Domanda di accesso agli atti per i detenuti, decide il Magistrato di Sorveglianza e non il Tar


Spetta al Magistrato di Sorveglianza e non al Giudice Amministrativo decidere in merito all’eventuale diniego opposto dall’Amministrazione Penitenziaria alla richiesta di un detenuto di accedere agli atti amministrativi che lo riguardano. Lo ha spiegato il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte, Seconda Sezione (Pres. Testori, Est. Malanetto), con la Sentenza n. 1045/2019 del 07 ottobre 2019, decidendo sul ricorso proposto da un detenuto che si era visto rigettare dalla Direzione dell’Istituto Penitenziario in cui si trovava ristretto una istanza di “accesso alla posizione giuridica integrale”. Il ricorrente aveva precisato che tale documentazione gli occorreva poiché aveva intenzione di proporre un incidente di esecuzione per l’estinzione delle pene e per l’applicazione dell’istituto della continuazione.

L’Amministrazione Penitenziaria, invece, respingeva l’istanza sostenendo che la richiesta non riguardava documentazione esistente presso l’Istituto in quanto la “posizione giuridica” era una elaborazione di dati predisposta a proprio uso interno per cui non poteva essere oggetto di una istanza di accesso. Il Tar del Piemonte all’esito della Camera di Consiglio del 2 ottobre 2019, pur non ritenendo illogica la risposta dell’Amministrazione Penitenziaria non emergendo in concreto quali documenti il detenuto abbia richiesto, ha rilevato d’ufficio un difetto di giurisdizione, dichiarando il ricorso inammissibile, sussistendo la giurisdizione del Giudice Ordinario individuato nel Magistrato di Sorveglianza.

Infatti, secondo il Collegio giudicante, la peculiare posizione di restrizione carceraria che caratterizza il ricorrente, il quale chiedeva di fatto al Tar di ingerirsi nei rapporti tra il medesimo e l’Amministrazione Penitenziaria, se da un lato non comprime o estingue ex se le posizioni giuridiche soggettive di cui il detenuto resta certamente titolare, le conforma secondo una gestione compatibile con l’ambiente carcerario e la funzione rieducativa della pena. Il rapporto carcerario vede il proprio Giudice naturale nel Magistrato di Sorveglianza che, di tale rapporto, ha una necessaria gestione complessiva. Invero, con colpevole ritardo (D.L. n. 146/2013) il Legislatore è intervenuto sul combinato disposto degli Artt. 69 e 35 dell’Ordinamento Penitenziario, prevedendo un apposito rimedio giurisdizionale (Art. 35 bis) innanzi alla Magistratura di Sorveglianza relativamente ai reclami dei detenuti in generale e concernente il pregiudizio a diritti che possano loro occorrere nel contesto della detenzione. Nonostante il disposto normativo si limiti a parlare di “diritti”, sia la dottrina che la giurisprudenza, ritengono che siano giustiziabili innanzi al Magistrato di Sorveglianza tutte le posizioni giuridiche soggettive dei detenuti ed inerenti il rapporto carcerario, prescindendo dalla loro qualificazione in termini di diritti.

Pertanto, i Giudici Amministrativi, hanno denegato la propria competenza, ritenendo competente il Magistrato di Sorveglianza poiché Giudice specializzato per la gestione delle posizioni giuridiche soggettive dei detenuti in contesto di detenzione, proprio per la specifica funzione di detta Magistratura e la particolare e bilanciata valutazione che le eventuali problematiche richiedono in ottica di corretta gestione della pena. Ciò resta tanto più vero là dove la posizione giuridica soggettiva azionata è l’accesso, devoluta ad una cognizione di giurisdizione esclusiva nelle ipotesi di ordinario rapporto privato/pubblica amministrazione.

Emilio Enzo Quintieri

Napoli, detenuto non tradotto dal padre morente, nonostante il permesso del Giudice di Sorveglianza


Continua senza sosta l’intollerabile violazione dei diritti umani fondamentali nei confronti delle persone detenute negli Istituti Penitenziari della Repubblica. Nei giorni scorsi, l’ennesimo caso ha riguardato un giovane detenuto campano C.B., di 35 anni, ristretto nella Casa Circondariale di Cosenza. Lo denunciano Samuele Ciambriello, Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Campania ed Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani.

All’uomo, avuta notizia che il padre versava in imminente pericolo di vita a causa di un incidente, il Magistrato di Sorveglianza di Cosenza Silvana Ferriero, nell’esercizio della sua funzione, ha concesso un permesso di necessità ex Art. 30 comma 1 della Legge Penitenziaria, per recarsi dal proprio genitore, scortato dal personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, raccomandando l’urgenza della esecuzione del provvedimento.

Ciambriello e Quintieri raccontano i fatti: non appenal’ok del Giudice è arrivato alla Casa Circondariale di Cosenza, il personale del Nucleo Traduzioni della Polizia Penitenziaria ha provveduto a dare esecuzione immediata al provvedimento, traducendo in data 23 ottobre 2019 il detenuto presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, dopo aver ricevuto disposizioni in tal senso dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia.

Inspiegabilmente, su ordine del D.A.P., il detenuto veniva fermato a Secondigliano e non condotto immediatamente al capezzale del padre morente. Giunto nell’Istituto di Napoli Secondigliano, C.B., avrebbe dovuto essere tradotto presso l’abitazione del papà ma la traduzione non è stata effettuata né lo stesso giorno né nei giorni successivi nonostante le numerose sollecitazioni effettuate sia dai familiari che dai difensori.

Qualche giorno dopo, mentre stava ancora sperando di essere accompagnato a casa, il suo difensore, evidentemente credendo che fosse già a conoscenza della triste notizia, si è recato in carcere a fargli le condoglianze ma nessuno, sino a quel momento, gli aveva comunicato alcunché.

Soltanto dopo il decesso, lunedì 28 ottobre 2019, C.B. ha avuto la possibilità di recarsi al funerale del padre. Stando a quanto riferito al detenuto, ai suoi familiari e ai difensori, l’Amministrazione Penitenziaria, nei diversi giorni trascorsi presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, non avrebbe potuto effettuare la traduzione adducendo, come per altri casi analoghi (permessi di necessità, visite mediche specialistiche, interventi chirurgici), la mancanza di personale e di mezzi.

Le Regole Penitenziarie Europee emanate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa stabiliscono che “Le condizioni detentive che violano i diritti umani del detenuto non possono essere giustificate dalla mancanza di risorse”. “La violazione per difetto di risorse economiche, di personale o di mezzi dei diritti fondamentali dei detenuti e degli internati non può essere addotta quale valida giustificazione alla elusione degli stessi.

Le giustificazioni fornite non possono essere tollerate, non è possibile che nel 2019 l’Amministrazione Penitenziaria non riesca a dare immediata esecuzione ai provvedimenti della Magistratura di Sorveglianza per mancanza di fondi” dichiarano il Garante Regionale Ciambriello ed il radicale Quintieri.

Emilio Enzo Quintieri

Caso Nicosia, Quintieri (Radicali): Accuse infondate, nessuno può fare visite e colloqui riservati nelle Carceri


Parlare male di qualcuno, in privato, chiunque esso sia (anche se si chiamino Falcone e Borsellino), per quanto possa essere ritenuto riprovevole e immorale, non costituisce alcun reato, tantomeno quello, gravissimo, di associazione mafiosa.

Occuparsi della tutela dei diritti dei detenuti, compresi quelli sottoposti al regime detentivo speciale ex Art. 41 bis O.P., non costituisce alcun reato.

Vantarsi con terzi di aver effettuato visite “riservate”, anche di notte, con un Parlamentare della Repubblica, negli Istituti Penitenziari, non costituisce alcun reato.

La cafonaggine, l’ignoranza e la millanteria (almeno per il momento) non sono previste e punite dal Codice Penale.

