Coronavirus, Di Rosa (TdS Milano): Ministro Bonafede bisogna mandare i detenuti ai domiciliari. Lo Stato rispetti le sue Leggi


Giovanna Di Rosa Presidente TdS di MilanoLa Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa: “Non viene garantito il distanziamento sociale. Ci deve essere un meccanismo automatico per mandare a casa i detenuti”.

Quando lo Stato prende in carico una persona per fargli espiare una pena deve fare in modo che ciò avvenga in condizioni di legalità e di tutela delle esigenze di salute. Se non è possibile, cosa l’ha messa a fare in carcere? Che messaggio viene dato quando lo Stato per primo non rispetta le regole?”, tuona Giovanna Di Rosa, Presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano.

La Presidente Di Rosa sta fronteggiando l’emergenza Covid-19 da un’aula d’udienza ubicata al piano terra del Palazzo di giustizia del capoluogo lombardo. Gli uffici della Sorveglianza, posti all’ultimo piano, sono andati distrutti la scorsa settimana a seguito di un violento incendio causato da un cortocircuito.

Presidente, com’è la situazione adesso?

Di disagio estremo. Siamo accampati. L’Ufficio di Sorveglianza di Milano aveva diverse stanze, adesso è concentrato in un unico ambiente al cui interno abbiamo allestito, in maniera estremamente precaria, cinque postazioni. Il problema è che non abbiamo i fascicoli: dobbiamo andarli a recuperare di volta in volta nel piano incendiato dove però non c’è più l’illuminazione ed è tutto avvolto dalla cenere.

E nelle carceri milanesi

La difficoltà principale, per mancanza di spazio, è quella di riuscire a garantire il “distanziamento sociale” per scongiurare il contagio. Ma non essendoci lo spazio per quelli in regime normale, che sono di più di quelli che dovrebbero essere.

Come ci si organizza?

A San Vittore, ad esempio, per creare le zone d’isolamento stanno pensando di chiudere il centro clinico. E i malati, allora, dove si mettono?

Alcuni giorni fa ha inviato, con la collega della Sorveglianza di Brescia Monica Lazzaroni, una nota al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede con alcune proposte per fronteggiare l’emergenza Covid. Può illustrarcene qualcuna?

Premesso che il sistema è responsabile del sovraffollamento, in questo momento di grandissima emergenza ci deve essere un meccanismo automatico per la concessione dei domiciliari.

Senza passare dal Magistrato di sorveglianza?

Esatto: l’applicazione della detenzione domiciliare, se vogliamo alleggerire le strutture, deve essere automatica. Ad esempio, per chi ha un residuo di pena sotto ai due anni e la disponibilità di un domicilio. Ovviamente non deve aver partecipato alle ultime rivolte. Le attuali procedure per la concessione delle misure alternative al carcere sono fatte per tempi ordinari e non sono compatibili con quelli della pandemia. Bisogna fare l’istruttoria, attendere il visto del pm, tutta una seria di passaggi che rendono lungo l’iter. Il diretto vivente deve adattare le sue norme alla situazione sanitaria.

Il ministro ha risposto?

A oggi (ieri per chi legge, ndr), no.

Anche il personale delle Sorveglianza è stato colpito dal virus?

I Tribunali di sorveglianza sono stati decimati, ci sono stati contagi, il personale è a casa autodecimato. Già per carenze di personale erano disorganizzati, ora hanno ricevuto il colpo di grazia.

La strada maestra è un provvedimento legislativo “chiaro”?

Sì. Penso anche a quello per non mandare in esecuzione ordini di carcerazione per sentenze che hanno avuto un lunghissimo iter processuale e arrivano a tanti anni dalla data di commissione del fatto. Non mi pare il caso adesso di procedere con nuovi accessi.

E per chi è in custodia cautelare?

Ci siamo già coordinati con il Gip e con la Corte d’appello affinché sia incentivata il più possibile la detenzione domiciliare.

Oltre alla mancanza di spazi, nelle carceri mancano pure le mascherine e i prodotti igienizzanti…

Ultimamente a Milano c’è stata una loro fornitura da parte di alcuni privati. Ma affidare allo spontaneismo la gestione delle carceri non può diventare un sistema: la solidarietà è un valore costituzionale che lo Stato deve rispettare.

