Carcere di Viterbo, le lettere scritte dai detenuti al Garante Regionale dopo essere stati pestati


Un’inchiesta giornalistica realizzata per Popolo Sovrano, il programma in prima serata su Rai2, ha aperto le porte del carcere “Mammagialla” di Viterbo con testimonianze e documenti inediti su casi di suicidi sospetti e su presunte violenze ai detenuti da parte di agenti di polizia penitenziaria.

Uno scenario inquietante, quello descritto dai detenuti. Alcuni hanno rotto il silenzio e hanno messo tutto nero su bianco. Infatti, sono decine le lettere in cui si raccontano tra il terrore e la disperazione, descrivono presunti episodi di violenza vissuta sulla propria pelle tra pestaggi e minacce di morte da parte di uomini in divisa.

Lettere che sono riuscite a oltrepassare le sbarre grazie alle collaboratrici del Garante per i diritti dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia.

È stato lui stesso a raccoglierle e poi a spedire tutto alla Procura di Viterbo, l’8 giugno 2018, informando tra l’altro anche il direttore dell’istituto, Paolo D’Andria. Un esposto di 32 pagine con oggetto: “Asseriti episodi di violenza/urgente/casa circondariale di Viterbo/richiesta incontro”.

Oggi la magistratura ha aperto un fascicolo e indaga, al momento, contro ignoti. “Seppure quei casi non fossero stati tutti fondati – spiega Stefano Anastasia – erano comunque indice di un clima difficile su cui era necessario intervenire”.

LE LETTERE

Sono grida di paura e richiesta di aiuto le frasi scritte su quei fogli.

In esclusiva per TPI alcuni estratti dalle lettere, che vi proponiamo in forma anonima, tutte scritte a mano dai detenuti del carcere di Viterbo.

Sono stato mal menato dalle guardie, picchiato talmente forte da farmi perdere la vista all’occhio destro. Avevo soltanto chiesto di andare a scuola per 3 o 4 volte. Mi hanno portato per le scale centrali e hanno cominciato a picchiarmi: calci, schiaffi e pugni. Poi ne sono arrivati altri con il viso coperto. Vedevo solo i loro occhi. Erano in 8/9 mentre mi menavano dicevano: “Noi lavoriamo per lo stato italiano, negro di merda! Perché non ritorni al Paese tuo?” E io pregavo e continuavo a piangere. Se sei uno straniero sei finito, o muori o esci tutto rotto da qui, a Viterbo. Vi prego, vi scongiuro, aiutatemi. Ho paura di morire. La mia famiglia non sa nulla”.

Usano parole offensive contro me e la mia famiglia, e io sto zitto per forza perché se dico qualcosa mi menano come fanno sempre”.

L’ispettore mi ha minacciato: “Tu qua muori!”. E infatti alle ore 7.40 sono entrati 11 agenti di polizia penitenziaria armati di bastoni per la fare la perquisizione e sono stato picchiato, torturato e minacciato di morte”.

Qui hanno quasi 3 squadrette solo per menare i detenuti. Io ne ho prese tante da loro. Da quando sono venuto qui, sono morte delle persone. Non so il motivo però credetemi, sto dicendo la verità. Aiutatemi, mandatemi via da questo carcere”.

Ho paura che mi fanno morire. Vogliono portarmi in isolamento ma non sono stato punito, “nessuna sanzione” mi hanno risposto. Moralmente e fisicamente sto a pezzi. Per favore mi serve il vostro aiuto, mandatemi via da questo carcere il più presto possibile”.

Senza motivo ritorno in isolamento. La guardia mi dice: “Hai qualche problema?” Io rispondo: “Che vorresti fa?”. “Se ti metto le mani addosso, sei finito, hai il colore della merda, buttati a dormire”, risponde.  Io gli dico che voglio parlare con la sorveglianza. La guardia mi risponde: “Ti faccio fare una brutta fine, merda!”

Le violenze contro i detenuti sono continue, ve lo assicuro. Lo faccio presente anche grazie al mio avvocato di fiducia”.

I dottori e gli infermieri sapevano che avevo contusioni perché gli agenti di polizia penitenziaria mi ha ammazzato di botte tra pizze e schiaffi”.

Mi hanno sottoposto a continue vessazioni, fisiche e mentali, che ho dovuto subire dagli agenti. Mi hanno provocato fino a spingermi in errore per poi aggredirmi con una ferocia inaudita, tanto da riportare traumi al corpo e tumefazioni al viso”.

Sogno ogni sera Hassan Sharaf (il detenuto egiziano di 21 anni che ha tentato il suicidio in una cella di isolamento a 40 giorni dalla libertà, morto all’ospedale Belcolle di Viterbo dopo una settimana di agonia, ndr) e mi sveglio nel panico. Ricordo il mio bambino, ha 13 anni e io trattavo la buon anima di Hassan come mio figlio. Adesso anche un altro detenuto sta in paranoia perché l’assistente ha detto: “Ci pensiamo anche a te”. Adesso ho capito che loro vogliono ammazzarmi”.