Se le accuse nei confronti di Antonello Nicosia sono solo quelle apparse in queste ore sulla stampa, sono così labili che non consentiranno, nella maniera più assoluta, di affermarne la colpevolezza all’esito di un giusto processo.

Secondo l’Ordinamento Penitenziario (Legge, Regolamento di Esecuzione, Circolari e Ordini di Servizio) le visite agli Istituti Penitenziari (qualsiasi ambiente compreso quello in cui si trovano i detenuti e gli internati, anche se isolati), sono dirette a verificare le condizioni di vita, di trattamento e di rispetto della dignità personale. Le interlocuzioni con i detenuti durante le visite (che non possono mai avere ad oggetto vicende processuali) non possono trasformarsi in veri e propri colloqui, per i quali occorre specifica ed individuale autorizzazione da parte delle Autorità competenti in considerazione della loro posizione giuridica.

Qualora nel corso della visita, si verifichino violazioni alle suddette previsioni normative (per il fatto di riferirsi od estendersi ad argomenti diversi da quelli consentiti), l’Autorità Penitenziaria che accompagna il visitatore (Direttore dell’Istituto o, spesso, il personale di Polizia Penitenziaria delegato dallo stesso) deve, dopo un primo richiamo, finalizzato a rammentare detti limiti normativi, prontamente intervenire, per interrompere immediatamente il colloquio stesso e ciò, ove la irragionevole persistenza dell’interlocutore nel suo comportamento illegittimo non consenta altra modalità di intervento, mediante il pronto allontanamento del detenuto che partecipi alle interlocuzioni non consentite, in modo da impedire che la violazione possa condurre a pregiudizi maggiori.

Nel caso in cui si ravvisino estremi di reato, l’Autorità Penitenziaria, al termine della visita, ha l’obbligo di informare immediatamente l’Autorità Giudiziaria competente, oltre alle consuete informazioni al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia ed al Magistrato di Sorveglianza competente territorialmente.

In ogni caso, le visite e le interlocuzioni non sono “riservate” (tranne quelle del Garante Nazionale in qualità di Meccanismo Nazionale di Prevenzione ai sensi dell’OPCAT), ma debbono essere sempre effettuate in lingua italiana ed alla presenza dell’Autorità Penitenziaria. Non esiste la possibilità che un visitatore si chiuda, da solo, nella cella con il detenuto (a meno che il Direttore od il personale penitenziario siano corrotti ma lo escludo nella maniera più convinta e categorica !)

Tutte le indicazioni che precedono, come disposto dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, valgono nei confronti di qualunque detenuto. Ed un attenzione peculiare deve essere riservata per quelli sottoposti al regime speciale ex Art. 41 bis O.P. Infatti, il Dap, ha dato disposizione che il rispetto delle disposizioni sopra evidenziate “sia particolarmente rigoroso” quando la interlocuzione dei visitatori si rivolga a detenuti sottoposti all’Art. 41 bis O.P.

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

Catanzaro, detenuto psichiatrico tenta il suicidio. Ricoverato in rianimazione


Di nuovo il carcere diventa teatro di una tragedia. Di nuovo il sistema insiste nel voler tenere in gabbia una persona gravemente affette da disturbi psichiatrici, bisognose di cura ed assistenza.

La trama è questa: prima il carcere di Paola, poi il “Panzera” di Reggio Calabria, dopo l’istituto penitenziario del capoluogo e infine l’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro. Si evolve così la tragica storia di un detenuto di origine cosentina che nei giorni scorsi ha tentato il suicidio nel carcere di Catanzaro. Ed oltre al danno la beffa: a quanto pare, sembrerebbe che alla moglie sia stata negata la possibilità di avere un colloquio con suo marito.

A farlo sapere è Emilio Quintieri (Radicali Italiani), che proprio tempo fa ha chiesto all’Amministrazione penitenziaria un’adeguata sorveglianza custodiale e un sostegno morale e psicologico per il detenuto.