Pensa che non ci sia piena consapevolezza dei rischi di un contagio di massa nelle carceri?

C’è esitazione ed incertezza. Non compete a me fare valutazioni politiche, penso però che qualsiasi decisione debba essere accompagnata dalla preventiva verifica dei luoghi. Io conosco benissimo le carceri e so come si vive al loro interno. Invito tutti a fare altrettanto, andando a vedere con i propri occhi e non da dietro un pc. Vuole aggiungere qualcosa? Voglio solo dire che, nonostante l’incendio, non ci siamo fermati neanche un giorno. L’impegno è massimo e saremo all’altezza della responsabilità che abbiamo.

Paolo Comi

Il Riformista, 7 aprile 2020

Coronavirus, l’ex Pm Edmondo Bruti Liberati: “Se il carcere va fuori controllo, è a rischio la sicurezza pubblica”


Edmondo Bruti Liberati“Bisogna scarcerare subito”. Per l’ex Procuratore di Milano di fronte all’emergenza coronavirus “ridurre il sovraffollamento è urgente, prima che la situazione possa diventare ingestibile”.

“Si sente dire che nulla è e sarà più come prima dopo il Covid-19. È possibile pensare forse che il pianeta carcere sia in un altro sistema solare?”. È questo il fil rouge che segue l’ex Procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nella sua riflessione con Repubblica sulle conseguenze del coronavirus sulla giustizia e sul carcere. Se nulla è e sarà più come prima, anche l’approccio alle scarcerazioni dovrà essere differente, perché “se il carcere va fuori controllo, sarà di conseguenza a rischio la sicurezza pubblica”. Quindi “è nell’interesse generale della collettività, se si vuole, delle persone “per bene”, che il carcere sia gestibile, facendo uscire un numero significativo di detenuti, con esclusione delle categorie di pericolosi”. I braccialetti? “Adesso lasciamoli perché comunque è fuori del mondo la sicurezza matematica che nessuno di coloro che usciranno dal carcere commetta nuovi reati”.

Carcere, giustizia, coronavirus. Un’emergenza quotidiana come questa diventa inevitabilmente dramma. Con 58mila detenuti coinvolti e migliaia di cittadini alle prese con una giustizia online. Che impressione le fa tutto questo?

“Nell’Ottocento i grandi carceri venivano costruiti in città come Regina Coeli a Roma e San Vittore a Milano come ammonimento della sorte che spetta a chi viola la legge. Oggi queste strutture, ormai al centro delle città, ci ammoniscono che non si tratta di un altro mondo, del tutto separato. Da qualche decennio in carcere sono andate anche persone diverse dalla malavita tradizionale: tossicodipendenti provenienti da famiglie che hanno vissuto il dramma di non essere riusciti a sottrarre i loro figli da quella spirale e anche, per reati economici o di corruzione, persone di ambienti “per bene”. Questa, molto parziale, “livella” ha costretto molte persone “per bene” che sarebbero state chiuse nell’ideologia “legge e ordine” e del “buttare la chiave delle celle” a fare esperienza di quanto provvidenziali siano le misure alternative al carcere”.

Lei la vede così? Io scorgo soprattutto interpretazioni e sensibilità diverse a seconda delle appartenenze ideologiche…

“Le mura di cinta del carcere non tracciano la linea tra i buoni e i cattivi. In carcere sono legittimamente detenute persone condannate per aver commesso un reato o in custodia cautelare, quando il sistema di giustizia ha ritenuto questa misura indispensabile. Per tutta la mia carriera, come giudice e come pubblico ministero, mi sono occupato di penale e per diversi anni sono stato magistrato di sorveglianza. In carcere ho conosciuto sia molti violenti e sopraffattori, sia persone, anche tra condannati per reati non lievi, che non potevo liquidare nella categoria dei “cattivi””.

