Napoli, detenuto non tradotto dal padre morente, nonostante il permesso del Giudice di Sorveglianza


Continua senza sosta l’intollerabile violazione dei diritti umani fondamentali nei confronti delle persone detenute negli Istituti Penitenziari della Repubblica. Nei giorni scorsi, l’ennesimo caso ha riguardato un giovane detenuto campano C.B., di 35 anni, ristretto nella Casa Circondariale di Cosenza. Lo denunciano Samuele Ciambriello, Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Campania ed Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani.

All’uomo, avuta notizia che il padre versava in imminente pericolo di vita a causa di un incidente, il Magistrato di Sorveglianza di Cosenza Silvana Ferriero, nell’esercizio della sua funzione, ha concesso un permesso di necessità ex Art. 30 comma 1 della Legge Penitenziaria, per recarsi dal proprio genitore, scortato dal personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, raccomandando l’urgenza della esecuzione del provvedimento.

Ciambriello e Quintieri raccontano i fatti: non appenal’ok del Giudice è arrivato alla Casa Circondariale di Cosenza, il personale del Nucleo Traduzioni della Polizia Penitenziaria ha provveduto a dare esecuzione immediata al provvedimento, traducendo in data 23 ottobre 2019 il detenuto presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, dopo aver ricevuto disposizioni in tal senso dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia.

Inspiegabilmente, su ordine del D.A.P., il detenuto veniva fermato a Secondigliano e non condotto immediatamente al capezzale del padre morente. Giunto nell’Istituto di Napoli Secondigliano, C.B., avrebbe dovuto essere tradotto presso l’abitazione del papà ma la traduzione non è stata effettuata né lo stesso giorno né nei giorni successivi nonostante le numerose sollecitazioni effettuate sia dai familiari che dai difensori.

Qualche giorno dopo, mentre stava ancora sperando di essere accompagnato a casa, il suo difensore, evidentemente credendo che fosse già a conoscenza della triste notizia, si è recato in carcere a fargli le condoglianze ma nessuno, sino a quel momento, gli aveva comunicato alcunché.

Soltanto dopo il decesso, lunedì 28 ottobre 2019, C.B. ha avuto la possibilità di recarsi al funerale del padre. Stando a quanto riferito al detenuto, ai suoi familiari e ai difensori, l’Amministrazione Penitenziaria, nei diversi giorni trascorsi presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano, non avrebbe potuto effettuare la traduzione adducendo, come per altri casi analoghi (permessi di necessità, visite mediche specialistiche, interventi chirurgici), la mancanza di personale e di mezzi.

Le Regole Penitenziarie Europee emanate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa stabiliscono che “Le condizioni detentive che violano i diritti umani del detenuto non possono essere giustificate dalla mancanza di risorse”. “La violazione per difetto di risorse economiche, di personale o di mezzi dei diritti fondamentali dei detenuti e degli internati non può essere addotta quale valida giustificazione alla elusione degli stessi.

Le giustificazioni fornite non possono essere tollerate, non è possibile che nel 2019 l’Amministrazione Penitenziaria non riesca a dare immediata esecuzione ai provvedimenti della Magistratura di Sorveglianza per mancanza di fondi” dichiarano il Garante Regionale Ciambriello ed il radicale Quintieri.

Emilio Enzo Quintieri

Lonati (UniBocconi) : Il carcere a vita riemerge nella sua variante più crudele: l’ergastolo ostativo


L’auspicio è che la Corte costituzionale torni ad affermare l’unico criterio costituzionalmente vincolante soprattutto in materia penitenziaria: l’esclusione di rigidi automatismi normativi. Scadenza pena definitiva: 31.12.9999. Così è indicata la parola “mai” nella casella del fine pena dei condannati all’ergastolo. Eppure quella data che sta a indicare una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato, può assumere un significato ancora più crudele: senza speranza.

Vi sono, infatti, nel nostro ordinamento due tipologie di ergastolo e altrettante di ergastolani: i comuni e, accanto ad essi, i peggiori tra i peggiori, gli ostativi. I primi sono condannati a scontare una pena perpetua: costoro, tuttavia, conservano il diritto a che il protrarsi della pretesa punitiva dello Stato sia periodicamente riesaminata e, qualora abbiano dato prova di partecipare efficacemente al programma rieducativo, possono progressivamente accedere a quegli istituti trattamentali per un graduale reinserimento nel mondo libero.

