riferimento alla sezione d’isolamento come il luogo in cui accadono le violenze, in modo particolare ad una scala dove non ci sarebbero le telecamere di sorveglianza e che porterebbe alla sezione di isolamento, dove quindi eventuali abusi sarebbero facilmente perpetrati da agenti con il volto coperto da un passamontagna.

“I detenuti”, prosegue il Garante nell’esposto, “hanno raccontato di non essere stati visitati da medici se non dopo diversi giorni, o in altri casi, neanche dopo diversi mesi”. Questo terrore per la sezione d’isolamento, per la possibilità di subire violenze è un racconto che torna frequentemente anche nei colloqui settimanali delle collaboratrici del Garante con i detenuti.

VITERBO, CARCERE “PUNITIVO”

L’istituto penitenziario di Viterbo, di fatto, non è come tutti gli altri del nostro Paese. Un carcere “punitivo”, il più duro d’Italia. Così viene definito dagli addetti ai lavori e, come riferiscono fonti interne, anche dallo stesso direttore della casa circondariale.

“A Viterbo c’è una particolarità”, racconta Stefano Anastasia, garante per i diritti dei detenuti del Lazio. “Molti detenuti arrivano al Mammagialla con provvedimenti disciplinari da altri istituti della regione e si ritiene, a torto a ragione, che quello di Viterbo sia un istituto dove i detenuti più indisciplinati possano essere messi in riga e per questo verrebbero trasferiti lì”.

Su 548 detenuti presenti, un centinaio corrispondono esattamente alla tipologia di detenuto descritta dal Garante: “È una presenza molto significativa”, continua Anastasia, “e del resto, anche lo stesso direttore dell’istituto a me la rappresentava come una anomalia, come un problema che rende difficile la gestione di quell’istituto”.

Laura Bonasera

http://www.tpi.it – 19 marzo 2019

Calabria, Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, forse lunedì l’elezione in Consiglio Regionale


Probabilmente, nei prossimi giorni, salvo intoppi, sarà eletto il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Regione Calabria. Infatti, il Presidente del Consiglio Regionale Nicola Irto, per lunedì prossimo 11 marzo alle ore 10 ha convocato l’Assemblea Legislativa e, tra le altre cose, all’ordine del giorno è stata iscritta anche la “Proposta di Provvedimento Amministrativo n. 234/10 “Elezione del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale.”

Lo scorso 11 febbraio, all’esito delle ultime visite effettuate in alcuni Istituti Penitenziari della Calabria, avevo nuovamente sollecitato il Presidente Irto, a convocare il Consiglio per procedere alla elezione del Garante Regionale, attese le numerose violazioni ai diritti umani fondamentali, con particolare riferimento a quello alla tutela della salute, riscontrate durante le visite.

Il Garante Regionale, a norma della Legge Regionale n. 1/2018, dovrà essere eletto dal Consiglio Regionale con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati. In mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l’elezione avviene a maggioranza semplice dei consiglieri assegnati. Durerà in carica 5 anni e non sarà immediatamente rieleggibile.

L’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale della Calabria ha valutato 17 candidati idonei alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, escludendo solo 3 candidature perché non in possesso dei requisiti e della esperienza richiesta dalla normativa e dal bando pubblico. Tra la rosa di candidati idonei e che i Consiglieri Regionali potranno votare ci sarò anche io.

Nelle scorse settimane 80 detenuti dell’Alta Sicurezza ristretti nella Casa di Reclusione di Rossano hanno indirizzato una petizione al Presidente del Consiglio Regionale della Calabria proprio per sostenere la mia candidatura a Garante Regionale.

Finalmente, dopo tanti anni di attesa, anche la Regione Calabria avrà un Autorità indipendente che si occuperà di promuovere e salvaguardare su tutto il territorio i diritti delle persone detenute o private della libertà personale, alla stregua di tutte le altre Regioni d’Italia.

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria