Sant’Angelo dei Lombardi (Av): il Direttore “in Carcere molti buoni, i cattivi veri fuori”


CC Sant'Angelo dei LombardiIntervista a Massimiliano Forgione, Direttore della Casa Circondariale di Sant’Angelo dei Lombardi (Av): “chi lavora può essere reinserito”. In questo brutto tempo c’è un’altra generazione di “cattivi” da tenere a bada, una tribù interna a ogni società.

Massimiliano Forgione dirige la casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi (Av), un carcere modello per via di una strategia che fonda sul lavoro la responsabilità del detenuto e la sua rieducazione.

Lei, direttore, quanti minuti ci impiega per capire se l’ospite è un cattivo vero o un povero cristo?

“Basta davvero poco. Non solo perché ogni ospite è accompagnato dal fascicolo giudiziario, la sua biografia. Il suo comportamento e la sua pericolosità si misurano nel giro di poche ore”.

Componga un catalogo dei cattivi.

“Quelli di primo livello, il più basso, sono coloro che alla vista di una cella danno in escandescenze. La vita da reclusi è sottoposta a delle regole, e non potrebbe essere diversamente. Loro sistematicamente le rifiutano. Non vogliono rifarsi il letto, rifiutano di tornare in cella, provocano liti o solo fanno baccano, disturbano i coinquilini. Sono boriosi, vivono nel mito del guappo. Ma non sono pericolosi”.

Il cattivo cattivo, invece?

“È quello che adotta un comportamento formalmente ineccepibile ma instaura una scala gerarchica immediatamente visibile. Ha chi gli sistema il letto, chi gli cura il guardaroba, chi seleziona per lui il meglio della cena. È un capo, e lo si vede dalla biancheria che indossa, dal boxer di seta, dai pacchi alimentari che custodiscono profumi di pregio, maglioni di cachemire”.

Il cattivo si presenta al carcere nella sua veste di dominante.

“Un giorno ero a Spoleto, visitai la cella di Pippo Calò che mi disse: in Italia ci sono solo due Pippo. Io e Pippo Baudo. Si sentiva un re, e lo dava a vedere. Se parliamo di un dirigente intermedio della catena criminale, egli rifiuterà di fare i lavori più umili (spazzare per esempio) e attenderà che gli venga affidato un incarico all’altezza della sua fama. Lo spesino, per esempio. Lo spesino è colui che raccoglie le richieste dei singoli detenuti di un sopravvitto. Ciascuno può avanzare richieste particolari su cibi e vestiario, naturalmente paga lui”.

E i soldi chi glieli dà?

“Escludendo chi è ricco di suo, ricordo che i detenuti hanno la possibilità di lavorare. Produciamo un ottimo vino, facciamo miele, abbiamo una tipografia, una carrozzeria, una stireria”.

Quanto ricava dal suo lavoro?

“Circa 700 euro mensili al netto di trattenute che l’amministrazione fa per il costo del vitto (3 euro al giorno) e del l’accantonamento di un quinto del salario (circa 120 euro al mese) come fondo di reinserimento. Alla sua liberazione si troverà un gruzzoletto per fare fronte alle prime necessità”.

Il carcere che descrive sembra un soggiorno civile. Ma le carceri sono spesso luoghi in cui la ferocia si manifesta quotidianamente.

“Parlo del mio carcere, che ha dimensioni contenute e non ospita detenuti condannati per delitti di particolare pericolosità. Certo che la vita da noi è diversa da quella di Poggioreale o di San Vittore. Sappia però che negli ultimi anni la popolazione carceraria è diminuita di quasi 20 mila unità, finalmente stiamo andando verso un rapporto equilibrato tra il numero dei reclusi e i metri quadrati a loro disposizione”.

Negli ultimi anni i cattivi sono divenuti più buoni?

“La legislazione è cambiata. Chi entrava ora non mette piede”.

Cattivo a piede libero.

“Molti di quelli che soggiornavano nelle carceri erano persone disperate, ai margini della società. Non pericolosi gangster ma delinquenti di piccolo calibro”.

E i buoni? Anche i buoni frequentano le carceri?

