Droghe : la Legge Fini-Giovanardi, abrogata dalla Consulta, produce ancora danni


cannabis 2Circola con insistenza nei palazzi romani la voce che presso il ministero della Salute sia al lavoro una commissione per stabilire, rispetto alle diverse sostanze, le soglie quantitative al di sotto delle quali si presume che la detenzione sia destinata ad uso personale. Questa norma era stata cancellata dalla sentenza della Corte Costituzionale (n. 32 del 12 febbraio 2014), che aveva dichiarato l’illegittimità della legge Fini-Giovanardi. Ciononostante, era stata prontamente resuscitata dal decreto legge Lorenzin del 20 marzo 2014 e convertito in legge il 16 maggio 2014 (n.79). Vale la pena ricordare che quel decreto era nato con l’intenzione di ripristinare integralmente la legge dichiarata incostituzionale e che solo l’opposizione del ministro Orlando impedì un colpo di mano per riproporre la norma chiave della Fini-Giovanardi, ovvero la classificazione delle sostanze leggere e pesanti in un’unica tabella, con la stessa elevata pena per la detenzione, da sei a venti anni di carcere.

Più volte, in questa stessa rubrica è stato sottolineato che un decreto di tal genere non era assolutamente necessario e che rispondeva solo a esigenze di mera restaurazione; semmai, la vera necessità e urgenza sarebbe stata di avere una norma governativa per ricalcolare le pene dei condannati in base ad una legge abrogata dalla Corte (vedi gli articoli di Anastasia, 19 marzo 2014, e Corleone, 25 marzo 2014).

Questo intervento, richiesto a gran voce dalle Ong, non vide mai la luce; mentre invece si reintroduceva il comma 1-bis all’art. 73, col concetto di “quantità massima detenibile”, quale “soglia” destinata a discriminare la detenzione per consumo (punibile peraltro con pesanti sanzioni amministrative) da quella per spaccio.

A suo tempo le “quantità massime detenibili” per le diverse sostanze furono stabilite con decreto ministeriale dall’allora ministro Storace, d’accordo con lo “zar” antidroga Carlo Giovanardi (decaduto insieme alla norma cancellata dalla Corte). Che oggi si voglia procedere a una nuova determinazione delle soglie, appare assurdo e preoccupante, e per diverse ragioni.

In primo luogo, la soglia quantitativa non ha mai funzionato, tanto che la famosa “dose media giornaliera” della Jervolino-Vassalli del 1990 fu cancellata dal referendum del 1993 (ripristinata nella Fini Giovanardi per puro furore ideologico di “certezza” della pena). In secondo luogo, la “soglia quantitativa” contrasta coi principi generali di penalità, perché inverte l’onere della prova sull’accusato, chiamato a fornire prove della destinazione per uso personale se detiene quantità maggiori. Ancora, ha poco senso che sulle soglie decida il ministero della Salute (seppure di concerto col ministero della Giustizia), visto che la “quantità massima detenibile” ha rilevanza penale ed è totalmente sganciata da qualsiasi riferimento al consumo e alle sue modalità (a differenza della “dose media giornaliera” suddetta).

Anche in questo caso auspichiamo uno stop da via Arenula, ma è assai preoccupante che in un momento d’inizio della discussione sulla legalizzazione della canapa, si assista a un lavorio revanscista. Piuttosto, è venuto il tempo di una radicale riforma complessiva della normativa antidroga. La Società della Ragione ha predisposto un testo condiviso da un ampio Cartello di associazioni per segnare una profonda discontinuità, a partire dall’impianto stesso della legge, centrato com’è sulla detenzione quale condotta da penalizzare.

La Conferenza governativa potrà essere l’occasione per un confronto aperto che dia al Parlamento gli elementi per una riforma che superi l’ormai insensata guerra alla droga.

Salvina Rissa

Il Manifesto, 7 ottobre 2015

Giustizia: forse siamo pronti a chiudere gli ex Manicomi Criminali


opgLa data ultima è il 31 marzo. Il rischio è che le strutture sostitutive siano riproduzioni degli Opg. La data ultima è il 31 marzo 2015. Dall’1 aprile gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, Opg, non dovrebbero più esistere. O almeno questo è quello che prevede la legge 81 del 2014, dopo che per ben due volte la chiusura delle strutture è stata spostata in avanti. È successo il 31 marzo 2013, e la stessa cosa è avvenuta l’anno dopo. Le immagini di abbandono e disperazione filmate nei vecchi manicomi criminali dalla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Ignazio Marino avevano portato l’argomento alla ribalta. Ma nonostante il decreto “svuota carceri” avesse già stanziato oltre 270 milioni spalmati tra il 2012 e il 2013, per ben due volte le regioni si sono fatte trovare impreparate ad accogliere nelle strutture sanitarie del territorio i pazienti autori di reato internati negli Opg.

Il 5 febbraio, il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo in un incontro con i comitati per la chiusura degli Opg ha confermato che non ci saranno altre proroghe e che saranno possibili commissariamenti per le regioni inadempienti. La realtà, al momento, è che quasi nessuna regione ha ultimato la realizzazione delle strutture sostitutive, ma la maggior parte ha presentato percorsi di cura individuali nelle strutture sanitarie del territorio per i pazienti ritenuti “dimissibili”, che sono più di 400 su 780. Per gli altri, l’ipotesi più plausibile è che saranno messe a disposizione strutture provvisorie in attesa di realizzare le cosiddette Rems, Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza.

E qui il rischio è la riproduzione, seppur in piccolo, del funzionamento degli Opg. Tanto che dal Senato stanno pensando a una nuova commissione di inchiesta che monitori le nuove strutture. “Sembra ripetersi quello che è accaduto con la legge Basaglia”, dice Cesare Bondioli, psichiatra membro dell’associazione Psichiatria democratica, fondata da Franco Basaglia. “La legge era del 1978, ma la parola fine per i manicomi è stata messa nel 1999, con la chiusura di Siena, dopo che la finanziaria ha detto che le regioni inadempienti sarebbero state commissariate e penalizzate nei trasferimenti statali”.

In ogni caso, per evitare la sorpresa di un’altra proroga, il comitato Stop Opg propone alle altre associazioni attente al tema un digiuno a staffetta per tutto il mese di marzo. Oltre che un monitoraggio dei nuovi istituti a partire da aprile 2015. “Il rischio è che dopo il 31 marzo si spengano di nuovo i fari su queste realtà”, dice Stefano Cecconi, portavoce del Comitato Stop Opg, “e che si ripropongano le logiche da manicomio criminale”.

Regioni in ritardo e soluzioni “provvisorie”

Il problema è che nell’ultimo anno il trend degli ingressi non è stato invertito: su 67 dimissioni ci sono stati 84 nuovi detenuti che hanno varcato i cancelli dei sei Opg sparsi in tutta Italia, nonostante la legge chiedesse di dare priorità alle misure alternative. Nell’Opg Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dove la Commissione Marino trovò 329 malati e un solo medico, neppure psichiatra, è stata addirittura aperta una nuova ala femminile da 12 posti, facendo pure trasferire alcune pazienti dall’Opg di Mantova (l’unico fino ad allora ad avere una sezione dedicata alle donne).

A meno di due mesi dalla chiusura prevista dalla legge, quasi nessuna regione ha ultimato la realizzazione degli edifici sostitutivi previsti dalla legge. E alcune, come la Toscana, non hanno neanche stabilito dove sorgeranno queste strutture. La Conferenza Stato Regioni a gennaio 2014 aveva approvato un emendamento che prevedeva un’ulteriore proroga della chiusura fino ad aprile 2017. Poi a novembre, nonostante fosse scritto nero su bianco nella relazione di ministri della Salute e della Giustizia al Parlamento che nessuna regione sarebbe riuscita a realizzare le Rems nei termini previsti dalla legge, le Regioni hanno fatto sapere che invece i termini verranno rispettati, seppure con soluzioni transitorie. Così, mentre si avvicina lo scadere del tempo massimo, si sta cercando di mettere una pezza ai ritardi per sistemare i pazienti “non dimissibili”.

Secondo i comitati, l’errore è subordinare la chiusura degli Opg alla realizzazione delle Rems, che non sarebbero poi così indispensabili. O almeno non nella misura prevista dalla legge inizialmente, secondo cui i posti letto disponibili dovrebbero essere in tutto 900. Un numero stabilito sulla base degli internati presenti negli Opg al momento della stesura della legge Marino del 2013. Il cui fine però non “deve essere un travaso delle persone da una struttura a un’altra”, dice Stefano Cecconi, “ma l’individuazione di percorsi di cura e riabilitazione individuali, potenziando i servizi socio-sanitari territoriali”. Tanto più che secondo la relazione presentata al Parlamento dai ministri Beatrice Lorenzin e Andrea Orlando, più del 50% dei pazienti presenti negli Opg è stato giudicato “dimissibile” e quindi non più socialmente pericoloso. “Questo riduce il fabbisogno previsto per le Rems”, dice Cecconi.

