Detenuto suicida nel Carcere di Paola, l’On Bruno Bossio interroga il Ministro Orlando


On. Enza Bruno Bossio - PDNei giorni scorsi, il caso del detenuto Maurilio Pio Morabito, 46 anni, di Reggio Calabria, morto suicida in una cella del Reparto di Isolamento della Casa Circondariale di Paola, in Provincia di Cosenza, lo scorso 29 aprile 2016, intorno all’una di notte, è finito sulla scrivania del Ministro della Giustizia Onorevole Andrea Orlando grazie ad una circostanziata Interrogazione Parlamentare, con richiesta di risposta scritta, presentata dall’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputata del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia.

Il Morabito, che aveva avuto problemi di tossicodipendenza, da circa un mese, dopo essere stato trasferito dalla Casa Circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria, si trovava ristretto presso la Casa Circondariale di Paola, dovendo espiare una pena detentiva di 4 mesi di reclusione. Il suo fine pena era previsto per il prossimo 30 giugno.

L’Onorevole Bruno Bossio, grazie anche alle informazioni acquisite dalla visita ispettiva effettuata da una Delegazione dei Radicali Italiani guidata dal radicale Emilio Enzo Quintieri, effettuata nei giorni successivi al decesso del Morabito, ha riferito che quest’ultimo avrebbe posto in essere il gesto autosoppressivo mediante impiccagione, utilizzando una coperta, che è stata annodata a forma di cappio alla grata della finestra della cella, nel reparto di isolamento, del predetto Istituto Penitenziario che, all’epoca dei fatti, ospitava 182 persone detenute a fronte di altrettanti posti detentivi.

Nell’ambito della visita ispettiva, la Delegazione Radicale, aveva potuto verificare che la cella n. 9 in cui si è impiccato il Morabito era “liscia” cioè priva dell’arredo ministeriale, sporca e maleodorante e che il citato detenuto non era stato sottoposto a “sorveglianza a vista” nonostante, già in altre occasioni, avesse manifestato propositi suicidiari e compiuto vari atti autolesionistici, nonché distrutto due celle, una delle quali mediante l’incendio di un materasso posta nel primo reparto detentivo e l’altra nel reparto di isolamento dirimpetto alla cella in cui si è impiccato.

Sul decesso del Morabito, la Procura della Repubblica di Paola, a seguito della denuncia dei familiari, ha aperto un Procedimento Penale, al momento nei confronti di ignoti, per il delitto di istigazione o aiuto al suicidio previsto e punito dall’Art. 580 del Codice Penale al fine di appurare le cause, le circostanze e le modalità del decesso. Infine, la predetta Autorità Giudiziaria, oltre ad aver disposto l’acquisizione dei filmati delle telecamere di sorveglianza presenti nel reparto detentivo, ha anche ordinato l’esame autoptico sulla salma del Morabito, effettuato lo scorso 7 maggio presso l’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria dal Dottore Mario Matarazzo che dovrà concludere la relazione peritale nelle prossime settimane.

Nell’Interrogazione (atto n. 4-13360 del 07/06/2016, Seduta n. 633 della Camera dei Deputati) sono stati richiamati, oltre al suicidio di Morabito, gli altri 12 suicidi e le altre 21 morti per malattia, assistenza sanitaria disastrata, overdose o per cause ancora da accertare, avvenuti dall’inizio del 2016, negli Istituti Penitenziari italiani. Dal 2000 ad oggi, i “morti di carcere” sono stati 2.527, 900 dei quali per suicidio. La maggior parte dei suicidi che avvengono negli stabilimenti penitenziari – ha denunciato con forza la Deputata calabrese – si è verificata nei reparti di isolamento e, ancor di più, nelle “celle lisce”, cioè completamente vuote, (come quella in cui il Morabito è stato collocato, per diversi giorni, in condizioni al limite della tollerabilità, nella Casa Circondariale di Paola) nonostante, da tempo, tali pratiche (collocazione dei detenuti in isolamento ed in celle lisce), secondo gli esperti, siano ritenute “assolutamente controproducenti” poiché pur togliendo dalla cella tutto ciò che potrebbe essere usato dai detenuti per suicidarsi, il modo di farlo lo trovano lo stesso.