“Anche loro. È gente che non sa far di conto con la sua vita, che dimentica di impugnare una sentenza, che per disgrazia o povertà ha un avvocato approssimativo. È gente superficiale o solo piegata dalla crisi economica”.

I figli della crisi.

“Mi sono ritrovato nella sala accettazioni un piccolo imprenditore che è finito dentro per il mancato versamento dei contributi previdenziali ai suoi dipendenti, pensi un po’. Per far fronte alla crisi per anni ha scelto di pagare il netto. È stato denunciato. E lui quasi non se ne è accorto. Ha lasciato che la condanna in primo grado, modesta nell’entità (otto mesi di reclusione), venisse confermata in appello. Non ha richiesto la misura alternativa al carcere dimenticando che aveva già usufruito della sospensione condizionale della pena intervenuta anni prima per altri reati di poco conto. Così una mattina i carabinieri hanno bussato alla porta e lo hanno portato qui. Ero disperato io per lui”.

La colpa di essere un debole.

“Abbiamo cercato di fargli trascorrere quel tempo, per fortuna pochi mesi, nel modo più accettabile”.

Il carcere redime?

“Se le dicessi sì sarei un bugiardo. Troppi ritornano. Ma anche se le opponessi un no farei un danno alla verità. C’è chi capisce”.

Il cattivo capisce?

“A volte anche il cattivo capisce che gli conviene essere buono”.

Antonello Caporale

Il Fatto Quotidiano, 21 novembre 2015

Palermo, Apprendi (Antigone) visita il Carcere Pagliarelli. Nell’isolamento condizioni degradanti per i detenuti


carcere-Pagliarelli-di-Palermo.Lunedì scorso Pino Apprendi, rappresentante di Antigone, si è recato al carcere Pagliarelli di Palermo dopo aver raccolto strane voci sulle condizioni di alcuni detenuti che, per motivi precauzionali (tendenze al suicidio) sarebbero stati tenuti nudi, in isolamento e senza coperte.

“Ho visitato il reparto di isolamento – dice Pino Apprendi – dove vi erano 4 celle occupate da 4 persone; due di queste non avevano in dotazione alcuna coperta. Avendo fatto notare ciò alla direttrice, la stessa mi riferiva che la coperta sarebbe stata data dietro richiesta. Visitando il reparto degenza della psichiatria – continua Pino Apprendi – ho notato che un ragazzo tossicodipendente viveva in una cella priva di letto, tavolo e sgabello; a terra vi era un pezzo di gommapiuma che faceva da materasso, una coperta e due piatti di pasta.

Il ragazzo rivolgendosi a me ed alla direttrice chiedeva delle condizioni migliori, di essere trasferito nella stanzetta accanto dove c’era, a suo dire la televisione, ed infine chiedeva il metadone. In seguito ho incontrato il medico che mi ha spiegato che a norma di regolamento ancora non poteva somministrare il metadone. In un’altra cella adiacente un altro giovanissimo mi riferiva che da tre giorni aveva perdite di sangue interno ed aveva ricevuto solo cure da infermieri; quando ho riferito al medico del carcere, lo stesso ha minimizzato l’accaduto. Devo dire – conclude Apprendi – che vedere il giovane tossicodipendente in quelle condizioni non mi ha fatto pensare ad un posto dove il recupero della persona umana debba essere messo al primo posto”.

Napoli: la maledizione del Carcere di Poggioreale “qui dentro si picchia ancora”


Carcere Poggioreale NapoliCerto non lo si può consigliare nelle guide turistiche. Eppure un giro nei pressi del carcere di Poggioreale può aiutare a conoscere Napoli almeno quanto una passeggiata in via Caracciolo. Bisogna fermarsi lì, davanti al bar “L’angolo della libertà”, un nome che dice tutto. Ci sono i familiari dei reclusi, una comunità solidale come poche. Non noterai i segni del dolore, la rabbia della privazione, ma una consuetudine che è fatalismo e spirito di adattamento.