Ma accade quello che si voleva evitare: l’uomo, 49 anni e condannato per estorsione, cerca di mettere fine alla propria vita. Immediato il trasporto d’urgenza al nosocomio catanzarese, dove ora è ricoverato in rianimazione.

Non è finita, perché tra i protagonisti della vicenda c’è anche la moglie del detenuto. E’ lei che, appena saputo di quanto successo, si precipita nell’ospedale catanzarese. La Polizia Penitenziaria, però, le avrebbe negato di poterlo vedere ed avere dai medici notizie sulle condizioni di salute dell’uomo ricoverato, nonostante fosse stato autorizzata.

Quintieri ha inviato una informativa al Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti, Mauro Palma, sollecitando una visita ispettiva con la massima urgenza.

Edoardo Corasaniti

La Nuova Calabria – 4 novembre 2019

Asti, Pestarono un detenuto per futili motivi: condanne definitive per due Poliziotti Penitenziari


Definitiva la condanna per lesioni personali aggravate nei confronti di due Poliziotti Penitenziari in servizio presso la Casa di Reclusione di Asti riconosciuti responsabili, in tutti i gradi di giudizio, di aver pestato il 27 maggio 2010, all’interno dell’Infermeria dell’Istituto e per futili motivi, un detenuto affidato alla loro custodia, colpendolo ripetutamente con calci alle gambe, alla schiena ed alla gola, pugni al petto ed altro ancora.

Nei giorni scorsi, la Corte Suprema di Cassazione, su conforme richiesta della Procura Generale della Repubblica, ha dichiarato inammissibili i ricorsi proposti da Carmelo Rositano e Nicola Sgarra, Sovrintendente ed Assistente del Corpo di Polizia Penitenziaria, rispettivamente difesi dagli Avvocati Gaetano Antonio Scalise e Maurizio La Matina, confermando la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Torino il 25 ottobre 2016. In primo grado, il 5 dicembre 2014, all’esito del giudizio abbreviato, il Giudice Monocratico del Tribunale di Asti Giulio Corato, aveva condannato – senza nemmeno concedergli le attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena – il Sovrintendente Rositano, calabrese, alla pena di 2 anni e 8 mesi e l’Assistente Sgarra, pugliese, alla pena di 2 anni e 2 mesi ed al pagamento di 10 mila euro come risarcimento danni, nei confronti della persona offesa costituita parte civile Carlos Eduardo Mohamed Gola, 28 anni, all’epoca dei fatti detenuto presso la Casa di Reclusione di Asti, difeso dall’Avvocato Guido Cardello, per il “pestaggio assolutamente gratuito” (così è stato definito in sentenza), riconoscendoli responsabili di lesioni personali aggravate, ingiuria, violenza privata e vilipendio alla religione.

La Corte di Appello di Torino, il 25 ottobre 2016, assolvendoli dalle imputazioni di ingiuria perché abrogata nel 2016, dalla violenza privata e dal vilipendio alla religione, ha confermato la condanna per lesioni personali aggravate, riducendo la pena ad 1 anno di reclusione, concedendo il beneficio della sospensione condizionale, ed il risarcimento danni a 5 mila euro, somma già corrisposta all’ex detenuto italiano di origini brasiliane, convertitosi all’Islam. Altri due Agenti di Polizia Penitenziaria, invece, sono riusciti a farla franca non essendo stato possibile identificarli; uno dei due, al momento dei fatti, era persino in abiti civili ed aveva il volto coperto da mefisto.

I fatti, come detto, si sono svolti il 27 maggio 2010 alle ore 10,40 del mattino, nel Reparto Infermeria dell’Istituto Penitenziario ove il detenuto Gola era stato accompagnato per una visita. Approfittando dell’assenza del personale sanitario, gli Agenti Penitenziari, lo hanno insultato con frasi del tipo “bastardo”, “stronzo” e “musulmano di merda” tagliandogli con delle forbici pure una ciocca della sua barba puzzolente, e poi dopo avergli tappato la bocca con del nastro da pacchi, coperto il volto con un sacchetto di plastica e denudato, con una corda lo hanno appeso alla grata della finestra legandogli i polsi, aggredendolo fisicamente, provocandogli delle lesioni corporali, guarite in 1 mese, riscontrate da quattro Medici in servizio all’Ospedale di Quarto e da un Medico Legale nominato dal difensore del detenuto.