In tanti Istituti Penitenziari – come proprio la stessa Onorevole Bruno Bossio ha già avuto modo di denunciare al Governo – con altra Interrogazione a risposta in Commissione Giustizia, rimasta inevasa, a seguito della visita ispettiva alla Casa di Reclusione di Rossano e, direttamente, al Dott. Santi Consolo, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria durante la sua audizione presso la Commissione Bicamerale Antimafia – l’utilizzo del reparto e dell’istituto dell’isolamento in modo difforme dalla normativa vigente in materia e cioè all’infuori dei casi stabiliti dall’Art. 33 dell’Ordinamento Penitenziario (motivi giudiziari, sanitari o disciplinari).

Ministro Orlando (2)Ha richiamato anche il fatto che il detenuto Morabito avesse, più volte, chiesto con delle missive, di essere trasferito in un Istituto Penitenziario dotato di una “Sezione Protetta” poiché aveva fondato timore di essere vittima di aggressioni, avendo ricevuto minacce di morte conseguenti a non meglio precisati fatti occorsi quando era ristretto presso la Casa Circondariale Arghillà di Reggio Calabria. Inoltre, stando a quanto riferito dai familiari del detenuto morto suicida, sarebbero state numerose le richieste di colloquio fatte anche al Direttore della Casa Circondariale di Paola e mai tenute in considerazione dallo stesso, in violazione di quanto prescrive l’Art. 75 c. 1 dell’Ordinamento Penitenziario.

Pertanto, l’Onorevole Enza Bruno Bossio, ha chiesto al Ministro della Giustizia Onorevole Andrea Orlando, di conoscere : a) se e di quali informazioni disponga in ordine ai fatti rappresentati, anche con riferimento ai casi specifici segnalati e se questi corrispondano al vero; b) se non ritenga, in via cautelativa, di assumere le iniziative, per quanto di competenza, nel rispetto dell’attività della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Paola, volte ad avviare una indagine amministrativa interna al fine di chiarire la causa, le circostanze e le modalità del decesso del detenuto Morabito ed appurare se nei confronti dello stesso siano state messe in atto tutte le misure di sorveglianza custodiale e sanitaria, previste e necessarie, e quindi se non vi siano responsabilità disciplinarmente rilevanti in capo al personale dell’Amministrazione Penitenziaria ; c) quali siano le motivazioni che hanno condotto all’improvviso trasferimento del Morabito dalla Casa Circondariale di Arghillà di Reggio Calabria alla Casa Circondariale di Paola chiarendo, altresì, per quali ragioni, il predetto detenuto non sia stato trasferito, sin da subito o comunque dopo le sue richieste, presso altro Istituto Penitenziario dotato di reparti “protetti” visto che era stato gravemente minacciato ed aveva fondato timore di essere aggredito invece di essere tenuto a giudizio dell’interrogante, impropriamente, nel reparto di isolamento della Casa Circondariale di Paola; d) se e quali problemi di salute presentava il detenuto Morabito all’atto della visita obbligatoria di primo ingresso presso la Casa Circondariale di Arghillà di Reggio Calabria e poi presso quella di Paola, ricavabili dal suo diario clinico e se risulti se lo stesso, durante tutto il periodo detentivo, sia stato adeguatamente assistito dal punto di vista sanitario; se intenda chiarire, infine, se lo stesso fosse sottoposto a particolari trattamenti terapeutici per le sue condizioni personali; e) se risulti veritiero il fatto che il detenuto Morabito abbia chiesto, più volte, di poter avere un colloquio col Direttore della Casa Circondariale di Paola e che le sue istanze siano rimaste tutte inevase; f) se risulti che, il Direttore della Casa Circondariale di Paola offra, con particolare frequenza, ai detenuti la possibilità di poter avere con lo stesso dei periodici colloqui individuali e se e quante volte il predetto si sia recato ad ispezionare i locali ove sono ristretti i medesimi, anche tramite la visione delle annotazioni apposte negli appositi registri previsti dalla normativa ; g) per quali motivi, il signor Morabito, sia stato recluso nell’istituto di cui in premessa visto che la pena da espiare era di soli 4 mesi di reclusione e se, in ogni caso, corrisponde al vero che questi abbia presentato istanza alla competente Magistratura di Sorveglianza per la concessione di una misura alternativa alla detenzione prevista dall’Ordinamento Penitenziario (detenzione domiciliare, affidamento, e altro) ed in caso affermativo, per quali ragioni, gli sia stata negata ed h) se e quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere per assicurare che l’isolamento nei confronti dei detenuti venga disposto solo ed esclusivamente in circostanze eccezionali e, comunque, nei soli casi tassativi stabiliti dal legislatore, proibendo all’Amministrazione Penitenziaria di utilizzare sezioni o reparti di isolamento per altri motivi in applicazione di quanto disposto dall’Articolo 73 del Regolamento di Esecuzione Penitenziaria e se non ritenga, altresì, di dover intervenire con urgenza per emanare delle direttive soprattutto per quanto attiene l’esecuzione dell’isolamento, poiché, ancora oggi, come accertato dalla Delegazione Radicale nella Casa Circondariale di Paola, esistono delle “celle lisce”, prive di ogni suppellettile, in cui vengono collocati i detenuti che, invece, dovrebbero essere posti secondo l’interrogante in “camere ordinarie” che presentino le caratteristiche indicate dall’Articolo 6 dell’Ordinamento Penitenziario.