LA TELEFONATA

La moglie di un detenuto poi, riferisce al Garante per i detenuti del Lazio, testuali parole: “Se mi succede qualcosa o mi ammazzano, sappi che non è colpa mia. Sappi che mi vogliono far del male”. Così le avrebbe detto il marito durante un colloquio telefonico.

Alcuni degli autori delle lettere “avevano segni evidenti di contusioni e lacerazioni sul loro corpo – scrive nell’esposto il Garante, Anastasia – e tutti hanno riferito modalità analoghe di violenze commesse nei loro confronti: sarebbero stati portati da più agenti di polizia penitenziaria nei locali delle docce o in stanze in uso alla sorveglianza e lì sarebbero stati picchiati”.

Dalle lettere emerge, inoltre, che molti fanno riferimento alla sezione d’isolamento come il luogo in cui accadono le violenze, in modo particolare ad una scala dove non ci sarebbero le telecamere di sorveglianza e che porterebbe alla sezione di isolamento, dove quindi eventuali abusi sarebbero facilmente perpetrati da agenti con il volto coperto da un passamontagna.

“I detenuti”, prosegue il Garante nell’esposto, “hanno raccontato di non essere stati visitati da medici se non dopo diversi giorni, o in altri casi, neanche dopo diversi mesi”. Questo terrore per la sezione d’isolamento, per la possibilità di subire violenze è un racconto che torna frequentemente anche nei colloqui settimanali delle collaboratrici del Garante con i detenuti.

VITERBO, CARCERE “PUNITIVO”

L’istituto penitenziario di Viterbo, di fatto, non è come tutti gli altri del nostro Paese. Un carcere “punitivo”, il più duro d’Italia. Così viene definito dagli addetti ai lavori e, come riferiscono fonti interne, anche dallo stesso direttore della casa circondariale.

“A Viterbo c’è una particolarità”, racconta Stefano Anastasia, garante per i diritti dei detenuti del Lazio. “Molti detenuti arrivano al Mammagialla con provvedimenti disciplinari da altri istituti della regione e si ritiene, a torto a ragione, che quello di Viterbo sia un istituto dove i detenuti più indisciplinati possano essere messi in riga e per questo verrebbero trasferiti lì”.

Su 548 detenuti presenti, un centinaio corrispondono esattamente alla tipologia di detenuto descritta dal Garante: “È una presenza molto significativa”, continua Anastasia, “e del resto, anche lo stesso direttore dell’istituto a me la rappresentava come una anomalia, come un problema che rende difficile la gestione di quell’istituto”.

Laura Bonasera

http://www.tpi.it – 19 marzo 2019

Detenuto suicida nel Carcere di Paola, l’On Bruno Bossio interroga il Ministro Orlando


On. Enza Bruno Bossio - PDNei giorni scorsi, il caso del detenuto Maurilio Pio Morabito, 46 anni, di Reggio Calabria, morto suicida in una cella del Reparto di Isolamento della Casa Circondariale di Paola, in Provincia di Cosenza, lo scorso 29 aprile 2016, intorno all’una di notte, è finito sulla scrivania del Ministro della Giustizia Onorevole Andrea Orlando grazie ad una circostanziata Interrogazione Parlamentare, con richiesta di risposta scritta, presentata dall’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputata del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia.

Il Morabito, che aveva avuto problemi di tossicodipendenza, da circa un mese, dopo essere stato trasferito dalla Casa Circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria, si trovava ristretto presso la Casa Circondariale di Paola, dovendo espiare una pena detentiva di 4 mesi di reclusione. Il suo fine pena era previsto per il prossimo 30 giugno.

L’Onorevole Bruno Bossio, grazie anche alle informazioni acquisite dalla visita ispettiva effettuata da una Delegazione dei Radicali Italiani guidata dal radicale Emilio Enzo Quintieri, effettuata nei giorni successivi al decesso del Morabito, ha riferito che quest’ultimo avrebbe posto in essere il gesto autosoppressivo mediante impiccagione, utilizzando una coperta, che è stata annodata a forma di cappio alla grata della finestra della cella, nel reparto di isolamento, del predetto Istituto Penitenziario che, all’epoca dei fatti, ospitava 182 persone detenute a fronte di altrettanti posti detentivi.

Nell’ambito della visita ispettiva, la Delegazione Radicale, aveva potuto verificare che la cella n. 9 in cui si è impiccato il Morabito era “liscia” cioè priva dell’arredo ministeriale, sporca e maleodorante e che il citato detenuto non era stato sottoposto a “sorveglianza a vista” nonostante, già in altre occasioni, avesse manifestato propositi suicidiari e compiuto vari atti autolesionistici, nonché distrutto due celle, una delle quali mediante l’incendio di un materasso posta nel primo reparto detentivo e l’altra nel reparto di isolamento dirimpetto alla cella in cui si è impiccato.

