Quintieri (Radicali): “Più che la lettera di un detenuto sembra quella del Direttore”


Emilio Quintieri - RadicaliGentile Direttore de “La Provincia di Cosenza”, ho letto con molta attenzione la stupefacente lettera pubblicata, in data odierna, su “La Provincia di Cosenza” asseritamente redatta da tale R.M., detenuto ristretto presso la Casa Circondariale di Paola in riferimento al decesso del detenuto marocchino Youssef Mouhcine ed essendo stato chiamato più volte in causa ritengo doveroso replicare anche per chiarire alcuni atti, pensieri ed affermazioni attribuitimi che non corrispondono al vero.

Il detenuto, che asserisce di avermi conosciuto personalmente ai tempi della mia detenzione presso l’Istituto Penitenziario di Paola, di stimarmi ed ammirarmi per le mie battaglie civili – riconducibili a suo avviso anche all’insofferenza che ho sempre mostrato verso le regole dell’organizzazione carceraria ritenendole obsolete ed inutili e di essere anche un simpatizzante del Movimento dei Radicali, racconta di essersi “meravigliato di come una vera e propria disgrazia sia stata travisata, quasi come se volesse essere strumentalizzata a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima”.

Non le nascondo che, la lettera, più che essere quella di un detenuto mi sembra quella del Direttore del Carcere o del suo difensore.

E’ la prima volta in assoluto che un detenuto si prende la briga di scrivere una nota pubblica per difendere l’operato del Corpo di Polizia Penitenziaria e della Direzione, violando quello che prevedono le “leggi non scritte” che i carcerati sono tenuti ad osservare rigorosamente.

Inoltre, da anni, ricevo ogni giorno decine di lettere di detenuti ma mai sino ad ora mi era capitato di leggere qualcosa di simile; una lettera perfetta, senza errori, con un lessico impeccabile, che forse nemmeno io sarei capace di fare nonostante abbia un pochino di esperienza e sia un laureando in Giurisprudenza !

Venendo alla lettera del detenuto (o del Direttore?) desidero precisare che in nessun mio intervento sono state formulate accuse nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria che conosco benissimo e che, quasi sempre, all’esito di numerose visite ispettive effettuate con i membri del Parlamento o con varie Delegazioni Radicali, ho avuto modo di elogiare pubblicamente, ricevendo per questo motivo “attacchi” dai detenuti e dai loro familiari e da altri che, a loro dire, si occupano di carcere e carcerati.

Peraltro, anche quando si è verificato il decesso del detenuto Maurilio Pio Morabito, non ho mai rivolto accuse nei confronti della Polizia Penitenziaria, contrariamente ai familiari del detenuto con i quali, in più occasioni, ho avuto qualche “discussione” perché accusavano i Poliziotti della morte del loro congiunto.

Non sono stato io a dire che Mouhcine fosse “vittima di maltrattamenti” perché non avevo alcun elemento per poterlo affermare. Così come non sono stato io a dire che lo stesso era isolato, in cella liscia, costretto a dormire per terra sul pavimento o che gli veniva impedito di telefonare alla famiglia.

Sono “circostanze” che mi sono state riferite, oralmente e per iscritto, dai congiunti del Mouhcine e che ho ritenuto di esternare pubblicamente affinché venissero fatte delle verifiche, senza colpevolizzare nessuno.

In altri casi, quando ne ho avuto contezza, ho provveduto a denunciare tali fatti senza problemi, come ad esempio la indecente “cella liscia” in cui era allocato da giorni Morabito senza nemmeno la “sorveglianza a vista”, prassi illegale ancora seguita a Paola ed in altri stabilimenti penitenziari. Per cui, ad esser priva di fondamento, è soltanto la “difesa d’ufficio” accuratamente sostenuta del sedicente detenuto !

Leggo, inoltre, che in alcune parti della lettera, il detenuto parla al plurale scrivendo “noi detenuti” ma posso affermare, con tranquillizzante certezza e senza paura di essere smentito, che la stragrande maggioranza dei detenuti ristretti nel Carcere di Paola, non la pensa allo stesso modo di questo grande “scienziato”.

