Giustizia, Sottosegretario Ferri “da Papa Francesco uno stimolo per umanizzare le Carceri”


Ferri e Papa Francesco“La lettera di Papa Francesco deve costituire uno stimolo per aprire un serio dibattito tra le forze politiche teso ad umanizzare sempre più la pena. Che deve essere sì giusta e rigorosa ma anche orientata alla rieducazione del reo, cosi come vuole la nostra Costituzione”.

Così Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, interviene a “Voci del mattino”, su Radio 1, in merito sulla lettera inviata da Papa Bergoglio a Monsignor Fisichella che caldeggia un’amnistia per il Giubileo straordinario. “Chi accede alle misure alternative alla detenzione, quindi progetti, affidamenti alle comunità, servizi sociali, è dimostrato, dati alla mano, che è più avviato sulla via del recupero – ricorda il sottosegretario – incorre meno nella recidiva, rispetto ai detenuti che invece scontano la pena interamente all’interno della struttura penitenziaria. Quindi questo strumento è anche garanzia per l’intera società civile che chi ha sbagliato, una volta ritornato nell’ambito sociale, non cada di nuovo in comportamenti illeciti. Pertanto, a quel punto verrebbe del tutto espletata la funzione rieducativa, che è propria del mandato costituzionale”.

Il governo Renzi “è molto attento alle questione carceri – ha aggiunto Ferri – da maggio è partito il progetto “Stati generali delle carceri”, che ha voluto il ministro Orlando, proprio per riformare il sistema penitenziario, su temi fondamentali: la valorizzazione del volontariato, molto attivo in questo settore; l’affettività; i progetti di reinserimento nel tessuto sociale del detenuto. Questo complesso di interventi al fine di realizzare un’idea di carcere sempre più basata sui principi dell’umanità, della rieducazione e del reinserimento. È questa la nostra linea guida verso una spinta riformatrice – conclude il sottosegretario – e va nella stessa direzione auspicata da Papa Francesco: una pena che non dimentichi la commissione del reato ma che vada anche verso il recupero di chi ha sbagliato”.

Carceri, Bernardini (Radicali): “Governo schizofrenico, Orlando e Costa su fronti opposti”


carcere 3Abbiamo final­mente un mini­stro di Giu­sti­zia che ha ammesso cla­mo­ro­sa­mente che le car­ceri sono cri­mi­no­gene, in altre parole che lo Stato, vio­lando le sue stesse norme, obbliga a un per­corso verso le reci­dive e non di ria­bi­li­ta­zione. Ma allora, cosa si aspetta a far sì che dav­vero, e non solo negli orien­ta­menti acca­de­mici, il car­cere sia l’extrema ratio? Il governo invece agi­sce in modo schi­zo­fre­nico e rin­corre i popu­li­smi giu­sti­zia­li­sti senza riflet­tere sulle conseguenze».

Rita Ber­nar­dini, segre­ta­ria dei Radi­cali ita­liani, ha appena con­cluso una visita ispet­tiva nel car­cere mila­nese di Opera, come dele­gata mini­ste­riale per gli Stati gene­rali del car­cere che si con­clu­de­ranno nel pros­simo autunno con pro­po­ste orga­ni­che di riforma del sistema peni­ten­zia­rio italiano.

Le con­di­zioni delle car­ceri sono miglio­rate rispetto al 2013 quando la Corte di Stra­sburgo con­dannò l’Italia. A fine luglio, nei 49.655 posti dei 198 isti­tuti sono recluse 52.144 per­sone. Con­ti­nuano a morire, però, forse più di prima: i dati aggior­nati all’11 ago­sto di Ristretti oriz­zonti par­lano di 71 morti, di cui 27 sui­cidi. La sua impressione?

Dati alla mano posso assi­cu­rare che il sovraf­fol­la­mento è ancora un pro­blema in almeno una ses­san­tina di isti­tuti, con tassi che vanno dal 130 al 200%. A Reg­gio Cala­bria, per esem­pio, nel car­cere di Arghillà inau­gu­rato solo un paio di anni fa, c’è un reparto com­ple­ta­mente chiuso per man­canza di per­so­nale e di con­se­guenza i dete­nuti sono ammas­sati negli altri reparti. Ma sa qual è l’unica cosa che ha svuo­tato dav­vero le car­ceri ? La sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale sulla Fini-Giovanardi (la legge proi­bi­zio­ni­sta sulle dro­ghe, ndr). Per­si­stono invece tutti gli altri pro­blemi: da quello sani­ta­rio, con la man­canza di cure soprat­tutto per i dete­nuti affetti da pato­lo­gie molto gravi, alla man­canza di lavoro, per non par­lare del diritto vio­lato all’affettività e alla pros­si­mità ter­ri­to­riale. Sono tutte cose che come Radi­cali ita­liani abbiamo denun­ciato in un’altra memo­ria inviata al comi­tato dei mini­stri del Con­si­glio d’Europa, orga­ni­smo che deve veri­fi­care l’attuazione della sen­tenza Tor­reg­giani. Non è un caso, dun­que, che sia aumen­tato l’indice dei sui­cidi, anche rispetto alla popo­la­zione libera. La mia impres­sione poi è che i casi psi­chia­trici di una certa gra­vità sono aumen­tati per­ché la magi­stra­tura non può più inviare negli Opg — for­mal­mente, ma non real­mente, chiusi — tanto che alcuni car­ceri si sono attrez­zati con repar­tini ad hoc. A Pog­gio­reale il diret­tore Anto­nio Ful­lone denun­cia la pre­senza di almeno 40 casi psi­chia­trici gravi. Que­sto dimo­stra che l’operazione di chiu­sura degli Opg rischia il fal­li­mento totale, se non si for­ni­scono risorse alle strut­ture ter­ri­to­riali che dovreb­bero seguire i malati prima che si tra­sfor­mino in casi drammatici.

