Calabria, sono 17 i candidati alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti


Consiglio Regionale della Calabria - Palazzo CampanellaFinalmente, l’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale della Calabria, accogliendo la sollecitazione di Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani (e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti), si è riunito per la presa d’atto delle proposte di candidatura, pervenute dopo il bando pubblico del 5 giugno 2018, alla carica di Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, istituito con Legge Regionale n. 1 del 2018.

Sono 20 le candidature, 3 delle quali escluse, perché i candidati non sono stati ritenuti in possesso dei requisiti e dell’esperienza richiesta per lo svolgimento dell’incarico di Garante Regionale.

Tra i 17 candidati che il Consiglio Regionale della Calabria dovrà scegliere ci sono anche io, dice il radicale Quintieri. Gli altri candidati che leggo in elenco, eccetto qualcuno, non li conosco perché mai visti o sentiti nell’ambiente penitenziario. Non mi risulta che siano mai stati impegnati in Calabria od altrove per la promozione e la tutela dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale o dei diritti umani più in generale.

Per il momento non aggiungo ulteriori commenti, conclude l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, riservandomi di accedere agli atti per valutare le posizioni degli altri candidati perché ritengo che siano in tanti quelli non idonei a ricoprire l’incarico di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti.

Deliberazione Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale della Calabria

Elenco candidature a Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti

Sabella (Giudice): Provenzano era un vegetale, il 41 bis andava revocato, non può essere strumento di tortura


“Il 41bis è uno strumento indispensabile, non perdiamolo solo perché lo applichiamo per vendetta o, peggio ancora, per gli umori del Paese”. Il magistrato Alfonso Sabella, ex sostituto procuratore del pool Antimafia di Palermo di Gian Carlo Caselli e ora giudice del Riesame a Napoli, queste parole le pronunciava anche due anni fa, quando il boss di Cosa nostra Bernardo Provenzano era ancora vivo. Ma Provenzano è rimasto al 41bis anche in coma: secondo i giudici era ancora pericoloso. Una decisione ora punita dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo, secondo cui il boss sarebbe stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti e che mette a rischio, secondo Sabella, lo stesso strumento.

Dottor Sabella, cosa ci dice questa sentenza?

Provenzano era in stato vegetativo, quindi che abbiamo utilizzato il 41bis come strumento di tortura. Le perizie, non solo quella di parte, ma anche quella del giudice e della Procura, attestavano che non era in condizione di dare nessun tipo di ordine dal carcere o di elaborare un pensiero diverso da “ho fame” e “ho sonno”.

Lei ha sostenuto sin da subito che andasse revocato…

Sì, proprio per salvare lo strumento. Non sono per l’idea che vada abolito, anzi: ritengo sia indispensabile per la lotta alla criminalità organizzata. Ma in quel caso, visto che ci si trovava davanti ad un vegetale, era indispensabile revocarlo. Era scontato l’esito di Strasburgo e basta un altro errore di questo tipo perché la Cedu ci dica che l’Italia usa il 41bis come strumento di tortura e non come strumento di salvaguardia di altri beni costituzionali.

È stata violata la sua dignità?

Provenzano è morto con dignità all’interno di una struttura sanitaria, la cosa però obiettivamente sgradevole è il fatto che si stato impedito ai suoi familiari di avere un contatto fisico con lui nelle ultime settimane della sua vita e di incontrarlo un po’ più frequentemente di una volta al mese e senza vetro divisorio. Non stiamo parlando del problema della detenzione, perché in carcere ci doveva stare, anche per la funzione retributiva della pena nel nostro ordinamento. Il problema è come ci doveva stare e credo che su questo la Corte abbia messo l’accento, soprattutto dopo che è stata accertata la sua condizione. La questione andava affrontata con molta laicità, perché era più che evidente che Provenzano non era capace di dare ordini alla sua cosca.

Perché non è stato revocato?

Si temevano le reazioni, perché era Provenzano. Invece revocare il 41bis a un vegetale è la cosa più normale del mondo. Se fosse stato in grado di dare ordini sarebbe stata un’aberrazione, ma è altrettanto aberrante averlo mantenuto ad un signore incapace di intendere e di volere.

È stato un problema di opinione pubblica più che di ordine pubblico, quindi?

