Paola, Quintieri (Radicali) : una morte da accertare quella del detenuto reggino


Carcere di Paola 1Una morte da accertare. Si tratta di un detenuto calabrese, di Reggio Calabria, Maurilio Pio Morabito, 46 anni. Una condanna definitiva per reati comuni con fine pena 30 giugno, soli due mesi. A sollevare il “caso” è il radicale Emilio Quintieri che da tempo si occupa della condizione dei detenuti nelle carceri calabresi. Maurilio Pio Morabito era stato trasferito lo scorso 6 aprile dalla casa circondariale “Arghillà” di Reggio Calabria. Secondo quanto riferisce il radicale sarebbe stato vittima “di una non meglio definita aggressione”.

Ma c’è un seguito ed è quanto riferisce Quintieri diffondendo anche la lettera autografa di Morabito. Appena giunto nella casa circondariale di Paola, aveva scritto una lettera. Scriveva: “di aver ricevuto minacce di morte, conseguenti ai fatti accaduti nel carcere di Arghillà”. Il detenuto scriveva testualmente, in un italiano poco corretto, ma comprensibile: “Se dovrebbe accadere un mio eventuale decesso, facendo il tentativo di farlo passare per un suicidio, non è così in quanto amo troppo la vita e il mio fine pena è imminente, 30 giugno. Ovvio che l’agente che fa la notte sa”. Il 12 aprile, nella sua cella, posta nella I sezione del carcere di Paola, per quanto è stato riferito, si sarebbe verificato un incendio e Morabito è stato salvato dal personale di Polizia Penitenziaria.

Dopo questo fatto un’altra lettera che riportiamo integralmente: “a tutela della mia incolumità, chiedo di essere trasferito in una struttura sita in qualsiasi punto della Penisola, purchè sia dotata di un’area protetti. Inoltre chiedo che per il tempo di attesa affinchè avvenga il mio trasferimento, sia mantenuto il cancello ed il blindo 24 h chiuso e aperto soltanto per i vari colloqui, il divieto di incontro con qualunque detenuto anche lavorante.” Giovedì, nel tardo pomeriggio, i familiari avevano comunicato al radicale Quintieri che il loro congiunto non aveva voluto fare nemmeno il colloquio, rifiutando di incontrarli e che ciò era strano ed erano seriamente preoccupati per la sua vita. Ieri, invece, i familiari di Morabito hanno riferito di essere stati contattati dal carcere a seguito del decesso, avvenuto in nottata, per suicidio. “Ho consigliato loro – scrive Quintieri – di fare denuncia recandosi presso la Stazione Carabinieri di Reggio Calabria per chiedere l’intervento immediato dell’Autorità Giudiziaria al fine di chiarire la dinamica e le cause del decesso”.

Sabato 30 Aprile 2016

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Venezia: detenuto 38enne muore a Santa Maria Maggiore, il Pm dispone l’autopsia


Carcere di Venezia Santa Maria MaggioreManuel Valesin stava scontando in carcere i suoi 6 mesi di pena, Roberto Terzo, pubblico ministero, ha disposto l’autopsia. Nella giornata di sabato 28 novembre, un giovane detenuto – Manuel Valesin – è venuto a mancare nella prigione veneziana di Santa Maria Maggiore, dove si trovava per scontare una condanna per resistenza a pubblico ufficiale.

Come riporta la Nuova Venezia, ad ucciderlo è stato probabilmente un arresto cardiaco improvviso, ma trattandosi di un giovane di 38 anni – la cui salute e sicurezza è affidata allo Stato – e in trattamento con diversi farmaci, anche anti-trombosi, il pubblico ministero Roberto Terzo ha deciso di disporre l’autopsia, per fugare qualsiasi dubbio sulle cause del decesso.

Così nei prossimi giorni sarà eseguito l’esame autoptico del corpo: la stessa famiglia ha manifestato l’intenzione di affidarsi ad un legale per seguire l’indagine, temendo che l’uomo possa essere morto in seguito a una cattiva somministrazione delle medicine. L’uomo si è sentito male nella mattinata di sabato: a dare l’allarme per primi sono stati i compagni di cella, poi il personale medico della casa circondariale. infine, l’inutile arrivo del Suem che non ha potuto che constatare il decesso dell’uomo. Valesin stava finendo di scontare una condanna a 6 mesi di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale, nel corso di una rissa scoppiata a San Pantalon, all’interno di un locale pizzeria-kebab.

veneziatoday.it, 29 novembre 2015

Parma: Maltrattarono e pestarono un detenuto. Indagati due Agenti di Polizia Penitenziaria


Casa Circondariale 2Botte, umiliazioni e maltrattamenti a un detenuto: individuati dalla Procura i due presunti responsabili. Misura cautelare per uno di loro, che ha fatto parziali ammissioni.