Infatti nell’ultimo mese tre per­sone sono morte durante un trat­ta­mento sani­ta­rio obbligatorio…

Sicu­ra­mente è aumen­tato l’esito tra­gico di que­sti Tso: senza risorse per i Dipar­ti­menti di salute men­tale, manca il per­so­nale sani­ta­rio che ese­gue i trat­ta­menti. Nel caso di Torino, per esem­pio, c’era solo un medico psi­chia­tra. Che peral­tro a quanto sem­bra pren­deva ordini dagli agenti, men­tre dovrebbe essere il contrario.

Marco Pan­nella ha inter­rotto lo scio­pero della fame e della sete, ini­ziato per denun­ciare la per­si­stente ille­ga­lità dello Stato ita­liano nelle car­ceri, dopo la tele­fo­nata del pre­si­dente Mat­ta­rella. Le sem­bra che l’attuale capo dello Stato abbia la stessa sen­si­bi­lità del suo pre­de­ces­sore, Napo­li­tano, rispetto alla con­di­zione dei detenuti?

Lo vedremo. Le parole pro­nun­ciate dal pre­si­dente sono state molto impor­tanti per­ché ha detto di con­di­vi­dere la bat­ta­glia per i diritti civili e umani e per la lega­lità che con­duce Marco. Ora però biso­gna inter­ve­nire: non a caso nell’ottobre 2013 Napo­li­tano aveva par­lato di obbligo della lega­lità da parte dello Stato. Siamo in un momento di sbando gene­rale. Per fare un esem­pio, dopo aver speso in dieci anni 110 milioni per met­tere in fun­zione una decina di brac­cia­letti elet­tro­nici, ora tutti i due­mila dispo­si­tivi pro­dotti dalla Tele­com sono impe­gnati. E dall’inizio dell’anno siamo ancora in attesa del bando per pro­durne altri. Per­ciò i magi­strati sono costretti a tenere in car­cere chi potrebbe andare ai domi­ci­liari, altro che pene alter­na­tive. Ma allora, che senso ha fare gli stati gene­rali del car­cere, cer­care solu­zioni al sovraf­fol­la­mento, se poi lo Stato ita­liano non rispetta nem­meno le leggi che ci sono già? O se il sot­to­se­gre­ta­rio Enrico Costa pre­senta in com­mis­sione Giu­sti­zia, alla Camera, emen­da­menti al ddl delega di riforma del codice di pro­ce­dura penale e dell’ordinamento peni­ten­zia­rio per aumen­tare le pene per i reati che lui chiama di allarme sociale? C’è chi nel governo pre­fe­ri­sce seguire i Sal­vini e i Grillo, la pan­cia piut­to­sto che la testa.

Eleonora Martini

Il Manifesto, 12 Agosto 2015

Napoli, l’On. Valeria Valente, Deputato Pd, visita il Carcere di Secondigliano


On. Valeria Valente“Nel carcere di Secondigliano, ho preso atto con favore dello sforzo finalizzato a realizzare il principio secondo cui la pena deve avere una funzione di riabilitazione del condannato”: così, la deputata del Pd Valeria Valente, ha espresso il proprio apprezzamento per le attività svolte all’interno dell’istituto di pena partenopeo, visitato insieme con Samuele Ciambriello, presidente dell’associazione “La Mansarda”.

Dopo un sopralluogo in alcune sezioni del carcere, incontrando i detenuti, Valente e Ciambriello si sono soffermati negli gli orti e nel tenimento agricolo (un etto e mezzo di terra), dove lavorano quattro detenuti assunti a tempo pieno, coltivando aglio, cipolle, peperoni, melenzane, piante aromatiche, pomodori, fiori di zucca e insalate. Un’attività in cui sono impiegati anche altri dieci reclusi, come volontari e a titolo gratuito.

I prodotti della terra sono poi distribuiti ai Gruppi di Acquisto Solidale (Gas), oltre che riutilizzati e curati dallo chef di fama nazionale, Pietro Parisi. Un esperimento pilota, a livello nazionale, che si aggiunge alle altre attività che coinvolgono quotidianamente i detenuti, nei campi più disparati: dalla pittura alla raccolta differenziata dei rifiuti.

“Le iniziative messe in atto dalla direzione del carcere, rappresentano un’ottima strada per ridurre il tasso di recidiva dei condannati, una volta scontata la pena”, ha aggiunto Valente, ricordando che “il percorso avviato per la prima volta dal ministro Guardasigilli Andrea Orlando, e i risultati già ottenuti, hanno trasformato l’Italia da fanalino di coda dell’Ue, a modello di best practice”.