Interrogazione n. 4-13360 dell’On. Bruno Bossio (clicca per leggere)

Paola, la “morte annunciata” del suicida in cella. I Radicali annunciano ispezione


Casa Circondariale“Se dovesse accadere un mio eventuale decesso, facendo il tentativo di farlo passare per un suicidio, non è così in quanto amo troppo la vita e il mio fine pena è imminente, 30 giugno. Ovvio che l’agente che fa la notte sa”. Così aveva scritto – in una lettera indirizzata ai familiari ed al suo avvocato – Maurilio Pio Morabito che era ristretto nel carcere calabrese di Paola.

Una morte annunciata. Ieri è stato ritrovato morto nella sua cella. Ufficialmente un suicidio, ma considerando le premesse qualche dubbio è lecito. Morabito, 46 anni, era stato recluso nel carcere calabrese di Arghillà, e sarebbe stato aggredito e minacciato di morte. Nella prima lettera infatti lo aveva denunciato dichiarando “di aver ricevuto minacce di morte, conseguenti ai fatti accaduti nel carcere di Arghillà (Rc)”. Dopo quei fatti era stato trasferito nel carcere di Paola. Qualche giorno dopo aver spedito la lettera, datata 6 aprile 2015, nella sua cella posta nella Prima Sezione, si è verificato un incendio ed il Morabito è stato salvato dagli agenti.
L’uomo temeva per la propria vita, come se qualcuno fosse stato incaricato di ucciderlo. Infatti, dopo l’incendio, il detenuto aveva scritto l’ennesima lettera con la quale richiedeva – per la tutela della sua incolumità – “di essere trasferito in una struttura sita in qualsiasi punto della penisola, purché sia dotata di un’area protetta”. Inoltre chiedeva che per il tempo di attesa necessario al suo trasferimento “sia mantenuto il cancello ed il blindo 24 h chiuso e aperto soltanto per i vari colloqui, il divieto di incontro con qualunque detenuto anche lavorante”. Aveva paura Morabito, temeva chiaramente per la sua incolumità tanto da richiedere un isolamento vero e proprio.