Giusto il primo aprile, anche il Pg della Cassazione Giovanni Salvi ha ribadito che “il carcere è sempre l’estrema ratio”, quindi se lo è in condizioni normali, adesso più che mai è necessario evitarlo…

“Il Procuratore Generale, prima di indicare possibili interpretazioni, ha posto in modo netto la seguente questione: “L’emergenza coronavirus costituisce un elemento valutativo nell’applicazione di tutti gli istituti normativi vigenti”. Covid-19 ha mutato il nostro modo di vita, ha determinato sofferenze e lutti, conseguenze drammatiche sull’occupazione e sull’economia. Nulla è e sarà più come prima, si dice. È possibile pensare forse che il pianeta carcere sia in un altro sistema solare?”

Giovanna Di Rosa, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, ha inviato una lettera ufficiale agli altri capi degli uffici per chiedere uno stop alle carcerazioni. Misura giusta, inevitabile, oppure eccessiva?

“I magistrati di sorveglianza sono impegnati, in condizioni difficilissime, nell’applicazione degli istituti che consentono misure alternative al carcere, ma sulla base della loro esperienza ne hanno indicato l’assoluta insufficienza a far fronte a una situazione eccezionale”.

Anche lei è stato Magistrato di Sorveglianza a Milano negli anni Settanta e ha vissuto le rivolte di quel periodo…

“Il carcere è relativamente isolato rispetto all’esterno, ma non è impermeabile. Oltre all’ingresso dei nuovi arrestati, vi è una serie di contatti con l’esterno che passano per gli agenti penitenziari e anche per tutte le persone che contribuiscono alla gestione della struttura. In caso di epidemia la situazione rischia di andare fuori controllo; sarebbe difficile garantire protezioni adeguate agli stessi agenti penitenziari. Tra i detenuti il timore per l’infezione, eventualmente anche sollecitato e sfruttato da quei, pochi ma di peso, detenuti pericolosi, potrebbe rendere la situazione ingestibile. Le prime vittime delle rivolte in carcere sono i detenuti non pericolosi (la grande maggioranza), assoggettati alle sopraffazioni dei, pochi, pericolosi, quando il controllo non è più assicurato dalla polizia penitenziaria. Le ricadute di una situazione fuori controllo sull’ordine e la sicurezza pubblica sarebbero disastrose”.

Ci spiega con semplicità che si può fare per alleggerire (e non “svuotare” termine orribile) le carceri?

“Ridurre il sovraffollamento del carcere è oggi necessario e urgente. Senza aspettare situazioni che potrebbe divenire ingestibili. Tutti gli argomenti “umanitari” sono già stati messi in campo. Ma a chi fosse insensibile propongo un messaggio in termini utilitaristici. È nell’interesse generale della collettività, se si vuole, delle persone “per bene”, che il carcere sia gestibile, facendo uscire un numero significativo di detenuti, con esclusione delle categorie di pericolosi. Nell’interesse dell’ordine e della sicurezza pubblica. Nessuno, ovviamente, può garantire che per i detenuti che dovessero uscire vi sia “recidiva zero”. Ma la situazione di quasi-coprifuoco che è in atto di fatto riduce di molto la concreta possibilità di mettere in atto quei reati predatori che più possono preoccupare”.

Lei ritiene che un’ipotesi di indulto o amnistia, come sollecitano i Radicali e le Camere penali, sia praticabile?

“Vi è un ruolo oggi per gli intellettuali: personaggi pubblici autorevoli, non solo giuristi, di diverse tendenze, compresi sostenitori di “legge e ordine”, di “tough on crime”, ma consapevoli dell’eccezionalità della situazione si impegnino a far passare un messaggio di razionalità, che possa far breccia nell’opinione pubblica e indurre tutte le forze politiche, anche della attuale opposizione, a un’assunzione di responsabilità”.

Il suo è un sì a misure di clemenza?

“No, affatto. Oggi un indulto è impraticabile, ma vi sono misure che possono portare a una limitata, ma significativa e immediata diminuzione dei detenuti. Le disposizioni del decreto legge n.18 del 17 marzo 2020 sono del tutto insufficienti. La prossima sede parlamentare della conversione del decreto legge apre due astratte possibilità; quella, perniciosa, di emendamenti che restringano le pur limitate disposizioni finora introdotte e quella, virtuosa, di emendamenti che coraggiosamente amplino l’ambito di operatività delle misure già introdotte e vi aggiungano altre misure deflattive”.

A cosa sta pensando?