Sì. Ma una cosa è la giustizia privata, una cosa è lo Stato. Uno Stato deve marcare la differenza con le organizzazioni criminali, non fa vendette, applica la legge, i principi fondamentali della nostra Costituzione e della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo. Altrimenti torniamo alla legge del taglione e chiudiamola qua.

Cosa cambierà dopo questa sentenza?

Io mi auguro che si tragga un insegnamento, cioè che il 41bis va limitato ai casi in cui c’è il pericolo che possano essere dati ordini all’esterno e quindi continuare a dirigere l’organizzazione criminale. A differenza di Provenzano, Salvatore Riina, ad esempio, è stato lucido fino all’ultimo istante, quindi è stato giusto mantenere il 41bis, per- ché in quel caso c’erano altri beni costituzionali a rischio.

Perché lo Stato non riesce ad applicare le sue stesse leggi?

Perché questo è un Paese che ragiona di pancia, senza pensare che la revoca del 41bis a Provenzano sarebbe stato un modo per tutelare lo stesso strumento, cioè applicandolo ai casi per cui è stato pensato. Ora, invece, c’è il rischio che la prossima volta in cui non avremo il coraggio di prendere delle decisioni impopolari ma giuste la Cedu dica che l’Italia si maschera dietro la scusa dell’ordine e della sicurezza pubblica per applicare uno strumento di tortura. E allora non potrà più stare nel nostro ordinamento. Se il ministro Orlando, all’epoca, avesse preso questa decisione, ci sarebbero state tante e tali di quelle polemiche da far cadere il governo.

I penalisti si dicono preoccupati in merito all’atteggiamento del nuovo governo sul tema. Qual è la sua opinione?

Non so come si sta muovendo, spero soltanto che non si agisca sempre sulla base delle pulsioni del momento, che forse possono portare qualche voto in più, ma che probabilmente fanno danni al Paese.

Simona Musco

Il Dubbio, 27 ottobre 2018

Sentenza Cedu sul regime 41 bis al boss Provenzano, giusta severità sì ma disumanità mai


La notizia è di quelle che di primo acchito fanno arricciare il pelo. L’Italia condannata a Strasburgo per il regime di massima sicurezza inflitto a uni dei più spietati boss mafiosi, Bernardo Provenzano… come può essere? E giù immediati commenti, irritati e sprezzanti per il nuovo colpo basso inferto al nostro Paese da un’Europa, stavolta addirittura connivente o succube di “cosa nostra”.

Forse, è il caso di fare un po’ di chiarezza. Per cominciare, la Corte europea dei diritti umani, che ha emesso la sentenza sotto accusa, non c’entra nulla con l’Unione Europea dei 28, ma è un organo di quel Consiglio d’Europa, che riunisce un numero maggiore di Stati e che trova le sue radici nei primi anni del secondo dopoguerra novecentesco.

È un tribunale di cui, nelle cause che coinvolgono l’Italia, fa parte anche un giudice italiano; come tutti i giudici può essere legittimamente criticato e lo è stato, anche su queste colonne, a esempio per certe discutibili espansioni del “diritto alla vita privata” a detrimento di altri diritti e princìpi fondamentali; ma non merita le rozze definizioni, che si sono sentite in queste ore anche da alcuni nostri ministri, come “inutile baraccone” (Salvini) o come insieme di persone “che non sanno di cosa parlano” (Di Maio). In secondo luogo, quella sentenza – pronunciata all’unanimità dalla sezione della Corte cui la causa era stata affidata – non mette affatto in discussione, sotto alcun aspetto, il regime del 41bis.

Lo ha fatto, la Corte europea, in altre occasioni, sotto aspetti più o meno marginali (e lo ha fatto anche la nostra Corte costituzionale), senza peraltro mai negare il diritto degli Stati, e in particolare dello Stato italiano, di adottare strumenti, anche duri come questo, per la difesa dalle più pericolose insidie di una criminalità organizzata priva di scrupoli e di umanità. Stavolta non si è neppure spinta a tanto.

Si è limitata a censurare il fatto che negli ultimi mesi della sua vita il boss di Corleone fosse stato tenuto in condizioni restrittive non più giustificate dal suo stato di salute fisica e psichica avendo perso finanche le più essenziali facoltà cognitive; e ha giudicato che ciò comportasse un trattamento inumano e degradante in contrasto con l’articolo 3 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo, stipulata a Roma nel 1950; contemporaneamente la sentenza ha respinto le richieste dei familiari di Zu Binnu, di estendere la condanna agli anni di detenzione precedentemente trascorsi da lui in carcere.

