Carceri: Sovraffollamento e suicidi, il 2018 annus horribilis. Oltre 60 mila detenuti e 67 suicidi


Il 2018 è stato un annus horribilis per le carceri italiane: sessantasette sono stati i detenuti che si sono tolti la vita, superando così gli anni 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 suicidi.

Solo negli ultimi giorni ci sono stati due detenuti che sono morti nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. Ma il 2018 è stato anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i reclusi sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017.

Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Incertezza sull’effettivo numero dei suicidi nelle carceri italiane avvenute nell’anno 2018. Annus horribilis per quanto riguarda i decessi visto che almeno 67 sono stati i detenuti che sono tolti la vita, superando così l’anno 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 sucidi. Due sono i detenuti che sono morti nel giro di pochi giorni nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. È Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale Radicali Italiani, candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria, ad aver diffuso per primo una nota sui recenti episodi avvenuti nel carcere di Bancali e, in particolare, sulla morte dell’algherese Omar Tavera che sembrerebbe avvenuta per una overdose. Quintieri informa inoltre di un altro tragico decesso, anche questo algherese. «Questa notte ( 30 dicembre, ndr) sono stato informato di altri due decessi avvenuti nei giorni scorsi presso la Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu” e tenuti “riservati” dall’Amministrazione penitenziaria. Dalle poche notizie che sono riuscito ad avere, si tratterebbe di due giovani detenuti di Alghero, morti a poche ore uno dall’altro, entrambi ristretti nell’Istituto Penitenziario di Sassari». Quintieri spiega che il 25 dicembre è deceduto il detenuto Omar Tavera, 37 anni, recluso per reati contro il patrimonio, violazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ed altro, trovato morto nella sua cella dal personale del Corpo di Polizia Penitenziaria: «Tavera -, il giorno della vigilia di Natale, l’aveva trascorso fuori dall’Istituto Penitenziario, grazie ad un permesso premio concessogli dal magistrato di Sorveglianza di Sassari. Pare che la causa del decesso sia una overdose. La Procura della Repubblica di Sassari, in persona del Pubblico ministero Mario Leo, informata del decesso, ha nominato un proprio consulente, il medico Legale Salvatore Lorenzoni, disponendo l’esame autoptico sulla salma ivi compresi gli esami tossicologici per accertare le cause della morte del detenuto. Al momento si procede per il reato di cui all’Art. 586 del Codice Penale “morte o lesioni come conseguenza di altro delitto”» . Il consulente tecnico incaricato dalla Procura della Repubblica di Sassari relazionerà in merito entro 90 giorni. Ma spunterebbe un altro suicidio di cui ufficialmente ancora non si ha contezza. «Pare che nelle ore successive – denuncia sempre Quintieri-, probabilmente il 26 o il 27 dicembre, ma di questo non ho ancora avuto alcun riscontro ufficiale, nel medesimo Istituto Penitenziario si sia suicidato tramite impiccagione, un altro detenuto algherese di 31 anni, Stefano C., da poco arrestato per reati contro il patrimonio. Nella Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”, al momento, a fronte di una capienza regolamentare di 454 posti, sono ristretti 424 detenuti ( 13 donne), di cui 142 stranieri. Tra i ristretti presenti nell’Istituto anche 90 detenuti sottoposti al regime detentivo speciale 41 bis O. P. ed altri 30 detenuti per terrorismo internazionale di matrice islamica. Sale così a 149 il numero dei “morti in carcere”, – conclude Quintieri – di cui 68 suicidi, avvenuti nel 2018». Quintieri parla di 68 persone che si sono uccise, perché include anche l’ultimo suicidio da lui segnalato.

Quindi c’è incertezza, numeri effettivi che non sono ufficiali. D’altronde il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non pubblica una lista ufficiale delle morti nel sito del ministero della Giustizia. Le notizie dei decessi sono difficili da reperire, non sempre arrivano comunicati ufficiali – di solito da parte dei sindacati della polizia penitenziaria – e quindi c’è difficoltà a stilare il numero reale delle morti in carcere. Da anni c’è la redazione di Ristretti Orizzonti che aggiorna ogni giorno la lista dei detenuti morti dal 2002 fino ai giorni nostri per cognome, età, data e luogo del decesso.

Ma il 2018 appena concluso è anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i detenuti sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017. Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Il sovraffollamento è però molto disomogeneo nel paese. Al momento la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 161%, seguita dalla Lombardia con il 137%. Se poi si guarda ai singoli istituti, in molti ( Taranto, Brescia, Como) è stata raggiunta o superata la soglia del 200%, numeri non molto diversi da quelli che si registravano ai tempi della condanna della Cedu.

«L’indirizzo dell’attuale governo – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone sembra quello di costruire nuovi istituti di pena. Costruire un carcere di 250 posti costa tuttavia circa 25 milioni di euro. Ciò significa che ad oggi servirebbero circa 40 nuovi istituti di medie dimensioni per una spesa complessiva di 1 miliardo di euro, senza contare che il numero dei detenuti dal 2014 ad oggi ha registrato una costante crescita e nemmeno questa spesa dunque basterà. Servirebbe inoltre più personale, più risorse, e ci vorrebbe comunque molto tempo». «Quello che si potrebbe fare subito sostiene Gonnella – è investire nelle misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo le persone recluse che potrebbero beneficiarne e finire di scontare la propria pena in una misura di comunità. Inoltre conclude il presidente di Antigone – andrebbe riposta al centro della discussione pubblica la questione droghe. Circa il 34% dei detenuti è in carcere per aver violato le leggi in materia, un numero esorbitante per un fenomeno che andrebbe regolato e gestito diversamente».