“Le proposte tecniche non mancano, dall’ampliamento della detenzione domiciliare, a quello delle riduzioni di pena per la cosiddetta “liberazione anticipata per buona condotta”, alla sospensione degli ordini di esecuzione per i reati non gravi. Si veda, da ultimo, il documento del 23 marzo dell’Associazione italiana dei professori di diritto penale. Per i semiliberi si ipotizza che non rientrino in carcere la sera e così dovrà essere per un periodo non breve. Ma altrettanto si deve fare per gli ammessi al “lavoro all’esterno”, una condizione giuridica diversa, ma nella pratica assimilabile alla semilibertà. Aggiungo un aspetto che può apparire minore, ma non lo è”.

E sarebbe?

“L’inevitabile riduzione dei colloqui ha creato situazioni di tensione e molti detenuti comunque possono avere contatti solo telefonici con le loro famiglie. Sia questa l’occasione di un cambio di filosofia. Il 90% delle persone presenti in carcere non fa parte della criminalità organizzata: smettiamo di considerare le telefonate un “premio” da centellinare. Nei limiti delle possibilità pratiche consentiamo – ripeto, ai detenuti non di criminalità organizzata – la massima possibilità di telefonate, che possono comunque essere soggette a controllo. Consentire di mantenere i contatti con le famiglie non è solo, oggi, un gesto di umanità, ma è anche un investimento sulla futura risocializzazione del detenuto”.

I braccialetti elettronici. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede li sta cercando disperatamente. Teme l’effetto boomerang di possibili fughe. Ma questi braccialetti servono o no? Soprattutto, adesso, non rallentano le scarcerazioni?

“Non riusciamo a produrre in numero sufficiente mascherine, camici e apparecchi di respirazione. Pensa qualcuno, il Ministro o altri, che oggi vi possa essere una bacchetta magica che faccia comparire quei braccialetti che ieri non c’erano? Ho già detto che è fuori del mondo la sicurezza matematica che nessuno di coloro che usciranno dal carcere commetta nuovi reati. Ma indiscusse statistiche di lungo periodo hanno dimostrato che la percentuale di recidiva è enormemente più bassa per coloro che sono stati ammessi a misure alternative alla detenzione. Lasciamo realisticamente perdere ora i braccialetti e pensiamoci per il futuro quando potranno contribuire a ridurre gli ingressi in carcere di persone non pericolose. Oggi, con una Italia bloccata, le stesse possibilità di fuga sono ridotte. Piuttosto potrebbe essere necessario pensare a strutture essenziali dove far alloggiare e quindi poter controllare coloro che un domicilio non l’hanno”.

Un’ultima riflessione sulla giustizia e sui processi civili e penali via web: come li giudica? C’è una possibile lesione del diritto alla difesa? Manca il faccia a faccia tra il giudice che condanna guardando negli occhi il suo prossimo condannato? È una via costituzionalmente lecita? O stiamo infrangendo i pilastri del diritto creando un precedente pericoloso?

“L’emergenza è stata l’occasione che ha “costretto” molte sedi giudiziarie a recuperare il gap informatico allineandosi alle esperienze degli uffici più avanzati. Molte di queste prassi di emergenza, finora sottoutilizzate per pigrizia di alcuni e mancanza di iniziative del Ministero della Giustizia, dovranno andare a regime. Il modulo del lavoro dal domicilio, soprattutto per il personale amministrativo, consentirà di affrontare anche in futuro situazioni particolari con vantaggio anche per l’efficienza del sistema giudiziario”

Davvero il suo è un giudizio totalmente positivo?

“No, perché alla fine la macchina della giustizia si regge anche sul contatto quotidiano faccia a faccia (magari a distanza di un metro), sul parlarsi di persona tra tutti coloro che operano nei palazzi di giustizia: magistrati, avvocati, amministrativi, forze di polizia. Questo mi ha insegnato un’esperienza di quasi mezzo secolo: una parola di sostegno a un collega in difficoltà, uno scambio franco con un avvocato, un incoraggiamento a un amministrativo sopraffatto dai numeri, un confronto con la polizia giudiziaria, un atteggiamento reciprocamente rispettoso con l’imputato (e per me il saluto, lo sguardo di conforto di chi mi incontrava nel palazzo di giustizia in un momento tragico della mia vita privata). Diverso il discorso per il processo: anche qui molto si può e si dovrà fare in via telematica; in questa situazione di emergenza, con strumenti di presenza a distanza, si sono potute fare le udienze per direttissima ed evitare il collasso del sistema. Ma poi giudici, pubblici ministeri, avvocati e imputati nei momenti salienti del processo dovranno vedersi in faccia, sempre a distanza di un metro”.