Si potrà discutere se, di fatto, le premesse circa le condizioni di salute della persona fossero proprio quelle; e verosimilmente ed ineccepibilmente lo potrà fare il Governo italiano contestando il verdetto davanti a quello che nell’organigramma di Strasburgo può essere considerato una sorta di organo d’appello: la Grand Chambre (la “Grande Camera”).

Ma se si grida oggi che “il 41bis non si tocca” si sbaglia obiettivo. Ciò che, in realtà, d’importante la Corte europea ci ricorda con questa sentenza è un’altra esigenza, tanto più opportunamente quanto essa torna a essere oscurata nell’imbarbarimento di questi tempi.

Ed è che neppure al peggiore dei delinquenti, una volta privato dalla natura della possibilità di nuocere, si devono infliggere sofferenze ingiustificate: ne va del senso di umanità e del riconoscimento della dignità di ogni essere umano in quanto tale. Pensare e agire altrimenti non è giustizia e non è nemmeno il modo più efficace per fare guerra alla mafia; è soltanto cedere alla logica della vendetta. E irridere chi la pensa diversamente è una vergogna.

Mario Chiavario

Avvenire, 26 ottobre 2018

Carcere di Paola, dopo la visita dei Radicali, l’On. Magi interroga il Ministro della Giustizia Bonafede


Dopo la visita effettuata lo scorso 23 agosto alla Casa Circondariale di Paola, da una delegazione di Radicali Italiani guidata dal Consigliere Nazionale Emilio Enzo Quintieri, accompagnato da Valentina Anna Moretti, esponente radicale e praticante Avvocato del Foro di Paola, previamente autorizzata dal Vice Capo Reggente del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia Riccardo Turrini Vita, e gli esiti relazionati, ai vertici dell’Amministrazione Penitenziaria, al Magistrato di Sorveglianza di Cosenza ed al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti, l’Onorevole Riccardo Magi, Deputato di +Europa – Centro Democratico e Segretario Nazionale di Radicali Italiani ha presentato un’ atto di sindacato ispettivo al Ministro della Giustizia On. Alfonso Bonafede.

L’Interrogazione a risposta scritta n. 4/01469 del 25/10/2018, a cui dovrà rispondere il Guardasigilli del Governo Conte, richiama la visita dei Radicali e le problematiche riscontrate nell’Istituto tirrenico che, all’epoca dei fatti, a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, ospitava 221 detenuti, 119 dei quali stranieri (prevalentemente albanesi). Nell’ambito della visita, scrive l’Onorevole Magi, sono state riscontrate alcune criticità tra cui: l’isolamento precauzionale di un detenuto, allocato da circa 7/8 mesi all’interno del cosiddetto “repartino isolamento” avendo lo stesso dichiarato al personale di Polizia Penitenziaria di temere per la propria incolumità personale e di volere essere trasferito in altro Istituto. La Direzione dell’Istituto avrebbe chiesto più volte l’allontanamento del predetto, ma ogni richiesta pare sia stata respinta dai superiori uffici. Inoltre, il detenuto, pare abbia posto in essere anche atti autolesionistici e per tale ragione sia stato sottoposto a “sorveglianza a vista”; è stata anche riscontrata la chiusura di numerose camere detentive per inagibilità dovuta a copiose infiltrazioni meteoriche. In particolare, sono state rilevate n. 17 camere inagibili (4 alla I sezione, 4 alla III sezione, 3 alla IV sezione, 5 alla V sezione e 1 alla sezione infermeria). Inoltre, per gli stessi motivi, altre 2 camere presso la IV sezione, a breve, sarebbero state dichiarate inagibili. Di tale problematica risultavano già essere stati notiziati i superiori uffici; è stata registrata altresì la copiosa infiltrazione di acqua piovana nelle aule scolastiche e in altri locali (teatro, sorveglianza generale, corridoio centrale accesso sezioni). Anche tale problematica, pur essendo stata segnalata ai superiori uffici, non era stata risolta; risulta ancora l’assenza di box office per il personale di Polizia Penitenziaria addetto alla vigilanza ed osservazione dei detenuti all’interno delle sezioni, i box office sono assolutamente inadeguati in termini di arredo e strumentazione, non conformi alla normativa vigente in materia, privi di condizionatori d’aria, di riscaldamento e di servizi igienici. In tutte le sezioni, fatta eccezione per il padiglione a custodia attenuata, le postazioni di servizio sono collocate all’ingresso nel corridoio, senza alcuna protezione, essendo costituite solo da un tavolino e una sedia; è stata rilevata infine la numerosa presenza di detenuti stranieri che vede la Casa Circondariale di Paola tra gli Istituti della Calabria con la più alta percentuale degli stessi (60-70 per cento), con tutte le difficoltà che ne derivano per la gestione penitenziaria di tali persone, spesso prive di alcun collegamento con il territorio. Nell’Istituto di Paola non vi sono mediatori culturali e pare che, contrariamente ad altri Istituti, non vi siano fondi da elargire agli indigenti o, comunque, non vi siano in misura adeguata e sufficiente.

