Vivere al 41-bis: due ore di “libertà” e una cella che è un bagno


Casa Circondariale L'AquilaL’indagine della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato e le 15 raccomandazioni dell’Europa denunciano le condizioni riservate a boss mafiosi e terroristi: un regime detentivo che coinvolge 729 persone. Ventidue ore in una cella. Con la possibilità soltanto di stare distesi a letto. Oppure seduti su una panchina inchiodata a terra. E per le restanti due ore l’unico svago è una passeggiata lungo un corridoio stretto, buio, chiuso da grate arrugginite. Il pensiero andrebbe a chissà quale Paese dove vigono pesanti violazioni dei diritti umani. E invece no.

Siamo in Italia. E le condizioni appena descritte sono tanto reali quanto inquietanti. Anche se le persone che si ritrovano a subirle sono criminali, boss mafiosi, terroristi in carcere. Antonio Iovine, per anni a capo dei Casalesi, è uno di questi. Prima che cominciasse a collaborare con la giustizia, ‘O Ninno ha vissuto a Nuoro, in una stanza stretta e buia, in cui c’era solo un letto singolo, con accanto un bagno alla turca chiuso da una bottiglia di plastica e un lavandino, un mobiletto, un televisore e un fornelletto a gas per il caffè. “Provate voi a vivere ventidue ore al giorno dentro un bagno”, ha detto Iovine ai membri della Commissione per la tutela e dei diritti umani del Senato, quando sono andati in ispezione. Oggi, Nuoro non ospita più detenuti a regime speciale. Ma in diversi penitenziari le condizioni di vita restano inumane, come emerge dal rapporto sul 41-bis realizzato dalla Commissione e di cui Linkiesta è venuta in possesso.

“Tutta colpa di regole restrittive – dicono alcuni parlamentari – che non hanno alcun legame con l’esigenza di evitare eventuali rapporti esterni con le criminalità”. E, in effetti, alcune restrizioni sembrano a dir poco surreali. Esattamente come per Iovine, i 729 detenuti oggi in regime speciale restano in cella per 22 ore al giorno. Senza poter far nulla. C’è chi cammina tutto il tempo, tanto da contare quante volte si faccia su e giù: 780 in un’ora. Non si possono attaccare al muro nemmeno fotografie. E pure per la biancheria ci sono precise restrizioni al numero di capi che possono essere tenuti in cella. Il motivo? Sconosciuto. Peccato però che in molti casi sia considerato insufficiente alle esigenze delle persone recluse. Potenzialmente pericolosi sono anche i sandali, dato che in alcuni penitenziari possono essere utilizzati solo a partire dal 21 giugno, anche se dovesse cominciare a far caldo molto prima. E ancora: niente detersivo in cella per lavare piatti, bicchieri e tazzine del caffè; niente abiti firmati; niente fermagli. E chi studia può sì utilizzare il computer, ma a patto che quell’ora venga sottratta a quella d’aria.
Poi c’è la privacy, completamente annientata. “Loro esistono anche nei miei sogni erotici”, dice un detenuto al 41-bis ormai da 12 anni. E ne ha ben donde. Spesso le telecamere non sono solo in cella, ma anche nei bagni. E se non ci sono telecamere, c’è sempre uno spioncino che permette agli agenti di sorvegliare in qualsiasi momento i detenuti, pure nella loro intimità. Senza parlare della perquisizione fisica, prima e dopo ogni colloquio: nonostante non ci sia alcun contatto con i familiari (c’è il vetro divisorio) e vi siano telecamere di sorveglianza, il detenuto viene fatto sempre denudare. Un uso riservato ai maschi ma anche alle nove donne recluse al 41-bis, a L’Aquila. Una di queste ha provato a denunciare la cosa, rifiutandosi di farsi visitare e presentando la richiesta al magistrato di sorveglianza di poter essere visitata senza il piantonamento. La sua richiesta è stata accolta, ma – dice la relazione – “le visite delle altre detenute continuano a svolgersi davanti ad agenti”.