Gli altri, i cosiddetti uomini ombra, sono invece destinati a scontare un ergastolo che preclude qualsiasi possibilità di ritorno alla società: una pena perpetua, immutabile e sempre uguale a se stessa, da cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia. Per costoro, in forza di una presunzione legale di persistente pericolosità sociale derivante esclusivamente dall’omessa collaborazione, la possibilità di fruire dei benefici penitenziari non si collega all’effettiva partecipazione al trattamento rieducativo ed ai progressi compiuti in vista del reinserimento sociale, ma unicamente alla disponibilità ad un atteggiamento processuale (in concreto: la denuncia di altri) che, con il parametro costituzionale della rieducazione, ha davvero poco a che spartire. Per costoro, e solo per costoro, ogni giorno trascorso è un giorno in più (e non in meno) di detenzione.

Senza speranza, appunto. Eppure, qualcosa si muove. Lo scorso 7 ottobre, la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto il ricorso avanzato dal Governo italiano contro la sentenza Viola c. Italia n. 2, che è divenuta così definitiva. Secondo la Corte di Strasburgo, quindi, l’ergastolo ostativo previsto dal nostro ordinamento penitenziario è contrario al principio della dignità umana e, conseguentemente viola l’art. 3 della Cedu perché in forza di una presunzione assoluta di perdurante pericolosità sociale – rigidamente ancorata al “tipo di reato” commesso ed alla assenza di una fattiva collaborazione con l’Autorità Giudiziaria – priva il condannato del diritto alla speranza, ossia, della possibilità di riguadagnare, un giorno, la propria libertà.

Sia chiaro: ciò che hanno censurato i giudici europei non è la scelta di considerare la collaborazione con la giustizia come una condizione per l’accesso ai benefici penitenziari ma di considerarla come l’unica alternativa capace di escludere tutte le altre. Le censure della Corte si sono infatti concentrate sulla eccessiva rigidità dell’equazione normativa “collaborazione con la giustizia: ravvedimento del condannato” alla base del congegno ostativo e rivelatasi fallace in entrambe le direzioni di osservazione. Perché la collaborazione è una scelta processuale, mentre il ravvedimento è uno stato interiore. Perché collaborare con la giustizia non è sempre sicuro indice di ravvedimento, potendo tale scelta anche dipendere da valutazioni utilitaristiche. Perché, in definitiva, esiste silenzio e silenzio e, quindi, non si può ritenere che la scelta di non collaborare con la giustizia sia sempre indice di mancato ravvedimento del reo, ben potendo dipendere da fattori personali per niente affatto sindacabili ma, all’opposto, sintomatici di un’effettiva resipiscenza del condannato (il rischio per la propria incolumità e per quella dei propri congiunti, il rifiuto morale di rendere dichiarazioni accusatorie nei confronti di persone a lui legate da vincoli affettivi o amicali, o il ripudio di una collaborazione che rischi di apparire strumentale alla concessione di un beneficio).

Breve: è la scelta di fare della collaborazione con la giustizia la condicio sine qua non per l’accesso alle misure premiali ciò che non ha convinto i Giudici europei i quali non ci chiedono di superare il regime ostativo, ma di trasformare da assoluta in relativa la presunzione legale di pericolosità sociale derivante dalla scelta di non collaborare.

“Le sole cose che siano sicure, in questo mondo, sono le coincidenze”, amava ripetere Leonardo Sciascia. Coincidenza o meno, rimane il fatto che, a pochi giorni dalla decisione europea, anche la nostra Corte costituzionale, il prossimo 22 ottobre, è chiamata a misurarsi con la legittimità del c.d. ergastolo ostativo. L’occasione è di quelle destinate a segnare una tappa importante nell’evoluzione dei diritti dell’uomo: si tratta di verificare, una volta per tutte, la compatibilità con la nostra Costituzione di una pena che i giudici europei ritengono, per come è oggi disciplinata, contraria al senso di umanità. Oggetto di discussione è la legittimità, rispetto agli artt. 3 e 27 Cost, della presunzione legale assoluta in forza della quale una limitata categoria di ergastolani sono esclusi dall’accesso ai permessi premio se, pur potendolo, non collaborano con la giustizia.