Liana Milella

La Repubblica, 5 aprile 2020

Coronavirus, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano: le Procure sospendano gli ordini di carcerazione


pol pen carcereE ora la palla passa alle Procure. È una lettera coraggiosa (e destinata a suscitare polemiche) quella con cui il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, prende un’iniziativa clamorosa. Chiede cioè agli uffici giudiziari che firmano gli ordini di carcerazione – i cui destinatari sono destinati ad andare in cella – di valutare se non sia il caso di sospendere quegli ordini: in pratica, di pensarci bene prima di mandare dentro imputati appena riconosciuti colpevoli in via definitiva, ma che avevano atteso in libertà l’ultimo verdetto.

Troppe le persone messe in carcere anche senza un’urgenza specifica, in giorni in cui le strutture sono in difficoltà per ulteriori rischi di contagi da coronavirus e per la necessità di isolare sia i nuovi ingressi che i detenuti già positivi. È per questi motivi che il tribunale di sorveglianza milanese, già al lavoro su alcune centinaia di scarcerazioni con misure alternative per alleggerire il sovraffollamento, ha deciso di chiedere alla Procura e alla Procura generale di valutare “l’opportunità di sospendere” l’emissione di “ordini di carcerazione” per i condannati a pene definitive. Già nei giorni scorsi, del resto, su questo fronte di emergenza nelle carceri era intervenuto anche il Procuratore Generale della Cassazione Giovanni Salvi, con una nota inviata a tutti i Pg delle Corti d’appello, chiedendo di “incentivare la decisione di misure alternative”, salvo che per i reati più gravi, compresi quelli da “codice rosso“”, per “alleggerire la pressione” negli istituti.

Nel capoluogo lombardo, intanto, molti avvocati lamentano proprio il fatto che, a prescindere dalla delicata situazione sanitaria, le carcerazioni, sia come custodie cautelari che come ordini di esecuzione pena, non si stanno fermando. Tanto che due giorni fa, ad esempio, non sono stati concessi i domiciliari ad un albanese fermato su un mandato d’arresto internazionale che pendeva da giugno.

E nei giorni scorsi sia l’Ordine degli avvocati milanesi che la Camera penale hanno spiegato che è “improcrastinabile” un intervento per svuotare le carceri anche con la sospensione “delle esecuzioni in corso delle pene residue sino 4 anni”. Sulla linea della “sospensione” si è mosso ora anche il presidente del tribunale di sorveglianza Di Rosa, che in queste settimane, malgrado gli uffici “trasferiti“ dopo il recente incendio, sta applicando affidamenti in prova e detenzioni domiciliari (circa 400 scarcerazioni finora), sulla base di vecchie e nuove norme. Da qui la richiesta di uno stop agli ordini di carcerazione per “evitare rischi di contagio, provenienti dall’esterno verso l’interno, nonché l’estensione di zone di isolamento che sono già di difficilissimo reperimento, anche a causa dei contagi interni”.

Il Giorno Milano, 5 aprile 2020

Confermato 41bis a Provenzano anche se in fin di vita “il regime duro tutela la sua salute”


Bernardo Provenzano arrestoIl boss di Cosa nostra, Bernardo Provenzano, resta al 41 bis. Lo dice la Corte di Cassazione spiegando il motivo per cui lo scorso 9 giugno ha bocciato il ricorso del boss. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, puntualizzando che le condizioni di salute del detenuto sono “gravi” ma se Provenzano lasciasse il ricovero in regime di carcere duro, all’Ospedale San Paolo di Milano in camera di sicurezza, per andare in un reparto ospedaliero comune, sarebbe a “rischio sopravvivenza”, per le cure meno dedicate.