L’anno che si è concluso ha visto anche l’approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, a conclusione di un iter avviato dal precedente governo che aveva convocato gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale a cui avevano partecipato addetti ai lavori provenienti da diversi mondi. «Gran parte delle indicazioni uscite da quella consultazione – scrive Antigone – sono state disattese, in particolare proprio sulle misure alternative alla detenzione.

Tuttavia su alcuni temi si sono fatti dei piccoli passi avanti, ad esempio con la creazione di un ordinamento penitenziario per i minorenni». Antigone denuncia anche il discorso dello spazio vitale nelle celle. «L’elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso – scrive l’associazione- ma, nei 70 istituti per cui è conclusa, abbiamo rilevato che nel 20% dei casi ci sono celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3mq ciascuno». Continua anche a registrare carenza di personale, soprattutto gli educatori. «Negli istituti visitati – denuncia Antigone – c’è in media un educatore ogni 80 detenuti ed un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti. Ma in alcuni realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente ( Reggio Calabria ‘ Arghillà’) o a 206 detenuti per ogni educatore ( Taranto)».

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 2 gennaio 2019

Carceri Minorili, Per l’Italia 40 anni di ritardo e di silenzi. La Riforma Penitenziaria dorme al Senato


Carcere Minorile TrevisoIl nostro sistema penitenziario, nonostante l’impegno di tanti direttori e associazioni, continua a presentare troppe lacune. Dalle strutture inadeguate ai servizi scolastici insufficienti fino al personale non specializzato. La denuncia del rapporto di Antigone. Quarant’anni di ritardo e di silenzi. È il lontano 1975 quando viene approvata la legge penitenziaria in Italia. E già in quella legge era previsto che fosse approvato uno specifico ordinamento penitenziario minorile, cosa chiesta più volte anche dalla Corte Costituzionale.

Peccato però che l’appello sia rimasto inascoltato. E così “spesso applichiamo a ragazzi e ragazze le stesse regole detentive degli adulti”, commenta Patrizio Gonnella, presidente dell’Osservatorio Antigone, che proprio oggi presenta “Ragazzi fuori”, il terzo rapporto sugli istituti penali per minori. Basti questo: solo grazie ad una sentenza arrivata nel 1994 si è dichiarata l’inapplicabilità della pena dell’ergastolo per i minorenni. Una follia che è rimasta in piedi per quasi vent’anni e che è stata scongiurata solo grazie all’intervento della magistratura, nella negligenza delle istituzioni.

Ci vogliono, dunque, “regole tendenziali e specifiche per i minori”, continua Gonnella, a commento del rapporto di Antigone. Un rapporto in chiaroscuro, dato che a fare da contraltare ai biblici ritardi della politica c’è l’impegno concreto di associazioni e volontari che si fanno carico, giorno dopo giorno, dell’istruzione e dell’inserimento nella società di tanti minorenni o dei “giovani adulti” (i ragazzi fino a 25 anni detenuti nelle carceri minorili). Senza dimenticare le strade alternative ai penitenziari che, specie negli ultimi anni, hanno preso piede, dalle comunità fino alla cosiddetta “messa alla prova”, una valida alternativa non solo al carcere ma anche allo stesso processo, come vedremo.

Meno detenuti non significa più reati. Insomma, a differenza degli “eccessi di incarcerazione che ci sono stati per gli adulti”, il sistema della giustizia minorile ha retto nel tempo, nonostante i ritardi accumulati. E questo proprio perché “per tantissimi ragazzi la risposta finale non è il carcere, grazie alle molteplici formule alternative che nel tempo hanno funzionato”.

Oggi, stando ai dati resi noti dall’Osservatorio, sono infatti solo 449 i ragazzi, dai 14 ai 25 anni, rinchiusi negli istituti penali. Un numero che si è mantenuto stabile negli ultimi 15 anni e che, tenendo a mente la serie storica, è diminuito drasticamente dagli 8.521 del 1940, sceso poi a 2.638 nel 1960 e a 858 nel 1975. Per quanto riguarda gli ingressi totali in un anno, anche in questo caso ci troviamo davanti ad un andamento decrescente, essendo passati dai 1.888 ingressi del 1988 ai 992 del 2014. I minori detenuti, dunque, restano pochi, nonostante siano circa 37 mila i procedimenti davanti al Gip o al Gup nei confronti di minorenni, frutto delle pratiche che si sono via via accumulate – altro vulnus tutto italiano – negli uffici dei tribunali.

Ma dai dati forniti da Antigone emerge anche un altro aspetto molto interessante e che, forse, potrebbe essere da esempio per il sistema carcerario tout-court: non solo la carcerazione non è l’unica risposta, ma spesso non è nemmeno la più saggia. Prendiamo i collocamenti in comunità: tra il 2001 ed il 2014 si è passati da 1.339 ai 1.987 del 2014. E poi c’è la “messa alla prova”, come detto.

“L’istituto – dicono da Antigone – non rappresenta solo un’alternativa al carcere, ma allo stesso processo, che viene sospeso durante la messa alla prova. Se la misura avrà buon esito, alla sua conclusione il reato verrà dichiarato estinto”. Si tratta di un istituto in forte espansione, tanto che si è passati dai 788 provvedimenti del 1992 ai 3.261 del 2014, con un incremento di quasi quattro volte. Ma non è finita qui. Perché la varietà di risposte differenti dalla mera carcerazione ha portato ad un altro risultato molto interessante: “meno detenuti non significa più reati”, commenta l’Osservatorio. Nell’anno appena trascorso, infatti, sono stati solo 23 i reati gravi (omicidi volontari o tentati omicidi), “numeri – dice Gonnella – che dobbiamo ovviamente cercare di limitare ancora, ma che sono molto più bassi rispetto a quelli che si registrano in altri Paesi europei o negli Stati Uniti”.