“Tra i pazienti non dimissibili, poi, la maggior parte lo è per ragioni cliniche e solo una piccola percentuale conserva la condizione di pericolosità sociale che prevede la presenza di strutture adeguate”. Insomma, “la condizione è affrontabile anche se, come viene fuori dalla relazione, le strutture non saranno costruite nei tempi previsti dalla legge. Un’altra proroga sarebbe delittuosa”.

Intanto le regioni si stanno attivando. C’è chi chiede aiuto alla struttura di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, l’unica dove le cure sanitarie prevalgono già da tempo sulla reclusione così come chiede la legge (e che per questo verrà in parte “salvata” e riqualificata per una capienza di 120 posti). E c’è anche chi sta unendo le forze per individuare strutture comuni tra più regioni, di fatto contravvenendo allo spirito della legge che prevede che i pazienti debbano essere curati nei territori di appartenenza, superando quindi la formula di una struttura per più regioni come accade oggi.

La legge 81 del 2014, frutto delle proroghe e delle modifiche delle leggi precedenti, prevede che per l’infermo o seminfermo di mente il giudice disponga la misura di sicurezza in una struttura di custodia “quando sono acquisiti elementi dai quali risulta che ogni misura diversa non è idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla sua pericolosità sociale”. Tradotto: un malato deve essere inviato in una Residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza solo in casi estremi. Le Rems sono istituti da 20 posti al massimo a gestione prevalentemente sanitaria e con una vigilanza perimetrale “ove necessario”, cioè per i casi ritenuti più pericolosi. In alternativa ci sono comunità, centri di salute mentale o in alcuni casi anche il ritorno in appartamento, con le famiglie o no, come è già accaduto per alcuni pazienti toscani. Il problema è che nonostante le regioni abbiano rivisto al ribasso la cifra iniziale dei 900 posti letto, i progetti non sono comunque realizzabili nei tempi previsti dalla legge. Nonostante avessero già i finanziamenti pronti e nonostante per la gestione delle Rems sia previsto addirittura uno sblocco del turnover. Che significa: la possibilità di assumere persone.

Dalla relazione presentata al Parlamento, viene fuori che a novembre 2014, cioè a quattro mesi dalla data ultima di superamento degli Opg, Friuli, Valle D’Aosta, Campania, Calabria, Sardegna e le province autonome di Trento e Bolzano non avevano ancora trasmesso un programma di utilizzo dei finanziamenti. Mentre Piemonte, Lombardia, Umbria, Marche, Molise, Puglia e Sicilia avevano trasmesso un programma non conforme alle indicazioni ministeriali.

La Toscana, ad esempio, che pure è all’avanguardia su altri temi sanitari (vedi la fecondazione eterologa), ha presentato un progetto che sfora di almeno due anni i termini previsti dalla legge 81, e ancora non ha individuato le strutture sostitutive dell’Opg di Montelupo Fiorentino, dove a fine anno erano internate ancora 80 persone. All’inizio si era pensato a un edificio di San Miniato, ma il sindaco ha detto di no. Gli altri progetti prevedevano di riutilizzare le carceri di Empoli o di Massa Marittima, ma ancora non è stata presa una decisione definitiva. In base ai dati indicati dalla relazione di Lorenzin e Orlando, i pazienti toscani, di cui quindi la regione dovrà prendersi cura, sono in tutto 33, di cui 15 dimissibili.

I numeri, quindi, non sono alti. Nella relazione al parlamento, si parla di un accordo interregionale stipulato tra Toscana e Umbria, ma i tempi di realizzazione sono stimati da 9 e 30 mesi. Nel frattempo da Firenze avrebbero chiesto di trasferire i pazienti toscani di Montelupo nell’Opg di Castiglione delle Stiviere, pagando una retta. Quello che si sa, finora, è che la villa medicea di Montelupo che ospita i pazienti potrebbe essere trasformata in un albergo di lusso e che, come ha dichiarato il direttore del Dap Toscana, arrivare alla chiusura dell’Opg entro il 31 marzo sarà “molto difficile”.

In Sicilia, dove dovranno farsi carico di un centinaio di pazienti, all’inizio si era pensato addirittura di riutilizzare la vecchia struttura del 1925 di Barcellona Pozzo Di Gotto, salvo poi ripensarci e individuare quattro nuove sedi tra Messina, Caltanissetta e Caltagirone, in provincia di Catania, dove già esiste un polo psichiatrico. In Calabria, per sistemare i 31 pazienti (di cui 5 non dimissibili) presenti per lo più nella vicina Sicilia hanno pensato di riutilizzare le strutture già esistenti. Compreso l’ex manicomio di Girifalco, in provincia di Catanzaro, quello a cui Simone Cristicchi si ispirò anche per una sua canzone. Ma anche qui per l’apertura bisognerà aspettare ben oltre la data del 31 marzo. Nebbia fitta anche per Lazio e Campania, tra le regioni a dover rispondere del maggior numero di pazienti internati (104 per il Lazio, 115 per la Campania), e pure per l’accordo interregionale Abruzzo-Molise, che prevede la realizzazione di 20 posti letto in non meno di “2 anni e 9 mesi”.

Con il ridimensionamento delle Rems, “le regioni hanno accelerato il lavoro dando priorità all’individuazione dei percorsi di cura degli oltre 400 pazienti dimissibili”, racconta Stefano Cecconi di Stop Opg. Ma per il superamento degli Opg e le dimissioni dei pazienti serve un coordinamento tra Regioni, Comuni, Asl, ministero della Sanità e della Giustizia. Niente di difficile, in teoria. Non in Italia. I magistrati dovrebbero ridurre al minimo gli invii in Opg, preferendo le misure alternative e i percorsi di cura. Ma i servizi a disposizione del magistrato non sono sufficienti. È un cane che si morde la coda, e così anche molti dei pazienti dimissibili oggi sono ancora in Opg e il rischio è che molti verranno solo “travasati” dalle vecchie alle nuove strutture.

“Non è con le scorciatoie e la ripetizione delle logiche manicomiali che si chiudono gli Opg giusto per dire di rispettare i termini di chiusura”, dice Cesare Bondioli. “Ogni ipotesi di proroga va rifiutata, e un ridimensionamento dei progetti delle Rems di certo contribuisce a rispettare le scadenze. Servono programmi individualizzati di presa in carico territoriale degli attuali internati dichiarati dimissibili.

I programmi di dimissione e i relativi progetti terapeutici individuali, anziché essere trasmessi al ministero e poi messi in un cassetto in attesa degli eventi, dovrebbero trovare concreta attuazione nel territorio dei dipartimenti di salute mentale di competenza usufruendo delle risorse già disponibili visto che, almeno gli oltre 400 pazienti dichiarati dimissibili a giugno 2014, una volta revocata la misura di sicurezza non differiscono in nulla dai “normali” utenti dei servizi di salute mentale. Così si riduce anche il numero di posti letto nelle Rems, facilitandone anche la realizzazione”.

Gli Opg e l’ergastolo bianco In Italia a oggi esistono sei Opg, ciascuno a copertura di più regioni. Dalla denuncia della Commissione parlamentare d’inchiesta a oggi, il numero degli internati è in costante diminuzione. Da giugno a ottobre 2014 i detenuti sono calati da 826 a 780, meno della metà rispetto ai 1.600 del 2010. Queste strutture, ex manicomi criminali a cui è stato affidato poi l’acronimo Opg, sono una sorta di somma tra il carcere e il manicomio. Chi commette un crimine ed è incapace di intendere e di volere perché affetto da gravi disturbi mentali non può essere condannato a una pena da scontare in carcere. Se la persona è dichiarata anche socialmente pericolosa viene sottoposta a una misura di sicurezza. E nei casi più gravi, si aprono le porte di un Opg.

La differenza principale tra pena e misura di sicurezza, però, è nella durata: la pena ha una durata certa, che di solito di accorcia; la misura di sicurezza si può prorogare anche all’infinito ed è per questo che si parla di “ergastolo bianco”. Come le storie riportate negli atti della commissione d’inchiesta Marino. Nel 1992 un uomo, fingendo di avere una pistola in tasca, fa una rapina e viene arrestato. Dichiarato incapace di intendere e di volere, ha trascorso più di vent’anni nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, mentre i suoi complici, senza alcuna infermità mentale, non hanno fatto neanche un giorno dietro le sbarre.