Il Deputato radicale, premettendo infine che la delegazione visitante, per ognuna delle criticità evidenziate, ha formulato articolate raccomandazioni e proposte all’Amministrazione Penitenziaria ha chiesto di conoscere se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti sopra esposti e se e quali iniziative di competenza siano state assunte o si intendano intraprendere ed entro quali tempi al fine di risolvere le gravi criticità riscontrate ed illustrate in premessa.

Prossimamente, subito dopo il Congresso nazionale dei Radicali Italiani che si terrà a Roma dal 1 al 3 novembre, la delegazione guidata da Emilio Enzo Quintieri, tornerà a far visita alla Casa Circondariale di Paola per verificare se, in questi mesi, ci siano stati degli sviluppi in ordine a tutte le problematiche riscontrate in quella di fine agosto.

Interrogazione a risposta scritta 4/01469 del 25/10/2018 (clicca per leggere)

41 bis per Provenzano fino alla morte: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna l’Italia


Oggi, 25 ottobre 2018, la Prima Sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo, all’unanimità, ha ritenuto che l’Italia abbia violato l’articolo 3 Cedu (divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti) per aver rinnovato l’applicazione dell’articolo 41-bisord. pen. al detenuto Bernardo Provenzano nonostante le sue deteriorate condizioni di salute.

È stata invece esclusa la violazione dell’articolo 3 Cedu in relazione alle condizioni di detenzione.

Il ricorso era stato presentato dal figlio e dalla compagna del detenuto per conto dello stesso nel luglio 2013, lamentando che non aveva ricevuto cure mediche adeguate e che l’imposizione dello speciale regime carcerario – cui era soggetto nonostante le condizioni di salute – violava l’articolo 3 Cedu; sopravvenuta la morte dell’interessato nel 2016, la trattazione del ricorso è proseguita su impulso del figlio, già amministratore di sostegno del padre a partire da marzo 2014.

La sentenza ripercorre la vicenda di Provenzano: latitante per oltre 40 anni, arrestato nel 2006, sottoposto a processo per associazione mafiosa, strage, tentato omicidio aggravato, traffico di droga, sequestro di persona, possesso illegale di armi, estorsione, condannato con applicazione di plurimi ergastoli, detenuto fino al trasferimento in reparti ospedalieri protetti, in relazione alle condizioni di salute, dove è deceduto nel 2016. Il regime di detenzione era stato fissato ai sensi dell’articolo 41-bis ord. pen. (visite di familiari per massimo un’ora al mese, nessuna visita di estranei alla famiglia, divieto di uso del telefono, limitazione all’uso di danaro, alla ricezione di pacchi, alla partecipazione di attività comuni; due ore di esercizio all’aperto al giorno; controllo della corrispondenza). Vari procedimenti si erano succeduti, diretti a ottenere la revoca dello speciale regime di detenzione, a seguito del deteriorarsi delle condizioni di salute, e dell’estensione temporale del medesimo nel marzo 2014 e poi nel marzo 2016; le istanze erano tutte state respinte alla luce dei pareri negativi delle Direzioni distrettuali antimafia di Caltanissetta, Palermo e Firenze.

Rigettate le eccezioni preliminari del Governo, la Corte ha analizzato, alla luce dei principi convenzionali, l’assistenza medica fornita al detenuto nel corso degli anni e ha concluso (§ 140), sulla base di una valutazione complessiva dei fatti, che non è accertato che la detenzione in sé sia stata incompatibile con le sue condizioni di salute e l’età avanzata o che la sua salute e il suo benessere non siano stati adeguatamente protetti dallo Stato. Ha quindi escluso per questa parte la violazione dell’articolo 3 Cedu.