Ragazzi di serie B. Il ricorso al carcere, dunque, è stato in qualche modo contenuto. Resta, tuttavia, l’altro lato della medaglia: proprio per la serie di risposte alternative alla detenzione, si legge nel dossier, il carcere per i minori “diviene ancor più che per gli adulti il luogo degli esclusi, di coloro che, per le più disparate ragioni, non sono riusciti ad imboccare nessuno dei molti percorsi che avrebbero consentito una alternativa all’istituto penale per minori”.

Veri e propri ragazzi di “serie b” se si considera che, nella maggior parte dei casi e salvo rare eccezioni, parliamo di stranieri, rom e giovani provenienti dalle periferie degradate delle grandi città del Sud: “Il profilo di fatto discriminatorio per alcuni gruppi delle alternative alla detenzione resta dunque ancora molto preoccupante”. E non potrebbe essere altrimenti, dato che i minori sono costretti a vivere in strutture, nonostante l’impegno dei direttori e dell’associazionismo che gravita attorno ai penitenziari, molto carenti e concepite per una detenzione per nulla dissimile da quella per gli adulti. “Va invece costruito un nuovo modello di permanenza – sottolinea ancora Patrizio Gonnella – che poco abbia a che fare con la prigione. Il ragazzo deve poter affermare e percepire di non essere finito in un carcere”.

Il viaggio negli istituti per minori. Partiamo da Catania. Qui la struttura è nata fin dall’inizio per ospitare un carcere. Anche dal punto di vista urbanistico, la troviamo situata vicino alla casa circondariale per adulti. La stessa cosa avviene a Bari. L’istituto penale per minori di Cagliari, addirittura, fu pensato in origine come carcere con sezioni di alta sicurezza per adulti. E mantiene tutt’oggi quell’impostazione, tanto che anche la distanza dal centro abitato non è colmata dal servizio di trasporto pubblico urbano, disincentivando in questo modo i rapporti con il territorio circostante, con le famiglie, con gli amici, con il volontariato. La situazione non è dissimile al Nord. A Treviso, ad esempio, l’istituto è perfino una parte del carcere per adulti.

Ma i problemi non sono solo strutturali. Anche i servizi, in molti casi, sono insufficienti. E così, per dire, gli istituti non offrono ai ragazzi la possibilità di collegamenti alla rete internet. Un deficit non trascurabile oggi, “quando tutto il sistema dell’informazione, del lavoro e più in generale delle relazioni e della conoscenza viaggia on-line”. Ma non basta. Rispetto a quanto accade per gli adulti, dovrebbe essere concepito in maniera differente anche il rapporto con famiglie e persone care. Oggi si prevede, al pari dei detenuti adulti, un massimo di sei ore di colloquio visivo al mese con i propri parenti, un vincolo negativo rispetto agli amici, un massimo di quattro telefonate mensili di dieci minuti l’una.

“Quando si tratta di adolescenti e giovani – scrive Antigone – questi limiti vanno del tutto aboliti, al fine di facilitare la permanenza di rapporti con i nuclei familiari d’origine”. Ma la gravità nel concepire gli istituti penali per minori alla stregua di quelli per adulti, è evidente anche dal ricorso all’isolamento. Infatti, accanto alle decisioni meritorie dei direttori che scelgono di non applicarlo, a Roma, seppur eccezionalmente, vengono usate un paio di celle appositamente destinate all’isolamento, mentre a Catania è previsto che il ragazzo in punizione non segua nemmeno le lezioni scolastiche.

La questione diventa ancora più delicata se pensiamo alla popolazione minore straniera negli istituti. “Per loro – sottolinea ancora Antigone – vanno superati tutti i vincoli previsti dalla legge Bossi-Fini sull’immigrazione in ordine al rinnovo o alla concessione dei permessi di soggiorno”.

Ogni offerta formativa e di recupero sociale, di fronte a una prossima espulsione, perde altrimenti di senso. Vanno liberalizzati i contatti telefonici con parenti all’estero anche se le telefonate sono dirette a cellulari (come avviene meritoriamente a Bari), per non precludere ingiustificatamente contatti con genitori e fratelli che molto spesso non hanno utenze telefoniche fisse (si pensi ai rom non italiani). Ma, soprattutto, bisognerebbe tener conto delle necessità linguistiche, culturali e sociali dei ragazzi non italiani, cosa che oggi non sempre accade. A cominciare dalla presenza di interpreti, traduttori e mediatori culturali, la cui presenza è minima. Lo staff penitenziario, nella maggior parte dei casi, non colma le lacune di comunicazione. E pochi conoscono l’inglese e il francese. Nessuno, com’è ovvio, l’arabo.

Insomma, la presenza di educatori, e più in generale di operatori sociali, è del tutto insufficiente. Paradigmatica la situazione di Catanzaro, dove troviamo 36 agenti e solo 8 educatori che devono occuparsi dei 17 detenuti. Per non parlare delle carenze nell’insegnamento a causa della mancanza di personale specializzato. Basti questo: aldilà di lezioni online rintracciabili sul web, l’ultimo corso specifico attivato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, della durata di un solo mese, risale al 1987. Ed ecco che allora gli insegnanti sono spesso semplicemente volontari. Quando va bene. Perché in alcuni casi non sono affatto previsti corsi di alfabetizzazione linguistica, come nel caso di Roma e Bologna sebbene qui vi siano molti ragazzi stranieri.