L’auspicio è che la Corte costituzionale torni ad affermare l’unico criterio costituzionalmente vincolante soprattutto in materia penitenziaria: l’esclusione di rigidi automatismi normativi. Ciò non solo in adesione alla prospettiva della finalità rieducativa della pena e del principio di responsabilità penale personale, che rifiuta presunzioni assolute di pericolosità tipiche di un diritto penale per tipi di autore.

Ad essere in gioco è la stessa dignità del detenuto, qui declinata nella necessità di considerare il caso nelle sue peculiarità: perché se è vero che “il carcere è pena per castigare certi gesti che non andavano compiuti, è altrettanto vero che la persona non è mai tutta in un gesto che compie, buono o cattivo che sia”. Questo significa che la persona, nella sua irripetibile identità, deve essere trattata per quello che è realmente e per i fatti realmente commessi, nella sua contestualità storica e sociale.

In tal modo, la regola resterebbe quella dell’esclusione dal beneficio penitenziario in assenza di collaborazione ma, se non altro, tale esclusione non sarebbe più incontrovertibile e automatica, potendo essere superata qualora il magistrato di sorveglianza, in base a una valutazione individualizzata, ritenga di poter escludere la pericolosità sociale del detenuto in assenza di collaborazione.

Questo approccio appare l’unico compatibile con la considerazione che la personalità del condannato non resta segnata dal reato commesso in passato, fosse anche il più orribile, ma rimane aperta alla prospettiva di un cambiamento. Prospettiva, quest’ultima, che se da un lato coinvolge la responsabilità individuale del condannato – tenuto ad intraprendere un cammino di revisione critica del proprio passato e di ricostruzione della propria personalità – dall’altro riguarda la responsabilità dello Stato chiamato a stimolare il condannato nell’intraprendere tale cammino. Così come del legislatore e dei giudici, tenuti alla astratta previsione e alla concreta concessione di quei benefici che, gradualmente e prudentemente, in risposta al percorso di cambiamento già avviato, attenuino il rigore della sanzione per il reato commesso, favorendo il progressivo reinserimento del condannato nella società. Il diritto alla speranza, appunto.

Simone LonatiAvvocato, Docente di Procedura Penale Università Bocconi di Milano

Il Sole 24 Ore, 19 ottobre 2019

Attacco “radicale” al Senatore Magorno: «Sull’ergastolo ostativo ha cambiato idea… »


Nella vita si può (e per certi aspetti si deve) cambiare idea ma è possibile farlo in modo “evolutivo” verso sponde diametralmente opposte a quelle per cui ci si è battuti e ci si è spesi mettendoci la faccia? Si possono scrivere battaglie ideologiche fondanti un giorno con la mano sinistra e qualche giorno più in là con quella destra? Il dibattito è eternamente aperto ma in politica è più complesso uscirne. Resta traccia e ti rinfacciano tutto. Tant’è che poi la domanda di cui sopra torna a galla: si può voltar faccia in materie “essenziali”? Se lo chiede, e lo chiede soprattutto al senatore renziano Ernesto Magorno, il militante e dirigente radicale Emilio Quintieri.

Materia pesante e compromettente, al centro del dibattito. Trattasi dell’ergastolo ostativo, sentenza storica e recente della Corte di Strasburgo che ha mandato su tutte le furie una importante fetta di inquisitori, a partire dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. Ma che ha visto anche il coinvolgimento mediatico di una parte politica del campo, divisa tra le bottiglie di spumante dei garantisti e “premialisti” etici da un lato e i duri dall’altro. Tra questi ultimi, tra quelli cioè che senza appello hanno condannato (sulla linea di Gratteri) la sentenza della Corte di Strasburgo (a proposito dell’ergastolo ostativo) anche il “nostro” senatore Ernesto Magorno, ovviamente renziano per chi non ne avesse contezza. Che assume una posizione ferma e rigida a proposito della materia così delicata in termini di diritti essenziali e primordiali da garantire anche in presenza di crimini e criminali conclamati. Questo per dire che il dibattito è e resta aperto ma che per Magorno, paradossalmente, aperto non era per niente qualche tempo fa.