E parliamo, fin qui, del trattamento “ordinario”. Perché poi ci sono le cosiddette “aree riservate”, dove l’isolamento è pressoché totale. Qui ritroviamo i capi storici delle mafie. E per consentire loro un minimo di socialità, vengono affiancati in celle vicine dalle cosiddette “dame di compagnia”, ovvero mafiosi di rango inferiore con cui sono a contatto non più di due ore al giorno. Uno di questi ha scontato fino ad oggi nove anni di pena, di cui quattro in area riservata: è uscito da lì con la pelle verde perché era sottoterra. E completamente al buio.
Una realtà, dunque, poco conosciuta e al limite (spesso infranto) del tollerabile. Tanto che anche la Corte europea dei diritti dell’uomo si è interessata alla questione, dopo una serie di denunce contro il trattamento riservato dal nostro Paese. E non è un caso che la relazione della Commissione parlamentare si concluda con ben 15 raccomandazioni. Dalla dismissione delle “aree riservate”, fino a maggiori condizioni di riservatezza per i detenuti. Ma non basta. Perché quello che si raccomanda è innanzitutto una “revisione della legislazione consolidata”. Non fosse altro che per un motivo: la detenzione al 41-bis dovrebbe essere in molti casi temporanea e rinnovata solo dopo legittime motivazioni. Peccato, però, che molto spesso questo non accada.

Ciò che desta preoccupazione, in altre parole, è l’uso automatico della proroga: “Per un considerevole numero di detenuti, l’applicazione del regime di cui all’articolo 41-bis è stato rinnovata in maniera pressoché automatica”. Con la conseguenza che i detenuti sono stati per anni soggetti a un regime detentivo alienante. Anche quando si è in età avanzata. Anche quando mancano solo pochi mesi alla scarcerazione. Come capitato a un detenuto a Milano Opera. Che si chiede: “Che senso ha?”. Nessuno. Forse nessuno.

Carmine Gazzanni

linkiesta.it, 22 aprile 2016

Carceri, Stefano Anastasia è il Garante dei Diritti dei Detenuti dell’Umbria


Stefano AnastasiaIl Presidente della Società della Ragione, Stefano Anastasia, è stato nominato ieri dall’Assemblea Legislativa Umbra nuovo Garante regionale delle persone private della libertà personale in sostituzione del prof. Carlo Fiorio.
Laureato in Scienze politiche nell’Università degli studi di Bari, ha conseguito il dottorato di ricerca in “Diritto europeo su baste storico-comparatistica” nell’Università di Roma Tre. I suoi interessi scientifici vertono principalmente sulla teoria e la storia dei diritti umani, sul rapporto tra potere e legittimità e sull’esecuzione penale e la privazione della libertà. È attualmente ricercatore di Filosofia e Sociologia del diritto presso l’Università di Perugia, Anastasia insegna Filosofia del diritto nell’ambito dei Corsi di laurea in Scienze dei servizi giuridici e per funzionario giudiziario e amministrativo attivati presso la Facoltà di Giurisprudenza.

Iscritto all’albo dei docenti dell’Istituto superiore di studi penitenziari (Issp) del Ministero della giustizia, è condirettore di Antigone. Quadrimestrale di critica del sistema penale e penitenziario e fa parte della direzione di Democrazia e diritto, della redazione di Studi sulla questione criminale, del Comitato scientifico internazionale della rivista Critica penal y poder (Barcellona, ES).
Esperto del Consiglio d’Europa a supporto del Comitato per la prevenzione della tortura e delle pene inumani o degradanti, è è Presidente de La Società della Ragione Onlus e Presidente onorario dell’associazione Antigone, per i diritti e le garanzie nel sistema penale, e componente del Comitato scientifico internazionale dell’Osservatorio sul sistema penale e i diritti umani istituito presso l’Università di Barcellona (Spagna). È stato presidente della Conferenza nazionale del volontariato della giustizia, organismo rappresentativo del volontariato penitenziario. Dal 2001 al 2006 è stato Direttore del Centro di studi e iniziative per la riforma dello Stato in Roma, di cui attualmente è responsabile delle attività editoriali.

Autore di articoli, saggi e interventi in materia di politica del diritto e della giustizia per giornali, riviste e volumi collettanei, ha pubblicato L’appello ai diritti. Diritti e ordinamenti nella modernità e dopo (Torino, 2008), Patrie galere. Viaggio nelle carceri italiane (con P. Gonnella, Roma 2005) e Il caso Venezia. Una estradizione a rischio capitale (Roma, 1996). Ha curato, con F. Corleone, Contro l’ergastolo. Il carcere a vita, la rieducazione, la dignità della persona (Roma, 2009), con P. Gonnella, Inchiesta sulle carceri italiane (Roma, 2002) e, con M. Palma, La bilancia e la misura. Giustizia, sicurezza, riforme (Milano, 2002). La sua ultima monografia è Metamorfosi penitenziarie. Carcere, pena e mutamento sociale (Ediesse 2012). Insieme a Luigi Manconi, Valentina Calderone e Federica Resta ha pubblicato nel 2015 per Chiarelettere il volume Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini. A Stefano Anastasia, collaboratore fisso di sito e rubrica di Fuoriluogo vanno i complimenti della redazione di Fuoriluogo e dell’Associazione Forum Droghe.