Gli esempi da seguire. Non mancano, però, singoli esempi meritori. Come detto, infatti, nel ritardo istituzionale che ha condannato le strutture per minori ad essere concepite come quelle per gli adulti, i singoli istituti si muovono per garantire, nei limiti delle loro disponibilità economiche, condizioni ottimali di apprendimento. A Catania è stato attivato un protocollo d’intesa con una biblioteca comunale che, oltre ad offrire il servizio di prestito libri, organizza un laboratorio di scrittura creativa; a Catanzaro i minori sono stati portati in visita al museo di Reggio Calabria dove sono conservati i Bronzi di Riace; a Palermo è stato attivato un progetto di incontri seriali tra i detenuti e diversi scrittori siciliani.

Tanti sono gli esempi positivi anche per quanto riguarda l’ambito dell’inserimento lavorativo. Risulta, infatti, che “pur tra tante difficoltà, vi sono istituti con una significativa offerta formativa e con la capacità di attrarre finanziamenti da enti locali e da privati, soprattutto quando vi è carenza di fondi istituzionali, con interessanti sperimentazioni di inserimento lavorativo”. E così, accanto alle collaborazioni con associazioni ed enti di formazione, ci sono veri e propri laboratori professionali, per lo più artigianali ma anche alcuni con le strumentazioni professionali di panetteria, pasticceria, cioccolateria che prevedono la vendita dei prodotti all’esterno degli istituti (soprattutto a Torino, Milano e Palermo).

Alcuni istituti, ancora, offrono ai ragazzi un servizio di orientamento con l’apertura di uno sportello permanente (Milano, Torino, Roma, Potenza, Catanzaro). Senza dimenticare le interessanti esperienze di borse lavoro, tirocini, apprendistato, work experience, simulazioni di impresa, ormai una realtà consolidata in istituti come il “Beccaria” di Milano.

L’ultimo atto di coraggio. Ed ecco che, allora, il cerchio si chiude. “Tutto è lasciato all’intraprendenza dei singoli istituti, ma ora è necessario fare un ultimo passo e avere coraggio”, commenta ancora Patrizio Gonnella. L’atto di coraggio che si chiede è quello di onorare un impegno preso 40 anni fa, di modo da far sì che per legge gli istituti penali per minori obbediscano a regole differenti da quelle per il sistema carcerario per adulti.

La palla ora è in mano al Parlamento: è infatti in discussione una proposta di legge delega di riforma del codice penale, di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario. Tra i punti della legge delega, vi è appunto quello relativo alla previsione di nuove norme penitenziarie specifiche per i minorenni e per i giovani adulti. “Il testo della delega su questo tema – commenta Antigone – consentirebbe la costruzione di un nuovo ordinamento penitenziario minorile in sede di esercizio della delega stessa da parte del Governo”. Ma ecco la domanda: a che punto siamo? La proposta di legge, dopo essere stata approvata dalla Camera e trasmessa al Senato, è ferma da settembre. Mai cominciata la discussione né mai iniziato l’esame in commissione. Nella speranza che qualcuno, prima o poi, se ne ricordi.

Carmine Gazzanni

L’Espresso, 9 novembre 2015

Il Sap : “No all’approvazione del reato di tortura” Coro di proteste contro il Sindacato Autonomo della Polizia


polizia-picchia-studentiDomani è la giornata internazionale contro la tortura e, in Italia, ad oltre 26 anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite, il codice penale ancora non prevede questo reato.
Nelle ultime ore il Sap (Sindacato Autonomo di Polizia), vi si è scagliato contro, annunciando che oggi scenderà in piazza distribuendo appositi volantini. La motivazione sta nel fatto che favorirebbe estremisti e violenti, impedendo alle forze dell’ordine di svolgere il proprio lavoro.

“La posizione del Sap è fuori dalla comunità internazionale” dichiarano Patrizio Gonnella (Antigone), Massimo Corti (Acat) e Franco Corleone (coordinatore dei Garanti dei detenuti). “La polizia deve essere un corpo che protegge i diritti umani e non deve aver paura del reato di tortura. Va ricordato che la tortura è considerato dal diritto internazionale un crimine contro l’umanità tanto da essere fra quelli su cui può investigare e giudicare la Corte Penale Internazionale dell’Aia”.

“Affermare che il reato di tortura sarebbe un regalo agli estremisti e ai violenti è inaccettabile. Praticamente tutti i Paesi a democrazia avanzata dell’Europa hanno il reato nel loro Codice. Anche il Vaticano grazie a Papa Francesco ha codificato il crimine di tortura così come chiesto dall’Onu di Ban Ki-Moon”.

“Il Sap – proseguono – parla di reato ideologico, ma di ideologica c’è solo la loro opposizione. La previsione di questo crimine non è un capriccio italiano, né tantomeno di un presunto partito contro le forze dell’ordine, ma arriva direttamente dalle Nazioni Unite che, nel 1984, approvarono la Convenzione contro la tortura. La codificazione del crimine ci consente di dare valore al lavoro straordinario di tutti quei poliziotti che si muovono nel solco della legalità”.
“Va spiegato dunque al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon e al Papa perché sono contrari”.

Tra le varie questioni su cui il sindacato di polizia si scaglia c’è anche la dicitura “torture psichiche”, anch’esse previste nella Convenzione internazionale. Anche qui, con una posizione per nulla ancorata alla realtà, il Sap paragona questo genere di torture all’alzare la voce durante un interrogatorio, avvertendo con durezza l’indiziato sui rischi che corre. Le torture psichiche sono un dramma nella vita delle persone così come ci raccontano le organizzazioni internazionali: finte esecuzioni, la privazione costante e per giorni del sonno, l’obbligo di radersi per i prigionieri di fede musulmana, minacce di stupro, isolamento prolungato, deprivazione sensoriale. Alcune di queste furono inflitte a due detenuti del carcere di Asti, quando un giudice – nella sentenza di condanna di alcuni poliziotti penitenziari – scrisse che di torture si trattava, ma che i responsabili non potevano ricevere pene proporzionali alla gravità del fatto commesso per l’assenza dello specifico reato.