E già perché proprio Emilio Quintieri ricorda in un lungo post di qualche giorno fa che il Magorno di oggi è lo stesso di quello di qualche tempo fa che, coinvolto sul punto esattamente opposto a quello per cui ora si batte, aveva messo la sua firma d’appartenenza. Sì, è proprio così. Quintieri ricorda che proprio lui nel 2015 ha interpellato e coinvolto Magorno (ottenendone la partecipazione) in una proposta di legge (prima firmataria Bruno Bossio) che andava esattamente nella direzione che oggi la Corte di Strasburgo ha “bendetto” e che fa infuriare il Magorno di oggi. Anche la battaglia del Magorno di ieri è alla base dell’incazzatura del Magorno di oggi. Nel 2015 protagonista del testo di legge che oggi maledice come concetto, dopo la sentenza del Tribunale europeo. Al punto che Quintieri, dopo aver riproposto il testo di legge del 2015 sull’ergastolo ostativo nel suo post conclude cosi, «certo che la coerenza è cosa completamente sconosciuta all’onorevole Magorno… ».

Redazione Il Fatto di Calabria – 11 ottobre 2019

http://www.ilfattodicalabria.it

Il Giudice Fassone che scrive all’ergastolano. “L’ho condannato al fine pena mai, lo vorrei libero”


“Ci mandiamo lettere da 35 anni e capisco la Corte Europea: no al fine pena mai. Se un uomo cambia la porta va aperta”. “Mi disse: signor giudice se suo figlio fosse nato dove sono vissuto io, ora lui sarebbe in cella e io al suo posto. Intelligente, arrogante, Salvatore a 27 anni era uno dei capi della mafia catanese. Mi aveva parlato dopo un’udienza, col suo tono da sbruffone, quelle parole però mi scavavano dentro. Mi restava l’immagine di chi aveva preso il biglietto sfortunato nella lotteria della vita”.

Elvio Fassone, 81 anni di passione civile e umana, nell’85 presiede a Torino un maxi processo alla mafia catanese, 242 gli imputati e alla fine 20 ergastoli. Uno lo dà a Salvatore. Con lui ha parlato più volte negli incontri che organizza tra le udienze, ma quelle parole sui destini incrociati lo segnano, e cambiano le loro vite. Tanto che nel 2015 scrive il libro “Fine pena: ora” (Sellerio), che raccoglie l’epistolario lungo 35 anni tra giudice e detenuto.

Perché ha scritto a Salvatore?

“Dopo la sentenza continuavo a pensare alle sue parole. Mia moglie mi consigliava di scrivergli ma io ero il giudice e lui il giovane che avevo condannato all’ergastolo. Mi sembrava fuori luogo: come il carnefice che accarezza la vittima. Poi l’ho fatto. E lui da decenni mi risponde dalla prigione che non ha mai lasciato. Il suo fine pena è: mai. Non è giusto perché lui, come altri, è un uomo diverso da quello entrato in carcere”.

Le ha comminato molti ergastoli, ora è contrario?

“No, è giusto che sia prevista questa pena, serve a sanzionare un delitto grave che ha provocato una ferita profonda nella comunità. Ma in un secondo momento penso si debba rivalutare la situazione del detenuto. In Italia oggi 1.700 persone hanno l’ergastolo di cui 1.200 quello ostativo: senza permessi né uscite, approvato dopo la morte di Borsellino”.

Lei cita Siddharta…

“Sì, Herman Hesse diceva: nessun uomo è tutto nel gesto che compie, nessun uomo è uguale nell’attraversare del tempo. Per questo credo abbia ragione la Corte Europea: bisogna rivalutare una persona dopo 25 anni in carcere. E se è cambiata, se non ha più contatti con la mafia, bisogna prenderne atto e aprire le porte, come diceva Falcone, di cui ero amico. Altrimenti la pena non è educativa, senza speranza si priva il condannato di qualsiasi stimolo a migliorare”.

Torniamo a Salvatore…

“Era un ragazzino finito in carcere innocente, ci è stato due anni prima di essere assolto. Un’esperienza che lo ha segnato, che gli ha stravolto la vita. Così è esplosa la rabbia giusta per scalare la gerarchia mafiosa. Una rabbia nata, mi ha scritto nelle rare confidenze private, dalla morte del fratello ucciso in una guerra tra bande. Si sentiva obbligato a vendicarlo”.

Come è nato l’epistolario?