La Corte ha quindi ricordato le sue precedenti pronunce in materia di articolo 3 Cedu e regime carcerario ai sensi dell’articolo 41-bis ord. pen. (casi Enea, Argenti, Campisi c. Italia, n. 24358/02, 11 luglio 2006; Paolello c. Italy, n. 37648/02, 24 settembre 2015), ha dato atto che il Governo aveva ampiamente dimostrato che il detenuto era un capo mafia che rappresentava un grave pericolo per la società, ha considerato che le finalità dello speciale regime carcerario erano preventive e di sicurezza e non punitive; ciò nonostante, sottolineato che l’essenza della Convenzione è la protezione della dignità umana e che le sue norme devono essere interpretate in modo da rendere tale protezione effettiva, ha osservato che «assoggettare un individuo a una serie di restrizioni aggiuntive (…), imposte dalle autorità carcerarie a loro discrezione, senza fornire sufficienti e rilevanti ragioni basate su una valutazione individualizzata di necessità, minerebbe la sua dignità umana e violerebbe il diritto enunciato all’articolo 3». Poiché nell’ordine di estensione delle misure non vi è un’«autonoma valutazione da parte del Ministro della Giustizia della situazione cognitiva del ricorrente» e poiché a tale circostanza è dedicato uno «spazio limitato», afferma la Corte che «è difficile (…) accertare in che maniera e con quale approfondimento tali circostanze furono tenute in conto nel valutare la necessità dell’estensione delle restrizioni. Pertanto, la Corte non può che concludere che nella motivazione dell’ordine non vi è prova sufficiente che sia stato fatto un genuino accertamento dei mutamenti rilevanti nella situazione del ricorrente, in particolare del suo critico declino cognitivo. Tenuto conto di ciò, la Corte non è persuasa che il Governo abbia dimostrato in modo convincente che, nelle circostanze particolari del caso, l’estensione dell’applicazione del regime del 41-bis nel 2016 fosse giustificata». Di qui la condanna per violazione dell’articolo 3.

Case of Provenzano c. Italy, application n. 55080/13 (clicca per leggere)

Osservatorio Internazionale Magistratura Democratica

http://www.questionegiustizia.it – 25 ottobre 2018

La Penna morì mentre era detenuto a Regina Coeli. Per la Cassazione devono essere risarciti i suoi familiari


Avrà conseguenze civilistiche, in tema di risarcimenti, la vicenda penale legata alla morte di Simone La Penna, detenuto a Regina Coeli e deceduto il 26 novembre 2009 all’interno del carcere. La quarta sezione della corte di Cassazione ha, infatti, assolto definitivamente il direttore sanitario del reparto sanitario del carcere, Andrea Franceschini, con la formula «per non avere commesso il fatto» e ha riconosciuto la estinzione per prescrizione delle accuse nei confronti del medico Andrea Silvano.
La suprema corte ha, però, fatto salvi ai fini degli effetti civili le condanne. In primo grado i due imputati erano stati condannati ad un anno di reclusione per omicidio colposo. Sentenza confermata dai giudici di secondo grado. La Penna, nel gennaio del 2009, venne portato nel carcere di Viterbo per scontare una condanna di due anni, quattro mesi e 29 giorni per detenzione di sostanze stupefacenti. Allora pesava 79 chili. Il 27 luglio venne ricoverato all’ospedale Sandro Pertini dove restò due giorni. La difesa, quindi, avanzò le richieste di arresti domiciliari ma furono respinte dal Tribunale di Sorveglianza, secondo il quale il regime detentivo era compatibile con il suo stato di salute. Le condizioni continuarono a peggiorare al punto che La Penna, dopo essere dimagrito 34 chili, venne trovato morto nella sua cella il 26 novembre di nove anni fa.
La sua vicenda fu accostata a quella di Stefano Cucchi morto mentre si trovava ricoverato all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre del 2009. «Questa drammatica storia – spiegano gli avvocati Sergio Maglio e Roberto Randazzo, legali di parte civile – ha caratteristiche sotto il profilo sanitario molto più gravi di quelle del caso Cucchi, e potrebbero riguardare anche un numero ben più cospicuo di casi, considerando che la morte del giovane avvenne a distanza di 9 mesi dalle prime ed evidenti manifestazioni dei disturbi alimentari accusati dal giovane».