Per tre giorni avrebbero sottoposto un detenuto a botte e pesanti umiliazioni, fino a fargli subire un duro pestaggio. Sono stati identificati dalla Procura i due agenti della polizia penitenziaria in servizio nel carcere di via Burla che si sarebbero macchiati dei reati di lesioni e maltrattamenti ai danni di un ingegnere italiano accusato di violenza sessuale su minore.

Entrambi sono indagati e per uno dei due il gip ha disposto la misura interdittiva della sospensione dal pubblico servizio per un anno. Il pm Giuseppe Amara, titolare del fascicolo d’inchiesta, aveva chiesto la custodia cautelare agli arresti domiciliari. I fatti erano stati resi noti da un servizio in esclusiva dell’Espresso uscito il mese scorso. Quanto denunciato del Garante dei detenuti del Comune di Parma ha trovato precisi riscontri nell’attività d’indagine affidata dal sostituto procuratore alla Squadra mobile e alla polizia giudiziaria del corpo di polizia penitenziaria. Tra il 4 e il 6 aprile di quest’anno il detenuto è stato picchiato duramente, costretto a rimanere in ginocchio in cella per ore e lasciato senza cena per tre giorni.

Una “punizione” ulteriore per un reato considerato infamante, gli abusi sessuali su minori. Dopo il pestaggio, costatogli grossi lividi alla schiena e al volto, l’uomo è stato trasferito nel carcere di Piacenza. Il Garante ha fatto partire un esposto e la Procura di Parma ha avviato un’indagine.

I due agenti individuati come i responsabili delle violenze sono stati interrogati nei giorni scorsi dal pm Amara. Uno dei due ha fatto parziali ammissioni in particolare sulle lesioni, cercando di ridimensionare l’accaduto. La posizione dell’altro è ancora sottoposta ad accertamenti. Entrambi rimangono iscritti nel registro degli indagati per i reati di lesioni e maltrattamenti. Come detto il pm aveva chiesto i domiciliari per l’agente che ha ammesso i fatti, un 40enne italiano. Il gip ha ritenuto sufficiente la sospensione dal servizio.

La Repubblica, 21 novembre 2015

Campobasso: detenuto muore all’Ospedale Cardarelli, era stato arrestato un mese fa


Carcere CampobassoÈ deceduto questa mattina all’ospedale Cardarelli di Campobasso, per cause da accertare, il detenuto di Campomarino, C.S. le iniziali del nome, che da qualche giorno era ricoverato al nosocomio del capoluogo. Sulla vicenda la Procura di Campobasso ha aperto un fascicolo.

L’uomo di 56 anni, già noto alle Forze dell’ordine, era finito in manette lo scorso 10 agosto quando, dopo aver danneggiato un’auto nel parcheggio di un distributore di benzina sulla statale 16 aveva iniziato a inveire contro la donna al volante della vettura. All’arrivo della Polizia l’uomo aveva cercato di fuggire, ma la sua corsa era finita contro il guardrail della statale. Da quel momento il 56enne era rimasto chiuso nella sua auto da dove gettava materiale vario contro i poliziotti, brandendo un punteruolo. Lo stesso, prima di finire in manette, si era anche denudato e masturbato dinanzi alla Polizia. Rinchiuso nel carcere di Larino, era stato successivamente trasferito nella casa circondariale di Campobasso e da qualche giorno si trovava nel nosocomio del capoluogo, a seguito di alcuni malori. Ora, per accertare le cause del decesso è probabile che la Magistratura disponga l’autopsia sul corpo dell’uomo.

cblive.it, 11 settembre 2015

 

Pisa, suicida in carcere, il corpo resta 20 giorni in cella frigorifera per un fax non inviato dal Pm


Carcere di PisaDalla procura non è stato trasmesso il nullaosta La rabbia dei familiari: “Nessun rispetto per questa morte”. Non l’hanno potuta vedere nemmeno quando la salma è stata loro riconsegnata. Non hanno potuto baciare quel piccolo volto che hanno visto l’ultima volta a fine luglio, prima di essere portata al carcere don Bosco di Pisa. Ramona è morta lì. Suicida, hanno detto gli agenti della penitenziaria. Ma secondo i suoi familiari, quello che è successo nella cella dove la ventisettenne era rinchiusa, è ancora tutto da chiarire.