“Gli ho mandato con la prima lettera un libro, proprio quel Siddharta che parlava dell’uomo che si trasforma, e mi sono impegnato ad esserci per lui. Salvatore in 15 anni ha cambiato modo di porsi davanti al deserto che è il carcere a vita. Ha fatto tutti i corsi che poteva, mi mandava copia dei diplomi con l’orgoglio di chi manteneva un patto”.

Poi cosa è successo?

“Otto anni fa è stato condannato per aver fatto da paciere tra bande mafiose in carcere, dice la sentenza. Per me questo era il cambiamento, non voleva spargimento di sangue: ma peri giudici no, si è visto confermare i legami con la mafia, quindi permessi e uscite cancellati. Un giorno ricevo una lettera: “Mi scusi ne ho fatto un’altra delle mie, mi sono impiccato”. Lo avevano salvato e lui mi chiedeva scusa. Ma ero io che mi sentivo colpevole di non aver fatto abbastanza. Da questo è nato il libro: per raccontare la sua storia, e perché altri riflettano sulla necessità di cambiare l’ergastolo”.

Vi siete mai visti in carcere?

“Una sola volta durante una recita e basta. La mia presenza lo metteva in pericolo, pensavano fosse un infame”.

Com’è ora?

“Spento, senza speranze. Da una foto sembra L’urlo di Munch”

Caterina Pasolini

La Repubblica, 11 ottobre 2019

Zagrebelsky (ex Giudice Cedu): disinformazione grave sulla sentenza di Strasburgo contro l’ergastolo ostativo


Ogni discussione tra tesi contrapposte richiede il rispetto per i fatti. E ciò che è mancato nel caso della recente sentenza della Corte europea dei diritti umani, da parte di diversi commentatori, anche specialisti della materia, che sembra non abbiano letto la sentenza.

Il risultato è disinformazione grave, che getta allarme in materia di lotta alla mafia (“La mafia ringrazia”) e delegittima il sistema di protezione europea dei diritti umani (“Quei giudici non sanno cosa sia la mafia”).

Va dunque innanzitutto precisato che la sentenza non riguarda il regime dell’art. 41 bis della legge penitenziaria, che tra l’altro esclude i detenuti cui viene applicato da contatti con l’esterno, contatti con altri detenuti, ecc. allo scopo di interrompere le loro comunicazioni con gli ambienti criminosi da cui provengono. Anzi, la Corte europea, proprio perché avvertita della natura della mafia, ha più volte dichiarato che quel regime restrittivo non è inumano ed è giustificato dallo scopo di prevenzione del crimine.

Il ricorso di un ergastolano in carcere da vent’anni perché condannato per gravi reati di mafia ha dato occasione alla Corte europea di esaminare la legge penitenziaria del 1975 e i suoi articoli 4bis e 58-ter introdotti nel 1992. Tali norme riguardano tutti i condannati a pena detentiva, anche diversa dall’ergastolo, per una serie eterogenea di reati (da quelli associativi di stampo mafioso o terroristico o relativi agli stupefacenti, a molti altri come per esempio quelli contro la pubblica amministrazione, o di violenza sessuale, ecc.).

Quei condannati nel corso della detenzione sono esclusi dalla possibilità di accesso a benefici penitenziari, come i permessi di uscire, il lavoro all’esterno del carcere, la liberazione condizionale (per gli ergastolani dopo 26 anni di detenzione) e le misure alternative alla detenzione, salvo che collaborino con le autorità per la ricostruzione dei fatti e l’identificazione di altri responsabili. Si tratta di una condizione rigida, che non consente al Tribunale di Sorveglianza di valutare complessivamente l’esito del percorso rieducativo che il detenuto ha compiuto in carcere e quindi concedere o negare benefici.

La Corte ha ritenuto che il rifiuto di collaborazione è certo significativo, tuttavia in concreto può non essere sintomo inequivoco di perdurante affiliazione all’associazione criminosa, ma essere invece effetto della paura di ritorsioni che potrebbero subire anche i famigliari e che viceversa una collaborazione potrebbe essere puramente opportunistica e non escludere la pericolosità del condannato. La mancanza della possibilità di accertamento da parte del giudice è la ragione della valutazione negativa della Corte europea.