Proprio ieri, ho ricevuto l’ennesima lettera di un detenuto L.D. che si lamenta delle condizioni di detenzione e del trattamento offerto nella Casa Circondariale di Paola riferendo, tra le altre cose, che “la Direttrice non ti riceve mai” chiedendo di sapere “se in Calabria il diritto penitenziario è diverso” e che conclude “spero che il Dap mi rispedisce al Nord perché questo Carcere è un Carcere fantasma”.

Sia nel caso di Morabito che nel caso di Mouhcine ho mosso delle contestazioni ben precise nei confronti della locale Amministrazione Penitenziaria individuando quello che, a mio avviso, costituisce violazione alle disposizioni dell’Ordinamento Penitenziario, del Regolamento di Esecuzione, delle direttive emanate dal Dipartimento e delle altre norme vigenti in materia e criticando la gestione e la conduzione dell’Istituto, diritto che per fortuna è riconosciuto e garantito dalla Costituzione della Repubblica.

Nel chiederle, dunque, di voler pubblicare questa mia “replica” con risalto analogo a quello riservato al brano giornalistico cui la rettifica si riferisce, la ringrazio anticipatamente per la sua disponibilità.

Cosenza 22 Novembre 2016

Emilio Enzo Quintieri (Radicali Italiani)

Veneto: manca la Rems, 14 detenuti psichiatrici restano nell’ex Opg di Reggio Emilia


OPG Reggio Emilia - DAPSu reclamo dei detenuti veneti, infatti, il magistrato ha deciso che non potendo essere trasferiti alle Rems dovesse essere comunque tolta la vigilanza delle guardie carcerarie. Ma per il Garante delle persone private della libertà personale dell’Emilia-Romagna “si tratta di un carcere e servono misure di sicurezza che non possono essere affidate al personale sanitario, già peraltro insufficiente”.

I ritardi delle Regioni nell’applicazione della normativa sulla chiusura degli ex Opg e l’attivazione delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) rischiano di creare gravi problemi in Emilia Romagna. Infatti, mentre questa Regione ha ottemperato agli obblighi di legge trasferendo, entro il 31 marzo 2015, nelle due Rems già istituite (una a Casale di Mezzani, nel parmense, e l’altra a Bologna) tutti gli internati residenti nel territorio emiliano-romagnolo che non potevano essere dimessi dall’ex Opg di Reggio Emilia, lo stesso non è potuto accadere con i 20 internati ospitati dall’Opg di Reggio Emilia ma provenienti da altre Regioni (14 dal Veneto, 5 dalla Lombardia e 1 dalla Toscana). Nelle due Rems emiliane, infatti, non c’è più posto, e in Veneto le Rems non esistono ancora.

Di fatto, quindi, l’Opg di Reggio, che doveva chiudere i battenti lo scorso 31 marzo, non è stato ancora chiuso. Ma rischia di restare senza servizio di sorveglianza della Polizia Penitenziaria. Il magistrato di Reggio Emilia, accogliendo il reclamo degli internati veneti, ha infatti disposto l’allontanamento del personale di Polizia Penitenziaria dall’Opg di Reggio in esecuzione della nuova normativa che prevede che la gestione delle misure di sicurezza psichiatriche detentive debba essere “a carattere esclusivamente sanitario”.

Una decisione che ha allarmato il Garante delle persone private della libertà personale dell’Emilia-Romagna, Desi Bruno, secondo la quale “non è pensabile che negli attuali spazi possa declinarsi una gestione esclusivamente sanitaria degli internati perché la struttura non è autonoma dal resto dell’istituto in cui l’amministrazione penitenziaria sovrintende a tutta una serie di attività, dai colloqui alla cucina, dal controllo esterno agli ingressi, che non possono essere svolte dal personale sanitario che, peraltro, è del tutto insufficiente in termini numerici”. Il tutto mentre nella struttura risultano essere presenti anche 19 condannati con infermità psichica sopravvenuta durante l’esecuzione della pena e 27 minorati psichici.