Non solo. “L’80% delle persone uscite dagli Opg”, spiega Cesare Bondioli, “è tornato in altri istituti psichiatrici o comunità, di fatto rientrando in una logica manicomiale. I dipartimenti di salute mentale hanno difficoltà a prendere in carico i pazienti in maniera singola, così preferiscono affidarli a modalità collettive di gestione. Succede anche con i pazienti psichiatrici che non hanno avuto problemi con la giustizia. Dopo la legge 180 sono cresciuti i posti nelle residenze di tipo psichiatrico e oggi sono oltre 20mila”. La stessa logica si ripeterà se il modello seguito nella riforma degli Opg sarà solo quello delle Rems. “I detenuti degli Opg dichiarati dimissibili non hanno necessità di andare nelle Rems”, continua Bondioli. “Perché un detenuto che non è più ritenuto socialmente pericoloso esce dal carcere e queste persone invece devono restare in strutture controllate?”.

I problemi della legge

La proroga, comunque, nonostante le difficoltà questa volta non ci sarà, assicurano tutti. “Ma le regioni che allo scadere del tempo non saranno pronte dovranno essere commissariate”, dice Stefano Cecconi. Resta aperto un solo punto, sollevato anche dalla Associazione nazionale magistrati (Anm): la legge 81 dispone che sia le misure di sicurezza detentive (provvisorie o definitive) che i ricoveri nelle Rems non possono protrarsi per una durata superiore al tempo stabilito per la pena prevista per il reato commesso, fatta eccezione per i reati per i quali è previsto l’ergastolo. I giudici saranno così tenuti a revocare le misure di sicurezza per internati pericolosi che abbiano superato il limite massimo, senza però che vi sia nessuno che se ne faccia carico. Il risultato è che soggetti ad alta pericolosità sociale potrebbero finire fuori dalle strutture vigilate senza che siano state predisposte le necessarie misure sanitarie, sociali e giudiziarie. Con gravi conseguenze sia per la salute del paziente, sia per la sicurezza.

“La libertà vigilata “mantiene” in qualche modo una attenzione alla persona: può funzionare come momento di presa in carico ma la espone al rischio di violare prescrizioni e quindi di tornare in Opg, mentre la liberazione incondizionata evita questo rischio ma può accompagnarsi all’abbandono della persona”, dicono da Stop Opg. “Su questo problema è necessario aprire un confronto. Bisogna individuare una via di mezzo tra l’ergastolo bianco e la libertà incondizionata”. E anche dall’Anm dicono: sì alla chiusura degli Opg, ma “avvio di una seria riflessione per una revisione complessiva della materia”.

Lidia Baratta

http://www.linkiesta.it, 6 febbraio 2015

Ospedali Psichiatrici Giudiziari….. la tortura continua. Chiesta una nuova proroga


OPGLa relazione sugli Opg dei ministri Lorenzin e Orlando, dice che è “irrealistico pensare di eliminare le strutture” a breve. Si prospetta quindi un’ulteriore proroga per la chiusura definitiva degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg).

Secondo la relazione sul Programma di superamento degli opg trasmessa al Parlamento dai ministri della Salute, Beatrice Lorenzin, e della Giustizia, Andrea Orlando, aggiornata al 30 settembre, sarebbe irrealistico pensare di chiudere le strutture entro il 15 marzo del 2015, come previsto dall’ultimo decreto legge.

“Nonostante il differimento al 31 marzo 2015 del termine per la chiusura degli Opg, sulla base dei dati in possesso del ministero della Salute – si legge nella relazione – appare non realistico che lo Regioni riescono a realizzare e riconvertire le strutture entro la predetta data. In caso di mancato rispetto dell’anzidetta data, ovvero in caso di mancato completamento delle strutture nel termine previsto dai programmi regionali, è ferma intenzione dei ministri attivare la procedura che consente al governo di provvedere in via sostitutiva. È quindi di nuovo auspicabile un ulteriore differimento del termine di chiusura degli Opg”.

Inizialmente dovevano essere 38 i milioni predisposti dallo Stato affinché le Regioni presentassero i programmi di conversione degli Ospedali psichiatrici giudiziari in strutture sanitarie alternative. Oggi, secondo l’ultimo aggiornamento del ministero della Salute e del ministero della Giustizia, la spesa è salita a 88,5 milioni di euro. I costi, dunque, continuano incredibilmente a lievitare. Tutta colpa della lentezza della macchina burocratica regionale che è da anni che dovrebbe chiudere quelli che Amnesty International ha definito “luoghi di tortura”, senza però ancora riuscirci. La vicenda è drammatica perché ci sono stati rinvii su rinvii.

Dapprima si pensava al 31 marzo 2013 come termine ultimo concesso alle Regioni per presentare appunto il programma di conversione. Ma non era stato sufficiente. E allora si va di proroga in proroga, Fino all’ultimo decreto firmato dal governo che ha posticipato il termine al 31 marzo 2015. L ‘ultima proroga aveva sollevato reazioni, in particolare quella del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel firmare il decreto legge aveva espresso “estremo rammarico, per non essere state in grado le Regioni di dare attuazione concreta a quella norma ispirata a elementari criteri di civiltà e di rispetto della dignità di persone deboli”.

Il Capo dello Stato aveva comunque “accolto con sollievo interventi previsti nel decreto legge per evitare ulteriori slittamenti e inadempienze, nonché per mantenere il ricovero in ospedale giudiziario soltanto quando non sia possibile assicurare altrimenti cure adeguate alla persona internata e fare fronte alla sua pericolosità sociale”. Il decreto legge del marzo scorso, infatti, prescrive che “il giudice disponga nei confronti dell’infermo o del seminfermo di monto l’applicazione di una misura di sicurezza diversa dal ricovero in Opg o in una casa di cura e di custodia, a eccezione dei casi in cui emergano elementi dai quali risulti che, ogni altra misura diversa dal ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario non sia idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla sua pericolosità sociale”.

La nuova proroga che secondo la relazione ministeriale si renderà necessaria, “tuttavia dovrebbe essere accompagnata dalla previsione di misure normative finalizzate a consentire la realizzazione e riconversione delle anzidette strutture entro tempi certi; a tal fine si ritengono tuttora valide le proposte formulate nella precedente Relazione inviata al Parlamento: misure normative volte a semplificare e razionalizzare le procedure amministrative; possibilità di avvalersi del silenzio-assenso per le autorizzazioni amministrative richieste a livello locale”.

Con la nuova relazione trasmessa al Governo, quindi, si apprende che passera ancora molto tempo affinché gli Opg chiudano definitivamente. Se si considera che attualmente la regione Piemonte ha già previsto che dovranno passare altri 24 mesi per la realizzazione della struttura sanitaria alternativa, si arriverà dunque a fine 2016. Ancora peggio per la struttura sanitaria di Abruzzo e Molise: sono stati stimati 2 anni e 9 mesi. Si arriverà, in questo caso, all’estate del 2017. Nel frattempo gli internati continuano a vivere negli opg. Abbandonati e prigionieri.

Damiano Aliprandi

Il Garantista, 1 novembre 2014

Il Governo chiede l’ennesima proroga per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari


opgÈ irrealistico pensare di chiudere gli Ospedali Psichiatrici giudiziari entro il 15 marzo 2015, come previsto dal decreto legge approvato nel marzo scorso. Servirà quindi un’ulteriore proroga. A lanciare l’allarme è la relazione sul Programma di superamento degli Opg trasmessa al Parlamento dai ministri della Salute, Beatrice Lorenzin, e della Giustizia, Andrea Orlando, aggiornata al 30 settembre.

“Nonostante il differimento al 31 marzo 2015 del termine per la chiusura degli Opg, sulla base dei dati in possesso del ministero della Salute – si legge nel documento – appare non realistico che le Regioni riescano a realizzare e riconvertire le strutture entro la predetta data.

In caso di mancato rispetto dell’anzidetta data, ovvero in caso di mancato completamento delle strutture nel termine previsto dai programmi regionali, è ferma intenzione dei ministri attivare la procedura che consente al governo di provvedere in via sostitutiva. È quindi di nuovo auspicabile un ulteriore differimento del termine di chiusura degli Opg”.

Già l’ultima proroga decisa aveva sollevato reazioni, in particolare quella del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel firmare il decreto legge aveva espresso “estremo rammarico, per non essere state in grado le Regioni di dare attuazione concreta a quella norma ispirata a elementari criteri di civiltà e di rispetto della dignità di persone deboli”.