Sul decesso del Morabito, la Procura della Repubblica di Paola, a seguito della denuncia dei familiari, ha aperto un Procedimento Penale, al momento nei confronti di ignoti, per il delitto di istigazione o aiuto al suicidio previsto e punito dall’Art. 580 del Codice Penale al fine di appurare le cause, le circostanze e le modalità del decesso. Infine, la predetta Autorità Giudiziaria, oltre ad aver disposto l’acquisizione dei filmati delle telecamere di sorveglianza presenti nel reparto detentivo, ha anche ordinato l’esame autoptico sulla salma del Morabito, effettuato lo scorso 7 maggio presso l’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria dal Dottore Mario Matarazzo che dovrà concludere la relazione peritale nelle prossime settimane.

Nell’Interrogazione (atto n. 4-13360 del 07/06/2016, Seduta n. 633 della Camera dei Deputati) sono stati richiamati, oltre al suicidio di Morabito, gli altri 12 suicidi e le altre 21 morti per malattia, assistenza sanitaria disastrata, overdose o per cause ancora da accertare, avvenuti dall’inizio del 2016, negli Istituti Penitenziari italiani. Dal 2000 ad oggi, i “morti di carcere” sono stati 2.527, 900 dei quali per suicidio. La maggior parte dei suicidi che avvengono negli stabilimenti penitenziari – ha denunciato con forza la Deputata calabrese – si è verificata nei reparti di isolamento e, ancor di più, nelle “celle lisce”, cioè completamente vuote, (come quella in cui il Morabito è stato collocato, per diversi giorni, in condizioni al limite della tollerabilità, nella Casa Circondariale di Paola) nonostante, da tempo, tali pratiche (collocazione dei detenuti in isolamento ed in celle lisce), secondo gli esperti, siano ritenute “assolutamente controproducenti” poiché pur togliendo dalla cella tutto ciò che potrebbe essere usato dai detenuti per suicidarsi, il modo di farlo lo trovano lo stesso.

In tanti Istituti Penitenziari – come proprio la stessa Onorevole Bruno Bossio ha già avuto modo di denunciare al Governo – con altra Interrogazione a risposta in Commissione Giustizia, rimasta inevasa, a seguito della visita ispettiva alla Casa di Reclusione di Rossano e, direttamente, al Dott. Santi Consolo, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria durante la sua audizione presso la Commissione Bicamerale Antimafia – l’utilizzo del reparto e dell’istituto dell’isolamento in modo difforme dalla normativa vigente in materia e cioè all’infuori dei casi stabiliti dall’Art. 33 dell’Ordinamento Penitenziario (motivi giudiziari, sanitari o disciplinari).

Ministro Orlando (2)Ha richiamato anche il fatto che il detenuto Morabito avesse, più volte, chiesto con delle missive, di essere trasferito in un Istituto Penitenziario dotato di una “Sezione Protetta” poiché aveva fondato timore di essere vittima di aggressioni, avendo ricevuto minacce di morte conseguenti a non meglio precisati fatti occorsi quando era ristretto presso la Casa Circondariale Arghillà di Reggio Calabria. Inoltre, stando a quanto riferito dai familiari del detenuto morto suicida, sarebbero state numerose le richieste di colloquio fatte anche al Direttore della Casa Circondariale di Paola e mai tenute in considerazione dallo stesso, in violazione di quanto prescrive l’Art. 75 c. 1 dell’Ordinamento Penitenziario.