In un solo anno, ha concluso la deputata, “il numero dei detenuti è stato notevolmente ridotto, anche grazie al ricorso a pene alternative, contribuendo a ristabilire condizioni minime di civiltà all’interno degli istituti di pena”. Iniziative del genere, ha sottolineato Ciambriello, “riconciliano il mondo penitenziario con la carta costituzionale e il diritto dei detenuti a vivere il reinserimento sociale”.

Bruno Bossio (Pd) : “La mia coscienza mi dice di aderire anche al Partito Radicale”


On. Enza Bruno Bossio“Ho deciso di affiancare alla tessera del mio partito, il PD, quella del Partito Radicale, per rispondere ad un dovere che avverto nella mia coscienza. Ho portato avanti le mie battaglie per i diritti civili dentro l’allora PCI fin dagli anni ’70-’80 e ho sempre riconosciuto che senza i Radicali quelle battaglie non sarebbero state possibili.” Lo dice l’Onorevole Enza Bruno Bossio, calabrese di Cosenza, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia.

“Oggi che i diritti vecchi e nuovi vengono messi in discussione dalle sempre maggiori disuguaglianze che tagliano in due il mondo tra ricchi garantiti e non abbienti privati di tutto, dalle politiche delle destre, ma soprattutto oggi che il Partito Radicale affronta una fase molto difficile della sua vita, sento il dovere di dare il mio contributo a non disperdere quella storia. Perché sono convinta – conclude la Parlamentare calabrese da tempo notoriamente vicina ai Radicali – che anche oggi, e mi auguro domani le battaglie che tutto il PD dovrebbe portare avanti e quelle dei Radicali per i diritti meritano di essere combattute fianco a fianco.”

Per i radicali la doppia tessera è stata sempre un simbolo di libertà. Motivazione: far parte del Pr rappresenta più una “categoria dello spirito” che l’adesione a una formazione politica. Visione opposta a sinistra, dove il senso di appartenenza a un partito, nel senso stretto del termine, ha sempre prevalso su ogni altra considerazione. Per questo è probabile che susciterà qualche perplessità (se non un vero e proprio divieto) la decisione della deputata calabrese del Pd Enza Bruno Bossio di prendere anche la tessera dei radicali “per rispondere ad un dovere che avverto nella mia coscienza”: convinta che “le battaglie che tutto il Pd dovrebbe portare avanti e quelle dei Radicali per i diritti meritano di essere combattute fianco a fianco”, la parlamentare annuncia la propria iscrizione ai radicali italiani. Solo che nel Partito democratico prendere la doppia tessera è teoricamente vietato e l’argomento fu oggetto di una lunga e aspra discussione nella fase costituente. Erano del resto gli anni veltroniani del “flirt” coi radicali, che nel 2008 sarebbero sfociate in candidature nelle liste Pd e perfino alla candidatura della radicale Giulia Innocenzi, oggi conduttrice tv, come guida dei giovani Pd.

Ma l’incompatibilità rimase, cosicché quando l’estate seguente Marco Pannella annunciò l’intenzione di iscriversi per sostenere Ignazio Marino, candidato alla segreteria contro Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani, fu stoppato e gli fu impedita l’iscrizione. Mentre ai tempi della fondazione del partito, Luigi Manconi (ex Verdi) confessò di avere anche lui la doppia tessera e di non avvertire “alcuna contraddizione”. Eppure non mancano i casi opposti. Di recente il governatore Rosario Crocetta è stato “processato” per essere iscritto al Pd e al Megafono, il movimento politico da lui fondato in Sicilia. Ma anche tornando alla Prima Repubblica, la casistica è numerosa. Ebbero la doppia tessera, ad esempio, i socialisti Anselmo Guarraci (ex eurodeputato) e Massimo Bogianckino (ex sindaco di Firenze) e il democristiano Giovanni Alterio.

L’ex ministro Willer Bordon, invece, passato dal Pci alla Margherita via Italia dei valori e Asinello, negli anni Ottanta confessò di avere in tasca la comunista e quella radicale e scampò all’espulsione solo dimostrando di non avere effettivamente mai ritirato quest’ultima. Anche Gianni Alemanno, secondo quanto lui stesso ha dichiarato, ai tempi in cui era segretario del Fronte della gioventù aveva la doppia tessera: missina e radicale. A testimonianza, se è stata in grado di unire gli opposti dell’arco costituzionale passando per il centro cattolico, di quanto essere radicale davvero possa assomigliare a una categoria dello spirito.

Il Velino 2 Luglio 2015

L’Intervista di Radio Radicale all’On. Enza Bruno Bossio (Pd)

 

Carceri, Paglia e Farina (Sel) interrogano il Governo sul trasferimento dei detenuti da Padova a Parma


On. Daniele FarinaPaglia e Farina di Sel: “Le condizioni di spazio, di trattamento e di partecipazione ad attività tra le sezioni di Alta Sicurezza di Padova e di Parma non sono neanche lontanamente paragonabili come si evince anche dalla testimonianza diretta resa dai detenuti – osservano gli On. Paglia e Farina – ed è perciò certo che se il paventato trasferimento si compisse, si andrebbe a ledere l’articolo 27 della Costituzione”.

“È degli ultimi giorni la notizia -si legge in una nota dei deputati di Sel Giovanni Paglia e Daniele Farina – del trasferimento di un numero ancora imprecisato di detenuti delle sezioni di massima sicurezza del carcere di Padova al carcere di Parma, a causa della decisione repentina e non meglio motivata del Dap di chiudere le suddette sezioni del carcere veneto.