Possibile che ci si rassegni anche ai pestaggi? Forse sì. Poggioreale è stata al centro di vicende gravissime negli anni scorsi, che nel 2014 hanno portato alla sostituzione di tutti i vertici: via la direttrice, il comandante della polizia penitenziaria, il direttore sanitario e il responsabile del Pedagogico. Ci si aspetterebbe anche un rinnovamento nella gestione dei reclusi. Ma le testimonianze raccolte lì, davanti all’ingresso di via Nuova Poggioreale riservato ai familiari, fanno temere che qualche scoria sia difficile da espellere.

Nella rassegnazione devi metterci anche la sentenza frettolosa di un signore sulla cinquantina, padre di un detenuto e a sua volta con un passato da recluso a Poggioreale. “Se hanno ricominciato a malmenarli? E perché ricominciato? Sono vent’anni che va avanti così”. S’infila nel cancello, non dice altro, rende l’idea di una terribile normalità. Informazioni più chiare le fornisce un uomo appena uscito dal penitenziario: “Sì, le guardie picchiano. Dipende anche dai padiglioni, ma certo ce ne sono alcuni dove le mani addosso alla gente le ho viste mettere”. Cosa succede esattamente? “Sono i sistemi che si usano soprattutto con i nuovi arrivati. Che vi devo dire, se si fa una fila e uno non sta perfettamente allineato, come sotto le armi, come minimo ti arriva uno scazzettone”. Uno schiaffo sulla nuca. “A chi è appena entrato in carcere danno una specie di benvenuto. Tu non sai che dentro devi rispettare regole di ferro come al militare: diciamo che te le fanno capire loro”.

Naturalmente non ci viene chiesto di sollevare un caso: fa tutto parte di una prassi ormai radicata. Continua l’ex recluso: “I padiglioni dove questo accade più spesso sono il Napoli e il Milano. Altri sono più tranquilli”. Altri come il Firenze, sostiene un signore sulla cinquantina che ha un fratello dentro e ha appena accompagnato la cognata: “Finora non ci ha raccontato niente di strano”. In effetti i padiglioni Firenze e Italia rappresentano un’eccezione positiva: sono gli unici in cui le celle restano aperte 8 ore al giorno.

Sul resto i numeri parlano chiaro. In giro ci sarà pure una tendenza alla decompressione, qui a Napoli est non sanno che significa: secondo i dati del Dap al 31 agosto si contavano 1.931 detenuti, 287 in più rispetto ai 1.644 posti della capienza “teorica”. Ma in pratica le cose vanno ancora peggio: c’è un’intera ala in ristrutturazione, il padiglione Genova. Fanno 111 posti in meno, come ricorda l’ultimo rapporto di Antigone. Vuol dire che i reclusi in sovrannumero raggiungono l’astronomica quota 400. E che Poggioreale è un carcere sovraffollato per oltre il 25 per cento.

In queste condizioni lavorare è difficilissimo anche per le guardie carcerarie. Una di loro descrive così la situazione: “I nuovi simil-camorristi sono ragazzetti di 18-20 anni. Gli ultimi morti a Napoli lo dimostrano. Il più delle volte hanno il cervello bruciato dalle droghe sintetiche, li guardi e ti chiedi com’è possibile definirli boss. Io non ho mai alzato le mani, non mi risulta alcun episodio, ma se a qualche collega fosse scappato uno schiaffo deve essere stato perché quando parli non ti capiscono nemmeno”.

Davanti all’ingresso dei familiari molti negano. Niente botte, dicono, mai arrivato un lamento, almeno su questo. Un padre si affanna verso l’entrata: “Mio figlio sta dall’altro ieri, ancora non ci ho parlato, non posso rispondere. Ma ‘e guagliune tenene ‘e cape ‘e merd”. Napoli è anche rassegnazione a una devianza giovanile più disperata che criminale. Eppure il dubbio resta: i tempi della “cella zero” – la gabbia liscia dove, come raccontò il pentito Fiore D’Avino, “ti picchiavano con le mazze coperte dagli asciugamani per non lasciarti i segni” – sono definitivamente andati o è rimasta una traccia? Su Poggioreale pesa una lontana maledizione: l’assassinio di Giuseppe Salvia, il vicedirettore che Raffaele Cutolo fece trucidare in Tangenziale nell’81. Due anni fa il penitenziario è stato intitolato proprio a Salvia. Con quell’atto ci si illuse di aver fermato la scia di repressione e rivolte seguita proprio alla bestiale vendetta di ‘o prufessore. Fu un’illusione appunto. E i fatti che nel 2014 hanno portato al trasferimento dell’ex direttrice Teresa Abate lo dimostrano. Ora qualcosa sembra cambiato davvero. Ma a Poggioreale c’è un virus sottile che nemmeno la gestione più rigorosa potrà mai allontanare del tutto.