http://www.fuoriluogo.it, 9 aprile 2016

Indagine conoscitiva sul 41 bis OP della Commissione Diritti Umani del Senato


Senato della RepubblicaLa Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani ha svolto nel corso del 2013, 2014 e 2015 un’indagine conoscitiva sulle condizioni di applicazione del regime detentivo speciale del 41 bis, focalizzando il tema dal punto di vista del rispetto della dignità e dei diritti della persona.

Il primo capitolo riassume la storia del regime speciale e ne descrive l’evoluzione nella normativa italiana, riportando alcune delle considerazioni svolte da giuristi, magistrati e rappresentanti delle istituzioni nel corso della discussione in Commissione.

Il secondo capitolo è dedicato al regime speciale in relazione a quanto emerso nelle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e nei rapporti del Comitato europeo per la prevenzione della tortura.

Il terzo capitolo fotografa la situazione attraverso i dati raccolti nel corso dell’indagine e gli elementi riscontrati nelle visite della Commissione agli istituti penitenziari dove sono reclusi i detenuti sottoposti a regime di 41-bis.

Nel quarto capitolo, alla luce dei risultati dell’indagine, si propongono una serie di raccomandazioni e alcune misure concrete attuabili a breve termine, per assicurare alle persone sottoposte al carcere duro il rispetto delle garanzie previste dalle norme nazionali e internazionali.

Rapporto sul 41 bis della Commissione Straordinaria Diritti Umani del Senato della Repubblica (clicca per leggere)

“Troppi divieti insensati”, le richieste al Governo per un 41 bis più umano


Cella 41 bis OPIl cosiddetto “carcere duro” è diventato in molti casi troppo duro, ben oltre l’esigenza di tagliare e impedire i rapporti tra i detenuti e la criminalità organizzata di appartenenza. Ecco perché la Commissione Diritti umani del Senato, al termine di quasi due anni di indagine conoscitiva sull’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario introdotto dopo le stragi di mafia del 1992, in una relazione approvata ieri a maggioranza (favorevoli tutti i gruppi tranne Forza Italia e Movimento 5 Stelle) affida a governo e Parlamento una serie di raccomandazioni.

Tra le quali spicca la necessità di sorvegliare con maggiore attenzione la proroga di un regime di detenzione speciale che “dovrebbe essere applicato solo eccezionalmente e per limitati periodi di tempo”, mentre c’è la preoccupazione che attraverso una “prassi della proroga” troppo disinvolta e routinaria, si finisca per non rispettare la ratio della legge. In particolare ci vorrebbe “una più accurata istruttoria” nei confronti delle persone “incapaci di intendere e di volere”.
La commissione ritiene necessario “adeguare alcune strutture a standard minimi di abitabilità”, nonché “rivedere le limitazioni al possesso di oggetto nelle camere detentive”, cioè le celle, “riservandole a ciò che ha effettiva incidenza sulle possibilità di comunicazione con l’esterno”. L’organismo presieduto dal senatore Luigi Manconi ha visitato molti degli istituti dove sono rinchiusi i 729 carcerati al “41 bis” (tra cui 7 donne, i dati risalgono al 31 dicembre), raccogliendo indicazioni su quello che lo stesso Manconi definisce un “surplus di afflizioni, privazioni e restrizioni che non sembra avere ragion d’essere nella logica, prima ancora che nella legge”.
La relazione evidenzia che “c’è un limite preciso ai capi di biancheria che possono essere tenuti in cella, in molti casi considerato insufficiente; in alcuni istituti i sandali non possono essere indossati prima del 21 giugno”, e se fa caldo prima pazienza. “Non si possono indossare abiti “firmati” perché potrebbero portare a episodi di conflittualità tra detenuti, ma non è chiaro in base a quale criterio si possa stabilire quando un abito sia o meno “firmato””. A un anziano detenuto con l’hobby della pittura “è stata negata l’autorizzazione a tenere in cella tela e colori, e può dipingere solo un’ora al giorno nella stanzetta della socialità”, mentre uno che s’è laureato discutendo la tesi attraverso il vetro divisorio si lamenta che il tempo passato al computer venga sottratto all’ora d’aria. E ancora: “Alle pareti non è possibile tenere fotografie o altre immagini: in moltissimi casi questo divieto è stato presentato come esempio di una eccessiva rigidità e di una certa volontà punitiva”.