Alcuni di questi spostamenti sono già avvenuti nonostante l’allarme lanciato dal Garante per i diritti dei detenuti di Parma a cui oggi si è aggiunta una drammatica testimonianza da parte degli attuali detenuti della sezione As1 (reati legati alla criminalità organizzata di tipo mafioso) del carcere emiliano, attraverso una lettera sulla vivibilità interna e sull’ulteriore peggioramento che ne conseguirebbe se si realizzasse il paventato trasferimento dei detenuti da Padova.

A prendere l’iniziativa ed interrogare il ministro della Giustizia Andrea Orlando sono i deputati di Sel Giovanni Paglia e Daniele Farina, grazie ad una puntuale ricostruzione delle condizioni in essere. Le condizioni di spazio, di trattamento e di partecipazione ad attività tra le sezioni di Alta Sicurezza di Padova e di Parma non sono neanche lontanamente paragonabili come si evince anche dalla testimonianza diretta resa dai detenuti – osservano gli On. Paglia e Farina – ed è perciò certo che se il paventato trasferimento si compisse, si andrebbe a ledere l’articolo 27 della Costituzione. Perciò crediamo – concludono Paglia e Farina – che il ministero della Giustizia e il Dap abbiano l’obbligo morale di scongiurare questo trasferimento, a tutela dei detenuti ristretti a Padova e a Parma”.

Interrogazione n. 4_09579 (clicca per leggere)

parmatoday.it – 25 giugno 2015

Carceri, i Detenuti AS di Parma “Siamo chiusi come maiali in piccole celle che puzzano di water”


Cella Carcere ItaliaSiamo i detenuti del Reparto di Alta Sicurezza del carcere di Parma. Siamo già tanti, ma vogliono trasferire altri dal carcere di Padova”.

Lettera inviata al Capo dello Stato, al Ministro della Giustizia, al Capo dell’amministrazione Penitenziaria, ai Magistrati di Sorveglianza di Reggio Emilia, al Direttore della Casa di reclusione di Parma, al Garante dei diritti dei detenuti Emilia-Romagna. Per conoscenza al senatore Luigi Manconi e altri.

Siamo i detenuti del Reparto di Alta Sicurezza della Casa di reclusione di Parma. Abbiamo deciso di rivolgerci a voi dopo essere venuti a conoscenza del fatto che la sezione dì alta sicurezza di Padova sarà dimessa e che i detenuti di quel reparto – secondo notizie giornalistiche – verranno trasferiti presso il reparto di alta sicurezza del carcere di Parma. Vogliamo, innanzitutto rivolgerci a voi in termini civili, quei termini che ci consentono di affrontare una comunicazione responsabile e cosciente atta a fare conoscere e comprendere quali sono le difficoltà che segnano la nostra quotidianità. Gli argomenti che tratteremo, per quanto complessi, sono indissolubilmente legati alla vivibilità all’interno delle celle e alla qualità della vita al di fuori di esse. La sezione di alta sicurezza del carcere di Parma, attualmente ospita 27 detenuti, per una capienza max di 25 posti.

Tra gli ospiti qui reclusi, 19 sono ergastolani, i rimanenti 8 scontano condanne ventennali o trentennali. Nel computo dei 27 ci sono persone affette da malattie debilitanti, altri soffrono di problemi psi-co-fisici-claustrofobici, altri ancora sono studenti universitari, infine ci sono individui con discrete condizioni fisiche. Per tutti, nessuno escluso, vale il principio del rispetto della dignità umana. Dignità citata nelle premesse delle regole penitenziarie europee del 2006, ma anche all’art. 18 (I locali di detenzione e, in particolare, quelli destinati ad accogliere i detenuti durante la notte devono soddisfare le esigenze di rispetto della dignità umana e, per quanto possibile, della vita privata e rispondere alle condizioni minime richieste in materia di sanità e di igiene, tenuto conto delle condizioni climatiche, segnatamente per quanto riguarda la superficie e la cubatura).

Noi stiamo chiusi in cella 20 ore su 24. Le 4 ore sono assegnate ai passeggi. Locali questi non idonei ad ospitare 27 persone, se si considerala superficie minima disponibile per ogni maiale che, secondo la direttiva Cee 91/630 (recepita dall’Italia) è di 6 metri quadri. Le celle detentive, per capienza, possono ospitare solo un detenuto. Se all’interno venissero collocate 2 persone lo spazio disponibile calpestabile pro-capite scenderebbe sotto i 3 metri quadri, spazio calcolato al netto dell’ingombro del mobilio. La cella è provvista di un piccolo wc privo di finestra. Il ricambio d’aria dovrebbe avvenire attraverso un aeratore, ma questo non avviene e giornalmente chi vive stipato in due all’interno della stessa cella è costretto a respirare gli odori maleodoranti causati dai bisogni fisiologici del compagno di cella. Per le operazioni di pulizia corporale la porta del wc rimane aperta. Abbiamo costatato l’impossibilità di lavarsi nel lavabo con la porta chiusa. Questa situazione non è sufficientemente adeguata ad assicurare un minimo di privacy.