Errico Novi

Il Garantista, 25 ottobre 2015

Palermo: detenuta tunisina di 58 anni si impicca in cella, era in carcere da poche ore


carcere-Pagliarelli-di-Palermo.Si è impiccata con un lenzuolo dopo appena mezz’ora dal suo ingresso nel carcere Pagliarelli, nella sezione delle donne. Quello di Wahida Ben Khafallah, tunisina, detenuta per pochi minuti nel penitenziario palermitano è il secondo caso di suicidio nelle ultime due settimane nelle carceri siciliane, il trentaduesimo in Italia dall’inizio dell’anno. Il 26 agosto a togliersi la vita era stato un giovane italiano di 30 anni, anche lui impiccato ma nel carcere di Gela. Gli restavano meno di due anni di pena per detenzione di droga e ricettazione.

Anche Wahida Ben Khafallah, che aveva 58 anni, doveva scontare una condanna definitiva per droga. Era conosciuta dalle forze dell’ordine per i diversi episodi di spaccio nei quali era stata coinvolta nel centro storico della città. Dal momento in cui è stato scoperto il suo cadavere all’interno della cella in cui si trovava da sola, cinque giorni fa, nessuno ha reclamato il corpo. Ieri è stata eseguita l’autopsia, disposta dal pm Gaetano Guardì, la donna resterà in deposito e poi, con molta probabilità, verrà cremata.

Venerdì sera, quando è arrivata a Pagliarelli, Wahida Ben Khafallah ha solo detto di essere vedova. Ha passato le visite mediche e poi è stata ricevuta all’ufficio immatricolazione. Alle tre è scattata l’emergenza. “Era in una cella da sola – spiega il direttore del Pagliarelli, Francesca Vazzana – perché ancora stavamo decidendo la sistemazione più adeguata per lei”.

I poliziotti penitenziari si sono accorti quasi subito di quello che era accaduto nella cella dovesi trovava la detenuta tunisina. “C’è stato anche un soccorso con le manovre rianimatorie da parte del nostro personale – spiega il direttore del penitenziario – ma non c’è stato nulla da fare. La detenuta aveva stretto le lenzuola alle sbarre della finestra”.

Anche i medici del 118 non hanno potuto fare nulla, se non dichiarare la morte della donna. Sull’ultimo caso di suicidio dietro le sbarre interviene il sindacato Osapp. “L’assistenza sanitaria è al lumicino – denuncia il segretario generale dell’Osapp, Mimmo Nicotra – basti pensare che da dieci anni non è stato bandito alcun concorso per educatori.

Nelle carceri si muore per solitudine”. E da sola, senza nessuno a vegliarla, Wahida Ben Khafallah rimane nell’obitorio dell’ospedale Policlinico. Non ha lasciato nessun biglietto per spiegare il suo gesto e il personale del carcere non aveva notato alcun atteggiamento che potesse far presagire quanto accaduto. Adesso dal carcere e dalla procura sperano che la sua fotografia possa essere vista da chi la conosceva per rintracciare i suoi familiari in Tunisia.

Romina Marceca

La Repubblica, 9 settembre 2015

Carceri, Lecce : ci sono 500 mila euro per curare i detenuti, ma l’Asl fa finta di niente


Carcere Lecce Borgo San NicolaIl direttore di Borgo San Nicola: “l’azienda sanitaria si è presentata con un elenco di apparecchiature per un totale di circa 170mila euro che non risulta rispondente a quello elaborato dal distretto socio sanitario. Questo senza dare alcuna spiegazione che cosa ne è degli altri 330 mila euro?”.