A fornire al nostro giornale i dettagli della vicenda è proprio il Garante Desi Bruno, che lo scorso 26 novembre ha visitato gli spazi detentivi del settore dell’istituto psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia raccogliendo l’allarme del personale. L’attuale situazione, spiega infatti il Garante, “rischia di mettere a dura prova l’attuale organizzazione del lavoro negli spazi detentivi dell’ospedale psichiatrico giudiziario. Stiamo parlando di un carcere, non possiamo pensare che a gestirlo sia solo il personale sanitario”. Per Bruno, la decisione del magistrato mira, di fatto, a trasformare l’Opg in una Rems. “Ma la Rems è una struttura sanitaria che risponde a particolari requisiti e standard. Non basta togliere la Polizia Penitenziaria a un Opg per realizzare una Rems”.

Se le Rems non sono pronte, trovare una soluzione non sarà però semplice. Come detto, la normativa vigente prevede infatti che dal 31 marzo 2015 l’internamento debba essere eseguito esclusivamente nelle strutture sanitarie denominate Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, le Rems. Per il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, dunque, nell’Opg di Reggio “l’attuale internamento sta avvenendo in violazione di legge, con un pregiudizio grave e attuale dei diritti degli internati che hanno il pieno diritto all’esecuzione delle misure di sicurezza operata esclusivamente mediante il ricovero nelle Rems”. Tuttavia, non spetta all’Emilia Romagna garantire questo diritto agli internati provenienti da altre Regioni. L’Accordo Stato-Regioni-Provincie Autonome del 26/2/2015 attuativo della legge di soppressione degli Ospedali psichiatrici prevede infatti che “le Regioni e le Provincie Autonomie devono garantire l’accoglienza nella proprie Rems di persone sottoposte a misura di sicurezza detentiva residenti nel proprio ambito territoriale”. Di conseguenza, non può essere contestato al Dipartimento l’utilizzo del criterio primario della “regionalizzazione” nella scelta degli internati da traferire né può essere accusato di pregiudizi nei confronti degli internati rimasti di Reggio Emilia.

Il magistrato di sorveglianza ha dunque ordinato al presidente della Giunta regionale veneta di “porre rimedio al pregiudizio degli internati adottando i necessari provvedimenti nel termine di 15 giorni”, ma nel frattempo ha ordinato anche all’amministrazione penitenziaria “di esonerare il personale della Polizia penitenziaria dal servizio nel settore dell’ospedale psichiatrico giudiziario”, sempre nel termine di 15 giorni. Il problema è che, in sede di udienza, la Regione Veneto ha fatto sapere che, pur essendo in fase di attuazione una Rems a Nogara che potrà ospitare 40 pazienti, questa non potrà essere pronta però prima dell’ottobre del 2016. E così, nell’attesa dell’attivazione della Rems veneta, l’Opg di Reggio rischia di dover trattenere gli internati di altre Regioni restando, tuttavia, sfornita di personale di Polizia Penitenziaria.

Nelle prossime settimane saranno decisi anche altri reclami giurisdizionali presentati contro l’illegittimo internamento dagli altri internati residenti in Regione che non hanno ancora attuato le Rems. Intanto Bruno sollecita la magistratura ha riconsiderare il provvedimento, magari prorogandone i tempi, “che comunque devono essere stretti. La Regione Veneto – spiega il Garante – ha comunicato che è in fase di attuazione una Rems a Nogara che potrà ospitare 40 pazienti, pronta però non prima dell’ottobre del 2016. Parliamo di un anno, un periodo troppo lungo, che va assolutamente ridotto. Aspettiamo di vedere come risponderà alla diffida che gli è stata recapitata”. Dal Garante, infine, un appello al Governo affinché venga imposta una scadenza in tempi brevi per la realizzazione delle Rems, anche attraverso il commissariamento delle Regioni. “È stato ventilato tante volte, forse è arrivato il momento che venga messo in atto”.

ilfarmacistaonline.it, 4 dicembre 2015

Gela, detenuto si impicca in Carcere. Sono 31 casi dall’inizio dell’anno, 7 negli ultimi 30 giorni


Carcere di GelaUn giovane italiano, R.R., 32 anni, originario di Catania, si è impiccato all’alba di ieri nella sua cella all’interno della Casa Circondariale di Gela, in provincia di Caltanissetta ove era ristretto da circa un mese. Gli restavano meno di due anni di pena, relativi a una condanna per detenzione di droga e ricettazione, ma dopo il fallimento di un affidamento in prova ai servizi sociali gli era preclusa la possibilità di avere misure alternative al carcere.