Tra i reclusi al “carcere duro” 29 lo sono da più di vent’anni (compresi i capimafia Totò Riina e Leoluca Bagarella), 161 fra dieci e venti, 321 fra i quattro e i dieci anni, e 204 da meno di quattro anni. I tre quarti (73,1 per cento) hanno almeno una condanna definitiva, e poco meno (70,8 per cento) sono in galera per il secondo comma dell’articolo 416 bis del codice penale: organizzatori e capi delle varie associazioni mafiose; il 21,3 per cento sono invece mafiosi “semplici”, cioè partecipanti (non promotori) all’organizzazione criminale; l’1,6 per cento sono accusati “solo” di omicidio, lo 0,3 per strage e l’1,3 di estorsione. Tra le mafie di appartenenza spicca la camorra (40,3 per cento), seguita da Cosa nostra (27,6) e dalla ‘ndrangheta(21,7). I terroristi sono soltanto sei.
“Su questa norma faremo le barricate, se qualcuno pensa di fare cortesie a qualche amico capomafia si sbaglia”, tuona il grillino Giarrusso. Ma la commissione non mette in dubbio la legittimità del “carcere duro”; si tratta solo, spiega Manconi, “di verificare che rimanga nei limiti previsti dalla legge, senza sconfinamenti ingiusti e inutili”.

Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 8 aprile 2016

Carceri, il Sen. Ichino (Pd) ed altri Parlamentari interrogano il Ministro Orlando sul 41 bis


Nei giorni scorsi, i Senatori della Repubblica Pietro Ichino, Luigi Manconi, Erica D’Adda, Gianpiero Dalla Zuanna, Maria Cecilia Guerra, Patrizia Manassero, Gianluca Susta (Pd), Karl Johann Berger (Per le Autonomie – Psi – Maie) e Serenella Fuckia (Misto) hanno presentato un atto di sindacato ispettivo al Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando in riferimento all’applicazione del regime differenziato detentivo speciale previsto dall’Art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario nei confronti dei detenuti da parte del Ministero della Giustizia.

L’Interrogazione a risposta orale n. 3-02524 è stata presentata mercoledì scorso 27 gennaio, durante la 566 esima seduta di Palazzo Madama e avrà risposta dal Governo presso la Commissione Giustizia presieduta dal Senatore Nico D’Ascola (Ncd); l’atto è “frutto del lavoro di ricerca ed elaborazione di un gruppo di esperti di cui fanno parte anche costituzionalisti, giudici penali e professionisti dell’assistenza ed educazione dei detenuti, volta a mettere a fuoco alcuni aspetti critici dell’applicazione dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario”.
“Il regime del 41-bis – spiega il senatore del Pd Pietro Ichino – è una misura di sicurezza che ha svolto e svolge una funzione indispensabile nel contrasto alla criminalità organizzata, ma viene talvolta applicata anche in situazioni nelle quali le esigenze di prevenzione originarie sono cessate, con conseguente pregiudizio per la partecipazione del condannato alle iniziative necessarie per la sua rieducazione e riabilitazione”.
“Gli autori dell’interrogazione chiedono perciò che “il ministro valuti l’opportunità di adottare linee-guida le quali, senza pregiudicare la funzione essenziale di sicurezza e legittima difesa della società civile, assicurino un’applicazione della norma costantemente attenta alle circostanze specifiche di ciascuno dei 700 casi oggi interessati, in ossequio rigoroso al principio contenuto nell’articolo 27 della Costituzione”.

Interrogazione a risposta orale n. 3-02524 del 27/01/2016 del Sen. Pietro Ichino (Pd) ed altri (clicca per leggere)

Agente Penitenziario : “Le botte ? Con questi metodi noi abbiamo ottenuto risultati ottimi”


Polizia_Penitenziaria_2Le parole degli agenti penitenziari: “Tanto da qui tu e gli altri uscirete più delinquenti di prima”. “Brigadiere, perché non hai fermato il tuo collega che mi stava picchiando?”. “Fermarlo? Chi, a lui? No, io vengo e te ne do altre, ma siccome te le sta dando lui, non c’è bisogno che ti picchio anch’io”.