In tutti i gradi di giudizio, gli Agenti Penitenziari, tramite dei loro difensori, hanno provato a difendersi sostenendo che il detenuto era inattendibile e non credibile, che la sua versione fosse inverosimile e che si trattava di un sacco di frottole, ma tutti i Magistrati, requirenti e giudicanti, che si sono occupati del caso hanno ritenuto le dichiarazioni della persona offesa fossero complessivamente attendibili anche perché suffragate da ulteriori riscontri.

Gli agenti condannati sono stati subito allontanati dal Carcere astigiano: mentre il Sovrintendente Rositano è stato posto in quiescenza, l’Assistente Sgarra continua a svolgere servizio presso la Casa Circondariale di Alessandria. Stante la gravità dei fatti, per i quali ormai vi è condanna irrevocabile, sarebbe opportuno che, nei confronti dello Sgarra, ancora in servizio, venga avviato il procedimento disciplinare per la sua destituzione dal Corpo della Polizia Penitenziaria.

Emilio Enzo Quintieri

Dopo 40 anni di carcere, la morte ha liberato Mario Trudu dall’ergastolo ostativo


Dopo 40 anni ininterrotti trascorsi in carcere (1979-2019), Mario Trudu, 69 anni, ergastolano ostativo condannato per due sequestri di persona, è morto all’Ospedale di Oristano.

Malato di tumore ed altro, dopo una lunga battaglia, pochi giorni fa aveva ottenuto la sospensione provvisoria della pena dal Magistrato di Sorveglianza di Cagliari. Ma non è riuscito a tornare a casa dalla sorella Raffaella che lo avrebbe ospitato, neanche per qualche ora. Né a beneficiare della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e della Corte Costituzionale che nei giorni scorsi ha dichiarato illegittimo l’ergastolo ostativo, pena senza fine.

“Signor Giudice non vi sto chiedendo di farmi uscire ma di farmi curare, sono malato” disse Mario al Magistrato di Sorveglianza. Ma il Pubblico Ministero non volle sentir ragioni: chiese il rigetto dell’istanza sostenendo che non avendo mai collaborato con la Giustizia nessun beneficio gli doveva esser concesso finché non collaborava.

Il Magistrato, alla fine, ha deciso di accogliere provvisoriamente la sua richiesta. L’udienza per la decisione definitiva si sarebbe dovuta tenere il prossimo 5 novembre. Ma Mario a quella udienza non ci andrà perché la libertà, quella eterna, l’ha ottenuta prima. E senza collaborare come pretendeva il Pubblico Ministero.

Ciao Mario, adesso goditi la libertà !

P.S. Questo è l’ergastolo ostativo, la “pena di morte mascherata” come la definisce Papa Francesco, spiegato “terra terra” a tutti coloro i quali continuano a non voler capire.

Emilio Enzo Quintieri

Cassazione: Divieto di scambio di oggetti tra detenuti al 41 bis illegittimo. Intervenga la Corte Costituzionale