“È responsabilità anche del governo rispondere a questi muri che si costruiscono e obiezioni fittizie che vengono sollevate. Approvare la legge oggi è un obbligo per il nostro paese e, se qualcosa di ideologico c’è nel volere il crimine di tortura – dichiarano infine Patrizio Gonnella, Massimo Corti e Franco Corleone –, è il volersi ancorare alle democrazie avanzate europee e mondiali”.

Per domani Antigone ha organizzato una mobilitazione via twitter, invitando chi utilizza questo social network a scrivere questo tweet:
#‎GiornataMondialeControLaTortura‬ In Italia la tortura esiste e si pratica. @matteorenzi vogliamo ‪#‎SubitoLaLegge

Giustizia: Gonnella (Antigone) a Mattarella “rimetta in piedi l’istituto della Grazia”


Carcere - Sentinella PenitenziariaA lanciare l’appello al neoeletto presidente della Repubblica è Patrizio Gonnella. “Nei prossimi giorni la chiederemo per un detenuto pakistano, condannato a 9 anni e 4 mesi per droga dopo un processo di 19 anni durante i quali si è comportato in modo irreprensibile”.

“Il presidente Mattarella rimetta in piedi l’istituto della grazia, negli ultimi tempi un po’ dimenticato. Nei prossimi giorni la chiederemo per un detenuto pakistano, condannato a 9 anni e 4 mesi per droga dopo un processo di 19 anni durante i quali si è comportato in modo irreprensibile”. A lanciare l’appello e probabilmente la prima richiesta di grazia al neoeletto presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel giorno del suo insediamento al Quirinale è Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che oggi ha presentato un libro dal titolo “Detenuti stranieri in Italia. Norme, numeri e diritti”.

Al nuovo presidente, Gonnella chiede “un’attenzione alla questione della giustizia e del carcere che non sia l’attenzione che alcuni interlocutori gli chiedono di fare il vigile contro Berlusconi – ha aggiunto. A noi di Berlusconi non ce ne frega nulla. Deve essere il guardiano della Costituzione e automaticamente metterà al centro gli articoli 13 e 27 che vietano le violenze e che indicano quale deve essere la funzione della pena. Speriamo che dia un messaggio alle Camere e orienti l’opinione pubblica e le forze politiche intorno ad un’idea che ci riporti a Beccaria, cioè che il diritto penale è stato pensato non per vessare, ma per limitare il potere di chi aveva il potere di punire”.

Al nuovo presidente della Repubblica, però, l’associazione Antigone chiede subito un intervento urgente. Una grazia per un detenuto pakistano di 57 anni, oggi nel carcere di Rebibbia a Roma. “Stiamo costruendo la domanda di grazia per Iqbal Muhammad – ha detto Gonnella -. È un detenuto pakistano arrestato nel 1994 per traffico di droga. Si è fatto 11 mesi di custodia cautelare, 4 mesi di arresti domiciliari, dopo di che nei successivi 19 anni è tornato libero, ha lavorato, ha cresciuto una famiglia, oggi ha una figlia di 26 anni, ha fatto il volontario nelle parrocchie. Si è comportato come si deve comportare un cittadino ordinario”.

Nel frattempo il processo è andato avanti e qualche mese fa è arrivata la sentenza di condanna: 9 anni e 4 mesi per droga. “Negli ultimi 19 anni si è comportato in modo irreprensibile – ha aggiunto Gonnella. Questa non è giustizia, ma vendetta e pena senza senso. Per questo chiederemo insieme a lui la grazia. Speriamo che questo capo dello Stato rimetta in piedi l’istituto della grazia, perché la grazia è stata un po’ dimenticate negli ultimi anni. Sono state usate un po’ come se fosse una grazia politica, invece noi vorremmo che ritornasse ad avere quel suo ruolo che è quello di mettere una toppa dove la giustizia non ha funzionato”.

Giovanni Augello

Redattore Sociale, 4 febbraio 2015

Carceri, i diritti violati e le iniquità di quel 32% di detenuti stranieri


carceri detenuti stranieriROMA – Per la prima volta si può osservare con chiarezza uno di quei luoghi dove in Italia emerge la contraddizione tra giustizia e diritto. Dove l’assenza di capacità organizzativa da parte dello Stato rischia di creare dei vuoti di diritto che mettono a repentaglio prerogative inviolabili di migliaia di persone. L’Associazione Antigone, grazie al lavoro di Patrizio Gonnella, il suo presidente, illumina la situazione dei detenuti immigrati nel nostro Paese. Dati, cifre, analisi delle norme vigenti. E alcune proposte che potrebbero rendere l’Italia un paese all’altezza della tradizione della sua giurisprudenza.

Partiamo con i dati. Al 31 luglio del 2014 i detenuti immigrati sono passati a 17.423 unità, il 32% del totale della popolazione carceraria. E il rilevamento di un miglioramento statistico – in pochi anni la percentuale è diminuita di cinque punti – non può cancellare l’analisi. “Ciò è avvenuto più per caso che non per una strategia penale diretta a redistribuire il peso delle iniquità sociali. Di fronte al grave problema del sovraffollamento non si poteva che intervenire nei confronti di quelle categorie di persone detenute che nel tempo, loro malgrado, hanno contribuito a determinarlo”, scrive Gonnella in “Detenuti stranieri in Italia”, il libro pubblicato dalle Edizioni Scientifiche italiane frutto di una ricerca che Antigone ha svolto insieme alla Open Society Foundations. Testo che sarà presentato oggi a Roma e che Repubblica. it ha potuto leggere in anteprima.