Il Capo dello Stato aveva comunque “accolto con sollievo interventi previsti nel decreto legge per evitare ulteriori slittamenti e inadempienze, nonché per mantenere il ricovero in ospedale giudiziario soltanto quando non sia possibile assicurare altrimenti cure adeguate alla persona internata e fare fronte alla sua pericolosità sociale”.

Il decreto legge del marzo scorso, infatti, prescrive che “il giudice disponga nei confronti dell’infermo o del seminfermo di mente l’applicazione di una misura di sicurezza diversa dal ricovero in Opg o in una casa di cura e di custodia, ad eccezione dei casi in cui emergano elementi dai quali risulti che, ogni altra misura diversa dal ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario non sia idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla sua pericolosità sociale”.

La nuova proroga che secondo la relazione ministeriale si renderà necessaria, “tuttavia dovrebbe essere accompagnata dalla previsione di misure normative finalizzate a consentire la realizzazione e riconversione delle anzidette strutture entro tempi certi; a tal fine si ritengono tuttora valide le proposte formulate nella precedente Relazione inviata al Parlamento: misure normative volte a semplificare e razionalizzare le procedure amministrative; possibilità di avvalersi del silenzio-assenso per le autorizzazioni amministrative richieste a livello locale”.

“Le misure normative di semplificazione appaiono necessarie in quanto l’iter procedurale richiesto per la progettazione e la realizzazione delle strutture si distanzia notevolmente dai termini previsti dalle precedenti proroghe”.

“Fermi restando i profili di sicurezza, il presupposto sostanziale perché questo percorso politico e amministrativo prosegua – sottolinea ancora la relazione ministeriale – è la maturazione di una nuova cultura, un nuovo modo di guardare alla chiusura degli Opg e delle problematiche connesse, una attenzione qualificata degli attori politici e dei mezzi di informazione. Si cercherà di lavorare con interventi volti a contrastare il pregiudizio nei confronti dei soggetti affetti da malattia mentale, pur se autori di fatti costituenti gravi reati”.

Dopo l’approvazione del decreto del marzo scorso, spiega ancora la relazione trasmessa al Parlamento, “si è rilevata una leggera ma costante diminuzione delle presenze” negli Opg, “che alla data del 9 settembre 2014 vede 793 internati presenti a fronte degli 880 alla data del 31 gennaio 2014. Questo dato va comparato con quello dei flussi degli ingressi che nell’arco di un trimestre si è valutato attestarsi mediamente intorno a circa 10 pazienti per ciascun Opg, per un totale di 67 persone a trimestre”. Nel periodo che va dal primo giugno 2014 (dopo la conversione in legge del decreto), al 9 settembre 2014 si è avuto l’ingresso di 84 persone”. Attualmente gli ospedali psichiatrici giudiziari sono 6: Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Castiglione delle Stiviere, Montelupo fiorentino, Napoli, Reggio Emilia.

– LEGGI LA RELAZIONE AL PARLAMENTO (PDF)

Il Governo risponderà all’Interrogazione dell’On. Vittorio Ferraresi ed altri sulle Carceri della Calabria


Commissione Giustizia Camera DeputatiE’ prevista per giovedì pomeriggio in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati la risposta del Governo all’Interrogazione Parlamentare n. 5/01535 presentata il 21 novembre 2013 dall’Onorevole Vittorio Ferraresi, Capogruppo del Movimento Cinque Stelle in Commissione Giustizia a Palazzo Montecitorio, su sollecitazione dell’esponente radicale calabrese Emilio Enzo Quintieri. L’atto di Sindacato Ispettivo è stato, altresì, sottoscritto dai Deputati pentastellati Dalila Nesci, Federica Dieni, Sebastiano Barbanti, Paolo Parentela, Donatella Agostinelli, Alfonso Bonafede, Salvatore Micillo, Tancredi Turco, Giulia Sarti, Andrea Colletti e Francesca Businarolo.

L’Interrogazione, all’epoca dei fatti, rivolta ai Ministri della Giustizia e della Salute del Governo Letta, Annamaria Cancellieri e Beatrice Lorenzin, riguardava il sovraffollamento, le condizioni dei detenuti e la situazione degli Istituti Penitenziari della Calabria, con particolare riferimento alle Case Circondariali di Catanzaro e Paola. Infatti, nei 13 Istituti presenti in Calabria, a fronte di una capienza regolamentare di 2.481 posti, vi erano rinchiusi 2.684 detenuti dei quali 345 erano stranieri. Tra di essi, 1.330 erano imputati (739 in attesa di primo giudizio, 296 appellanti, 208 ricorrenti e 87 con posizione mista) mentre i condannati definitivi erano 1.353. I detenuti scarcerati grazie alla Legge “Svuota Carceri” risultavano essere solo 344, dei quali 13 donne e 40 stranieri. Il sovraffollamento carcerario riguardava tutti gli Istituti della Calabria, in cui si registravano condizioni di forte disagio, a motivo della insufficienza degli spazi, che determinavano pesanti costrizioni per i detenuti, che per tale motivo non potevano avere una quotidianità rispettosa della vita umana. In particolare, a Catanzaro, vi risultavano ristretti 590 detenuti, 330 dei quali appartenenti al circuito dell’Alta Sicurezza, a fronte di una capienza regolamentare di 354 posti. Nell’Interrogazione veniva denunciata la circostanza della implementazione della capienza regolamentare da 354 a 617 nonostante non fossero intervenuti mutamenti strutturali di rilievo atteso che il nuovo Padiglione detentivo non era ancora funzionante e quindi disponibile per essere utilizzato. Tale questione era stata sollevata, più volte, dai Radicali e dai Sindacati della Polizia Penitenziaria. Venivano, altresì, contestati i dati diramati dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria inerenti la capienza effettiva delle Carceri. Secondo gli Onorevoli interroganti, i posti disponibili complessivamente erano 1.789 e non, come indicato dal Dipartimento, 2.481, cosa che portava la percentuale del sovraffollamento al 161,37 %, attestato che il valore nazionale era del 140%.

Cella Carcere SianoSia per quanto riguarda la Casa Circondariale di Catanzaro che quella di Paola, veniva evidenziata la carenza di organico del personale di Polizia Penitenziaria ma anche degli Educatori, degli Psicologi, dei Medici e degli Infermieri. Per Catanzaro, inoltre, era stata sollevata la problematica della fatiscenza dell’edificio, della presenza all’interno ed all’esterno degli spazi detentivi, di topi e ratti, della insufficienza e della inadeguatezza delle docce che, invece, di essere in ogni camera detentiva, erano ancora in locali comuni posti all’interno del Reparto, dell’applicazione alle finestre delle celle di schermature metalliche a maglie strette che impedivano all’aria ed alla luce naturale di penetrare all’interno delle camere, della eccessiva umidità dei reparti e delle camere di detenzione per la infiltrazione di acqua piovana, della inoperosità del Magistrato di Sorveglianza competente ed altro ancora. Infine, veniva sollevata, la questione della chiusura del Centro Diagnostico Terapeutico nonostante lo stesso fosse stato già da tempo completato e consegnato all’Amministrazione Penitenziaria. Per Paola, invece, oltre al sovraffollamento particolarmente grave (a fronte di una capienza regolamentare di 161 posti, vi erano ristretti ben 300 detenuti), era stata denunciata la completa assenza di qualsivoglia attività trattamentale sia per gli imputati che per i condannati poiché la biblioteca con annessa sala lettura, il teatro, la palestra, le salette interne ai reparti per la socialità, erano chiuse e non funzionanti. Inoltre, veniva rappresentata al Governo, l’inadeguatezza degli spazi destinati alla ricreazione all’aperto perché angusti, privi di aria e chiusi tra più fabbricati adiacenti, l’impossibilità per i detenuti di poter lavorare poiché l’unica forma di lavoro presente all’interno dell’Istituto era quella alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria, la illegale attività di controllo in ore notturne delle celle da parte del personale di Polizia, censurata dal Magistrato di Sorveglianza di Cosenza, l’inadeguatezza delle sale destinate ai colloqui con i familiari dei detenuti per la presenza del muro divisorio in cemento armato, l’inadeguatezza delle salette destinate ai colloqui con gli avvocati per le pessime condizioni di manutenzione, la mancanza di celle per non fumatori, la mancata separazione degli imputati dai condannati ed altro.