Quando si è suicidato stringendosi un lenzuolo attorno al collo insieme a lui in cella c’era un altro detenuto che in quel momento dormiva e non si è accorto di nulla. Non appena si è svegliato, accortosi di quel che aveva fatto il compagno di cella, ha allertato il personale di Polizia Penitenziaria. Sul posto è intervenuta anche una ambulanza del 118 ma i Sanitari non hanno potuto far altro che constatare il decesso dell’uomo. Pare che il trentenne, con diversi precedenti penali alle spalle anche da minorenne, pochi giorni fa aveva avuto un colloquio con uno degli educatori della struttura di Contrada Balate manifestando un certo disagio sul piano psicologico.

Con la sua morte salgono a 31 i detenuti che si sono tolti la vita da inizio 2015, un numero “in linea” con quello degli ultimi anni, mentre si nota un importante abbassamento dell’età dei detenuti che si sono tolti la vita quest’anno: avevano 37 anni di media, rispetto ai 41 registrati nell’ultimo quindicennio dal dossier “Morire di carcere.

Da segnalare anche un aumento dei suicidi tra i detenuti stranieri: nel 2015 sono il 30% del totale, a fronte del 15% registrato nella serie storica e per la prima volta dall’inizio delle nostre rilevazioni il tasso suicidario degli stranieri (che rappresentano il 28% dell’intera popolazione detenuta) supera quello che si registra tra gli italiani. A darne notizia è stato l’Osservatorio Permanente sulle Morti in Carcere.

 

Il Sap : “No all’approvazione del reato di tortura” Coro di proteste contro il Sindacato Autonomo della Polizia


polizia-picchia-studentiDomani è la giornata internazionale contro la tortura e, in Italia, ad oltre 26 anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite, il codice penale ancora non prevede questo reato.
Nelle ultime ore il Sap (Sindacato Autonomo di Polizia), vi si è scagliato contro, annunciando che oggi scenderà in piazza distribuendo appositi volantini. La motivazione sta nel fatto che favorirebbe estremisti e violenti, impedendo alle forze dell’ordine di svolgere il proprio lavoro.

“La posizione del Sap è fuori dalla comunità internazionale” dichiarano Patrizio Gonnella (Antigone), Massimo Corti (Acat) e Franco Corleone (coordinatore dei Garanti dei detenuti). “La polizia deve essere un corpo che protegge i diritti umani e non deve aver paura del reato di tortura. Va ricordato che la tortura è considerato dal diritto internazionale un crimine contro l’umanità tanto da essere fra quelli su cui può investigare e giudicare la Corte Penale Internazionale dell’Aia”.

“Affermare che il reato di tortura sarebbe un regalo agli estremisti e ai violenti è inaccettabile. Praticamente tutti i Paesi a democrazia avanzata dell’Europa hanno il reato nel loro Codice. Anche il Vaticano grazie a Papa Francesco ha codificato il crimine di tortura così come chiesto dall’Onu di Ban Ki-Moon”.

“Il Sap – proseguono – parla di reato ideologico, ma di ideologica c’è solo la loro opposizione. La previsione di questo crimine non è un capriccio italiano, né tantomeno di un presunto partito contro le forze dell’ordine, ma arriva direttamente dalle Nazioni Unite che, nel 1984, approvarono la Convenzione contro la tortura. La codificazione del crimine ci consente di dare valore al lavoro straordinario di tutti quei poliziotti che si muovono nel solco della legalità”.
“Va spiegato dunque al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon e al Papa perché sono contrari”.