Calabria, A breve in Consiglio Regionale l’elezione del Garante dei Diritti dei Detenuti


A breve il Consiglio Regionale dovrebbe eleggere il Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Calabria. Nei giorni scorsi ho chiesto notizie agli Uffici competenti del Consiglio Regionale della Calabria per conoscere lo stato e la fase del Procedimento e con una nota ufficiale del Settore Relazioni Esterne mi è stato comunicato che “l’istruttoria burocratica è stata completata e gli elenchi dei candidati sono stati inviati all’Ufficio di Presidenza per la relativa presa d’atto dei requisiti” e che “la delibera con i relativi allegati verrà pubblicata sul sito istituzionale del Consiglio Regionale della Calabria e ogni candidato potrà visionare la propria posizione”. Lo afferma Emilio Enzo Quintieri, membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani e candidato alla carica di Garante dei Diritti dei Detenuti della Calabria, di cui è stato anche promotore.

Non c’è più tempo da perdere perché negli Istituti Penitenziari della Calabria sono in atto gravissime violazioni ai diritti delle persone ristrette che, nella maggior parte dei casi, riguardano problematiche di competenza regionale come il diritto alla tutela della salute. Proprio nelle scorse settimane, prosegue l’esponente radicale Quintieri, nell’ambito delle visite che ho effettuato negli Istituti, autorizzate dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, ho dovuto riscontrare e denunciare alle Autorità competenti la pessima organizzazione del Servizio Sanitario Penitenziario Regionale. Per tale ragione, mi auguro che l’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale, a cui invierò un’appello, proceda con la massima sollecitudine alla “presa d’atto” delle candidature pervenute in modo tale da poter procedere alla iscrizione all’ordine del giorno della prossima seduta del Consiglio Regionale per la elezione del Garante Regionale.

Attualmente, in Calabria, solo nelle dodici strutture penitenziarie per adulti, che hanno una capienza regolamentare di 2.734 posti (non tutti sono disponibili perché vi sono diverse camere inagibili), sono presenti 2.752 detenuti (58 donne di cui 1 straniera madre con 2 figli al seguito), di cui 598 stranieri (prevalentemente rumeni, marocchini, ucraini, albanesi, tunisini e nigeriani) con le seguenti posizioni giuridiche : 668 in attesa di primo giudizio, 253 appellanti, 201 ricorrenti, 1 internato e 1.573 condannati definitivi, 23 dei quali ammessi alla semilibertà. Peraltro, solo di recente, dopo circa 10 anni, il Governo ha inteso nominare un Dirigente Generale dell’Amministrazione Penitenziaria in pianta stabile come Provveditore Regionale della Calabria. L’incarico, con Decreto del Ministro della Giustizia On. Alfonso Bonafede, è stato affidato al Dott. Massimo Parisi, già Direttore della II Casa di Reclusione di Milano Bollate. Su molti aspetti, in Calabria, rispetto ad altre realtà penitenziarie, siamo all’anno zero per cui è estremamente urgente eleggere il Garante che oltre a salvaguardare i diritti dei detenuti (anche di quelli minorenni), si dovrà occupare anche di tanti altri cittadini che sono sottoposti a misure restrittive della libertà personale, come quelli agli arresti domiciliari, in affidamento in prova al servizio sociale o terapeutico o sottoposti ad altre misure alternative o di prevenzione o di sicurezza nonché a trattamento sanitario obbligatorio presso i Reparti Psichiatrici degli Ospedali civili.

La decima legislatura, conclude Emilio Enzo Quintieri, volge al termine. Erano stati presi degli impegni precisi da parte del Presidente della Giunta Regionale Mario Oliverio che, per la gran parte, non sono stati rispettati. Lo stesso Garante dei Detenuti, ancora non è stato eletto e la Calabria resta una delle poche Regioni d’Italia insieme all’Abruzzo, alla Sardegna ed alla Basilicata a non avere questa importantissima Autorità di garanzia, punto di riferimento sul territorio del Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti istituito presso il Ministero della Giustizia.

Prot. n. 42232 del 22.10.2018 Garante dei Detenuti Calabria (clicca per leggere)