I Parlamentari, segnalavano anche che le suddette Case Circondariali di Catanzaro e Paola, erano sprovviste di Regolamento interno che doveva essere approvato dal Ministro della Giustizia e tale fatto era stato già oggetto di reclami dai detenuti ai rispettivi Uffici di Sorveglianza, al Provveditorato Regionale ed al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Nell’Interrogazione venne rappresentata anche la condizione, particolarmente disagiata, dei detenuti stranieri ed evidenziata una criticità nella effettiva funzione svolta dai Magistrati di Sorveglianza. Infine, si denunciava che in Calabria, non era ancora stata data esecuzione alle recenti direttive sulla “sorveglianza dinamica” emanate dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in seguito alla nota Sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.

Casa Circondariale 1Per tutti questi motivi, l’Onorevole Ferraresi unitamente ad i suoi colleghi Deputati, nell’Interrogazione chiedeva se e quali informazioni disponesse il Governo in merito ai fatti rappresentati e se questi corrispondessero al vero. In particolare, veniva chiesto ai Ministri della Giustizia e della Salute, quali fossero i dati aggiornati del sovraffollamento degli istituti Penitenziari della Calabria, facendo riferimento alla capienza regolamentare di ciascun istituto ed alle singole posizioni giuridiche dei detenuti (in attesa di giudizio, appellanti, ricorrenti, definitivi); quanti erano i detenuti tossicodipendenti presenti all’interno degli istituti calabresi e quanti quelli affetti da gravi disturbi mentali o altre gravi patologie di fatto incompatibili con lo stato di detenzione intramuraria; se era noto quanti erano i detenuti che avevano usufruito della cosiddetta legge «Svuota Carceri», varata nel 2010, e successive modifiche ed integrazioni, sino all’epoca, e quante erano le istanze in tal senso giacenti presso gli uffici di sorveglianza competenti ed allo stato non ancora evase, ed a cosa era dovuto l’eventuale ritardo nel disbrigo degli atti; se era noto quanti erano i detenuti stranieri che avevano formulato agli uffici di sorveglianza competenti istanza di espulsione dal territorio dello Stato come misura alternativa alla detenzione e quanti di questi fossero stati effettivamente espulsi ed a quanti di loro fosse stata invece negata la richiesta e per quali motivi; qual era la cifra destinata ogni anno, negli ultimi 5 anni, alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture penitenziarie calabresi; quando sarebbe stato attivato il centro diagnostico terapeutico annesso alla casa circondariale di Catanzaro Siano e se lo stesso poteva essere effettivamente utilizzato senza l’incremento del personale di polizia Penitenziaria in forza all’istituto; per quale ragione recentemente si è deciso di installare nella suddetta casa circondariale le vietate schermature metalliche a maglie strette davanti alle sbarre delle finestre delle celle, impedendo in tal modo sia l’ingresso della luce che dell’aria naturale con evidenti danni per i detenuti; per quale motivo, nella casa circondariale di Paola, la biblioteca con annessa sala lettura, il teatro, la palestra, le salette interne ai reparti per la socialità, erano chiuse e non funzionanti; se il Governo non riteneva di dover disporre con urgenza, presso la casa circondariale di Paola, il completo rifacimento delle sale destinate ai colloqui, e se non riteneva di dover intervenire per assicurare la mediazione culturale per i detenuti stranieri; quali istituti penitenziari della Calabria avevano attivato, ed in che modo, per i detenuti appartenenti al circuito della media sicurezza, la «sorveglianza dinamica», in ossequio alle direttive impartite dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ed alla luce della nota sentenza Torreggiani emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo contro l’Italia; se venivano effettuate le visite negli istituti penitenziari della Calabria da parte delle competenti autorità sanitarie locali e, in caso affermativo, a quando risalivano e cosa fosse emerso nelle loro relazioni in merito alle condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza, con particolare riguardo alla casa circondariale di Catanzaro Siano e di Paola; con quale frequenza i magistrati di sorveglianza visitavano i locali dove si trovavano i detenuti e gli internati, in applicazione di quanto stabilito dall’articolo 75, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000, e ciò riferito a ciascun istituto penitenziario della Calabria ed in particolare a quello di Catanzaro Siano e Paola; qual era l’organico ed il carico di lavoro degli uffici di sorveglianza di Catanzaro e Cosenza e quali erano le ragioni di quella che agli interroganti risulta essere una inadeguata e carente attività, in virtù dei compiti specifici che la legge penitenziaria attribuiva ai suddetti uffici giudiziari; se fossero giunte al Governo, ed in particolare ai Ministri interrogati, delle segnalazioni – sia da parte dei direttori delle carceri che dei Magistrati di Sorveglianza – in merito alle condizioni in cui versavano gli istituti di pena della Calabria palesemente non rispettose della legge ed alla cronica carenza del personale della polizia penitenziaria in servizio presso dette strutture; quanti detenuti, ristretti negli istituti di pena della Calabria, avevano presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, se i Ministri interrogati ritenevano o meno che negli istituti penitenziari della Calabria, ed in particolare nella casa circondariale di Catanzaro Siano e di Paola, vi fossero state, o vi erano in corso, violazioni nei confronti dei diritti legittimi dei cittadini detenuti in contrasto con quanto previsto dagli articoli 27 e 32 della Costituzione repubblicana e se non ritenevano doveroso ed opportuno disporre con urgenza delle mirate visite ispettive presso le case circondariali calabresi al fin di avere un quadro più chiaro possibile della situazione esistente, ed intervenire in maniera appropriata tenendo in considerazione quanto segnalato con l’atto ispettivo parlamentare.

Interrogazione Parlamentare a risposta in Commissione Giustizia ai Ministri della Giustizia e della Salute

Carcere di Rossano. Manconi, Bruno Bossio e Bargero (Pd) interrogano il Governo Renzi


MontecitorioNei giorni scorsi, il Senatore Luigi Manconi (Pd), già Sottosegretario di Stato alla Giustizia ed attuale Presidente della Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani, aveva rivolto una Interpellanza al Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando in riferimento a quanto riscontrato dal Deputato Enza Bruno Bossio (Pd) durante una visita ispettiva “a sorpresa” presso la Casa di Reclusione di Rossano in Calabria ove erano state rilevate gravi condizioni di detenzione, contrarie a quanto previsto dalla normativa vigente. Nella giornata di ieri, l’Onorevole Enza Bruno Bossio, membro della Commissione Bicamerale Antimafia (unitamente alla collega On. Cristina Bargero) ha depositato una Interrogazione a risposta in Commissione indirizzata ai Ministri della Giustizia On. Andrea Orlando, della Salute On. Beatrice Lorenzin e del Lavoro e delle Politiche Sociali On. Giuliano Poletti alla quale è stato delegato a rispondere il titolare di Via Arenula.
Il Guardasigilli, già nell’immediatezza dei fatti, aveva disposto una ispezione mirata proprio alla Casa di Reclusione di Rossano in seguito alla denuncia effettuata dalla Parlamentare Democratica. Gli accertamenti vennero effettuati dal Consigliere Francesco Cascini, Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e Responsabile dell’Ufficio Ispettivo e del Controllo.
Nel frattempo, si è appreso informalmente, che sia stato rimosso e trasferito in altra sede il Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria di Rossano, il Vice Commissario Elisabetta Ciambriello e che, relativamente ai pestaggi ed agli abusi a cui sarebbero stati sottoposti alcuni detenuti da parte del personale dell’Amministrazione Penitenziaria, sia stata interessata e stia procedendo, per quanto di competenza, la Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Castrovillari.
Si allegano, per completezza di informazione, gli atti di Sindacato Ispettivo Parlamentare del Sen. Manconi e degli On.li Bruno Bossio e Bargero.
SENATO DELLA REPUBBLICA
XVII LEGISLATURA
Seduta n. 307 del 09/09/2014
INTERPELLANZA n. 2-00192