Pertanto, l’Onorevole Enza Bruno Bossio, ha chiesto al Ministro della Giustizia Onorevole Andrea Orlando, di conoscere : a) se e di quali informazioni disponga in ordine ai fatti rappresentati, anche con riferimento ai casi specifici segnalati e se questi corrispondano al vero; b) se non ritenga, in via cautelativa, di assumere le iniziative, per quanto di competenza, nel rispetto dell’attività della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Paola, volte ad avviare una indagine amministrativa interna al fine di chiarire la causa, le circostanze e le modalità del decesso del detenuto Morabito ed appurare se nei confronti dello stesso siano state messe in atto tutte le misure di sorveglianza custodiale e sanitaria, previste e necessarie, e quindi se non vi siano responsabilità disciplinarmente rilevanti in capo al personale dell’Amministrazione Penitenziaria ; c) quali siano le motivazioni che hanno condotto all’improvviso trasferimento del Morabito dalla Casa Circondariale di Arghillà di Reggio Calabria alla Casa Circondariale di Paola chiarendo, altresì, per quali ragioni, il predetto detenuto non sia stato trasferito, sin da subito o comunque dopo le sue richieste, presso altro Istituto Penitenziario dotato di reparti “protetti” visto che era stato gravemente minacciato ed aveva fondato timore di essere aggredito invece di essere tenuto a giudizio dell’interrogante, impropriamente, nel reparto di isolamento della Casa Circondariale di Paola; d) se e quali problemi di salute presentava il detenuto Morabito all’atto della visita obbligatoria di primo ingresso presso la Casa Circondariale di Arghillà di Reggio Calabria e poi presso quella di Paola, ricavabili dal suo diario clinico e se risulti se lo stesso, durante tutto il periodo detentivo, sia stato adeguatamente assistito dal punto di vista sanitario; se intenda chiarire, infine, se lo stesso fosse sottoposto a particolari trattamenti terapeutici per le sue condizioni personali; e) se risulti veritiero il fatto che il detenuto Morabito abbia chiesto, più volte, di poter avere un colloquio col Direttore della Casa Circondariale di Paola e che le sue istanze siano rimaste tutte inevase; f) se risulti che, il Direttore della Casa Circondariale di Paola offra, con particolare frequenza, ai detenuti la possibilità di poter avere con lo stesso dei periodici colloqui individuali e se e quante volte il predetto si sia recato ad ispezionare i locali ove sono ristretti i medesimi, anche tramite la visione delle annotazioni apposte negli appositi registri previsti dalla normativa ; g) per quali motivi, il signor Morabito, sia stato recluso nell’istituto di cui in premessa visto che la pena da espiare era di soli 4 mesi di reclusione e se, in ogni caso, corrisponde al vero che questi abbia presentato istanza alla competente Magistratura di Sorveglianza per la concessione di una misura alternativa alla detenzione prevista dall’Ordinamento Penitenziario (detenzione domiciliare, affidamento, e altro) ed in caso affermativo, per quali ragioni, gli sia stata negata ed h) se e quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere per assicurare che l’isolamento nei confronti dei detenuti venga disposto solo ed esclusivamente in circostanze eccezionali e, comunque, nei soli casi tassativi stabiliti dal legislatore, proibendo all’Amministrazione Penitenziaria di utilizzare sezioni o reparti di isolamento per altri motivi in applicazione di quanto disposto dall’Articolo 73 del Regolamento di Esecuzione Penitenziaria e se non ritenga, altresì, di dover intervenire con urgenza per emanare delle direttive soprattutto per quanto attiene l’esecuzione dell’isolamento, poiché, ancora oggi, come accertato dalla Delegazione Radicale nella Casa Circondariale di Paola, esistono delle “celle lisce”, prive di ogni suppellettile, in cui vengono collocati i detenuti che, invece, dovrebbero essere posti secondo l’interrogante in “camere ordinarie” che presentino le caratteristiche indicate dall’Articolo 6 dell’Ordinamento Penitenziario.

Interrogazione n. 4-13360 dell’On. Bruno Bossio (clicca per leggere)

Palermo, Apprendi (Antigone) visita il Carcere Pagliarelli. Nell’isolamento condizioni degradanti per i detenuti


carcere-Pagliarelli-di-Palermo.Lunedì scorso Pino Apprendi, rappresentante di Antigone, si è recato al carcere Pagliarelli di Palermo dopo aver raccolto strane voci sulle condizioni di alcuni detenuti che, per motivi precauzionali (tendenze al suicidio) sarebbero stati tenuti nudi, in isolamento e senza coperte.

“Ho visitato il reparto di isolamento – dice Pino Apprendi – dove vi erano 4 celle occupate da 4 persone; due di queste non avevano in dotazione alcuna coperta. Avendo fatto notare ciò alla direttrice, la stessa mi riferiva che la coperta sarebbe stata data dietro richiesta. Visitando il reparto degenza della psichiatria – continua Pino Apprendi – ho notato che un ragazzo tossicodipendente viveva in una cella priva di letto, tavolo e sgabello; a terra vi era un pezzo di gommapiuma che faceva da materasso, una coperta e due piatti di pasta.

Il ragazzo rivolgendosi a me ed alla direttrice chiedeva delle condizioni migliori, di essere trasferito nella stanzetta accanto dove c’era, a suo dire la televisione, ed infine chiedeva il metadone. In seguito ho incontrato il medico che mi ha spiegato che a norma di regolamento ancora non poteva somministrare il metadone. In un’altra cella adiacente un altro giovanissimo mi riferiva che da tre giorni aveva perdite di sangue interno ed aveva ricevuto solo cure da infermieri; quando ho riferito al medico del carcere, lo stesso ha minimizzato l’accaduto. Devo dire – conclude Apprendi – che vedere il giovane tossicodipendente in quelle condizioni non mi ha fatto pensare ad un posto dove il recupero della persona umana debba essere messo al primo posto”.

Carcere di Vibo Valentia, Detenuti in isolamento con gli slip senza neanche un lenzuolo


Casa Circondariale di Vibo ValentiaEsseri umani. Anche se detenuti. Perché espiare una colpa dietro le sbarre non significa non avere più diritti. Non significa non essere più uomini. È un grido di dolore quello che arriva da contrada Castelluccio. Un grido che le famiglie e quanti devono scontare la loro condanna a Vibo Valentia hanno voluto portare fuori da quelle mura.