Un territorio instabile. E si tratta di un viaggio all’interno di un territorio giuridico paradossalmente instabile. Perché il “caso” non può essere contemplato quando si tratta di diritti. Gonnella è molto chiaro. “Quando ci si affida il caso e non a una strategia il rischio è che in breve tempo si torni al passato. Così da ottobre 2014 si sentono le sirene di nuove campagne contro gli immigrati che potrebbero portare a un aumento generale della popolazione reclusa”. E a fronte di questo pericolo, l’unica soluzione è una “rivoluzione organizzativa che tenga conto di come sia cambiata l’utenza penitenziaria e ridisegni il tutto alla luce della presenza non minoritaria dello straniero in carcere”.

Il rischio della recidiva. Il punto è prevedere che lo staff penitenziario sia all’altezza delle sfide poste dall’accoglienza degli stranieri. Che va fatta anche in carcere. Ancora Gonnella: “L’enunciazione di principi anti- discriminatori, per essere effettiva, richiederebbe ulteriori modifiche legislative, organizzative e operative. Ogni carcere deve avere un numero sufficiente di mediatori culturali e interpreti pagati dallo Stato e inseriti a pieno titolo nella vita penitenziaria”. Tutto per rendere il sistema non punitivo ma indirizzato sulla strada del reinserimento sociale anche dello straniero che delinque. Che se viene lasciato solo a se stesso in carcere, rischi di ritornare a commettere gli stessi reati per cui è stato già condannato.

Dopo l’analisi, le proposte. Che Antigone articola in trentatré punti che potrebbero andare a comporre uno Statuto dei diritti dei detenuti stranieri in Italia. Quasi un suggerimento alla politica. Si parte dalla “cancellazione dell’espulsione come misura di sicurezza fino all’inserimento nel sistema procedurale italiano del principio del favor rei, secondo il quale “nessuno deve ? essere soggetto in Italia a una sanzione o una misura alternativa più afflittiva rispetto a quella ? del Paese di provenienza”. ? Poi la recezione della Raccomandazione del 2012 del Consiglio d’Europa sui detenuti stranieri.

Per farli sentire meno soli. Poi il lavoro “culturale” da organizzare negli istituti di pena. Dai corsi in cui si portano a reciproca conoscenza le diverse “culture nazionali” fino alle norme che esplicitino come “in materia di vestiario ed igiene vanno rispettate le identità culturali e religiose” e che facciano che all’interno del carcere sia possibile acquistare “cibi etnici”. Poi la liberalizzazione della corrispondenza telefonica e l’uso di internet: dalla comunicazione via skype fino alla possibilità di inviare mail ai parenti lontani. Poi le biblioteche, lo sport, l’accelerazione nelle pratiche per la concessione del visto. Per uno Stato che faccia sentire meno soli i migranti che ospita anche nelle proprie strutture carcerarie.

Carmine Saviano

http://www.repubblica.it – 02 Febbraio 2015

Lucera, la denuncia di Giuseppe “picchiato dagli agenti… così ho combattuto per vivere”


Carcere - detenuto corridoioI fatti risalgono al 12 gennaio del 2011, nel carcere di Lucera. Dopo un alterco con un agente, fu pestato senza pietà. Delle foto testimoniano i colpi subiti.

Denudato in cella di isolamento, in gergo “cella liscia”. Torturato fino allo svenimento da una squadra di agenti penitenziari per punirlo a causa di un’offesa verbale nei confronti dell’agente preposto. E poi trascinato per i piedi, nudo e ancora sporco di sangue, in un’altra cella di isolamento con dentro soltanto un materasso sudicio.

Accadeva il 12 gennaio del 2011, in pieno inverno. E la tragica storia di Giuseppe Rotundo, all’epoca dei fatti detenuto nel carcere di Lucera, nel foggiano. Il processo per ristabilire verità e giustizia, è ancora in corso. Il suo caso è unico nel suo genere perché, di solito, i corpi dei detenuti pieni di lividi ed ematomi vengono fotografati solo da morti. Giuseppe Rotundo invece è sopravvissuto alla tortura e ha potuto denunciare l’accaduto.

Giuseppe, nella Casa circondariale di Lucera era in attesa di giudizio o aveva una condanna definitiva?

Avevo una condanna definitiva. Un anno e dieci mesi per detenzione di dieci grammi di cocaina.

Qual era il clima in carcere?

Fin dall’inizio mi resi subito conto in quale clima autoritario mi trovassi. Già dal primo colloquio con la mia famiglia capii che la convivenza con gli agenti penitenziari non sarebbe stata facile. La mia famiglia, soprattutto mia figlia, andò via dal carcere sconvolta dall’arroganza e dalla prepotenza degli agenti.

Perché? Cosa accadde?

Durante il colloquio mia figlia fu rimproverata dall’agente perché voleva abbracciarmi. Io a quel punto ebbi un alterco con lui e il colloquio mi fu sospeso. Ero in regime normale, mica al 41bis dove è vietato qualsiasi contatto fisico con i famigliari. Non mi capivo perché me lo vietassero. Ma l’episodio che fece scattare il massacro fu un altro.

Quale?

Era il giorno in cui noi detenuti potevamo fare la telefonata ai nostri famigliari. Ero in sosta con altri detenuti sulla rampa di scale che conduce al corridoio dove si trovava la cabina telefonica. Considerando l’alto numero dei detenuti, l’attesa si prolungava e allora decisi di salire in sezione perché un mio compagno di cella aveva pronto il caffè. Il regolamento lo vieta, ma lo facevano tutti e a nessuno era mai stato contestato. Invece a me quel pomeriggio mi fu contestata l’infrazione del regolamento con toni violenti. L’agente mi intimò di posare il caffè, a quel punto preso dalla rabbia e lo insultai verbalmente. Ovviamente sapevo che avrei ricevuto una sanzione disciplinare, ma non mi sarei mai immaginato quello che mi è accaduto.