Nei giorni scorsi l’attivista radicale Emilio Quintieri era stato allertato dai familiari del detenuto, perché il loro congiunto non aveva voluto nemmeno incontrali per il colloquio ed erano molto preoccupati per la sua vita. Quintieri si era subito attivato comunicando telefonicamente con la casa circondariale di Paola ed era stato riassicurato sul miglioramento delle condizioni di salute di Morabito. L’esponente radicale aveva comunque in programma di andare a fare una visita ispettiva nel carcere per verificare la situazione. Ma non ha fatto in tempo.
Suicidio ? Le modalità della cosa risultano un po’ strane. Secondo una prima ricostruzione dei fatti avrebbe chiesto una sigaretta a un piantone, con la quale poi avrebbe bruciacchiato una coperta e, dopo averla fatta a brandelli, l’avrebbe utilizzata come cappio per suicidarsi. Come ha potuto fare tutto ciò senza essere visto dal personale addetto alla sorveglianza del reparto e quindi del detenuto, soprattutto alla luce delle sue richieste per preservare la sua incolumità? Se la causa della sua morte non fosse il suicidio la risposta sarebbe da ricercarsi in quello che è accaduto nel carcere di Arghillà. Da chi è stato picchiato? Ma, soprattutto, perché è stato minacciato di morte? Morabito è stato arrestato per reati legati allo spaccio di stupefacenti, non risulta legato a nessuna associazione mafiosa. Il reato è comune tra la popolazione carceraria. Ha visto qualcosa che non doveva vedere o sentire? Sarà la magistratura a indagare sulla sua morte misteriosa. Intanto il militante radicale Emilio Quintieri nella prossima settimana farà una visita al carcere di Paola per tentare di capire che cosa può essere successo.

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 30 aprile 2016

Paola, Quintieri (Radicali) : una morte da accertare quella del detenuto reggino


Carcere di Paola 1Una morte da accertare. Si tratta di un detenuto calabrese, di Reggio Calabria, Maurilio Pio Morabito, 46 anni. Una condanna definitiva per reati comuni con fine pena 30 giugno, soli due mesi. A sollevare il “caso” è il radicale Emilio Quintieri che da tempo si occupa della condizione dei detenuti nelle carceri calabresi. Maurilio Pio Morabito era stato trasferito lo scorso 6 aprile dalla casa circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria. Secondo quanto riferisce il radicale sarebbe stato vittima “di una non meglio definita aggressione”.

Ma c’è un seguito ed è quanto riferisce Quintieri diffondendo anche la lettera autografa di Morabito. Appena giunto nella casa circondariale di Paola, aveva scritto una lettera. Scriveva: “di aver ricevuto minacce di morte, conseguenti ai fatti accaduti nel carcere di Arghillà”. Il detenuto scriveva testualmente, in un italiano poco corretto, ma comprensibile: “Se dovrebbe accadere un mio eventuale decesso, facendo il tentativo di farlo passare per un suicidio, non è così in quanto amo troppo la vita e il mio fine pena è imminente, 30 giugno. Ovvio che l’agente che fa la notte sa”. Il 12 aprile, nella sua cella, posta nella I sezione del carcere di Paola, per quanto è stato riferito, si sarebbe verificato un incendio e Morabito è stato salvato dal personale di Polizia Penitenziaria.

Dopo questo fatto un’altra lettera che riportiamo integralmente: “a tutela della mia incolumità, chiedo di essere trasferito in una struttura sita in qualsiasi punto della Penisola, purchè sia dotata di un’area protetti. Inoltre chiedo che per il tempo di attesa affinchè avvenga il mio trasferimento, sia mantenuto il cancello ed il blindo 24 h chiuso e aperto soltanto per i vari colloqui, il divieto di incontro con qualunque detenuto anche lavorante.” Giovedì, nel tardo pomeriggio, i familiari avevano comunicato al radicale Quintieri che il loro congiunto non aveva voluto fare nemmeno il colloquio, rifiutando di incontrarli e che ciò era strano ed erano seriamente preoccupati per la sua vita. Ieri, invece, i familiari di Morabito hanno riferito di essere stati contattati dal carcere a seguito del decesso, avvenuto in nottata, per suicidio. “Ho consigliato loro – scrive Quintieri – di fare denuncia recandosi presso la Stazione Carabinieri di Reggio Calabria per chiedere l’intervento immediato dell’Autorità Giudiziaria al fine di chiarire la dinamica e le cause del decesso”.