Le patologie di cui soffre Provenzano sono “plurime e gravi di tipo invalidante”, evidenziano i giudici della suprema corte in riferimento al grave decadimento cognitivo, ai problemi dei movimenti involontari, all’ipertensione arteriosa, a una infezione cronica del fegato, oltre alle conseguenze degli interventi subiti per lo svuotamento di un ematoma da trauma cranico, per l’asportazione della tiroide e per il tumore alla prostata.

La Cassazione ha confermato il 41 bis nella sentenza 38813, che è stata depositata oggi. Ma secondo la Cassazione Provenzano “risponde alle terapie”. Il regime duro, tradendo la sua originaria finalità, sarebbe diventato, a quanto pare, una modalità necessaria alla vita dell’uomo che per decenni è stato in cima alla lista dei ricercati e che ora è solo un essere inerte e incosciente.

Provenzano e lo Stato che non c’è. Lettera di Rosalba Di Gregorio, Avvocato del boss mafioso in fin di vita

Caro direttore, ieri la Cassazione, dando ragione al Tribunale di Sorveglianza di Milano e respingendo il mio ricorso, ha deciso che Bernardo Provenzano, ridotto praticamente a un “vegetale”, dovrà rimanere rinchiuso in regime di 41bis. Come suo avvocato avevo chiesto non la sospensione della pena, ma la detenzione nello stesso ospedale San Paolo di Milano dove è detenuto (essendo Provenzano intrasportabile) così da togliere il vetro e permettere ai familiari di salutarlo prima che muoia.

Il Tribunale di Sorveglianza, avallato ora dalla Cassazione, ha invece ritenuto, spiegando di avere a cuore la sua salute, che al 41bis Provenzano è meglio curato. Lo trovo aberrante. La verità è che spostarlo in lunga degenza, come da me chiesto, avrebbe significato toglierlo dal 41bis, eventualità invisa al ministro della Giustizia, che nei mesi scorsi ha rinnovato il carcere duro a un detenuto che è ormai un cadavere, incapace di intendere e di volere e con il figlio a fargli da amministratore di sostegno. Si teme davvero che un “vegetale” possa ancora mandare messaggi all’esterno e dirigere Cosa Nostra? Non è questo lo Stato forte che vogliamo.

Avv. Rosalba Di Gregorio

Il Tempo, 25 settembre 2015

Giarrusso (Senatore M5S) : “Giulio Lampada vada in cella!”. Morirà ? Chissenefrega


Mario Giarrusso M5SIl sito del “Fatto quotidiano” riporta la notizia che il senatore del Movimento Cinque Stelle Mario Michele Giarrusso ha affermato che Giulio Lampada – accusato di essere un capo cosca calabrese, trattenuto in carcerazione preventiva per circa quattro anni, e pochi giorni or sono inviato agli arresti domiciliari per gravi ragioni di salute su istanza dei difensori – deve tornare in carcere. Giarrusso chiederà l’intervento diretto del ministro della giustizia e farà convocare per un’audizione, in Parlamento, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza che ha assunto la decisione di scarcerare Lampada.

Ora, di fronte a prese di posizione di questo genere, non si sa se ridere o piangere: ci sarebbero buone ragioni per l’una e per l’altra cosa.

Per ridere: il Tribunale di Sorveglianza non c’entra per nulla, perché esso si occupa solo di casi di detenuti definitivi, non di quelli ancora in attesa di una sentenza definitiva, come nel caso di Lampada, per il quale mi permetto di sperare – senza chiedere il permesso di Giarrusso – che la sentenza di condanna che lo riguarda non diverrà mai definitiva; cosa dovrà mai fare il ministro della giustizia invocato da Giarrusso? Colpire di anatema il Tribunale del Riesame di Milano che, dopo ben nove consulenze mediche, ripeto dopo nove consulenze tutte concordi, ha inviato Lampada agli arresti domiciliari? O che altro? Quali nuove e sconcertanti competenze Giarrusso vorrà mai attribuire al ministro? Quante sono, per amor di precisione, le consulenze mediche che debbono concordemente ritenere una persona in condizioni di salute talmente gravi da essere mandato a casa? Dieci, cento, trecentosessantacinque (cioè una consulenza per ogni giorno dell’anno)? Da quante Giarrusso sarebbe alla fine soddisfatto?