L’adeguamento della legge italiana alla sentenza europea potrà semplicemente porre fine all’automatismo e rimettere il giudizio al Tribunale di Sorveglianza. Fine dell’automatismo, come ha precisato la Corte, non significa affatto ammissione del detenuto ai benefici. Nello stesso senso d’altra parte si era già espressa anni orsono una commissione di studio del Ministero della giustizia. Nulla di drammatico dunque. Semplicemente un adeguamento alle legislazioni presenti negli altri Paesi europei.

Da anni ormai la Corte europea, sulla base dell’orientamento prevalente in Europa di dare spazio alla finalità della pena e promuovere la risocializzazione del detenuto, ha sanzionato quei sistemi che, con esclusioni automatiche come quella italiana, negavano ogni rilevanza ai progressi compiuti dal condannato nel corso degli anni di carcere.

E quei sistemi si sono adeguati senza drammi. Il caso più evidente è la pena dell’ergastolo, ma il principio riguarda tutte le pene detentive. Non è solo la Convenzione europea dei diritti umani, ma prima ancora la Costituzione che stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del reo. Di tutti i rei. La concessione o la negazione dei benefici sono strumenti efficaci di accompagnamento del processo di rieducazione.

Negare rilevanza al complessivo atteggiamento del detenuto nel corso dell’esecuzione della pena, o vincolarla a condizioni rigide e automatiche, impedisce l’opera di rieducazione. Se non serve a niente, a che pro impegnarsi? Lo hanno affermato sia la Corte europea, sia in passato anche la Corte costituzionale, che a sua volta prossimamente dovrà valutare la costituzionalità delle norme che la Corte europea ha ritenuto in contrasto con la Convenzione europea dei diritti umani.

Vladimiro Zagrebelsky (Magistrato, già Giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo)

La Stampa, 10 ottobre 2019

“Così ho vinto la battaglia contro il fine pena mai”. Parla l’Avv. Antonella Mascia difensore di Marcello Viola


A 58 anni, la veronese Antonella Mascia è l’avvocato che ha seguito il caso del mafioso Marcello Viola di fronte alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Già nel giugno scorso, Strasburgo le aveva dato ragione: gli articoli 4bis e 58ter dell’ordinamento penitenziario (che vietano permessi e semilibertà a chi non collabora con la Giustizia) violano i diritti umani. Ora la Grande Chambre ha respinto l’opposizione dell’Italia, che chiedeva un nuovo giudizio. Capitolo chiuso, e il nostro Paese dovrà tenerne conto.

Piaccia o meno la decisione dei giudici, resta che a discutere di diritti dei detenuti con questa donna – una pasionaria alla Erin Brockovich – si finisce con l’affrontare temi molto più ampi, compresa la difficoltà che incontrano tantissime donne a coniugare figli e carriera. Ma prima della vita privata, ci sono gli echi delle polemiche scatenate dalla decisione della Grande Chambre. E l’avvocato Mascia sembra voler subito ribattere a chi l’accusa di aver fatto un favore ai boss della criminalità organizzata.

“La mafia è una cosa orribile. Ma uno Stato civile non può fare delle leggi che calpestano la dignità delle persone, decidendo a priori che “se un criminale non collabora allora è pericoloso”. E se non lo facesse perché è innocente? Oppure per il timore di ritorsioni? Senza contare che c’è chi entra nel programma di collaborazione solo per ottenere sconti di pena. Insomma, pentiti e redenti non sempre coincidono”.

Dicono che se un giorno alcuni criminali come il boss Leoluca Bagarella o la brigatista Nadia Lioce otterranno dei permessi premio, la colpa sarà soltanto sua…

“Già. Mi ha sorpreso la superficialità di alcuni commenti politici, ma anche il livore dimostrato da alcuni giuristi che sembrano voler soffiare sulla paura, invece di fare chiarezza”.

Doveva metterlo in conto: in fondo ora l’Italia dovrà modificare l’ergastolo ostativo, che è il cardine della lotta alla mafia…

“Il timore è che senza lo spauracchio del “fine pena mai”, i mafiosi non collaboreranno più. In realtà non esiste alcun automatismo: semplicemente all’ergastolano andrà riconosciuto il diritto di chiedere permessi premio o altri benefici. Se accogliere o meno questa domanda, però, lo deciderà il giudice: nel caso rappresenti ancora un pericolo per la società, il detenuto rimarrà in carcere. Insomma, è stata una battaglia per garantire dei diritti, non per conquistare dei privilegi”.