Botte. E ancora botte. Sevizie. Perché con i detenuti, parole di agente penitenziario, “ci vogliono il bastone e la carota”. Un giorno di pugni e l’altro no, “così si ottengono risultati ottimi”. E la paura tiene buoni. Lividi, percosse, le ossa rotte, inutile nascondersi sotto la branda. Tanto “il detenuto esce dal carcere più delinquente di prima”, e, dice ancora il brigadiere, “non perché piglia gli schiaffi, ma perché è proprio il carcere che non funziona”.

La registrazione è così nitida da far sentire il freddo sulla pelle. Chi parla è Rachid Assarag, detenuto marocchino quarantenne, che sta scontando una pena di 9 anni e 4 mesi nelle carceri italiane. E chi risponde sono gli agenti, ora di un penitenziario ora di un altro. La conversazione è una testimonianza agghiacciante di quanto succede nei nostri istituti penitenziari. Dove il detenuto Rachid (condannato per violenze sessuali) viene ripetutamente picchiato e umiliato dagli agenti addetti alla sua custodia.

La prima volta nel carcere di Parma, racconta Rachid, dove in quattro (guardie) lo seviziano con la stampella a cui si appoggiava per camminare. Lui denuncia, ma chi crede alle parole di un detenuto? Così Rachid, assistito dall’avvocato Fabio Anselmo, mentre viene trasferito in undici carceri diverse dal 2009 (Milano, Parma, Prato, Firenze, Massa Carrara, Napoli, Volterra, Genova, Sanremo, Lucca, Biella), inizia a registrare tutto.

Conversazioni con la polizia penitenziaria, medici, operatori e magistrati. Voci dall’inferno. Come quando le guardie entrano nella sua cella per “scassarlo” di botte, o il sovrintendente ammette: “questo carcere è fuorilegge, dovrebbe essere chiuso da 20 anni, se fosse applicata la Costituzione”.

Agente con accento napoletano: “Mi hai fatto esaurire, ti sei anche nascosto sotto il letto”. Rachid: “Perché mi volevate picchiare”. “Se ti volevamo picchiare era più facile che ti prendevamo e ti portavamo giù”. Giù. Dove forse nessuno sente e nessuno vede. Sono le botte la rieducazione, come dice chiaramente qualcuno che Rachid chiama “brigadiere”. Probabilmente un sovrintendente della polizia penitenziaria.

Rachid registra e registra. Incalza anche: “Voi qui non applicate la Costituzione”. La risposta del brigadiere (lo stesso che teorizzava una seconda razione di botte per Rachid che chiedeva “fermati” all’agente che lo stava picchiando) è incredibile: “Se la Costituzione fosse applicata alla lettera questo carcere sarebbe chiuso da vent’anni. In questo carcere la Costituzione non c’entra niente”.

Le registrazioni di Rachid escono dal carcere, e l’associazione “A buon diritto” di cui è presidente Luigi Manconi, decide di renderle pubbliche. Conversazioni acquisite dai magistrati, e che testimoniano quanto gli abusi sui detenuti siano una (atroce) prassi abituale nei nostri penitenziari. Dai quali, come ammettono gli stessi agenti “si esce più delinquenti di prima, ma non per gli schiaffi che prendono, o quantomeno non solo, ma perché è l’istituzione carcere che non funziona”. Commenta Luigi Manconi, presidente, anche, della Commissione per i diritti umani: “Il carcere per sua natura e per sua struttura produce aggressività e violenza, e come dice il poliziotto penitenziario si trova in uno stato di permanente illegalità. Riformarlo è ormai un’impresa disperata. Si devono trovare soluzioni alternative”.

Rachid: “Devo uscire dal carcere più cattivo di prima? Dopo tutta questa violenza ricevuta, chi esce da qui poi torna”. E il “superiore” invece di smentirlo difende l’uso della violenza come metodo rieducativo. “Le botte? Con questi metodi noi abbiamo ottenuto risultati ottimi”. Tanto da dietro le sbarre nessuno parla, come dimostra il caso di Stefano Cucchi.