Perché ci sono storie di sofferenza, storie di dolore. Sanno bene di avere sbagliato e sanno per questo di non potere godere della loro libertà. Ma il carcere deve rieducare, non solo punire. Il carcere deve essere il percorso che accompagna verso una nuova consapevolezza.

Deve o, forse, dovrebbe. Perché quello che è stato denunciato questa mattina è tutta un’altra storia. Di un’umanità dimenticata.

Una situazione ormai al limite, dove «la dignità di ogni recluso viene sistematicamente calpestata». Diverse le storie che sono state raccontate. Attraverso missive scritte da chi è dietro le sbarre e in questi anni ha dovuto constatare che nella provincia non ci sono «associazioni o organizzazioni che si occupano dei problemi e dei disagi dei detenuti». A raccontarlo un detenuto. Che sta espiando la sua pena. Un uomo affetto anche da una grave patologia che non ha avuto accesso alle cure. Un uomo che non è più autosufficiente ma che non può avere neanche un piantone.

Non può averlo. Perché in carcere pagano i detenuti e pagano anche gli agenti della Polizia penitenziaria. Poco personale che deve fare fronte a tutte le difficoltà.

Diritti anche in questo caso, che vengono meno.

Cosi come in quelle celle, dove ci sono tre detenuti, e dove hanno spiegato «c’è l’acqua calda per 30 minuti al giorno». E non hanno tavoli e sedie nelle salette, così come le stesse «sono inagibili quando piove, e roventi in caso di sole». Non pensano, poi, di chiedere la “luna” quando spiegano che nessun tipo di attività può essere svolta, «la giornata – hanno sottolineato – si svolge tra cella, passeggi e cella, così come – hanno aggiunto – malgrado ci sono due biblioteche è praticamente impossibile accedere ai libri e la Santa Messa viene celebrata una volta al mese se non ogni due mesi». Particolari questi che possono sembrare di poco conto. Se non si pensasse a quel ruolo rieducativo per cui il carcere è nato. Affinché si cambi.

Ma non è cambiamento quello che per gli stessi può nascere quando «i detenuti dopo aver preso un rapporto disciplinare vengono condotti in isolamento in celle lisce solo con gli slip senza che nemmeno abbiano l’occorrente per l’igiene personale». Né un «materasso, né un cuscino, né una coperta o un lenzuolo». Situazioni al limite quelle denunciate. Situazioni che conducono dentro un mondo che fa paura. La loro verità, la loro versione. Ma su cui occorre fare chiarezza.

Perché il carcere è altro. «E non è giusto – hanno stigmatizzato – che se un detenuto fa la doccia perde l’ora di socialità, o che le salette nelle sezioni siano sprovviste di tutto». E ancora: «Non è giusto non essere chiamati se si è fatta la domanda per la visita medica o non essere chiamati perché in quel momento il detenuto era fuori per l’ora d’aria».

E così anche sulla spesa personale, a quanti «impongono di mangiare quello che viene cucinato dentro la cucina della struttura penitenziaria». Diritti, su questi alcuni detenuti hanno inteso richiamare l’attenzione. Per loro e per i loro familiari che «per un colloquio visivo, per un’ora perdono 3 ore di colloquio, o che non hanno diritto a lasciare cibo per i propri congiunti». Tante storie, più sfumature. Anche dolorose. Come quanto sarebbe accaduto, in base a quanto denunciato, ad un «detenuto di 22 anni che ha tentato – hanno segnalato – di tagliarsi le vene e non è stato nemmeno avvisato il magistrato di sorveglianza di turno, cosi che è stato nell’immediatezza trasferito e tutto è stato messo a tacere». Storie di carcere. Di detenuti e diritti. Nel 2015.

Su cui fare chiarezza, certamente. Ma che meritano attenzione.

http://www.21righe.it – 01 Ottobre 2015 

Carceri/Giustizia, Intervista di Radio Radicale all’On. Bruno Bossio sulla situazione di Cosenza e Regina Coeli


Radio Radicale logoCarceri/Giustizia, Intervista di Lanfranco Palazzolo, giornalista di Radio Radicale, all’Onorevole Enza Bruno Bossio (Deputato PD-Radicale) sulla situazione nelle Carceri di Cosenza (visita ispettiva effettuata in data 20/07/2015) e di Regina Coeli e la vicenda di Mafia Capitale.

Intervista di Radio Radicale all’On. Bruno Bossio, Deputato Pd – Radicale (clicca per ascoltare)

Piacenza: 20enne nigeriano si impicca, era in cella di isolamento perché “molto agitato”


Casa Circondariale di PiacenzaDa quattro mesi era in carcere con la pesante accusa di aver violentato e rapinato, in un appartamento della zona-stazione, due donne colombiane: si è impiccato in cella usando come cappio un pezzo della sua maglietta, morendo mercoledì in ospedale dopo quattro giorni d’agonia. È accaduto nel carcere di Piacenza dove il nigeriano 20enne Osas Ake era stato trasferito dopo un periodo trascorso alla Pulce.