I fondi comunitari destinati all’acquisto di dotazioni sanitarie per il carcere Borgo San Nicola di Lecce, ci sono e anche abbondanti: si tratta di 500mila euro tenuti a bagnomaria da oltre un anno e che l’Asl non ha ancora speso. Mezzo milione di euro, che rischia di finire in fumo: se non verranno impiegati entro il 31 ottobre andranno perduti, perché, spiega la Regione, quelle spese vanno “pagate e quietanzate inderogabilmente entro il 31 ottobre 2015 per consentire validazioni e controlli del caso da parte dei suoi uffici. Procedure, queste ultime, da definire a loro volta entro il 31 dicembre”.

È una corsa contro il tempo insomma. E soprattutto uno spreco intollerabile, che il Sappe, il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria, non intende supinamente accettare: tant’è che ha segnalato la vicenda alla Procura di Lecce. Quei 500mila euro possono salvare la pelle di chi è in galera. Spenderli nelle apparecchiature vorrebbe dire poter curare i detenuti ammalati direttamente in carcere, evitando loro il trasporto in strutture esterne che comporta molti tipi di rischi. Il segretario regionale del Sappe, Federico Pilagatti, in una lettera inviata, tra gli altri, al procuratore Cataldo Motta, al prefetto di Lecce, Claudio Palomba, e al governatore Michele Emiliano, esprime molta preoccupazione per le “traduzioni di detenuti, anche pericolosissimi, con un numero inadeguato di poliziotti di scorta.

“Ci sembra inaccettabile che, in presenza di condizioni che potrebbero far diminuire le uscite dal carcere non si agisca con la dovuta rapidità”, ammonisce Pilagatti. E la stessa irritazione emerge anche dai vertici dell’amministrazione penitenziaria del carcere leccese “Attendiamo chiarimenti dal direttore generale dell’Asl, Giovanni Gorgoni, che in questi giorni ci ha richiesto l’elenco degli acquisti destinati al carcere, già peraltro stilato a suo tempo dal Distretto socio sanitario di Lecce e consegnato all’azienda sanitaria”, spiega la direttrice della casa circondariale salentina, Rita Russo. Motivi per essere perplessi ce ne sono: l’elenco richiesto di recente fu inviato all’Area Patrimonio dell’Asl già nel settembre del 2014. Ma non è tutto. Nel vertice del 25 agosto che ha coinvolto il comitato provinciale per l’ordine; e la sicurezza pubblica convocato appositamente dal prefetto di Lecce, al quale ha preso parte anche il manager dell’Asl, “l’Asl si è presentata con un elenco di apparecchiature per un totale di circa 170mila euro che non risulta rispondente a quello elaborato dal distretto socio sanitario.

Questo senza dare alcuna spiegazione. Dunque, ci chiediamo perché non si stia sfruttando l’intero finanziamento! di 500mila euro”, chiarisce la direttrice del carcere, Rita Russo. Perché, si chiede insomma l’amministrazione del penitenziario insieme al Sappe, c’è voluto tanto tempo per bandire la gara? E perché mancano all’appello ben 329 mila euro, dei 500mila disponibili ?

Errico Novi

Il Garantista, 4 settembre 2015

Pd e Radicali ispezionano il Carcere di Cosenza. Il Governo accoglie le richieste dell’On. Bruno Bossio


Casa Circondariale di CosenzaQuesta mattina, nella Casa Circondariale “Sergio Cosmai” di Cosenza, l’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro del Partito Radicale, ha svolto una visita ispettiva a seguito della grave emergenza idrica registratasi nell’Istituto Penitenziario che aveva determinato una forte manifestazione di protesta da parte di tutti i detenuti ivi ristretti.

L’On. Bruno Bossio, come nelle precedenti ispezioni, è stata accompagnata da Emilio Quintieri e Gaspare Galli, rispettivamente esponenti dei Radicali Italiani e dei Giovani Democratici.

La delegazione visitante è stata accolta dal Direttore dell’Istituto Filiberto Benevento e dagli Agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria diretti dal Vice Commissario Davide Pietro Romano.