Da anni Rachid Assarag registra e fa esposti. Ma quasi nulla accade. Anzi mentre le denunce degli agenti nei suoi confronti avanzano, quelle di Rachid si arenano. Assarag da un mese è in sciopero della fame, ha perso 18 chili. Di recente è stato di nuovo denunciato per aver bloccato le ruote della carrozzina in cui ormai viene trasportato, per aver insultato le guardie e rovesciato la branda in cella, “disturbando il riposo e le normali occupazioni degli altri detenuti”.

Rachid, qualunque sia il reato di cui un detenuto si è macchiato, testimonia con le sue registrazioni che nei penitenziari italiani la violenza è prassi. Scrive l’associazione “A buon diritto”: “Se Assarag dovesse morire in carcere, nessuno potrebbe dire che non si è trattato di una morte annunciata”.

Maria Novella De Luca

La Repubblica, 4 dicembre 2015

Manconi (Pd) “nel 41bis riscontrate numerose violazioni delle garanzie dei detenuti”


Luigi Manconi 3Nell’abisso del 41bis “abbiamo riscontrato numerose violazioni delle garanzie dei detenuti”. Lo rivela a “l’Espresso” Luigi Manconi, senatore e presidente della commissione Diritti umani molto critico sul metodo di applicazione del regime speciale di reclusione.

Senatore, il 41bis è una misura eccezionale diventata regola nella lotta alla mafia. Eppure…

“È un regime straordinario per situazioni di emergenza. Dovrebbe, quindi, terminare una volta esaurita – fosse pure tra mille anni – l’eccezionalità del fenomeno. Si è scelto, invece, di rendere fisiologica e accettabile una forma particolarmente pesante di reclusione”.

In cosa consiste davvero questo regime?

“La verità è che il 41bis non dovrebbe costituire un regime crudelmente afflittivo, ma perseguire uno scopo strumentale: impedire la relazione tra il detenuto e l’organizzazione criminale. Si pensa, invece, che tanto più alto è il profilo delinquenziale del detenuto, maggiore deve essere la durezza della pena. Tutte le misure finalizzate a impedire quel collegamento con l’esterno sono legittime, ma non quelle che rendono più intollerabile la pena. Per quale motivo, ad esempio, viene ridotto il numero di quaderni acquistabili o viene impedito di dipingere nella propria cella? E perché mai i dieci minuti di incontro col figlio minore vengono sottratti all’ora mensile di colloquio con i familiari? Queste sono misure inutilmente persecutorie”.

La commissione dei Diritti umani che lei presiede si sta occupando proprio del carcere duro.

“Abbiamo riscontrato numerose violazioni di diritti. La Commissione verifica la coerenza della sua applicazione con leggi e regolamenti. Tuttavia, ricordo che un magistrato come Gherardo Colombo ne contesta la costituzionalità. Il diffuso populismo penale, però, impedisce una serie discussione sul tema. Lo Stato d’eccezione, prodotto dalle stragi mafiose, si è fatto permanente e si presume come eterno”.

Giovanni Tizian

L’Espresso, 6 novembre 2015

Carceri, i Detenuti AS di Parma “Siamo chiusi come maiali in piccole celle che puzzano di water”


Cella Carcere ItaliaSiamo i detenuti del Reparto di Alta Sicurezza del carcere di Parma. Siamo già tanti, ma vogliono trasferire altri dal carcere di Padova”.

Lettera inviata al Capo dello Stato, al Ministro della Giustizia, al Capo dell’amministrazione Penitenziaria, ai Magistrati di Sorveglianza di Reggio Emilia, al Direttore della Casa di reclusione di Parma, al Garante dei diritti dei detenuti Emilia-Romagna. Per conoscenza al senatore Luigi Manconi e altri.

Siamo i detenuti del Reparto di Alta Sicurezza della Casa di reclusione di Parma. Abbiamo deciso di rivolgerci a voi dopo essere venuti a conoscenza del fatto che la sezione dì alta sicurezza di Padova sarà dimessa e che i detenuti di quel reparto – secondo notizie giornalistiche – verranno trasferiti presso il reparto di alta sicurezza del carcere di Parma. Vogliamo, innanzitutto rivolgerci a voi in termini civili, quei termini che ci consentono di affrontare una comunicazione responsabile e cosciente atta a fare conoscere e comprendere quali sono le difficoltà che segnano la nostra quotidianità. Gli argomenti che tratteremo, per quanto complessi, sono indissolubilmente legati alla vivibilità all’interno delle celle e alla qualità della vita al di fuori di esse. La sezione di alta sicurezza del carcere di Parma, attualmente ospita 27 detenuti, per una capienza max di 25 posti.