Stiamo parlando di un clandestino completamente solo in Italia, giunto nel nostro Paese in modo rocambolesco su un barcone, approdando a Lampedusa. Poi il coinvolgimento – il 9 ottobre scorso – a Reggio Emilia, con un ghanese, in un episodio che i dirigenti della polizia non avevano esitato a definire “di devastante e sconcertante violenza”.

La notizia del suicidio è rimbalzata solo ieri in città, ma la conferma è arrivata ripercorrendo i “passaggi” giudiziari legati a questo giovane nigeriano che, dopo la convalida dell’arresto in ottobre, si era ripresentato in tribunale a Reggio il 10 febbraio scorso per assistere ad un incidente probatorio, affiancato dagli avvocati d’ufficio Noris Bucchi ed Elisabetta Strumia.

Quel martedì era stata sentita la terza donna colombiana presente nell’appartamento. Quattro giorni dopo il gesto estremo del ventenne. E nello studio degli avvocati d’ufficio sono in effetti al corrente di quanto accaduto, perché Ase aveva disposto fin dall’inizio che ogni comunicazione che lo riguardava fosse comunicata ai suoi legali, unico suo punto d’appoggio in Italia.

Una disposizione che ora è un cupo testamento. “Siamo stati avvertiti da Piacenza telefonicamente della tragedia – conferma l’avvocato Bucchi – e con la collega abbiamo subito pensato a quando l’abbiamo visto l’ultima volta, cioè all’incidente probatorio. Osas non parlava l’italiano e, quindi, aveva seguito l’interrogatorio tramite l’interprete. Al termine gli avevo comunicato che l’incidente probatorio non era andato male. Durante l’udienza aveva avuto un atteggiamento passivo e mi era sembrato un po’ scosso, ma nessuno poteva pensare – conclude il difensore – che questa sua passività fosse premonitrice della tragedia”.

Ma cos’è accaduto in carcere? Il giovane nigeriano era andato in escandescenze in un corridoio della struttura piacentina, denudandosi. Era stato messo in isolamento, più tardi la macabra scoperta in quella cella da parte di un agente carcerario che, per motivi di sicurezza, chiama alcuni colleghi per poi soccorrere il ventenne impiccatosi alla finestra. Quattro giorni dopo la morte. È stata aperta un’inchiesta e disposta l’autopsia.

Terribile la vicenda che aveva portato all’arresto del nigeriano e di un complice ghanese. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia, i due stranieri la sera del 9 ottobre scorso bussano alla porta di un appartamento situato nel quadrilatero della stazione. E viene loro aperto. All’interno si trovano tre donne colombiane, in regola con il permesso di soggiorno e con il contratto d’affitto, due quarantenni e una trentenne.

Le intenzioni dei due uomini appaiono subito chiare. Il primo, armato di coltello che si rivelerà poi essere una scacciacani, obbliga una delle donne a spogliarsi. Lo stesso fa il secondo con un’altra delle donne presenti nell’appartamento e, di fronte ad un tentativo di sottrarsi alla violenza, va in cucina e prende un coltello con cui inizia a minacciarla. Inizia così l’ora più lunga per le due donne che vengono violentate davanti alla terza obbligata ad assistere inerme.

Carceri disumane, questo suicidio è l’ennesima prova, di Elisa Pederzoli

La riflessione del presidente della Camera penale Bucchi Disposta l’autopsia sul 20enne che si è ucciso a Piacenza. Sulla morte in carcere di Osas Ake, il 20enne nigeriano che era accusato della rapina e della stupro di due donne avvenuto in un appartamento in zona stazione lo scorso mese di ottobre, a Piacenza è stata aperta un’inchiesta. La procura, infatti, ha disposto l’autopsia. Vuole chiarire quanto avvenuto per quel suicidio in cella il 14 febbraio scorso, in una giornata in cui già un altro detenuto aveva tentato, senza riuscirci, di togliersi la vita.

Il tragico gesto del nigeriano è il settimo, dall’inizio dell’anno, nelle carceri italiane. Fatti che, una volta in più, fanno riflettere. Ventenne, era accusato di aver violentato in ottobre due donne con un complice. Il gesto estremo nel carcere di Piacenza: era in isolamento perché “molto agitato”.

“Come uomo – spiega l’avvocato Domenico Noris Bucchi – il suicidio di Osas mi ha turbato non poco. Come suo difensore e come presidente della Camera penale reggiana, questo episodio mi induce ad una riflessione più complessa”. “Osas Ake aveva vent’anni, non era ancora stato condannato e in attesa del processo si è tolto la vita impiccandosi in una cella di isolamento – racconta – Questo è il settimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno. Nel 2014 i suicidi nelle carceri italiane sono stati quasi 50. Un fenomeno che deve fare riflettere tutti noi”.

“Da anni le Camere Penali denunciano le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti in Italia – prosegue.

Lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha recentemente denunciato pubblicamente questa insostenibile situazione. Tuttavia nessuno fa nulla per, non dico risolvere, ma neppure affrontare, denunciare, questa situazione”. “Ebbene – rilancia – io vorrei approfittare di questa triste vicenda per ricordare a tutti e ribadire ad alta voce che la situazione dei detenuti in Italia è drammaticamente al collasso. Che nessuno ha il diritto di privare un altro uomo della sua dignità. Che anche i detenuti sono uomini e come tali devono essere trattati. Che occorre stimolare le istituzioni ad affrontare questo delicatissimo tema”. “Se qualcosa, anche poco, si muoverà allora anche il sacrificio umano di Osas Ake non sarà stato vano” conclude.

Bucchi aveva visto Osas Ake appena quattro giorni prima del suo suicidio: durante l’incidente probatorio, che si è tenuto in tribunale a Reggio. La notizia della sua morte è arrivata nello studio di Bucchi, che era il suo unico riferimento in Italia. Quello che è stato ricostruito fino ad ora, è che il giorno del suicidio aveva dato in escandescenza in corridoio. Si era denudato. Quindi, era stato messo in isolamento. Ma più tardi, gli agenti della penitenziaria lo avevano trovato ormai senza vita: si era impiccato con la maglietta che indossava. Quattro mesi prima, c’era stata l’irruzione a casa di tre donne in zona stazione: armati di una scacciacani, secondo quanto ricostruito dalla polizia, in due le avevano rapinate e violentate. Accusati sono lui e un amico ghanese.

Tiziano Soresina

Gazzetta di Reggio, 25 febbraio 2015

Carcere e abusi, registrazione shock inchioda Agenti di Polizia Penitenziaria


carcere-620x264La moglie del detenuto che ha registrato di nascosto le guardie che parlano di pestaggi nel carcere di Parma, decide di rivelarsi al Garantista (ASCOLTA LA REGISTRAZIONE).

LA REGISTRAZIONE

Nella registrazione la guardia carceraria si lascia andare: “Ne ho picchiati tanti, non mi ricordo se in mezzo c’eri anche tu“. Il medico del penitenziario è ancora più esplicito: “Vuole denunciarle? Poi le guardie scrivono nei loro verbali che non è vero. Che il detenuto è caduto dalle scale; oppure il detenuto ha aggredito l’agente che si è difeso, ok?

Ha presente il caso Cucchi? Hanno accusato i medici di omicidio e le guardie no… Ma quello è morto, ha capito? È morto per le botte.

NE PICCHIAMO TANTI, QUI COMANDIAMO NOI

Da questa registrazione, resa pubblica attraverso i mass media, è partita un’ispezione interna da parte dell’Amministrazione penitenziaria e l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura. Sono intervenuti, in merito alla vicenda, Desi Bruno e Roberto Cavalieri, rispettivamente Garante regionale e Garante del Comune di Parma dei detenuti, esprimendo “preoccupazione circa il contenuto delle registrazioni diffuse dalla stampa e realizzate, per come viene riferito, all’interno del penitenziario di Parma da parte di un detenuto”.

Proseguono ancora i garanti: “Tali contenuti qualora confermati nella loro veridicità e completezza, farebbero emergere che all’epoca dei fatti, e cioè negli anni 2010-2011, si sarebbe verificata una situazione di subordinazione delle questioni di salute e incolumità dei detenuti alle pratiche della custodia anche quando queste si sono manifestate, secondo le accuse, in modo illegittimo attraverso l’uso della violenza”Il detenuto che ha registrato la conversazione si chiama Rachid e attualmente è rinchiuso nel carcere di Sollicciano.

La moglie ha inviato una lettera al direttore del carcere affinché gli garantisca protezione da eventuali ritorsioni. Emanuela D’Arcangeli -questo è il suo nome- tramite il suo blog “Carcere e Verità” sta intraprendendo una battaglia per combattere la situazione infernale del sistema penitenziario. La sua lettera indirizzata al Garantista è un invito ad intraprendere una battaglia che non sia una lotta tra detenuti e guardie “cattive”, ma una lotta creando un fronte comune composto da familiari, detenuti, operatori e le stesse guardie penitenziarie che credono nel loro lavoro. In altre registrazioni, sempre messe a disposizione sul canale Youtube “Carcere e Verità“, ci sono colloqui con altre guardie carcerarie le quali ammettono che non testimonieranno mai contro i loro colleghi. Quello che avviene in carcere resta chiuso tra quattro mura; una sola parola vige tra gli operatori penitenziari: omertà. L’invito di Emanuela è quello di combatterla.

– Damiano Aliprandi

LA LETTERA

Io ero una persona cattiva. Chiedo scusa se gioco con le parole che usai nella mia precedente lettera, due mesi fa, sempre su questo giornale. A Luglio ero un’anonima testimonianza, che se da un lato aveva tanto da dire, dall’altro doveva frenarsi, perché la verità più scomoda, era anche quella che doveva tacere. Ma ora è diverso.