Cosa?

Appena conclusa la telefonata, stavo per raggiungere la mia sezione. Ma un agente mi bloccò e mi disse di seguirlo in ufficio per la contestazione del rapporto disciplinare. Entrai nell’ufficio e fui subito aggredito verbalmente dall’agente che avevo insultato. Chiesi scusa e gli dissi che aveva ragione e che quanto detto da me, non era un mio abituale comportamento. Non accettò le scuse e mi minacciò dì farmela pagare. Non capivo, io ero responsabile delle mie azioni e pronto ad accettare la sanzione disciplinare che ne scaturiva. Fui invitato a raggiungere l’ufficio di comando, ma prima dovetti passare in cella di isolamento per l’ispezione. Una volta entrato lì, compresi la loro intenzione.

Ovvero?

All’interno della cella era presente un gruppo consistente di agenti penitenziari con i guanti di lattice. Io li invitai alla calma, mi denudai spontaneamente per farmi perquisire. Ma una volta nudo fui colpito violentemente con un pugno alla nuca. A quel punto reagii di istinto e detti un pugno in viso all’agente che commise quel gesto, A quel punto fu il buio totale; ricevetti dagli agenti calci e pugni in tutto il corpo con una. violenza inaudita. Tanto da perdere quasi la coscienza e accovacciarmi per terra. Solo a quel punto smisero di picchiarmi.

Ha subito ricevuto un soccorso medico?

Assolutamente no. Mi presero per i piedi e mi trascinarono fin dentro la cella affianco e chiusero il blindato. Era una cella di isolamento, vuota e con un materasso lurido. Ero nudo e sporco di sangue. Rimasi la dentro in quelle condizioni per tutta la notte. Pensai alla mia famiglia, a mia figlia. Lottavo contro la morte perché non desideravo che venissero a trovarmi quando orami ero dentro una bara. La mattina seguente aprirono la cella perché in programma avevo un colloquio con la psicologa. Mi dettero degli indumenti, mi vestii da solo con fatica e poi, sorreggendomi in due, mi portarono fino all’ufficio della dottoressa.

C’erano le dottoresse Natali e Vinciguerra, due psicologhe esterne del Ser.T.. La dottoressa Natali, alla vista delle mie condizioni, scoppiò a piangere: il giorno prima del massacro mi aveva visto in condizioni normali perché avevamo fatto un colloquio costruttivo di mezzora. Immediatamente gli agenti, vedendo che la Natali stava piangendo, sospesero il colloquio e mi condussero nuovamente in cella di isolamento.

Fino a quanto tempo ci rimase?

Se non fosse stato per l’interessamento della dottoressa Natali, forse sarei rimasto lì dentro per tantissimo tempo. La dottoressa, seppi dopo, subito si attivò chiamando la mia avvocata Elvia Beimonte. Ma non solo. Chiamò subito il comandante e lo minacciò di denunciarla per istigazione al suicidio se non avesse dato l’ordine di farmi uscire dall’isolamento e predisporre cure mediche, compresa la tac.

Il comandante accolse la richiesta?

Sì. Mi fece visitare e mi spostò in una sezione dove c’era una cella più confortevole con materasso. Soprattutto con il termosifone, considerando che stavamo in pieno inverno. Ebbi finalmente modo di riposare e avere contezza di quello che mi era accaduto. Gonfio come un pallone, completamente irriconoscibile. Un agente mi disse che il loro collega, da me colpito con il pugno, era finito in ospedale. Io, completamente all’oscuro della coraggiosa iniziativa della Natali, decisi di scrivere una lettera alla mia avvocata. Scrissi tutta la mia storia, soprattutto per il timore di passare per un aggressore, anziché per l’aggredito. Inoltre ebbi la lucidità di spedire la lettera tramite un compagno di sezione, poiché avevo il timore che, a mio nome, non sarebbe partita mai. Nel frattempo gli agenti mi denunciarono all’autorità giudiziaria.

Quindi inizialmente il processo era esclusivamente a suo carico?

Inizialmente sì. Poi il Pm De Luca, dopo la mia denuncia, ha ritenuto che ci fossero gli elementi necessari per un altro procedimento penale nei confronti degli agenti. Quindi i due procedimenti sono stati unificati. Il processo quindi è in corso e la prossima udienza ci sarà il due dicembre prossimo. Ma per concludere l’intervista mi faccia fare dei doverosi ringraziamenti.

Prego…

Innanzitutto ringrazio la dottoressa Natali per il suo coraggio. Senza di lei non so che fine avrei fatto. Ringrazio anche l’aiuto immenso di Antigone tramite Patrizio Gonnella e gli avvocati Simona Filippi e Alessandro De Federicis per essersi costituiti parte civile nel processo. Per concludere volevo dire che non provo odio nei confronti degli agenti. Ma tanta pena, rabbia e dolore.

Damiano Aliprandi

Il Garantista, 12 settembre 2014

Gonnella (Antigone) : Come nuovo Capo dell’Amministrazione Penitenziaria servirebbe un “Brubaker”


Carceri1Pare che 29 agosto il Governo nominerà il nuovo capo dell’amministrazione penitenziaria. Ci piacerebbe che abbia il coraggio di non essere solo un funzionario pubblico come Robert Redford nel famoso film.

Pare che 29 agosto il Governo nominerà il nuovo capo dell’amministrazione penitenziaria nota ai più come Dap. Non è una nomina di secondo piano. Nelle sue mani vi è il destino di circa 500 mila persone, tra detenuti, poliziotti, operatori vari e i loro familiari.