Sabato 30 Aprile 2016

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Reggio Calabria, Caso Jerinò : Bruno Bossio (PD) chiede spiegazioni al Governo sulla morte del detenuto


Roberto JerinòUna Interrogazione Parlamentare a risposta in Commissione ai Ministri della Giustizia e della Salute, Andrea Orlando e Beatrice Lorenzin, è stata presentata dall’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia. La Parlamentare calabrese, che da tempo si occupa anche della tutela dei diritti umani fondamentali all’interno degli stabilimenti penitenziari, su sollecitazione di Emilio Quintieri, esponente del Partito Radicale, ha chiesto al Governo di chiarire le circostanze della morte del detenuto Roberto Jerinò, deceduto lo scorso 23 dicembre 2014 presso l’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria. Il 60enne, di Gioiosa Ionica, Comune della Provincia di Reggio Calabria, si trovava in custodia cautelare presso la Casa Circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria, dopo essere stato ristretto per un qualche tempo presso la Casa Circondariale di Paola, in Provincia di Cosenza.

L’On. Bruno Bossio, nella sua interrogazione (la nr. 5/04649 del 05/02/2014), riferisce quanto trapelato in merito agli ultimi momenti di vita del detenuto e narrato su “Il Garantista” lo scorso 6 gennaio 2015 ritenendo che “a giudizio dell’interrogante, i fatti esposti nel presente atto di sindacato ispettivo richiedono doverosi accertamenti dal momento che il signor Roberto Jerinò era affidato alla custodia dello Stato”. In merito, c’è da dire, che a seguito di una denuncia dei familiari dell’uomo, il Sostituto Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Dott. Giovanni Calamita, ha aperto un fascicolo attualmente contro ignoti per accertare se ci siano eventuali responsabilità da parte del personale dell’Amministrazione Penitenziaria che lo aveva in custodia o dei Sanitari Penitenziari ed Ospedalieri che lo avevano in cura. Sul corpo di Jerinò, su disposizione del Magistrato, è stata eseguito anche l’esame necroscopico. Nei prossimi giorni, secondo quanto riferisce il radicale Quintieri, i congiunti del defunto che sono rappresentati e difesi dall’Avvocato Caterina Fuda del Foro di Reggio Calabria, saranno sentiti come persone informate sui fatti, presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria.

On. Enza Bruno BossioL’Onorevole Enza Bruno Bossio, nello specifico, ha chiesto ai Ministri della Giustizia e della Salute, se e di quali informazioni disponga il Governo in ordine ai fatti descritti; se e quali problemi di salute presentasse il detenuto Roberto Jerinò all’atto della visita obbligatoria di primo ingresso presso la Casa Circondariale di Paola e poi presso quella di “Arghillà” di Reggio Calabria ricavabili dal suo diario clinico e quali motivi abbiano determinato il trasferimento dello stesso dallo stabilimento penitenziario di Paola a quello di “Arghillà” di Reggio Calabria; se e come sia stata prestata l’assistenza sanitaria al detenuto durante la sua restrizione carceraria chiarendo cosa gli era stato diagnosticato ed a quali trattamenti terapeutici fosse sottoposto visto che, in pochissimo tempo, le sue condizioni si sono irrimediabilmente compromesse; quando, da chi e per quali ragioni il detenuto sia stato trasferito presso l’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria specificando se il ricovero, in considerazione della gravità del quadro patologico, avrebbe potuto effettuarsi prima che le condizioni del signor Jerinò peggiorassero in modo fatale come è avvenuto; se siano noti i motivi per i quali sia stato negao al detenuto, da parte dell’Autorità Giudiziaria competente, di ottenere la concessione degli arresti domiciliari presso la propria abitazione e di quali elementi disponga il Governo circa la dinamica del decesso e le relative cause e se siano state ravvisate eventuali responsabilità del personale operante presso l’Amministrazione Penitenziaria. Inoltre, l’attenzione della Deputata democratica, si è focalizzata anche sulla struttura carceraria. Ed infatti, sono state chieste delucidazioni, su quali fossero le condizioni della Casa Circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria all’epoca dei fatti (Dicembre 2014) facendo riferimento alla capienza regolamentare, a quanti detenuti vi fossero ristretti, quanti tra questi fossero tossicodipendenti e quanti affetti da gravi disturbi mentali o altri gravi patologie e se si fosse in grado di riuscire a garantire, in maniera sufficiente ed adeguata, non soltanto la sorveglianza dei detenuti ma anche l’assistenza sanitaria ed il sostegno educativo e psicologico nei loro confronti; se alla data odierna, si trovino ristretti in detto Istituto in custodia cautelare o in espiazione di pena detenuti con gravi problemi di salute e se risulti se siano state presentate dagli stessi alle Autorità Giudiziarie competenti istanze di concessione degli arresti domiciliari o di sospensione o differimento della esecuzione della pena ed, in caso affermativo, quali siano gli esiti delle stesse; se il predetto Istituto Penitenziario sia stato ispezionato dalla competente Azienda Sanitaria Provinciale ed, in caso affermativo, a quando risalgano le visite e cosa sia scritto nelle rispettive relazioni inoltrate ai Ministri interrogati, agli uffici regionali ed al Magistrato di Sorveglianza in merito allo stato igienico sanitario dell’istituto, all’adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario ed alle condizioni igieniche e sanitarie dei detenuti ai sensi dell’articolo 11 commi 12 e 13 dell’Ordinamento penitenziario approvato con legge n. 354 del 1975 ed infine, se e con che frequenza il Magistrato di Sorveglianza competente abbia visitato, negli ultimi anni, i locali dove si trovano ristretti i detenuti ai sensi dell’articolo 75, comma 1, del regolamento di esecuzione penitenziaria approvato con decreto del Presidente della Repubblica n. 230/2000 e se abbia mai prospettato al Ministro della Giustizia eventuali problemi, disservizi o violazioni dei diritti dei detenuti nell’ambito della sua attività di vigilanza ai sensi dell’articolo 69 del citato Ordinamento Penitenziario.