La sera del 18 Settembre, nell’edizione delle 20 del TG1, è andato in onda un servizio su un detenuto di Parma, che servendosi di alcuni registratori vocali, era riuscito a documentare una lunga serie di colloqui con le guardie del carcere. Quello che ne è venuto fuori si può sintetizzare

in due parole: violenza e omertà. Quel detenuto incosciente e coraggioso è l’uomo che ho avuto la fortuna di sposare. E’ la persona che ha preso i miei limiti e negli anni li ha spinti sempre un po’ più avanti, fino a farli arrivare vicino ai suoi.

Ma come spesso accade, il coraggio viene dalla disperazione e noi non siamo diversi. Nella memoria, l’anno passato a Parma rimane il peggiore di tutta la detenzione di Rachid. Mi bastano solo poche parole, per far capire il mio stato d’animo, dall’Ottobre del 2010, all’Ottobre dell’ anno seguente: Rachid lo stavano consumando piano e ad ogni colloquio mi mostrava i segni di questa o quella violenza. Tanto che arrivai a domandarmi se alla fine sarebbe rimasto ancora qualcosa da picchiare.

Il pestaggio di cui parla la traccia andata in onda al TG, documenta uno degli eventi, ma non l’unico.

Appena entrato ha subito violenza. Dopo due mesi, avvenne l’aggressione di cui parla la traccia del telegiornale. Poi il braccio chiuso inavvertitamente nel blindato; il dito incastrato inavvertitamente nella ruota della carrozzina, che usava per deambulare. Due scioperi della fame, che lo fecero arrivare a pesare 36 kili. Le manciate di psicofarmaci che gli davano e che lui faceva uscire a colloquio.

Senza parlare delle cose più piccole (ma in carcere niente è “piccolo”): l’acqua corrente, sospesa per tre giorni; i generi alimentari acquistati con i suoi soldi, requisiti e restituiti dopo alcune settimane, marci; il suo Corano buttato a terra senza rispetto, durante una perquisizione; le foto della sua famiglia richieste per mesi e per mesi negate, perché ritenute di un formato non consentito, salvo poi scoprire che invece erano consentite. Le voci false di pedofilia, diffuse per screditarlo agli occhi degli altri detenuti.

Se queste cose non avessero trovato riscontro, non saremmo mai riusciti a dimostrarle, perché tutte insieme sembrano troppo assurde, per essere vere. Ma lo sono.

Due mesi fa, dovevo essere cattiva, perché avevo un ideale da portare avanti, contro poteri più forti di me.

Oggi posso dire che non ho solo un ideale, ma ho anche le prove. In questi giorni il DAP e la Procura, si sono limitati a commentare l’accaduto, gettando dei dubbi

sull’autenticità di queste registrazioni. Me lo aspettavo, ma la prevedibilità della reazione, non mi consola, anzi.

Al DAP, alla Procura, ma anche alle organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria e ad ogni singolo agente, impegnato nelle carceri italiane, voglio dire che ripetere che non è possibile fare entrare dei registratori in carcere, significa perdere tempo inutilmente.Le registrazioni sono autentiche, parlano di luoghi, date, eventi e la voce è quella di Rachid, che dal Giugno del 2008 è detenuto dallo Stato. Non ci sono stati permessi, domiciliari, lavoro all’esterno.

Non sono accuse generiche. Non ha senso mantenere una posizione. Non ha senso dubitare o addirittura negare.

Piuttosto occorre fare fronte comune: i detenuti, i familiari, insieme agli agenti che credono nel loro lavoro e lo vorrebbero fare al meglio; contro quelle che una volta erano le mele marce, ma che oggi hanno infettato il sistema. Ho detto che la realtà delineata da quelle tracce si compone di violenza, ma anche di omertà.

Le carceri sono piene di lavoratori onesti, che non alzerebbero mai le mani, che non sono naturalmente portati alla violenza, ma tacciono. Il silenzio non lascia traccia sulla pelle, ma è complice della violenza.

Parole come “Io non denuncero’mai un collega” fanno male, quanto un cazzotto sullo stomaco o un calcio alla schiena.

Solo parlando, solo denunciando, le violenze possono venire fuori. La lotta per farle uscire, non è la guerra dei detenuti, contro la polizia. Piuttosto e’ la lotta di tutti

quelli che in carcere vivono, o lavorano, al fine di ottenere condizioni più umane e anche più stimolanti, che liberino il carcere dalla certezza di essere un luogo inutile.

Voglio terminare con una domanda agli agenti. Il ruolo che il sistema carcere vi attribuisce, al momento, resta sospeso tra due compiti: quello del portinaio e quello del maggiordomo.

Ma se vi preparasse, affinché possiate diventare soggetti veramente attivi nel recupero del detenuto, formandovi e incrementando le vostre competenze, non ricavereste un piacere maggiore dal vostro lavoro?

– Emanuela D’Arcangeli, Carcere Verità