Dalla sua capacità, dalla sua autorevolezza morale e dalle sue idee dipenderà il modello di pena riservato ai 54 mila detenuti ristretti nelle nostre prigioni e alle decine di migliaia di persone attualmente in esecuzione penale esterna. Il capo Dap è trattato, finanche ai fini previdenziali, alla pari del capo della Polizia.

Si usa la parola capo non a caso. Non è un dirigente come tutti gli altri. È uno dei vertici del sistema pubblico italiano. Si capisce come il ruolo attragga molti. Da tre mesi, ovvero da quando a fine maggio l’Italia si è presentata davanti al comitato del Consiglio d’Europa che controlla l’esecuzione delle sentenze dalla Corte Europea dei diritti Umani per rendere conto di quanto fatto dopo essere stata condannata per la situazione delle proprie carceri, il seggio è vacante.

L’attenzione pubblica intorno al tema penitenziario, un tema di difficile digestione da parte dei media e delle forze politiche, è stata crescente tra il 2011 e il 2014. I messaggi di Giorgio Napolitano e gli scioperi della fame e della sete di Marco Pannella, a cui va un saluto riconoscente, sono stati importanti. Da qualche mese l’attenzione è scemata. Di carcere si parla poco, molto poco. Qualche giorno fa una deputata del Partito democratico (On. Enza Bruno Bossio n.d.r.) ha denunciato nefandezze, umiliazioni e prevaricazioni da lei viste nel carcere di Rossano in Calabria.

Quel racconto di persone costrette a vivere in isolamento tra i loro escrementi avrebbe meritato ben diversa esposizione mediatica. Dalla periferia penitenziaria italica arrivano segnali non proprio rassicuranti. Pratiche poco rispettose dei diritti umani trovano terreno fertile là dove non c’è una direzione forte e ostinata in senso contrario, ovvero nel senso della costruzione di una pena pienamente rispettosa della dignità umana.

L’Italia sarà ancora un anno sotto la supervisione degli organismi giurisdizionali europei. Un anno nel quale, in fretta, bisognerà definitivamente cestinare antiche e consolidate prassi custodiali fortemente lesive dei diritti fondamentali della persona detenuta. Nei mesi precedenti alla decisione del Consiglio d’Europa lo si è iniziato a fare (si pensi alla decisione di superare la pratica medievale di lasciare i detenuti chiusi nelle celle fino a 20-22 ore al giorno) e si è anche avviato un percorso di trasparenza nei dati.

Un ruolo decisivo lo ha avuto il nostro Mauro Palma nella sua doppia funzione di presidente del Consiglio europeo per la cooperazione nell’esecuzione penale e di consigliere del Ministro della Giustizia. È indubbio che senza il suo contributo l’Italia avrebbe subito ben altra sorte a Strasburgo. Sarebbero probabilmente piovute condanne per il passato e si sarebbe consolidata sfiducia per il futuro.

Come detto, tra qualche giorno dopo mesi di vacatio saranno nominati i vertici del Dap. Il primo messaggio che vorremmo arrivasse dal nuovo futuro capo dell’amministrazione penitenziaria deve essere quello diretto a bandire del tutto la violenza fisica e psichica dalla vita reclusa. Va ridisegnato in altri termini il rapporto tra custodi e custoditi, oggi non sempre all’insegna della legalità. Chi ha costruito o avallato il modello Rossano deve subirne le conseguenze. Chi viceversa ha creduto in un modello legale e umanocentrico deve essere pubblicamente sostenuto.

Robert Redford in Brubaker, film di Stuart Rosenberg del lontano 1980, racconta una storia realmente accaduta negli anni sessanta del secolo scorso in Arkansas. Il criminologo Thomas Murton per riformare il sistema carcerario dello Stato si finse detenuto. Così scoprì una quotidianità fatta di violenze, vessazioni, soprusi e spie. Pochi mesi fa il nuovo capo delle carceri del Colorado, Rick Raemisch, si è fatto rinchiudere per quasi un giorno intero in una cella di isolamento per poi raccontare al mondo la crudele disumanità del trattamento subito.

Ci piacerebbe che il prossimo capo Dap abbia il coraggio di non essere solo un funzionario pubblico. Vorremmo che sappia di cosa si parla quando si usano termini come sbobba, superiore, domandina, camosci e girachiavi in modo da non iniziare da zero una scalata di conoscenze. Vorremmo un capo Dap che parli la lingua della legalità, della dignità e della nonviolenza. Il trattamento dei detenuti di mafia o sottoposti al regime di cui all’articolo 41-bis – circa 700 rispetto ai 54 mila totali – non è una scusa per nominare un giudice, e ancor più un pm, ai vertici dell’amministrazione.

Siamo arrivati alle condanne europee a causa di un sistema che ha fallito nei suoi obiettivi costituzionali. Una responsabilità che è anche esito di un modello gestionale nel quale le correnti della magistratura hanno trattato la questione penitenziaria come un posto di potere piuttosto che un problema da risolvere. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha finora usato un linguaggio fortunatamente distante da quello intollerante e violento di alcuni suoi predecessori. Ha usato parole chiare per spiegare quale debba essere il senso della pena in una società democratica. Ci auguriamo che si sia preso questi mesi di tempo, lasciando il sistema penitenziario privo di testa, per fronteggiare le pressioni di chi pretendeva ruoli di vertice al Dap in continuità con il passato. Se così non fosse sarebbe l’ennesima occasione persa.

Patrizio Gonnella (Presidente dell’Associazione Antigone)

Il Manifesto, 21 agosto 2014