Al Ministro della Giustizia – Premesso che:

sabato 9 agosto 2014 l’on. Enza Bruno Bossio si è recata in visita ispettiva presso la casa di reclusione di Rossano (Cosenza);

al suo arrivo al carcere di Rossano gli agenti di Polizia penitenziaria si rifiutavano di farla entrare, cosa avvenuta solo a seguito di molte insistenze della parlamentare e della rinuncia ai propri accompagnatori;

la vice commissario Elisabetta Ciambriello, comandante della Polizia penitenziaria dell’istituto, in un colloquio telefonico avrebbe addirittura detto alla deputata: “Onorevole lei non si doveva permettere di venire al Carcere senza preavviso. Quando si va a casa degli altri si chiede il permesso”;

considerato che, per quanto risulta all’interpellante:

l’on. Bruno Bossio intrattiene da tempo una comunicazione epistolare con un detenuto che lamenta di essere ristretto in un regime di isolamento inumano, nel quale gli sarebbero negate anche lettere e telegrammi (particolare confermato dai familiari dell’interessato). Inizialmente gli agenti si erano offerti di portare il detenuto in parlatorio, ma dopo lunghe insistenze la deputata è riuscita a farsi condurre nel reparto di isolamento del carcere;

al suo ingresso nella sezione, gli agenti stavano provvedendo a chiudere le porte blindate delle celle di tutti i detenuti allocati in isolamento, lasciando aperta solo quella del detenuto che la deputata intendeva visitare. Ad un certo momento gli altri ristretti si sono messi ad urlare chiedendo che vedesse in quali condizioni erano costretti a vivere. Quando l’on. Bruno Bossio ha chiesto di aprire le celle gli agenti le hanno detto che non avevano più le chiavi appena usate per chiuderle;

pur non essendo riuscita a entrare nelle camere da cui provenivano le urla, la deputata ha potuto vedere dalle finestrelle di controllo delle porte blindate detenuti sostanzialmente nudi, soltanto con gli slip; in alcune delle celle non c’era neanche il letto, e quindi i detenuti erano seduti per terra, in un caso in mezzo ai propri escrementi, al vomito ed ai piatti sporchi. Uno di loro era stato messo in isolamento per aver tentato il suicidio, gli altri due per aver tentato una evasione. Questi ultimi hanno sostenuto di essere stati picchiati da agenti della Polizia penitenziaria e mostravano sui loro corpi segni di percosse. A uno di loro avrebbero rotto anche un orecchio e, a suo dire, egli non avrebbe ricevuto alcuna assistenza sanitaria;

secondo l’on. Bruno Bossio, nel reparto di isolamento della casa di reclusione di Rossano l’ora d’aria verrebbe trascorsa in uno spazio più piccolo della cella, circondato da una rete metallica;

il 13 agosto il Ministro in indirizzo ha comunicato di aver disposto un’ispezione nel carcere di Rossano, anticipando che nei giorni successivi avrebbe avuto “comunicazione degli esiti dell’attività ispettiva”;

giovedì 4 settembre il quotidiano “Cronache del garantista” ha reso pubblica la testimonianza di un uomo di 38 anni reduce da un periodo di detenzione nel carcere calabrese, come si riporta brevemente;

D.M. ha subito una condanna a 5 anni per furto, falso e lesioni e ora è ai domiciliari;

nell’agosto 2012 D.M. entra nella casa di reclusione di Rossano e, secondo il suo racconto, subisce le prime violenze: per i controlli di rito gli viene chiesto di denudarsi e di procedere all’esecuzione di flessioni; in quel momento uno degli agenti gli avrebbe sferrato improvvisamente e ingiustificatamente un pugno che ne avrebbe colpito la parte destra del cranio: il mento dell’uomo sbatte contro un muro e perde un dente, l’incisivo destro; D.M. avrebbe quindi chiesto invano di vedere un medico;

dalla sua cella, la numero 24, D.M. dichiara che poteva sentire le urla e i lamenti dei detenuti che venivano picchiati nel reparto di isolamento: non solo detenuti assegnati a quel reparto, ma anche detenuti che vi venivano portati appositamente, vittime prescelte sarebbero stati prevalentemente detenuti di media sicurezza, tra cui gli stranieri, presi particolarmente di mira,

si chiede di sapere:

quale sia stato l’esito dell’ispezione disposta nel carcere di Rossano;

se siano stati presi provvedimenti disciplinari nei confronti della comandante del corpo della Polizia penitenziaria, a parere dell’interpellante palesemente ignorante delle prerogative parlamentari in ordine alle visite negli istituti di prevenzione e pena;

se siano stati presi provvedimenti disciplinari nei confronti di ogni altro dipendente dell’amministrazione penitenziaria che abbia tentato in qualsiasi modo di impedire o di limitare lo svolgimento della visita ispettiva dell’on. Bruno Bossio (anche accampando l’argomentazione a giudizio dell’interrogante surreale di non avere a disposizione le chiavi di alcune celle dell’istituto);

se siano stati presi provvedimenti disciplinari nei confronti del dirigente dell’istituto, responsabile della sua conduzione;

se sia stato disposto un supplemento ispettivo in relazione alla denuncia del signor D.M., già detenuto nel carcere di Rossano, ovvero se dagli atti dell’ispezione già compiuta sia risultato il carattere sistematico dell’uso illegittimo dell’isolamento e della violenza nei confronti dei detenuti;

se il Ministro in indirizzo abbia notizia di altri istituti in cui vi sia un ricorso illegittimo all’isolamento e alla violenza nei confronti dei detenuti;

quali provvedimenti intenda adottare per impedire che ciò avvenga.