Ne è valsa la pena?

“Certo. E vedrà che prima o poi lo capiranno”

Capiranno che cosa?

“Che ho reso un grande servizio al mio Paese”.

Come c’è finita un’avvocatessa veronese a combattere al fianco di un condannato per mafia?

“Mi interessava la sua battaglia. Ormai da tempo mi sento libera di occuparmi esclusivamente di cause legali che riguardano i diritti civili, la salvaguardia dell’ambiente, la salute…”.

Un’idealista…

“Sì, mi batto per degli ideali. Quando lavoravo a Verona mi occupavo di tutelare i diritti dei migranti per conto della Cgil ed ero l’avvocato di Legambiente. Oggi che ho uno studio a Strasburgo faccio causa allo Stato per non aver impedito l’avvelenamento della Terra dei Fuochi, mi occupo di maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine e di come portare di fronte alla Corte europea l’inquinamento da Pfas che ha colpito il Veneto”.

Perché proprio Strasburgo?

“Perché sento di poter fare la differenza. Le sentenze della Corte europea incidono sulla vita di milioni di persone. E poi perché qui riesco a coniugare lavoro e vita privata”.

A Verona non ci riusciva?

“L’Italia ha ancora tanta strada da fare sul fronte del diritto di vivere appieno l’essere genitore. Nel 2000 mi sono ritrovata di fronte a un’evidenza: realizzarmi professionalmente significava dover trascurare il mio bambino, non potergli stare accanto e guidarlo nella crescita come avrei voluto. Insomma, non riuscivo a fare bene sia la mamma che l’avvocato. Così, quando mio marito ha ricevuto la proposta di lavorare in Francia, ho accettato di seguirlo”.

Ha ricominciato da zero…

“Per un anno e mezzo mi sono concentrata sulla famiglia. Poi è arrivata l’opportunità di uno stage di tre mesi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Avevo 42 anni e gli altri stagisti erano tutti giovanissimi. Me la sono cavata bene e sono arrivati dei contratti a tempo determinato. Lì ho capito quanto sia importante l’Europa e il suo apparato giudiziario”.

Quando è tornata a indossare la toga?

“Mentre lavoravo ho cominciato ad approfondire gli argomenti di cui mi occupavo tutti giorni. Così ho conseguito un master in Diritto internazionale e Diritti dell’Uomo, presso l’Università Shuman di Strasburgo. Giorno dopo giorno, sentivo il bisogno di mettere a frutto ciò che stavo imparando. Tradotto: ho capito di voler tornare a fare l’avvocato. Ci sono riuscita nel 2010, quando ormai ero sulla soglia della cinquantina: ho aperto il mio ufficio legale a Strasburgo, iniziando a collaborare con alcuni studi in Italia”.

Oggi riesce a conciliare l’essere una mamma e un avvocato?

“Ora mio figlio è un adulto e io riesco a dedicare molto più tempo al lavoro. Ma intanto ho imparato a bilanciare le esigenze personali e quelle professionali. Spero che altre colleghe ci riescano. Anche in Italia”.

Andrea Priante

Corriere di Verona, 10 ottobre 2019

Il costituzionalista Andrea Pugiotto : “Non è vero che rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi. È una bugia”


Andrea Pugiotto, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, commenta all’Agi la decisione della Corte Europea. “Dopo la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non è vero che, come ho letto, rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi. Questa è una bugia anche se detta da un procuratore antimafia”. Così Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti in Italia di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, commenta all’Agi la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

“Caduto l’automatismo ostativo – argomenta – si ritornerà alla regola della valutazione giurisdizionale individuale. Si chiama riserva di giurisdizione ed è prevista dalla Costituzione come meccanismo di garanzia per tutti i cittadini, detenuti compresi. Chi preferisce un giudice ‘passacarte’, in realtà mostra totale sfiducia nella magistratura di sorveglianza, preferendo alla sua autonomia e indipendenza una sua subordinazione alle informative degli apparati di polizia”.