Tra gli ospiti qui reclusi, 19 sono ergastolani, i rimanenti 8 scontano condanne ventennali o trentennali. Nel computo dei 27 ci sono persone affette da malattie debilitanti, altri soffrono di problemi psi-co-fisici-claustrofobici, altri ancora sono studenti universitari, infine ci sono individui con discrete condizioni fisiche. Per tutti, nessuno escluso, vale il principio del rispetto della dignità umana. Dignità citata nelle premesse delle regole penitenziarie europee del 2006, ma anche all’art. 18 (I locali di detenzione e, in particolare, quelli destinati ad accogliere i detenuti durante la notte devono soddisfare le esigenze di rispetto della dignità umana e, per quanto possibile, della vita privata e rispondere alle condizioni minime richieste in materia di sanità e di igiene, tenuto conto delle condizioni climatiche, segnatamente per quanto riguarda la superficie e la cubatura).

Noi stiamo chiusi in cella 20 ore su 24. Le 4 ore sono assegnate ai passeggi. Locali questi non idonei ad ospitare 27 persone, se si considerala superficie minima disponibile per ogni maiale che, secondo la direttiva Cee 91/630 (recepita dall’Italia) è di 6 metri quadri. Le celle detentive, per capienza, possono ospitare solo un detenuto. Se all’interno venissero collocate 2 persone lo spazio disponibile calpestabile pro-capite scenderebbe sotto i 3 metri quadri, spazio calcolato al netto dell’ingombro del mobilio. La cella è provvista di un piccolo wc privo di finestra. Il ricambio d’aria dovrebbe avvenire attraverso un aeratore, ma questo non avviene e giornalmente chi vive stipato in due all’interno della stessa cella è costretto a respirare gli odori maleodoranti causati dai bisogni fisiologici del compagno di cella. Per le operazioni di pulizia corporale la porta del wc rimane aperta. Abbiamo costatato l’impossibilità di lavarsi nel lavabo con la porta chiusa. Questa situazione non è sufficientemente adeguata ad assicurare un minimo di privacy.

Ai fini della determinazione dello spazio individuale minimo intra-murario, la giurisprudenza nazionale ha precisato che, dalla superficie lorda della cella debba essere detratta la superficie occupata dagli arredi, individuando nel suolo calpestabile il parametro di calcolo. Una misura questa calcolata sulla base del criterio di 9 mq per singolo detenuto, più 5 mq per gli altri. Lo stesso spazio per cui in Italia viene concessa l’abitabilità alle abitazioni, condizione più favorevole rispetto ai 7 mq per singolo detenuto più 4 mq – stabiliti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura – per gli altri. (Fonte Dap, Ufficio per lo sviluppo e la gestione del sistema informativo statistica e automazione di supporto dipartimentale).

Sulla questione spazio individuale esiste una elaborazione giurisprudenziale da parte della: Corte di Cassazione, magistratura di Sorveglianza di Padova, magistratura di Sorveglianza di Verona. Tra gli aspetti della qualità della vita di noi detenuti del reparto di alta sicurezza da segnalare la mancanza di una biblioteca, di una scuola, di lavoro, l’esclusione alle nomine a Commissioni esterne, a corsi professionali finalizzati.

Ma la questione dell’inumanità della pena non si esaurisce nello spazio messo a disposizione a una persona in carcere, ma vanno contemplati altri parametri, tra i quali spicca quella evidenziata nello standard del Comitato per la prevenzione della tortura, che, nello specifico, afferma: “Tra i 3 ed i 7 mq a disposizione la disumanità è inversamente proporzionale al grado di implementazione di una serie di fattori compensativi, il primo fra tutti è assicurare che i detenuti possano trascorrere una ragionevole parte della giornata – 8 ore o più – fuori dalla cella occupati in attività motivanti di vario tipo.

Per i condannati i regimi dovrebbero essere di livello ancora più elevato”. In considerazione di quanto descritto pare opportuno rivelare che l’eventuale – quanto probabile – arrivo di altri detenuti restringerebbero i già esigui spazi vitali in cella e se lo spazio recluso diventa incapace di garantire lo spazio vitale, viola la dignità umana. Ci appelliamo alla vostra sensibilità e vi chiediamo una pena coerente con la dignità umana, spazi di vita umani, trattamento umano, riconoscimento pieno di diritti, salvaguardando l’integrità psico-fisica della persona qui detenuta, nel rispetto dell’articolo 27 della Costituzione.