Il regime detentivo speciale ex Art. 41 bis O.P. torna davanti alla Corte Costituzionale. Ancora una volta per gli assurdi ed irragionevoli divieti imposti ai detenuti che nulla hanno a che vedere con le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna sottese al regime speciale. Circa un anno fa la Consulta con Sentenza n. 186/2018 (Presidente Giorgio Lattanzi, Relatore Nicolò Zanon) pronunciandosi sulla questione di legittimità costituzionale sollevata dal Magistrato di Sorveglianza di Spoleto Fabio Gianfilippi, ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’Art. 41 bis c. 2 quater lett. f) O.P., nella parte in cui prevedeva il divieto, per i detenuti sottoposti al regime differenziato, di cuocere cibi, per contrasto con gli Artt. 3 e 27 della Costituzione. La quaestio legitimitatis è stata ritenuta fondata dalla Corte, poiché il divieto di cuocere cibi è un divieto «privo di ragionevole giustificazione», «incongruo e inutile alla luce degli obbiettivi cui tendono le misure restrittive autorizzate dalla disposizione in questione». Per il Giudice delle Leggi non si trattava di «affermare, né per i detenuti comuni, nè per quelli assegnati al regime differenziato, l’esistenza di un “diritto fondamentale a cuocere i cibi nella propria cella”: si tratta, piuttosto di riconoscere che anche chi si trova ristretto secondo le modalità dell’Art. 41 bis O.P. deve conservare la possibilità di accedere a piccoli gesti di normalità quotidiana, tanto più preziosi in quanto costituenti gli ultimi residui in cui può espandersi la libertà individuale».

Nei giorni scorsi, la Corte di Cassazione, Prima Sezione Penale, con le Ordinanze n. 43436/2019 e n. 43437/2019 (Presidente Adriano Iasillo, Relatore Carlo Renoldi) nell’ambito dei ricorsi proposti dal Ministero della Giustizia, per mezzo dell’Avvocatura dello Stato, nei Procedimenti relativi a Gennaro Gallucci e Carmelo Giambò, entrambi sottoposti al regime detentivo speciale, il primo nella Casa di Reclusione di Spoleto ed il secondo nella Casa Circondariale di Terni, contro le Ordinanze del Tribunale di Sorveglianza di Perugia n. 1115/2018 e n. 1105/2018, che aveva accolto i reclami ex Art. 35 bis O.P. proposti dai due detenuti a seguito del divieto imposto dall’Amministrazione Penitenziaria di potersi scambiare oggetti di qualunque genere, ivi compresi i generi alimentari provenienti dai consueti canali (pacco famiglia, acquisti effettuati attraverso il circuito interno dell’istituto penitenziario in base al cd. mod. 72) anche se appartenenti al medesimo “gruppo di socialità”. Infatti, secondo i detenuti reclamanti, dallo scambio di oggetti, non poteva configurarsi alcun rischio per le finalità previste dall’Art. 41 bis O.P., considerato che i detenuti interessati dallo scambio, appartenendo al medesimo gruppo, erano già stati ammessi a fruire in comune la cd. socialità.

Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia, accolse i reclami e, per l’effetto, disapplicò le determinazioni assunte dall’Amministrazione Penitenziaria (Circolari e Ordini di Servizio) ordinandole di emettere un Ordine di Servizio volto a consentire il passaggio di oggetti e di generi alimentari tra i detenuti facenti parte del medesimo gruppo di socialità, soprattutto perché essendo lo scambio di oggetti comunque limitato, in base alla previsione generale dell’Art. 15 del Reg. Es. O.P., a quelli di “modico valore”, con conseguente impossibilità di configurare alcuna “posizione di supremazia” tra i detenuti, il divieto di scambio tra soggetti del medesimo gruppo di socialità non poteva essere giustificato da ragioni di sicurezza, non rilevandosi alcuna congruità tra lo stesso e il fine perseguito dal regime differenziato, costituito dalla necessità di recidere i collegamenti tra il detenuto e l’associazione criminale di appartenenza. Infatti, dal momento che i detenuti riferibili al medesimo gruppo di socialità possono incontrarsi liberamente, doveva escludersi che, attraverso il divieto di scambio di oggetti di modico valore (e finanche di generi alimentari), potesse essere neutralizzato il pericolo per l’ordine e la sicurezza costituito dal passaggio di comunicazioni non consentite, potendo le stesse essere trasmesse oralmente. Su tali premesse, il Collegio ritenne, dunque, che il divieto in discussione si palesasse come «meramente vessatorio», tale da determinare una irragionevole disparità di trattamento tra detenuti ordinari e detenuti sottoposti al regime dell’Art. 41 bis O.P., con conseguente violazione del principio affermato dall’Art. 3 della Costituzione, coerentemente agli arresti della giurisprudenza costituzionale.