L’emergenza idrica è stata causata dal furto, ad opera di ignoti, dei tubi di rame di cui è composta la conduttura comunale e dalla rottura di una pompa di sollevamento provocando danni ingenti anche all’impianto idraulico dell’Istituto Penitenziario.

Per fronteggiare l’emergenza, il Prefetto di Cosenza, su richiesta del Direttore, ha ordinato ai Vigili del Fuoco, di fornire l’acqua al Carcere tramite le loro autobotti per uso igienico – sanitario in quanto le cisterne di cui era dotato l’Istituto, aventi una capacità complessiva di 50 mila litri, si erano completamente svuotate. Successivamente, grazie al tempestivo intervento dei Tecnici del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e del Comune di Cosenza, sono stati effettuati i necessari lavori di riparazione ed è stata ripristinata l’erogazione dell’acqua potabile.

Nella Casa Circondariale di Cosenza, a fronte di una capienza regolamentare di 220 posti, sono rinchiusi 221 detenuti, 26 dei quali stranieri. Tra questi, 112 sono i condannati definitivi e 109 quelli in attesa di giudizio. Grazie all’intervento precedente dell’On. Bruno Bossio, il Governo, tra le altre cose, ha incrementato i fondi delle mercedi da 140.000 a 232.000 euro (92.000 euro), consentendo di far lavorare all’interno del carcere 55 detenuti mentre prima soltanto 39 riuscivano a lavorare alle dirette dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria. Ed oggi, grazie all’incremento di fondi, i detenuti dopo i 6 mesi di lavoro, potranno ottenere anche l’indennità di disoccupazione che prima gli era preclusa.

Dal 2010 ad oggi, sono 124 i detenuti scarcerati per effetto delle Leggi “Svuota Carceri” da Cosenza (469 in tutta la Calabria), 20 quelli dimessi e sottoposti ai domiciliari con il braccialetto elettronico (8 As e 12 Ms). Solo 1 detenuto, dopo l’intervento della Corte Costituzionale che ha abrogato la Legge Fini Giovanardi sugli Stupefacenti, ha avuto la pena rideterminata ed è stato scarcerato. Nessuno ha ottenuto la riduzione pena o il risarcimento danni dal Magistrato di Sorveglianza per la detenzione in condizioni inumane e degradanti. Nel Carcere di Cosenza, non ci sono stati suicidi negli ultimi anni (l’ultimo è avvenuto nel 2006) e sono pochissimi i tentati suicidi (1 nel 2014, 2 nel 2015). Pochissimi anche gli atti di autolesionismo (1 nel 2014, 7 nel 2015), nessun decesso di detenuti o di Poliziotti Penitenziari e tantomeno alcuna aggressione nei confronti di questi ultimi da parte dei primi.

Sono in corso di ultimazione i lavori di rifacimento completo delle celle del Reparto di Isolamento con l’adeguamento delle stesse al Regolamento di Esecuzione del 2000 che prevede i servizi igienici e la doccia in un vano annesso alla cella. Nel reparto isolamento di Cosenza, invece, il lavabo ed il bagno erano ancora a vista, senza alcuna protezione direttamente all’interno della stanza, accanto al letto, mentre le docce erano in un locale comune nel corridoio. Prossimamente, sarà aperta e resa funzionante anche la Palestra, chiusa da molto tempo e, qualora sarà finanziato il progetto presentato dalla Direzione dell’Istituto, al posto dell’attuale campo sportivo, saranno realizzati due campi di calcio a cinque, aumentando le possibilità di utilizzo per i detenuti. 

Scheda Visita Ispettiva CC Cosenza (clicca per leggere)

Intervista di Radio Radicale ad Emilio Quintieri sulla visita al Carcere di Cosenza (clicca per ascoltare)

Intervista di Radio Radicale all’On. Bruno Bossio (Pd) sulla visita al Carcere di Cosenza (clicca per ascoltare)

Carceri, possibile prolungare l’orario di colloquio con i familiari detenuti al 41 bis


Cella 41 bis OPNei giorni scorsi, la Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione (Pres. Cortese, Rel. Cavallo) con Sentenza nr. 3115, depositata il 22 Gennaio 2015, si è pronunciata nuovamente in merito allo svolgimento dei colloqui con i familiari da parte dei detenuti sottoposti al regime detentivo speciale ex Art. 41 bis c. 2 dell’Ordinamento Penitenziario, volgarmente noto come “carcere duro”.