I detenuti: Avarello Giovanni – Cavallo Aurelio – Mafrica Giovanni – Stolder Ciro – Piscopo Giuseppe – Di Girgenti Antonino – Farraioli Domenico – Barranca Giuseppe – Testa Domenico – Donatiello Giovanni – Pulcinelli Ciro – Rua Gianfranco – Reitano Roberto – Favara Corrado – Gangitano Andrea -Romeo Antonio – Benigno Salvatore – fiocchetti Gaetano – Bevilacqua Fioravantio – Donatello Giovanni – Capozza Luigi – Sorrento Antonio – Morelli Domenico – Di Bona Enzo – Mazzara Vito.

Il Garantista, 25 giugno 2015

Lettera Detenuti AS1 Parma (clicca per leggere)

 

Presentato in Senato un disegno di legge sul “diritto all’affettività” per i detenuti


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Presentazione del DDL n.1587 “Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354 e altre disposizioni in materia di relazioni affettive e familiari dei detenuti”

Colloqui più lunghi e “senza alcun controllo visivo”, momenti di intimità con i propri familiari in “apposite aree presso le case di reclusione”, possibilità per i magistrati di sorveglianza di concedere permessi, oltre a quelli premio o per motivi gravi, anche per trascorre il tempo con la moglie e la famiglia, e per i detenuti stranieri telefonate anche con i parenti all’estero.

Questo prevede un disegno di legge per l’affettività in carcere presentato dal senatore Sergio Lo Giudice e firmato da una ventina di colleghi, in maggioranza del Pd, che riprende per intero quello presentato nella passata legislatura da Rita Bernardini, segretario dei Radicali.

L’idea è non privare i detenuti del diritto di mantenere rapporti affettivi, garantendo incontri più frequenti e consentendo spazio e tempo per i rapporti con il proprio partner, coniuge o convivente. “Affettività e sessualità in carcere – nota il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani, tra i firmatari del ddl – sono sempre visti con uno sguardo morboso” e “come se l’interdizione dal sesso fosse una parte della pena”.

Secondo Rita Bernardini “negare un diritto inderogabile come quello alla sessualità e all’affettività rientra tra i trattamenti inumani e degradanti vietati dalla Costituzione”. Franco Corleone, garante dei detenuti della Toscana, parla di “un’inadempienza che viene da lontano” e ricorda che negli anni 80 le detenute mettevano in atto la protesta del “salto del banco” per reclamare “il diritto all’amore”, ma “ancora in una ventina di carceri – dice – esistono i banconi di separazione per i colloqui”. “Siamo in presenza di ostilità particolarmente tenaci – aggiunge Manconi che si è impegnato a portare in discussione il testo – ma non è un buon motivo per non provarci”.

– VEDI IL TESTO DEL DISEGNO DI LEGGE (PDF)

 

“Più umanità in carcere”: ai detenuti tempo libero col proprio partner. Proposta di Legge al Senato del Pd


Senato DDL Affetti DetenutiTre ore al mese in un locale non controllato: è il cuore del ddl presentato dal senatore dem Lo Giudice. “Non restituiamo alla società uomini e donne incattiviti da privazioni dolorose”.

Un incontro al mese di tre ore con il proprio coniuge o partner in un locale non controllato; mezza giornata con i propri cari in apposite aree; qualche giorno di permesso in più da trascorrere in famiglia: sono queste le proposte contenute nel disegno di legge che il senatore del Pd Sergio Lo Giudice ha presentato oggi “per riportare l’umanità in carcere e non restituire alla società donne e uomini incattiviti da privazioni così dolorose. Il benessere affettivo e sessuale e il mantenimento dei rapporti familiari sono bisogni fondamentali che appartengono anche alle persone ristrette e ai loro cari”.

“La censura assoluta della sfera sessuale in ambito penitenziario rimanda a un’idea di persona detenuta non-uomo o non-donna”, commenta Luigi Manconi (Pd), che ha firmato il ddl. Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani e depositaria nella scorsa legislatura dello stesso disegno di legge auspica “tempi e spazi che permettano ai detenuti di coltivare i rapporti con i familiari, aprendo anche alla possibilità di avere rapporti intimi con coniugi o conviventi”.

La Repubblica, 22 gennaio 2015