Ai fini della determinazione dello spazio individuale minimo intra-murario, la giurisprudenza nazionale ha precisato che, dalla superficie lorda della cella debba essere detratta la superficie occupata dagli arredi, individuando nel suolo calpestabile il parametro di calcolo. Una misura questa calcolata sulla base del criterio di 9 mq per singolo detenuto, più 5 mq per gli altri. Lo stesso spazio per cui in Italia viene concessa l’abitabilità alle abitazioni, condizione più favorevole rispetto ai 7 mq per singolo detenuto più 4 mq – stabiliti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura – per gli altri. (Fonte Dap, Ufficio per lo sviluppo e la gestione del sistema informativo statistica e automazione di supporto dipartimentale).

Sulla questione spazio individuale esiste una elaborazione giurisprudenziale da parte della: Corte di Cassazione, magistratura di Sorveglianza di Padova, magistratura di Sorveglianza di Verona. Tra gli aspetti della qualità della vita di noi detenuti del reparto di alta sicurezza da segnalare la mancanza di una biblioteca, di una scuola, di lavoro, l’esclusione alle nomine a Commissioni esterne, a corsi professionali finalizzati.

Ma la questione dell’inumanità della pena non si esaurisce nello spazio messo a disposizione a una persona in carcere, ma vanno contemplati altri parametri, tra i quali spicca quella evidenziata nello standard del Comitato per la prevenzione della tortura, che, nello specifico, afferma: “Tra i 3 ed i 7 mq a disposizione la disumanità è inversamente proporzionale al grado di implementazione di una serie di fattori compensativi, il primo fra tutti è assicurare che i detenuti possano trascorrere una ragionevole parte della giornata – 8 ore o più – fuori dalla cella occupati in attività motivanti di vario tipo.

Per i condannati i regimi dovrebbero essere di livello ancora più elevato”. In considerazione di quanto descritto pare opportuno rivelare che l’eventuale – quanto probabile – arrivo di altri detenuti restringerebbero i già esigui spazi vitali in cella e se lo spazio recluso diventa incapace di garantire lo spazio vitale, viola la dignità umana. Ci appelliamo alla vostra sensibilità e vi chiediamo una pena coerente con la dignità umana, spazi di vita umani, trattamento umano, riconoscimento pieno di diritti, salvaguardando l’integrità psico-fisica della persona qui detenuta, nel rispetto dell’articolo 27 della Costituzione.

I detenuti: Avarello Giovanni – Cavallo Aurelio – Mafrica Giovanni – Stolder Ciro – Piscopo Giuseppe – Di Girgenti Antonino – Farraioli Domenico – Barranca Giuseppe – Testa Domenico – Donatiello Giovanni – Pulcinelli Ciro – Rua Gianfranco – Reitano Roberto – Favara Corrado – Gangitano Andrea -Romeo Antonio – Benigno Salvatore – fiocchetti Gaetano – Bevilacqua Fioravantio – Donatello Giovanni – Capozza Luigi – Sorrento Antonio – Morelli Domenico – Di Bona Enzo – Mazzara Vito.

Il Garantista, 25 giugno 2015

Lettera Detenuti AS1 Parma (clicca per leggere)

 

Bernardini (Radicali): Sofri ha sbagliato a rinunciare all’incarico. Il Sappe pensi a quanto accade nelle Carceri


Rita BernardiniAdriano Sofri ha rinunciato all’incarico assegnatogli dal ministero della Giustizia.

La polemica scoppiata sulla sua nomina, le critiche del sindacato delle guardie penitenziarie, ma forse soprattutto le voci del figlio e della vedova Calabresi lo devono aver convinto.

Sulla vicenda, però, c’è stata grande imprecisione. L’elenco dei consiglieri nominati per gli ‘Stati generali dell’esecuzione penale’ pubblicato dal ministero il 19 maggio 2015 non comprendeva il nome di Sofri, perché il suo era un incarico differente.

INCARICO A TITOLO GRATUITO. «Non si trattava di una consulenza pagata, ma di un incarico da coordinatore di uno dei 18 tavoli tematici scelti dal ministero della Giustizia», spiega Rita Bernardini, radicale di lungo corso che per la grazia di Sofri e di Bompressi ha condotto una lunga battaglia. Anche lei è stata chiamata da Andrea Orlando come coordinatrice del tavolo sull’affettività e le relazioni territoriali, un ruolo che è «a titolo gratuito, prevede solo un rimborso spese».

E come Sofri, Bernardini è pregiudicata per la giustizia italiana: «Cosa dirà il Sappe quando saprà che sono stata condannata per disobbedienza civile sulle droghe leggere?».

Il decreto del 19 giugno con cui il ministero ha nominato i coordinatori dei tavoli tematici, che prevede il rimborso spese nei limiti di legge

Sofri ha lasciato: cosa ne pensa?

Mi spiace, capisco il suo stato d’animo, ma secondo me ha sbagliato.

Perché?

Perchè Adriano Sofri ha dimostrato il suo valore umano e civile con l’esemplarità della sua vita, anche per come ha vissuto l’esperienza del carcere.

Cosa intende?

Lo dimostra quello che ha scritto, le sue battaglie per i diritti umani non solo in Italia. A me non interessa entrare nella sua vicenda giudiziaria, mi basta guardare la storia degli ultimi suoi tre decenni. Ripeto: esemplare. Quando stava in carcere ha rinunciato a molti di quei benefici che gli spettavano di diritto. Ai Capece & company tutto questo non interessa.