I Giudici della Cassazione, per l’ennesima volta, hanno chiarito che anche per i detenuti sottoposti al regime differenziato “in assenza di specifiche disposizioni ministeriali” debbono valere le regole generali previste dall’Ordinamento Penitenziario “non oggetto di sospensione” precisando che il 41 bis “nulla stabilisce sulla durata massima del colloquio” mentre “il parametro di riferimento della norma è comunque rappresentato dalle normali regole di trattamento dei detenuti” poiché “l’ampiezza della previsione normativa in materia di colloqui è tale da indurre a ritenere che ulteriori limitazioni, al di là di quelle previste, non siano possibili, salvo che derivino da un’assoluta incompatibilità della norma ordinamentale – di volta in volta considerata – con i contenuti tipici del regime differenziato.”

Com’è noto, l’Ordinamento Penitenziario all’Art. 18 c. 2 prevede che “Particolare favore viene accordato ai colloqui con i familiari” mentre il Regolamento di Esecuzione Penitenziaria all’Art. 37 c. 10 prevede che “Il colloquio ha la durata massima di un’ora. In considerazione di eccezionali circostanze, è consentito di prolungare la durata del colloquio con i congiunti o i conviventi. Il colloquio con i congiunti o conviventi è comunque prolungato sino a due ore quando i medesimi risiedono in un comune diverso da quello in cui ha sede l’Istituto, se nella settimana precedente il detenuto o l’internato non ha fruito di alcun colloquio e se le esigenze e l’organizzazione dell’Istituto lo consentono. ….”.

L’Art. 41 bis O.P. citato nulla stabilisce sulla durata massima del colloquio tra familiari e detenuto: il parametro di riferimento della norma è comunque rappresentato dalle normali regole di trattamento dei detenuti. Per tale motivo, il detenuto che intenderà ottenere il prolungamento dell’orario di colloquio con i propri familiari sino a due ore, potrà presentare apposita richiesta al Direttore dell’Istituto Penitenziario ove si trova ristretto. Nell’istanza (vds. fac-simile disponibile alla fine di questa pagina) andranno indicati i motivi per i quali si chiede il prolungamento della durata del colloquio altrimenti si correrà il rischio di vedersela respinta. Uno dei motivi più importanti, da evidenziare, è l’eccessiva lontananza dal luogo di residenza dei propri familiari con quello del luogo di detenzione, una circostanza che – il più delle volte – anche per difficoltà di natura economica, impedisce di poter effettuare ogni mese il colloquio mensile cui si ha diritto.

Il Direttore dell’Istituto Penitenziario, a norma dell’Art. 75 c. 4 del Regolamento di Esecuzione Penitenziaria, “nel più breve tempo possibile” deve informare il detenuto che ha presentato l’istanza “dei provvedimenti adottati e dei motivi che ne hanno determinato il mancato accoglimento”.

Contro la determinazione del Direttore, il detenuto personalmente o il suo difensore di fiducia, ai sensi degli Artt. 35 bis e 69 c. 6 lett. b) dell’Ordinamento Penitenziario, entro 10 giorni dalla comunicazione del provvedimento, può presentare reclamo giurisdizionale al Magistrato di Sorveglianza territorialmente competente.

Nel caso di rigetto da parte del Magistrato di Sorveglianza può essere proposto, nel termine di 15 giorni dalla data di notifica o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa, reclamo al Tribunale di Sorveglianza territorialmente competente.

Nell’ipotesi in cui anche quest’ultimo rigettasse, nel termine di 15 giorni dalla notificazione o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa, può essere proposto reclamo alla Corte Suprema di Cassazione per violazione di legge.

fac-simile istanza prolungamento colloqui 41 bis