“I giudici europei – prosegue il docente – non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta dal ‘divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti’ previsto dall’articolo 3 della Cedu. Non sono affatto sorpreso di questa decisione. La sentenza Viola del 13 giugno scorso non faceva altro che applicare al caso italiano una giurisprudenza consolidatissima che considera contraria all’articolo 3 della Cedu una pena perpetua priva di concrete prospettive di liberazione del detenuto, alla luce del suo percorso educativo. Solo chi antepone la logica della politica a quella, stringente, del diritto, poteva anche solo ipotizzare un esito differente”.

Secondo il professore, autore anche di un libro a quattro mani con l’ex ergastolano Carmelo Musumeci, è sbagliato dire, come riportato da diversi organi di stampa, che “fare la guerra all’ergastolo ostativo è un messaggio ai boss mafiosi” e che “superare l’ergastolo ostativo significa armarli di nuovo” e che “la Corte europea deve dichiarare da che parte sta nella lotta alla mafia”. Per Pugiotto “sono prese di posizione chiaramente mirate a esercitare pressioni sul panel dei 5 giudici europei alla vigilia della loro odierna, coerente e scontata decisione. Eppure, i vari procuratori (anche emeriti) che hanno preso cosi’ la parola dovrebbero sapere che l’articolo 3 della Cedu è una delle sole quattro norme che non ammettono eccezione o sospensione, nemmeno in uno Stato di guerra. I giudici europei non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta da quel divieto. Forse, nei prossimi giorni, ci toccherà sentire voci scandalizzate che chiederanno all’Italia di uscire dal Consiglio d’Europa”.

La decisione di oggi è importante per due ragioni. La prima riguarda il fatto che “la sentenza definitiva segnala nell’ergastolo ostativo un problema strutturale nel nostro ordinamento penitenziario, invitando l’Italia a porvi rimedio attraverso una sua riforma ‘di preferenza di iniziativa legislativa’. Diversamente i molti ricorsi siamesi pendenti a Strasburgo e promossi da altri ergastolani ostativi saranno certamente accolti e l’Italia subirà ripetute condanne per non avere adempiuto all’obbligo di rispettare una delle norme chiave della Cedu”.

La seconda ragione “è che il 22 ottobre, la Corte Costituzionale si pronuncerà su due questioni di legittimità riguardanti l’articolo 4-bis, comma I, dell’ordinamento penitenziario, che introduce il regime ostativo applicato all’ergastolo. I giudici costituzionali dovranno misurarsi con le meditate argomentazioni dei loro colleghi di Strasburgo”.

Attualmente, spiega Pugiotto, “tre ergastolani su quattro sono ostativi, cioè condannati per gravi reati associativi che, diversamente da tutti gli altri ristretti in prigione, non beneficeranno mai di alcuna misura extramuraria a meno che non rivelino ciò che ancora sanno dei loro crimini. Lo scopo di tale regime – come la stessa Corte Costituzionale ha recentemente riconosciuto – è di incentivare, per ragioni investigative e di politica criminale generale, la collaborazione con la giustizia attraverso un ‘trattamento penitenziario di particolare asprezza. Il perno di questo regime – una vera e propria presunzione legale assoluta – è che solo collaborando si ha la prova certa sia della rottura col sodalizio criminale che dell’avvenuto processo di ravvedimento del reo”.

La Corte Europea, argomenta il professore, “non ha bocciato la collaborazione come condizione per accedere ai benefici penitenziari ma ha contestato l’equivalenza tra mancata collaborazione e pericolosità sociale del condannato, invitando il legislatore italiano a prevedere anche per l’ergastolano non collaborante la necessita’ di accedere ai benefici penitenziari, se ha dato la prova del sicuro ravvedimento”.

Per esempio, “la scelta se collaborare o meno puoò non essere libera, quando il reo teme ritorsioni su di sé o vendette contro i propri familiari”. La stessa collaborazione “può nascere anche dall’unico proposito di ottenere i benefici”.

“Ecco perché – è l’opinione di Pugiotto – il solo modo di restituire coerenza al sistema è che sia la magistratura di sorveglianza a valutare, caso per caso, alla luce dell’intero percorso trattamentale del reo, se sia ancora specialmente pericoloso, indipendentemente dalla sua collaborazione con la giustizia. Come diceva Leonardo Sciascia, ‘la criminalita’ mafiosa non si combatte con la ‘terribilita’ del diritto’ ma con gli strumenti dello Stato di diritto'”.

Manuela D’Alessandro 

http://www.agi.it – 09 ottobre 2019