Lei pensa dunque che fosse la persona giusta?

Una persona di valore che sa cos’è il carcere, che è culturalmente preparata poteva dare un contributo importante.

Come giudica le loro critiche?

Che dovrebbero rileggersi la Costituzione italiana riflettendo sul significato rieducativo della pena. Dovrebbero concentrarsi di più sul loro lavoro sindacale; sul fatto, per esempio, che gli agenti di polizia penitenziaria sono fra le forze di polizia quelli che sono rimasti più indietro in termini di stipendi e di carriere.

L'elenco dei coordinatori dei tavoli tematici scelti dal ministero della Giustizia

Ma è corretto che lo Stato paghi una persona condannata per un crimine che ha offeso la comunità?

Guardi che questo era un incarico gratuito e per Sofri sarebbe stato un modo di mettersi al servizio della comunità, come ha già fatto e fa senza avere avuto incarichi. Nel decreto di nomina è spiegato che non ci sono emolumenti e che gli eventuali rimborsi spese devono essere documentati (io vorrei pubblicamente) e nei limiti della legge e delle ristrettezze di bilancio. Quando ho collaborato con la commissione istituita dalla Cancellieri non ho chiesto nemmeno un euro di rimborso perché le riunioni si tenevano a Roma e io vivo a Roma.

NELLE IMMAGINI

  1. Il decreto del 19 giugno con cui il ministero ha nominato i coordinatori dei tavoli tematici, che prevede il rimborso spese nei limiti di legge.
  2. L’elenco dei coordinatori dei tavoli tematici scelti dal ministero della Giustizia.

Giovanna Faggionato

http://www.lettera43.it – 23 Giugno 2015

Adriano Sofri, ex Leader di Lotta Continua : Una condanna è per sempre


Adriano-Sofri«Fine pena mai» è la tetra formula che compare sulle cartelle biografiche delle persone condannate all’ergastolo in Italia. Fino al 1987 voleva dire che il detenuto sarebbe morto dietro le sbarre, poi con la riforma dell’ordinamento, è stato stabilito che dopo 10 anni si può accedere ai permessi, dopo 20 alla semilibertà e dopo 26 alla libertà condizionale. Funziona così (eccetto per i condannati per i reati ostativi – Art. 4 bis O.P., che nello specifico caso degli ergastolani sono la maggior parte, che non usciranno mai più dal Carcere, neanche per brevi permessi, se non dopo morti, salvo che collaborino con la Giustizia ai sensi dell’Art. 58 ter O.P. Emilio Quintieri).

Adriano Sofri è stato condannato nel 1990 a 22 anni di carcere in quanto mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi. È uscito nel 2012 per decorrenza dei termini. Il processo, invero, fu controverso: lui si è sempre assunto la ‘responsabilità morale’ dell’omicidio, ma ha sempre negato ogni responsabilità diretta, ritenendosi innocente dal punto di vista penale. Comunque uno la voglia mettere, lasciando da parte il merito delle accuse e ogni valutazione sui cosiddetti Anni di Piombo (a proposito, sarebbe anche il caso di cominciare a parlare di certi temi inquadrandoli da un punto di vista storico, prima o poi. Ma questo è un altro discorso), Adriano Sofri è oggi un uomo libero a tutti gli effetti: ha scontato la sua pena, può andare dove preferisce e fare quello che vuole. Questo dovrebbe essere pacifico in ogni stato di diritto, in ogni democrazia, ovunque. Poi è venuto fuori che il 19 giugno scorso il ministero della Giustizia ha indicato proprio Sofri tra i membri di uno dei tavoli di lavoro che il governo vorrebbe mettere in piedi per riformare il sistema carcerario italiano, una delle vergogne più grandi del paese, definito a più riprese dagli osservatori indipendenti come «disumano e degradante».

La nomina di Sofri avrebbe una certa logica, a ben guardare: a parte che ogni detenuto potrebbe offrire prospettive interessanti sulle patrie galere, bisogna riconoscere che l’ex Lotta Continua è uno dei massimi esperti italiani sul tema. Ne ha scritto spesso sui giornali, nel 2002 diede alle stampe il libro «Altri Hotel», uno dei documenti più importanti per capire la detenzione e quello che vuol dire. Insomma, è una voce che verrebbe ascoltata ovunque proprio perché competente in materia. Ovviamente le cose non sono andate così. Circostanza in effetti ovvia a guardare la qualità del dibattito italiano in generale e sulle carceri in particolare. Così, la polemica è scoppiata con un comunicato del Sappe (il sindacato degli agenti di polizia penitenziaria) che ha bollato la scelta del ministero come «inaccettabile, inammissibile, intollerabile e insopportabile», ha invocato l’intervento di Mattarella, ha buttato lì che «gli italiani onesti e con la fedina penale immacolata pagheranno con le loro tasse le trasferte, i pasti ed i gettoni di presenza» al reprobo e suggellato il tutto con quello che probabilmente ritenevano essere un paradosso: «E’ come far sedere Totò Riina al tavolo di revisione del 41 bis».