O, forse, debbo presumere che non lo potrebbe mai essere? Giarrusso tende forse all’infinito? E dall’audizione del Presidente del Tribunale del Riesame, tanto scrupoloso d’avere atteso per mesi e mesi prima di decidere, e l’esperimento di un numero sovrabbondante di consulenze di parte e d’ufficio – lo ripeto: tutte concordi – cosa spera di conoscere che non sia negli atti del procedimento? E questi atti ai quali egli spregiudicatamente si sovrappone per smentirli, Giarruso, componente di varie commissioni parlamentari e credo anche di quella antimafia, li conosce? Ne ha forse una pallida idea? Ce lo dica per favore, ce lo faccia sapere.

Per piangere: ebbene, siamo in presenza di un senatore della repubblica italiana, uno cioè mandato dal popolo sovrano ad esercitare la sovranità per suo conto, che ragiona in questo modo, cioè come uno che pretende di sparare giudizi di tale gravità – e per giunta pubblicamente – a prescindere da ogni prova circa la reale colpevolezza di Lampada e soprattutto circa il suo reale stato di salute che lo rende incompatibile con la detenzione in carcere.

Giarrusso mostra cioè di vivere e di esprimere il proprio mandato politico in chiave strettamente osservante dei pre-giudizi, che, come è noto, sono i nemici giurati dei giudizi, dal momento che mentre i primi si basano su una opinione del tutto sganciata dalla realtà, i secondi tendono a fondarsi sulla verità oggettiva dei fatti che sia stato possibile provare.

Anzi, potrebbe dirsi di più. Potrebbe cioè leggersi tutta l’attività dei Tribunali e delle Corti, nei vari e a volte contrastanti gradi di giurisdizione, come il faticoso, laborioso, ma necessario tentativo di transitare dal pregiudizio, al giudizio, dalla semplice opinione ( dei singoli ) alla verità ( da tutti condivisa). Ecco qual è, fra l’altro, il compito dei giudici nello Stato di diritto: spodestare il pregiudizio, per far posto alla verità.

Il che è ovviamente accaduto anche nel caso di Lampada e del suo invio agli arresti domiciliari per gravi ragioni di salute ( fra l’altro, calo ponderale di oltre trenta chili, incapacità di alimentarsi, duplice tentativo di suicidio…).

Sicché è il caso di comunicare a Giarrusso che con le sue improvvide dichiarazioni – tese a far tornare subito in carcere Lampada – egli si pone in rotta di collisione proprio con il lavoro dei giudici, tende cioè a vanificarne il significato e la funzione, cercando di regredire dal giudizio – da loro scrupolosamente formulato – al pregiudizio – di cui egli soltanto è evidentemente l’integerrimo custode e il pubblico dispensatore.

Ma quali titoli, quale legittimazione vanterebbe Giarruso per sovrapporsi a tal segno alle decisioni dei Tribunali? Per esigere cioè che Lampada torni “subito” fra le mura di quel carcere, dove, secondo i consulenti nominati dal Tribunale, altissimo sarebbe il rischio di più non uscirne vivo? Lo ignoro. Probabilmente, Giarruso si ritiene legittimato per definizione attraverso il suo impegno antimafia: ma – il punto è questo – l’impegno antimafia da chiunque rivendicato – o si esprime attraverso le strutture e i meccanismi giuridici dello Stato di diritto oppure, nel caso voglia farne a meno, diviene esso stesso, tragicamente, una forma di violenza e di sopraffazione, contro la quale è doveroso schierarsi e combattere da parte di ogni essere umano.

Perciò, se il Giarrusso politico non vuol contraddire il Giarrusso essere umano, che smetta i panni di Minosse, il quale, come è noto, “orribilmente… ringhia, giudica e manda, secondo che avvinghia” e torni a risiedere fra di noi, semplici esseri umani, che – con grande e diuturna fatica – cerchiamo di servire la giustizia nell’unico modo in cui riteniamo sia possibile e lecito farlo: spodestando il pre-giudizio, per far posto al giudizio.

Non sarà, per lui, facilissimo: ma con un po’ di impegno genuinamente umano, che non guasta mai, speriamo tutti possa farcela.

Vincenzo Vitale

Il Garantista, 3 giugno 2015