Sen. Luigi MANCONI

CAMERA DEI DEPUTATI
XVII LEGISLATURA
Seduta n. 291 del 16/09/2014
INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE N. 5-03559
Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
il 9 agosto 2014 l’interrogante si è recata in visita ispettiva (ex articolo 67, comma 1, lettera b), dell’Ordinamento Penitenziario, legge n. 354 del 26 luglio 1975) presso la casa di reclusione di Rossano, in provincia di Cosenza, accompagnata da un collaboratore e dall’esponente radicale calabrese Emilio Quintieri;
secondo i dati più recenti diramati dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, a fronte di una capienza regolamentare di 215 posti, la CR di Rossano ospita 258 detenuti (43 in esubero), molti dei quali appartenenti al circuito differenziato dell’Alta Sicurezza (As3 e As2) e condannati ad espiare pene medio-lunghe;
dell’ispezione, effettuata a seguito delle gravi condizioni di detenzione portate a conoscenza dell’interrogante da alcuni detenuti ristretti nel citato stabilimento penitenziario, non era stato dato alcun preavviso alla direzione dell’istituto penitenziario;
in particolare, erano state segnalate all’interrogante le condizioni in cui erano costretti a vivere alcuni detenuti nel reparto di isolamento posto al piano terra della struttura;
non appena giunta all’istituto gli agenti di polizia penitenziaria hanno tentato in tutti i modi di impedire l’accesso all’interrogante adducendo che, in quel momento, non vi era in servizio né il direttore dell’istituto, dottor G. Carrà né il comandante di reparto dottoressa E. Ciambriello;
solo a seguito di numerose insistenze, gli agenti, consentivano l’accesso alla sola interrogante, ciò in palese violazione a quanto disposto dall’articolo 67, comma 2, dell’Ordinamento penitenziario e limitando, in tale modo, la funzione ispettiva riconosciuta ai membri del Parlamento;
una volta condotta presso il citato reparto di isolamento, l’interrogante ha potuto personalmente constatare i trattamenti inumani e degradanti a cui erano sottoposti i detenuti allocati in tale reparto;
pur non essendo potuta entrare nelle celle (note nel gergo carcerario come «celle lisce»), poiché gli agenti riferivano di non aver le chiavi per aprirle, l’interrogante ha avuto modo di constatare che le stesse erano completamente vuote e cioè prive di tutto l’arredo ministeriale (branda, materasso, sgabello, televisione, etc.), in condizioni igienico-sanitarie vergognose (i pavimenti erano ricoperti di vomito ed escrementi) e i detenuti vi erano tenuti nudi con addosso soltanto gli slip;
chieste spiegazioni in merito agli agenti, questi riferivano che, tali detenuti, erano tenuti in quelle condizioni in quanto, alcuni, avevano tentato il suicidio e avevano problemi psichiatrici (L.G.), e altri, perché ritenuti responsabili di una tentata evasione;
questi ultimi (F.P. e A.D.), sentiti dall’interrogante, hanno dichiarato di essere stati percossi da alcuni agenti di polizia penitenziaria e, poi, di non essere stati nemmeno curati dal personale sanitario in servizio nell’Istituto;
durante la visita gli agenti di polizia penitenziaria chiedevano all’interrogante di recarsi presso una postazione telefonica poiché era desiderata dal comandante di reparto, la quale, nel colloquio telefonico, contestava all’interrogante la possibilità di poter effettuare ispezioni nell’istituto senza preavviso;
in data 11 agosto 2014, su disposizione del Ministro della giustizia, la C.R. di Rossano è stata interessata da una ispezione da parte del dottor Francesco Cascini, vice capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e responsabile dell’ufficio ispettivo e del controllo;
il 22 agosto 2014 l’interrogante, unitamente all’onorevole Carlo Guccione, consigliere regionale della Calabria ed ai propri collaboratori Gaspare Galli e Gabriele Petrone, si è recata nuovamente in visita ispettiva presso la casa di reclusione di Rossano dandone preavviso alla direzione;
in tale circostanza, la delegazione, è stata accompagnata dal direttore dell’istituto, dal comandante di reparto e da altri agenti di polizia penitenziaria;
nel corso della visita è stato accertato un leggero miglioramento delle condizioni di detenzione poiché le celle, prima completamente sporche e vuote, erano state adeguatamente ripulite e dotate degli arredi previsti (brande, tavoli, sgabelli, televisioni, e altro);
nel corso dell’ispezione è stato visitato anche uno dei reparti dell’alta sicurezza ove la situazione, sulla base delle dichiarazioni rese dalla popolazione detenuta, presenta numerose criticità;
in particolare i detenuti hanno riferito all’interrogante sulle difficoltà di ricevere la corrispondenza, di poter intrattenere colloqui telefonici con i propri familiari detenuti in altri istituti, di poter ottenere un trasferimento in istituti vicini alla residenza della propria famiglia;
i detenuti, inoltre, hanno messo in evidenza all’interrogante la non possibilità di poter svolgere attività lavorativa in carcere, condizione che rende la detenzione particolarmente insopportabile;
in particolare non si sono potute accogliere le richieste di poter lavorare in cucina di alcuni detenuti perché, secondo le dichiarazioni del direttore Carrà, sarebbe necessario attivare all’interno dell’istituto un corso di formazione che rilasci un attestato;
appare certamente insufficiente l’assistenza educativa e psicologica e manca un’attività continuativa di assistenza sociale e culturale per la carenza di educatori in forza all’istituto tale da precludere a molti detenuti la possibilità di ottenere ciò che gli spetta di diritto ossia un tempestivo accesso ai benefici premiali ed alle altre misure alternative alla detenzione previste dall’ordinamento penitenziario;
la magistratura di sorveglianza competente, spesso in assenza di relazione sulla osservazione scientifica della personalità da parte degli educatori, ha rigettato le legittime istanze avanzate dai reclusi;
in merito all’assistenza sanitaria in carcere, l’interrogante ha verificato come un detenuto non autosufficiente sia affidato alla sola assistenza dei suoi compagni di cella;
diversi detenuti, inoltre, hanno lamentato che non è possibile vedere la televisione, sia perché manca materialmente l’apparecchio, sia per la non funzionalità del digitale terrestre, e che non viene loro consentito di poter acquistare, ricevere e detenere in cella lettori CD per ascoltare musica, o personal computer per scrivere o giocare, a differenza di quanto avviene in altri istituti penitenziari della Calabria in evidente violazione dell’articolo 3 dell’Ordinamento penitenziario il quale stabilisce che «negli Istituti Penitenziari è assicurata ai detenuti ed agli internati parità di condizioni di vita»;
i detenuti hanno poi rappresentato all’interrogante l’assenza della doccia nelle loro celle che, ancora oggi, avviene in locali comuni ubicati all’interno del reparto in violazione di quanto disposto dall’articolo 134 del Regolamento di esecuzione penitenziaria;
i detenuti hanno infine messo in evidenza la scarsa presenza e vigilanza del magistrato di sorveglianza nell’istituto, per cui molte delle istanze prodotte da loro e dai loro legali rimangono per lungo tempo senza una risposta;
fatto ancora più grave e meritevole di essere evidenziato è quello che riguarda il detenuto R.V., ergastolano, il quale in data 2 agosto 2014, improvvisamente, su disposizione della competente direzione generale del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del 31 luglio 2014, è stato trasferito dalla casa circondariale di Catanzaro, nella quale si trovava ristretto da qualche anno, alla casa di reclusione di Rossano e posto in isolamento;
la raccomandazione a «ridurre al minimo l’isolamento dei detenuti» è contenuta anche nel Rapporto annuale del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT), pubblicato il 10 novembre 2011, limitandolo solo a circostanze eccezionali e, sempre per il minor tempo possibile, rispettando i presupposti di legge e per un massimo di 14 giorni;
negli anni scorsi, a tal proposito, è più volte intervenuto il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria con delle circolari rivolte ai direttori degli istituti penitenziari per invitarli a riportare l’utilizzazione del reparto e dell’istituto dell’isolamento ai soli casi prefissati dal legislatore, disapprovando, peraltro, la prassi di far transitare dal reparto d’isolamento: i condannati al rientro dal permesso (per uno o più giorni), i cosiddetti «nuovi giunti» (sino all’assegnazione) e i detenuti che, per ragioni personali o processuali, hanno un divieto d’incontro con la popolazione detenuta;
negli stessi documenti, peraltro, si sottolinea come l’isolamento continuo determina situazioni di grave disagio fisico e psichico, con esposizione del detenuto a rischio suicida serio ed attuale;
nei casi poi che la richiesta del detenuto di essere «isolato» sia giustificata da ragioni oggettive, che consigliano di adottare cautele per la protezione della sua incolumità personale, la direzione dell’istituto, dovrà disporre l’assegnazione ad una cosiddetta «sezione protetta»;
a quanto risulta R.V. non è affetto da malattia contagiosa, non è stato oggetto di sanzione disciplinare di esclusione dalle attività in comune, non è stato raggiunto da provvedimento dell’autorità giudiziaria che ne disponeva l’allocazione in isolamento per ragioni di cautela processuale per cui non si comprende per quale motivo lo stesso non sia stato allocato in vita comune con gli altri detenuti all’interno del reparto AS3;
inoltre, la pregressa situazione personale di R.V., emergente inconfutabilmente dalla sua cartella personale, avrebbe dovuto escludere categoricamente la sua allocazione in isolamento, per il concreto ed attuale rischio di gesti autolesionistici o suicidari, dal momento che presso la casa circondariale di Catanzaro era stato sottoposto al più rigoroso regime custodiale della «sorveglianza a vista»;
R.V., sulla base delle informazioni in possesso dell’interrogante, alla data odierna, continua a permanere in isolamento e, pare, che lo stesso abbia denunciato tale situazione all’autorità giudiziaria competente chiedendo, altresì, di essere sentito dal procuratore della Repubblica di Castrovillari per denunciare le misure di rigore non consentite dalla legge a cui sarebbe sottoposto unitamente agli altri detenuti da parte del personale dell’amministrazione penitenziaria;
il 4 settembre 2014 sul quotidiano Il Garantista a pagina 5, veniva pubblicato un articolo dal titolo «Una parola di troppo e quelli ti pestavano» in cui parla decreto ministeriale, 38 anni, già detenuto presso la casa di reclusione di Rossano ed in atto sottoposto alla misura alternativa della detenzione domiciliare;
nell’articolo citato decreto ministeriale denunciava fatti e circostanze gravissime avvenute in detto istituto penitenziario negli anni scorsi ad opera di alcuni agenti della polizia penitenziaria, come ispezioni corporali, perquisizioni con denudamento ed esecuzione di flessioni, di percosse, di mancate cure sanitarie ed altro ancora;
nello stesso articolo decreto ministeriale riferisce che «i pestaggi avvengono in isolamento», «dalla cella 24 si sentiva tutto», «bastava niente, uno sguardo, una parola di troppo» riferendo di non aver denunciato prima questa barbarie perché «avevo paura di ritorsioni»;
precedentemente, sempre sugli organi di informazione, erano stati pubblicati ulteriori articoli riguardanti gravi abusi accaduti all’interno della suddetta casa di reclusione commessi dagli agenti di polizia penitenziaria in danno di detenuti stranieri di matrice islamica appartenenti al circuito differenziato dell’AS2 (luglio 2010);
altri racconti di maltrattamenti con abusi da parte del personale dell’amministrazione penitenziaria sono stati raccontati da ex detenuti del circuito media sicurezza negli anni successivi (febbraio 2013);
nell’istituto penitenziario di Rossano, come in tanti altri della Calabria, si registra, da tempo, una cronica carenza di personale di polizia penitenziaria e alcuni agenti riferiscono che spesso una sola unità sarebbe impiegata a sorvegliare circa 100 detenuti;
non v’è dubbio che tale deficit di organico incide sull’organizzazione del lavoro e si ripercuote negativamente sia sulla vita dei detenuti che degli agenti di polizia penitenziaria costretti ad operare in condizioni di estremo disagio –:
se e di quali informazioni dispongano i Ministri interrogati, ognuno per la parte di propria competenza, in merito ai fatti rappresentati, anche con riferimento ai casi specifici ivi segnalati;
quali siano gli esiti dell’ispezione mirata disposta dal Ministro della giustizia ed effettuata dal dottor Francesco Cascini, vice capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e responsabile dell’ufficio ispettivo presso la citata casa di reclusione subito dopo la prima visita effettuata dall’interrogante;
se il comandante di reparto della polizia penitenziaria di Rossano sia stato trasferito e, in caso affermativo, quali siano i motivi che abbiano determinato l’adozione di tale provvedimento;
se e quali provvedimenti siano stati eventualmente intrapresi nei confronti del direttore dell’istituto o di altri dipendenti dell’amministrazione penitenziaria in servizio presso la casa di reclusione di Rossano;
se siano stati avviati procedimenti legali presso la competente procura della Repubblica di Castrovillari che riguardino condizioni di detenzione illegali, maltrattamenti ed abusi avvenuti presso la casa di reclusione di Rossano, a seguito di denunce da parte dei detenuti, dei difensori di questi ultimi o di terzi, e se sia noto per quali ipotesi di reato;
se la casa di reclusione di Rossano sia stata ispezionata dalla competente azienda sanitaria ed in caso affermativo a quando risalgano le visite e quali le loro risultanti in merito allo stato igienicosanitario dei suoi locali, all’adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario ed alle condizioni igieniche e sanitarie nonché di assistenza socio-sanitaria dei detenuti ai sensi dell’articolo 11, comma 12 e 13, dell’Ordinamento penitenziario;
quale sia il carico di lavoro dell’ufficio di sorveglianza di Cosenza, se e con quale frequenza il magistrato di sorveglianza competente abbia visitato, negli ultimi anni, i locali dove si trovano ristretti i detenuti, se svolga periodici colloqui con i medesimi e se abbia mai prospettato al Ministro della giustizia eventuali problemi, disservizi o violazioni dei diritti dei detenuti nell’ambito della sua attività di vigilanza, con particolare riguardo all’attuazione del trattamento rieducativo, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 69, comma 1, del citato Ordinamento penitenziario e degli articoli 5 e 75, comma 1, del Regolamento di esecuzione penitenziaria;
quanti siano i condannati ristretti presso la casa di reclusione di Rossano con una pena residua di 18 mesi che potrebbero ottenere, sin da subito, la concessione della esecuzione della pena presso il domicilio;
quante siano, allo stato, le istanze per la concessione della detenzione domiciliare depositate presso l’ufficio di sorveglianza di Cosenza, quante di queste siano state evase e quante siano ancora quelle pendenti e, in quest’ultimo caso, entro quali tempi tali istanze saranno definite;
quanti siano gli agenti di polizia penitenziaria previsti dalla pianta organica, quelli realmente assegnati e quelli effettivamente in servizio presso la casa di reclusione di Rossano specificando se tra questi vi siano unità distaccate presso altri uffici (provveditorato regionale, ufficio esecuzione penale esterna, e altro) o altri enti pubblici (comuni, province, regioni, e altro);
se ed in quali tempi il Governo intenda adoperarsi per incrementare l’organico della polizia penitenziaria e degli educatori in modo da migliorare le condizioni lavorative del personale e rendere lo stesso adeguato alle esigenze della popolazione detenuta;
se, non si ritenga altresì opportuno, per quanto di competenza, al fine di aumentare l’organico degli esperti psicologi ex articolo 80, comma 4, dell’Ordinamento penitenziario o, comunque, assicurare l’incremento delle ore di lavoro di quelli attualmente assegnati per migliorare l’efficacia degli interventi trattamentali nei confronti dei detenuti;
cosa si intenda fare per implementare l’attività trattamentale dei detenuti, sia essa di studio e/o di formazione e lavoro, anche per quelli appartenenti al circuito differenziato dell’alta sicurezza, atta a preparare il futuro reinserimento sociale previsto dall’articolo 27 della Costituzione e, in particolare, se non si ritenga opportuno di avviare immediatamente un corso di formazione per rilasciare quella certificazione per il lavoro in cucina qualora, come sottolineato dal direttore stesso, tale certificazione si rendesse necessaria;
se, in particolare, non si ritenga opportuno intervenire con urgenza per riavviare il laboratorio di falegnameria denominato «Dedalo» di cui è dotato l’istituto in modo da ampliare i posti di lavoro intramurario dal momento che proprio il lavoro è uno degli elementi fondamentali del trattamento carcerario così come previsto dagli articoli 15 e 20 dell’ordinamento penitenziario;
cosa intenda fare il Governo per applicare finalmente quanto previsto dall’articolo 42 dell’ordinamento penitenziario per consentire ai detenuti di essere assegnati in istituti penitenziari posti in prossimità del luogo di residenza delle famiglie anche per agevolare i rapporti e favorire i colloqui con i familiari come prevedono gli articoli 15 e 18 del citato ordinamento;
se non ritenga doveroso disporre con sollecitudine un intervento straordinario di ristrutturazione delle camere dei detenuti e, nello specifico, per adeguare le stesse al disposto di cui all’articolo 134 del Regolamento di esecuzione penitenziaria il quale prescrive che le docce debbano essere collocate in un vano annesso alla camera detentiva e non in locali esterni posti nel reparto;
quali siano le motivazioni che hanno condotto all’improvviso trasferimento del detenuto R.V. dalla casa circondariale di Catanzaro alla casa di reclusione di Rossano e se tali motivazioni risultino fondate;
se e quali provvedimenti il Governo intenda assumere per assicurare che l’isolamento nei confronti dei detenuti venga disposto solo ed esclusivamente in «circostanze eccezionali» e, comunque, nei soli casi tassativi previsti dal legislatore, proibendo all’amministrazione penitenziaria di utilizzare sezioni o reparti di isolamento per altri motivi in applicazione di quanto sancito dall’articolo 73 del Regolamento di esecuzione penitenziaria;
se il Governo intenda emanare delle direttive soprattutto per quanto attiene l’esecuzione dell’isolamento poiché, ancora oggi, in spregio a quanto prevede la normativa vigente e nonostante le condanne già emesse dall’autorità giudiziaria competente, in diversi istituti della Repubblica, come quello di Rossano, i detenuti vengono collocati nelle cosiddette «celle lisce» prive di ogni suppellettile mentre, invece, dovrebbero essere posti in «camere ordinarie» che presentino le caratteristiche indicate dall’articolo 6 dell’ordinamento penitenziario.
On. Enza BRUNO BOSSIO
On. Cristina BARGERO