Interrogazione a risposta in Commissione n. 5-04649

Emilio Quintieri

Reggio Calabria: “Mi scoppia la testa”… non lo aiutarono, e Roberto morì in carcere


Roberto JerinòIl 12 dicembre, alle tre di notte, sentì un gran dolore: “portatemi in ospedale”, chiese per giorni il 27 se ne andò. Roberto Jerinò, 60 anni, di Gioiosa Jonica. Morto, per incuranza e disattenzione, il 23 dicembre 2014 nel carcere di Arghillà (Reggio Calabria). “La storia vera per come mi è stata raccontata da chi l’ha vissuta”.

Fu la sua gamba la prima a perdere la memoria dei movimenti, poi il braccio, poi la bocca. L’energia spenta che aveva nel sangue si era riaccesa: con un guizzo, un breve dolore, con la fiamma del male. Roberto cadde per terra, sfiorando la branda in ferro con la testa. I compagni di cella allertarono gli agenti penitenziari, urlando richieste di aiuto.

Il corpo di Roberto si era storto e lui giaceva immobile, con gli occhi sparati verso il soffitto: fissi, come stesse cercando, con la sua forza, di terminare quell’istante, di non farlo proseguire, di bloccare così la malattia. Come volesse creare un fermo immagine e tagliare la scena successiva, quella riguardante la sua morte. Venne portato in ospedale dopo una quarantina di minuti: giusto in tempo di far arrivare, in carcere, l’ambulanza del 118.

Ischemia, fu la diagnosi, con paresi facciale degli arti. “La vita è un’impostura”, pensò durante la degenza, “oltre il supplizio della prigione adesso anche la maggiore pena dell’infermità; chissà, il giudizio Divino, quale altra minaccia avrà preparato, quale altra nuova definizione della mia condanna. Toccherà ai miei organi essenziali la prossima volta? Dio, ne sono quasi certo, mi ha iscritto tra i penitenti perpetui, ma quelli senza assoluzione. Non trovo vi sia altra giustificazione a questo suo accanimento”.

Aveva voglia di buttare tutto per aria: il comodino, le sedie, il suo stesso letto; tanta era la rabbia. Avrebbe avuto bisogno di controlli e cure costanti, non di un temporaneo parcheggio in una corsia ospedaliera. Un altro attacco gli sarebbe stato fatale. Il suo avvocato ritenne logico, naturalmente logico, presentare una istanza per la concessione dei domiciliari.

L’affetto familiare è l’unica cura non palliativa, l’unica salvifica per il cuore. Roberto si sarebbe lentamente ripreso, si sarebbe rimesso; avrebbe avuto altrimenti la sofferenza addolcita dalle carezze leggere dei suoi tre figli. Avrebbe avuto le cure sante dell’Amore. Pregando il principio di Dio non avrebbe perso la speranza. Purtroppo fra i togati poco regna l’umana pietà, e la traduzione sentimentale, degli appelli delle istanze, è bandita.