Tra le varie questioni su cui il sindacato di polizia si scaglia c’è anche la dicitura “torture psichiche”, anch’esse previste nella Convenzione internazionale. Anche qui, con una posizione per nulla ancorata alla realtà, il Sap paragona questo genere di torture all’alzare la voce durante un interrogatorio, avvertendo con durezza l’indiziato sui rischi che corre. Le torture psichiche sono un dramma nella vita delle persone così come ci raccontano le organizzazioni internazionali: finte esecuzioni, la privazione costante e per giorni del sonno, l’obbligo di radersi per i prigionieri di fede musulmana, minacce di stupro, isolamento prolungato, deprivazione sensoriale. Alcune di queste furono inflitte a due detenuti del carcere di Asti, quando un giudice – nella sentenza di condanna di alcuni poliziotti penitenziari – scrisse che di torture si trattava, ma che i responsabili non potevano ricevere pene proporzionali alla gravità del fatto commesso per l’assenza dello specifico reato.

“È responsabilità anche del governo rispondere a questi muri che si costruiscono e obiezioni fittizie che vengono sollevate. Approvare la legge oggi è un obbligo per il nostro paese e, se qualcosa di ideologico c’è nel volere il crimine di tortura – dichiarano infine Patrizio Gonnella, Massimo Corti e Franco Corleone –, è il volersi ancorare alle democrazie avanzate europee e mondiali”.

Per domani Antigone ha organizzato una mobilitazione via twitter, invitando chi utilizza questo social network a scrivere questo tweet:
#‎GiornataMondialeControLaTortura‬ In Italia la tortura esiste e si pratica. @matteorenzi vogliamo ‪#‎SubitoLaLegge

Cosenza, Sulla morte del detenuto Tavola, interrogati gli Agenti Penitenziari


 

Aldo TavolaLe condizioni di salute di Aldo Tavola sono state al centro della nuova udienza di oggi nell’ambito del processo sulla morte del detenuto deceduto il 26 giugno del 2012 nell’ospedale bruzio. Il tribunale di Cosenza ha acquisito i verbali delle guardie penitenziarie nel corso dell’udienza che si è svolta questa mattina nell’aula 5. L’uomo era stato trasferito nel nosocomio il 22 giugno per problemi neurologici.

Nel processo sono imputati Francesco Montilli, responsabile dell’area sanitaria del carcere di Castrovillari, e i medici dell’Annunziata Furio Stancati, Angela Gallo, Domenico Scornaienghi, Ermanno Pisani, Carmen Gaudiano e Antonio Grossi. Tavola che era stato ricoverato per problemi neurologici e lamentava – emerge dalle denunce dei familiari – dolori alle gambe, è deceduto però per shock emorragico causato da un’ulcera perforante.

Per l’accusa, i medici e il responsabile sanitario del carcere avrebbero sottovalutato la patologia lamentata dal paziente e riscontrata da alcuni esami endoscopici.
In particolare, il giudice monocratico del foro bruzio ha deciso di acquisire i verbali delle guardie che hanno svolto il servizio di piantonamento quando Tavola era detenuto. Solo due degli agenti sono stati sentiti, oggi, per ulteriori approfondimenti: Alfredo Ponterio e Giuseppe Brusco.

I due hanno riferito delle condizioni di salute del paziente: Tavola si lamentava per i dolori, ma i medici in servizio sono arrivati sempre a visitarlo. Il processo è stato rinviato al prossimo 23 giugno quando sarà sentito il direttore facente funzioni del reparto di Neurologia dell’Annunziata, Alfredo Petrone, e i consulenti della Procura, i medici legali Silvio Cavalcanti e Vannio Vercillo. Per quella data il giudice ha disposto, anche, l’acquisizione dei registri di accesso alle celle custoditi dalle guardie penitenziarie. Nel collegio difensivo, tra gli altri, anche l’avvocato Franz Caruso.