Decreto droghe approvato in Commissione: nessuna modifica al testo licenziato da Montecitorio


Dibattito e approvazione lampo del decreto Lorenzin sulle droghe alle Commissioni Giustizia e Igiene e Sanità di Palazzo Madama: non cambia niente. Il decreto che arriverà martedì nell’aula del Senato per il voto finale (probabile venga imposto il voto di fiducia) rimane quello licenziato dalla Camera dei Deputati. Il Nuovo Centro Destra, con un emendamento presentato dalla senatrice Bianconi, ha tentato con un colpo di mano di reintrodurre la cannabis nella tabella delle droghe pesanti, ma il tentativo è fallito. Il Senatore Giovanardi, nel ruolo di relatore del decreto, è tornato a difendere la sua legge nonostante la bocciatura della Corte Costituzionale: “Era una legge fatta con grande attenzione”, suscitando le proteste di M5S e Sel.
Ancora una volta sono stati respinti tutti gli emendamenti migliorativi presentati da M5S e Sel che avevano proposto la depenalizzazione della coltivazione di poche piante di cannabis a uso personale, e un’ulteriore diminuzione delle pene per i reati di lieve entità collegati alle droghe leggere.

AIROLA: “TUTTO VA A GRAVARE SUI GIUDICI”. Il decreto che doveva servire a rimodulare le tabelle dopo che la bocciatura della Fini-Giovanardi aveva fatto sparire dalle norme le centinaia di nuove sostanze nate dopo il 2006, si è trasformato così nell’ennesima battaglia ideologica sulla cannabis. Secondo il senatore Alberto Airola del Movimento 5 Stelle, “ora tutta la confusione generata da questo decreto, che mette la cannabis in una tabella diversa dalle droghe pesanti per quanto riguarda lo spaccio, ma la lascia nella stessa per i reati di lieve entità, e non fa luce su tutte le altre sostanze, si tradurrà in un’enorme confusione per i giudici, che si dovranno muovere in una legislazione farraginosa e non omogenea”.

MARTEDI’ IL DECRETO IN SENATO. Il governo, guidato dal Partito Democratico, si è concentrato sulla necessità di approvare il decreto in fretta ad ogni costo, senza valutare alcun emendamento, per evitare la scadenza del decreto stesso. Ora il decreto Lorenzin passa al Senato dove si terrà la prima discussione martedì. Il voto finale dovrà necessariamente arrivare entro il prossimo 20 maggio: è per tanto molto probabile un nuovo ricorso al voto di fiducia da parte del governo.