Il Sostituto Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione Paolo Canevelli, con requisitoria scritta, condividendo l’Ordinanza impugnata per aver interpretato la norma restrittiva in maniera rispettosa dei fondamentali principi costituzionali, così come ricostruiti dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale la quale, in più occasioni, ha affermato la ingiustificata disparità di trattamento tra detenuti ordinari e detenuti sottoposti al regime penitenziario differenziato in tutti i casi in cui le limitazioni imposte a questi ultimi non siano funzionali all’obiettivo primario del regime ex Art. 41 bis O.P., costituito dall’escludere i contatti tra il detenuto e il gruppo criminale di riferimento, ha chiesto il rigetto dei ricorsi proposti dal Ministero della Giustizia.

La Corte di Cassazione, atteso che la funzione della sospensione del regime penitenziario ordinario ex Art. 41 bis O.P. deve essere individuata, secondo quanto più volte sottolineato dalla Corte Costituzionale, nella necessità di rescindere i collegamenti ancora attuali sia tra i detenuti che appartengano a determinate organizzazioni criminali, sia tra gli stessi e gli altri componenti del sodalizio che si trovano in libertà, ha ritenuto di dover sollevare d’ufficio, ritenendola rilevante e non manifestamente infondata, questione di legittimità costituzionale, con riferimento agli Artt. 3 e 27 della Costituzione, dell’Art. 41 bis c. 2 quater lett. f) O.P. Per la Cassazione, mentre la previsione secondo cui l’Amministrazione Penitenziaria deve assicurare il divieto assoluto di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità appare effettivamente funzionale a garantire gli obiettivi di prevenzione della misura, l’ulteriore disposizione, concernente il divieto di scambio di oggetti, indifferentemente, a tutti gli altri ristretti, ancorché appartenenti al medesimo gruppo di socialità, non può, invece, ritenersi funzionale a fronteggiare alcun pericolo per la sicurezza pubblica, assumendo «una portata meramente afflittiva». Mentre nel primo caso, infatti, lo scambio di oggetti potrebbe consentire di veicolare informazioni tra soggetti che, in quanto assegnati a differenti gruppi di socialità, l’Amministrazione ha ritenuto, sulla base di una valutazione in concreto, non debbano essere ammessi a comunicare proprio per interrompere ogni forma di relazione e per ovviare al pericolo della circolazione di determinate conoscenze, nella seconda ipotesi tale essenziale esigenza è, per definizione, inesistente, dal momento che proprio la comune appartenenza al medesimo gruppo consentirebbe, a monte, lo scambio di qualunque contributo informativo; e ciò senza dover ricorrere, appunto, allo scambio di oggetti. Nè potrebbe ritenersi che il divieto di scambio di oggetti possa giustificarsi in rapporto alla necessità di impedire che taluno dei soggetti del sinallagma possa, attraverso tale operazione, acquisire una posizione di supremazia nel contesto penitenziario.

Per tali ragioni, la Corte di Cassazione, ha promosso questione di legittimità costituzionale dell’Art. 41 bis c. 2 quater lett. f) O.P., con riferimento agli Artt. 3 e 27 della Costituzione, «nella parte in cui prevede che siano adottate tutte le necessarie misure di sicurezza volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità di scambiare oggetti per i detenuti in regime differenziato appartenenti al medesimo gruppo di socialità», disponendo la immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, sospendendo i giudizi in corso, nonché la notifica al ricorrente Ministero della Giustizia, ai detenuti reclamanti, al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, al Presidente del Consiglio dei Ministri e la comunicazione ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.

Emilio Enzo Quintieri

Cass. Pen., Sez. I, Ord. n. 43436 del 2019 (clicca per scaricare)

Cass. Pen., Sez. I, Ord. n. 43437 del 2019 (clicca per scaricare)