Sui social network c’è voluto pochissimo perché scoppiasse il finimondo. Su Twitter l’hashtag #Sofri è schizzato in testa ai trend topic nel giro di pochi minuti. Alla fine, proprio Sofri ha annunciato che, dopo essere stato semplicemente interpellato al telefono, non parteciperà ai futuri tavoli a tema, ritenendo di averne abbastanza «delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare». La risposta, recapitata al Foglio, smonta una per una le accuse piovute dal sindacato di Polizia: Sofri ha dichiarato di aver esplicitamente richiesto di non ricevere nemmeno un centesimo per la sua consulenza e ha aggiunto che comunque «Riina, benché non sia necessariamente ‘il massimo competente del 41 bis’ ne è certo competente: e troverei del tutto ragionevole che, in una seria indagine sulla realtà del 41 bis, venisse anche lui interpellato in qualità di ‘competente’. Questo genere di competenza ed esperienza non ha infatti a che fare con l’innocenza, o la colpevolezza, o la gravità della colpevolezza, di chi finisce in carcere».

Il problema, a guardare la qualità della polemica e degli intervenuti, è che il dibattito pubblico italiano si conferma spaventosamente manettaro, quando si parla di giustizia e di ingiustizia. Chi ha subito una condanna, può anche averla scontata tutta fino all’ultimo giorno, ma sarà sempre e comunque destinato a dover subire l’ostracismo da parte del sedicente consesso civile. La riabilitazione non esiste e sembra quasi che la galera sia esclusivamente uno strumento punitivo per chi ha fatto il cattivo, cosa che non sta scritta nemmeno sul Codice di Hammurabi.

Per non dire che, nel caso specifico, non si dibatte della colpevolezza o dell’innocenza di Sofri, ma semplicemente di quello che potrebbe essere il suo parere su un tema per il quale lui è indubbiamente preparato, sia nella teoria sia nella pratica. Ma la cosa più scoraggiante in assoluto è che il dibattito pubblico in tema di giustizia sembra valere soltanto quando si parla di «tintinnar delle manette», possibilmente tante, alla faccia della Costituzione, dello stato di diritto, dell’umanità e del buon senso. Ma nel paese in cui un avviso di garanzia è già una condanna, in fondo, non dovrebbe stupire che il fine pena sia sempre mai.

Mario Di Vito

23 Giugno 2015, http://www.glistatigenerali.com

Carceri, i Radicali al Consiglio d’Europa “In Italia si violano ancora i Diritti Umani”


Consiglio d'Europa 2

I Radicali hanno presentato una memoria al Consiglio d’Europa sulla sentenza Torreggiani, con la quale l’Italia è stata condannata per il sovraffollamento delle carceri e sono stati gli unici sino ad ora.

“Nel giorno in cui il ministro della Giustizia Andrea Orlando presenta a Strasburgo le misure messe in atto e da incardinare per corrispondere a quanto richiesto dalla sentenza pilota della Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2013 aveva condannato l’Italia per i trattamenti inumani e degradanti inferti ai detenuti nelle nostre carceri – sottolinea il segretario dei Radicali Italiani Rita Bernardini – ci auguriamo che la nostra documentazione sia vagliata dai delegati del Consiglio d’Europa”.

“Nella nostra memoria, redatta con la collaborazione dell’avvocato Giuseppe Rossodivita, oltre a documentare come, nonostante la diminuzione della popolazione detenuta, in 58 istituti ci sia ancora un sovraffollamento che va dal 130 al 200%, Radicali italiani – spiega Bernardini – si soffermano sui cosiddetti rimedi preventivi e risarcitori che il nuovo art. 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario assicura solo ad un’estrema minoranza delle decine di migliaia di reclusi che hanno subito quei trattamenti disumani e degradanti. La sentenza Torreggiani, invece, chiedeva fossero ‘effettivi e non semplicemente scritti sulla carta ma inarrivabili”.

“Nella documentazione inviata a Strasburgo – chiarisce ancora Bernardini – i radicali evidenziano il dato drammatico dei suicidi e tutte le altre violazioni dei diritti umani in atto ancora oggi negli istituti penitenziari: dal mancato accesso alle cure alla diffusione di malattie anche infettive, dalle carenze igienico-sanitarie a quelle trattamentali come il lavoro e la scuola alle quali hanno accesso solo il 20/30% dei reclusi”.

“Il fatto che il ministro Orlando abbia definito criminogena le nostre carceri, è stato salutato con favore da noi e dal leader radicale Marco Pannella: è la prima volta, infatti – sottolinea Bernardini – che un ministro della Giustizia fa un’ammissione di questa portata.

L’analisi è dunque giusta e, se è giusta l’analisi, occorrono comportamenti riformatori e di “legalizzazione” del sistema conseguenti”. “Per noi radicali continua ad essere obbligato un intervento di amnistia che consenta alla giustizia penale italiana, oggi paralizzata da 4.600.000 procedimenti penali pendenti, di ripartire – denuncia il segretario.

Non è sufficiente fare accordi con la Banca d’Italia per risarcire finalmente i tantissimi italiani ai quali viene riconosciuta l’irragionevole durata dei processi se la macchina della giustizia produce sistematicamente ritardi che da trent’anni, secondo il Consiglio d’Europa, colpiscono nell’insieme decine di milioni di cittadini italiani”.