Mirella Molinaro

Corriere della Calabria, 07 Aprile 2015

Ispezione al Carcere di Paola di Pd, Alternativa Libera, Radicali e Camera Penale


Molinari, Bruno Bossio e QuintieriContinua senza sosta l’attività di Sindacato Ispettivo negli stabilimenti penitenziari calabresi svolta dall’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico, sostenuta energicamente dai rappresentanti territoriali dei Radicali Italiani. Questa mattina, la Parlamentare, si è recata alla Casa Circondariale di Paola (Cosenza) unitamente al collega Francesco Molinari, Senatore del Movimento Alternativa Libera, accompagnata dal radicale Emilio Quintieri, da Gabriele Petrone, Dirigente Pd e dall’Avvocato Sabrina Mannarino, Tesoriere della Camera Penale di Paola, aderente all’Unione delle Camere Penali Italiane per una visita ispettiva senza preavviso.

La visita, che ha avuto una durata di circa 2 ore, si è svolta senza alcun problema e la delegazione, stante l’assenza del Direttore Caterina Arrotta e del Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria Commissario Maria Molinaro, è stata accompagnata dal Comandante facente funzioni Ispettore Ercole Vanzillotta, dal Coordinatore della Sorveglianza Generale Ispettore Attilio Lo Bianco ed altri Agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria.

Nell’ambito dell’ispezione è stata riscontrata la seguente situazione : la Casa Circondariale di Paola a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, ospita 194 detenuti (12 in esubero), tutti appartenenti al Circuito Penitenziario della Media Sicurezza. Tra questi, 147 sono condannati definitivi e 47 i giudicabili (15 in attesa di primo giudizio, 14 appellanti e 18 ricorrenti) e 34 gli stranieri. Rispetto agli anni precedenti, quindi, le presenze sono notevolmente ridotte atteso che i detenuti che vi erano ristretti erano oltre 300. In questi giorni di Pasqua, a circa 15 detenuti, è stato concesso un permesso premio dal Magistrato di Sorveglianza di Cosenza Paola Lucente di trascorrere le feste fuori dal carcere con i propri familiari. E questa è un’altra positiva esperienza tratta mentale che in altri posti, purtroppo, non avviene.

Bruno Bossio e Molinari ingresso carcere PaolaDurante l’ispezione sono stati visitati attentamente i Reparti detentivi a regime ordinario (il 2° ed il 5°), il Reparto a Custodia Attenuata ed il Reparto Isolamento, tutti i locali dell’Area Trattamentale (Palestra, Teatro, Cappella, Scuole, Laboratori Multimediali, etc.). Sono state visitate anche le Sale adibite ai Colloqui con i Familiari, le Sale Colloquio Avvocati e la Ludoteca, recentemente ristrutturate dal Governo e rese a norma del nuovo Regolamento di Esecuzione Penitenziaria. Tutte le celle del carcere tirrenico sono dotate di doccia al loro interno, già da alcuni anni, contrariamente a quanto avviene in tanti altri Istituti Penitenziari della Calabria e dell’Italia. Vi sono numerose opportunità di formazione e di socializzazione anche se, quanto al lavoro, sono pochissimi i detenuti che riescono a lavorare alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria.

Al riguardo, da anni, è stata stipulata una convenzione con il Comune di Paola per l’impiego di detenuti in lavori di pubblica utilità ma, al momento, nessun recluso è stato ammesso a svolgere tale attività esterna in favore della collettività ed a titolo del tutto gratuito. Dal punto di vista strutturale, l’unica criticità riscontrata, è la chiusura della lavanderia poiché sottoposta a sequestro giudiziario da parte della locale Autorità Giudiziaria ma, a quanto pare, tale problematica è in via di risoluzione poiché sono stati effettuati i lavori prescritti ed a breve, quindi, dovrebbe essere riaperta. Nel frattempo, per il lavaggio del materiale di casermaggio (lenzuola, coperte, etc.), l’Istituto è costretto ad avvalersi dell’aiuto della vicina consorella Casa Circondariale di Cosenza. In definitiva, la delegazione, in modo unanime, ha riconosciuto e valutato positivamente gli sforzi compiuti dal Governo e dall’Amministrazione Penitenziaria per risolvere il problema del sovraffollamento e per migliorare le condizioni generali di detenzione all’interno dell’Istituto, sforzi posti in essere per ottemperare, tra l’altro, alla Sentenza pilota“ Torreggiani” della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo e dalle prescrizioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.