Loro vivono in un altro mondo, nella scomposta architettura degli “infallibili”. Roberto doveva tornare in carcere; la sua richiesta era stata rigettata. Era stato nuovamente arruolato nelle gabbie degli esiliati dalla vita. Ma egli, la sua vita, la sentiva senza un seguito felice; aveva il corpo storpio, quell’attacco lo aveva rovinato: la sua testa frullava, come gli si agitasse dentro della schiuma; il suo linguaggio si comprometteva inevitabilmente sulle consonanti; aveva dovuto cambiare mano per mangiare, e il braccio se lo portava in avanti tirandolo con l’altro.

Era strano per tutti vederlo così ridotto: era un bell’uomo, ben messo fisicamente, agile come pochi; prima della malattia. Forse non si era neanche accorto di quanto fosse cambiato: metà del suo corpo aveva perso ogni impulso, ogni scatto nelle vene. Nell’ambiente carcerario non servono molti giorni per far diventare vecchia la malattia, non per sanità, ma per resa.

E la carne, e tutto il resto, si lascia all’abbandono a una timida vergogna; le più intime sensazioni paiono modificarsi e spegnersi. Roberto diceva che con il riposo avrebbe presto riattivato il suo fisico; diceva che doveva rimanere a letto per guarire prima. Era evidente avesse l’intento di nascondere il suo disagio. La solidarietà comunista, in carcere, è fedelissima e anche molto discreta. I detenuti reggevano lo spirito di Roberto con atteggiamenti gentili e disponibili, confortandolo; “è una condizione transitoria”, gli ripetevano.

Avevano anche stabilito una dieta per lui: legumi, verdure e poca carne. Tutti medici e stregoni, pur di salvare Roberto. L’infermiera del carcere era poco dotata; lo avrebbero aiutato loro, vinti che la partecipazione affettiva sarebbe bastata. Il 12 dicembre, erano le tre di notte, Roberto sentì assottigliarsi e allargarsi una vena in testa; era un movimento continuo, lievemente doloroso. Chiamò un suo compagno di cella chiedendogli una camomilla; credeva avesse bisogno di tranquillizzarsi. Non riuscì a dormire quella notte. La mattina si segnò in elenco per l’infermeria: gli misurarono la pressione, nessuna anomalia.

Fu così per l’intera giornata: un dolore costante, ritmato; la pressione era stabile. Il 13, tutto uguale: dolore e pressione, stabili. Non facevano altro che misurargli la pressione e riportarlo in cella. “Impazzisco, fate qualcosa”. Quella vena era diventata un verme, una sanguisuga. “Portatemi in ospedale, sto male”; niente da fare. Anche il 14 del mese la pressione era stabile, di nuovo riportato in cella. Non vi rimase molto. Dopo aver trascorso tre giorni di lamenti, e richieste di soccorso, restò inanime nel letto come un mare paralizzato.

Lo portarono in ospedale che era già in coma, il 15 dicembre alle prime ore del mattino. Aveva chiuso per sempre la sua conoscenza con l’insensibilità, la disumanità di alcuni. Roberto non si è più risvegliato, è morto il 23 dicembre. È stato assassinato da una leggerezza magistrale, togata.

 

Poscritto

 

Non vorrei continuare ad aggiornare l’opera con due nuovi nomi, quello dell’ex consigliere regionale Cosimo Cherubino, detenuto nel carcere di Via San Pietro, dimagrito di quasi 30 chili e quello di Giuseppe Portaro: un fantasma steso nel suo letto, un accumulo di ossa che sembrano sbarre. Non mangia da giorni e sviene di continuo. È ancora oggi “ricoverato” presso la casa circondariale di Locri. È rassegnato, non lo soccorreranno, non prima di vederlo finito. Basterà questo richiamo al magistrato competente? Spero arrivi la sua decisione per i domiciliari, prima delle condoglianze.

Michele Caccamo

Il Garantista, 06 Gennaio 2015