Memoria dei Radicali Italiani al Consiglio d’Europa sulla Sentenza Torreggiani

Carceri, Bernardini (Radicali) : Allibiti per le dichiarazioni del Segretario Generale del Consiglio d’Europa


consiglio europa 2“Sulle risposte da dare per risolvere la questione del sovraffollamento carcerario l’Italia è diventato un esempio di buone pratiche per diversi altri Stati membri”. Le parole del segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland, dopo l’incontro col ministro della Giustizia, Andrea Orlando, suonano provenire, più che dall’Europa, da un altro continente rimasto nello scantinato del mondo, ignaro che lassù, al primo piano va in scena una ben più tragica realtà.

Frasi che iniettano anche tra chi ogni giorno naviga a vista nell’odissea giudiziario-carceraria del nostro Paese, una massiccia dose di sbigottimento. “Ma questo Thorbjorn Jagland – si interroga piccata il segretario dei Radicali Rita Bernardini – sa qualcosa dell’irragionevole durata dei processi in Italia?”. “Il fatto che con incredibile ritardo paghiamo finalmente le sanzioni in denaro della legge Pinto (da verificare comunque se sarà efficace l’accordo con la Banca d’Italia) – argomenta la leader radicale – non significa che i processi sono di una durata “ragionevole” ma che lo Stato italiano “paga” cifre spaventose (oggetto peraltro di una nostra denuncia per danno erariale confezionata da Deborah Cianfanelli della Direzione di Radicali italiani) per violare la Costituzione italiana e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.

“Premesso che non si comprende a quale titolo il Segretario Generale del Consiglio d’Europa rilasci dichiarazioni “politiche” sull’operato dei governi – prosegue Rita Bernardini – colpiscono le parole secondo le quali Thorbjorn Jagland promuova l’Italia in merito alla sentenza Torreggiani e si spinga a congratularsi con il ministro Orlando su quanto l’Italia avrebbe fatto per ridurre la lunghezza dei processi”.

Sebbene al Guardasigilli Orlando vada riconosciuta maggiore sensibilità dei predecessori sui temi detentivi, che hanno portato tra l’altro all’apertura di un dibattito sulla materia con gli Stati generali delle carceri, la situazione ereditata dal ministro, numeri alla mano, rimane ancora disastrosa. I dati diffusi dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria dicono che al 31 marzo 2015 i detenuti che inzeppano le nostre 200 carceri sono 54.122, e cioè di nuovo in aumento dopo i piccoli segnali di miglioramento legati ai provvedimenti “svuota carceri” e la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi che equiparava le sostanze stupefacenti leggere (hashish e marijuana) a quelle pesanti (eroina, cocaina).

E va ricordato poi, come già chiarito dalla stessa Rita Bernardini, che nonostante i miglioramenti degli ultimi cinque anni (nel 2010 i detenuti in attesa di giudizio erano il 43 per cento) a oggi vivono tra le sbarre, ancora in attesa di un processo 19.799 persone, e cioè quasi tre detenuti su dieci. In particolare, desta allarme la grande quantità di detenuti in attesa di primo giudizio, che sono in tutto quasi diecimila.

E il sovraffollamento rimane una piaga dalle enormi conseguenze, che lede la dignità di chi spende la propria esistenza in gattabuia. Le carceri italiane che presentano un sovraffollamento superiore al 130 per cento sono 58. Il triste record tocca alla Casa circondariale di Udine, che con 164 detenuti stipati come polli negli 82 effettivi, tocca il 200 per cento di sovraffollamento.

Thorbjørn JaglandMa dovrebbero far rizzare anche i capelli inamidati dei burocrati di Bruxelles, il 199% del carcere di Busto Arsizio (303 detenuti in 145 posti effettivi), il 196% del carcere di Latina (149 detenuti in 76 posti). E poi Milano-San Vittore, dove c’è un “overbooking” del 182% (963 detenuti in 530 posti effettivi), Roma-Regina Coeli (178%,) Verona Montorio (608 detenuti in 345 posti), Padova-2 Palazzi (738 detenuti in 436 posti), a Lecce-Nuovo complesso (1.017 detenuti in 622 posti), Napoli Secondigliano (1.353 detenuti in 886 posti), Bologna-Dozza (734 detenuti in 489 posti), Milano- Opera (1.303 detenuti in 893 posti).

“Quel che preoccupa – ha avuto modo di osservare Rita Bernardini – e quindi come radicali ci “occupa” di più, sono i tanti detenuti che si trovano ancora in carcere perché non hanno potuto rivedere al ribasso la pena che è stata loro comminata in base ai vecchi minimi e massimi edittali della legge Fini-Giovanardi che andavano dai 6 ai 20 anni senza fare distinzione fra droghe pesanti e droghe leggere mentre, dopo la dichiarazione di incostituzionalità per i derivati della cannabis, si è passati a pene edittali che vanno dai 2 ai 6 anni”.

Se è questa l’Italia che improvvisamente è assurta dagli altari dell’Europa a modello di giustizia ed equità della pena, l’Italia dei 4milioni e 600mila processi pendenti, l’Italia dove sei detenuti su dieci sono ammalati e tre su dieci usano droghe, l’Italia dei 44 suicidi in cella soltanto nel 2015, allora la spiegazione è una sola. Gli applausi che si levano nella nostra direzione, devono essere quelli beffardi di “Scherzi a parte”.

Francesco Lo Dico

Il Garantista, 17 giugno 2015