Intervista ad Emilio Quintieri (Radicali)

Intervista al Sen. Francesco Molinari (Alternativa Libera)

 

 

L’Italia da decenni attende Carceri nelle quali si sconti solo la privazione della libertà


carcere2Ioan Barbuta, il detenuto romeno che si è impiccato con i propri pantaloni alcuni giorni fa nel carcere di Opera, non era un uomo buono. Aveva rapinato ed ucciso. Era un criminale che aveva dimostrato ferocia. La sofferenza che infliggeva, per lui, non era un ostacolo. Un uomo duro com’è difficile essere.

Ebbene, quest’uomo ha sentito la sofferenza della sua vita di detenuto fino a uccidersi. Ha sentito la definitività e l’oppressione fisica di un dolore che non lasciava anfratti di speranza. E con i mezzi che aveva, i pantaloni, s’è ammazzato nel modo più doloroso possibile. Anche questo è il carcere. Alcuni agenti, profittando dei social, hanno comunicato parole di soddisfazione e gioia. Orrende, ma assai meno isolate e inspiegabili di quanto si possa credere. Perché il rumeno, l’arabo, il libico, il povero di altri mondi, è visto come nemico, come minaccia: e allora “deve morire, visto che non è possibile impedirgli l’ingresso in Italia”.

Perciò la barbarie parolaia di alcuni agenti trova sostenitori. Soprattutto tra i tanti che evitano di esprimersi. Qualche tempo fa un astronomo inglese di origine palestinese ha chiuso il proprio studio di Londra ed è tornato nella sua terra, con un progetto: insegnare ai bambini a guardare il cielo. Che non è il luogo nel quale passano gli aerei che bombardano le loro case, ma quello delle stelle. Il cielo, insomma, da guardare, non da temere. A me pare che il nostro tempo non sia, per certi versi, diverso da quella terra: tutti abbiamo paura.

Perché le novità che ci assalgono, e la loro rapidità, rendono difficile l’esercizio della razionalità. I poveri del mondo si muovono verso illusorie terre promesse, e portano con sé tutte le loro miserie. Per alcuni, esse comprendono anche il crimine. Le loro fedi diventano ragioni di identità da difendere, da conservare come verità verso l’ignoranza dell’ altro: per questo facilmente si trasformano in schemi ideologici.

Che rispondono con l’aggressione alla diffidenza e alla cattiva accoglienza. Molti, perciò, evitano di approfondire, individuano nell’immigrazione il pericolo, nella particolarità culturale o religiosa l’inevitabilità della deriva violenta. Terroristica addirittura. E la contrapposizione delle irrazionalità avvicina il pericolo della guerra come tecnica di ordine e della morte come strumento di pacificazione. Le stelle, allora: cioè i nostri principi. Quelli che ci hanno insegnato, all’articolo 13 della Costituzione, che è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni delle loro libertà. Perché la pena per chi ha commesso reati – la privazione della libertà – è ben precisata nella legge: altra sofferenza non dev’essere scontata. L’Italia da decenni attende carceri nelle quali si sconti solo la privazione della libertà. E da tempo promette attenzione e serietà verso la polizia penitenziaria.

Che vive una condizione professionale a rischio di assuefazione al dolore: anche a quello immeritato. Vive una condizione frustrante. Perché nessun carcere ha strumenti capaci di rieducare o migliorare il detenuto. E l’operatore di una rieducazione che troppo spesso non esiste si trova ad affrontare la violenza , la mancanza di speranza, di chi viene solo chiuso in gabbia. So che il problema è enorme.

Ha fatto bene il ministro della Giustizia a chiedere spiegazioni serie sulla manifestazione di opinioni preoccupanti quanto indicative di un circolo vizioso che mantiene crudeltà inutili. Ma se non alziamo gli occhi verso il cielo del nostri principi, con scelte moderne che mettano razionalità nel mondo della detenzione, abitueremo troppi a guardare solo il pavimento che calpestiamo. E a chiedere, magari in modo ipocrita, altre morti rumene.

Giuseppe Maria Berruti (Magistrato, Presidente Sezione Cassazione)

Corriere della Sera, 24 febbraio 2015