Due giorni fa c’è stato il funerale a Follonica. La cassa di legno non è stata riaperta e nessuno ha potuto poggiare le proprie labbra sul volto della ragazza. Perché Ramona è rimasta in una cella frigorifera del santa Chiara per venti giorni. Un tempo infinito, un tempo di dolore che si è protratto a causa di un disguido. “Il sostituto procuratore aveva dato l’ok per la sepoltura di Ramona il 19 o il 20 agosto, dopo l’autopsia – dice la sorella della ragazza, Consuelo – ma il fax non è mai stato trasmesso. Che la situazione era stata sbloccata lo abbiamo saputo qualche giorno fa dall’impresa funebre che ha organizzato il funerale di mia sorella. È stata tenuta venti giorni in una cella frigorifera. le hanno fatto male in vita e anche da morta”. Consuelo trattiene a stento le lacrime. Non ha potuto vedere Ramona se non per un solo minuto, all’obitorio del santa Chiara di Pisa, subito prima che si svolgesse l’autopsia.

E quando la piccola bara bianca che conteneva il corpo della ventisettenne ha cominciato la sua marcia dall’abitazione della ragazza fino al camposanto di Follonica, non c’era nemmeno un vigile a regolare il traffico. “In tanti si sono stupiti per questa assenza – dice la mamma Manola – Sono stati gli addetti delle pompe funebri a rallentare le auto per permetterci di arrivare al cimitero. E nemmeno nessuno del Comune, tranne alcuni operai, si è fatto vivo con noi. Né il sindaco, né un assessore. Le istituzioni sono state completamente assenti nonostante che nostra figlia sia morta in una struttura dello Stato”.

I tanti ricordi della ragazza sono tutti conservati nella sua casa. Ci sono i suoi vestiti, i suoi oggetti. I suoi scritti. C’era tutta la sua vita, in quell’appartamento dove ieri sua madre e sua sorella sono entrate un’altra volta. “Ora aspettiamo la risposta dell’autopsia – aggiunge Consuelo – e non ci arrenderemo fino a quando non sapremo tutta la verità. Ci sono troppi punti oscuri in questa vicenda, troppe cose che non tornano”.

Verità, giustizia. Ma anche rispetto. Rispetto per una ragazza di 27 anni che ha avuto una vita difficile. “Rispetto che è mancato quando non è stato trasmesso il nullaosta per la sepoltura di mia sorella – dice ancora Consuelo – che era pronto ma che è arrivato a Pisa con venti giorni di ritardo. Gli addetti delle pompe funebri non l’hanno nemmeno potuta vestire, i suoi abiti le sono stati poggiati sopra. È stata sempre il parafulmine di tutti i guai di Follonica, e purtroppo ha pagato anche dopo la sua morte”.

Francesca Gori

Il Tirreno, 8 settembre 2015

Mantova: internata di 21 anni si impiccò all’Opg di Castiglione delle Stiviere, indagati due dipendenti per omicidio colposo


Opg Castiglione delle Stiviere MantovaBocciata la richiesta di archiviazione del pubblico ministero, il giudice vuole una nuova inchiesta. Il dubbio: quella morte si poteva evitare? Si era suicidata, impiccandosi con un lenzuolo, nei bagni dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. La procura aveva aperto un’inchiesta che, di recente si è conclusa con la richiesta di archiviazione da parte del sostituto procuratore che ha seguito il caso.

Il giudice però non solo ha respinto la richiesta del pm ma ha disposto nuove indagini, iscrivendo nel registro degli indagati due dipendenti dell’ospedale psichiatrico giudiziario per omicidio colposo. Ha inoltre invitato il pubblico ministero a servirsi di un perito affinché possa stabilire se quel suicidio si poteva evitare. La nuova inchiesta è agli inizi, ma altri soggetti potrebbero aggiungersi a quelli già indagati.

La tragica vicenda risale al giugno del 2014. Vittima una ragazza di appena 21 anni. La giovane quel giorno non era andata in mensa ma con un lenzuolo del suo letto si era infilata in bagno. Aveva legato un’estremità alle inferriate della finestra e l’altra attorno al collo. Poi si era lasciata andare. L’aveva trovata un’altra ospite dell’Opg che aveva dato l’allarme. La disperata corsa all’ospedale di Desenzano, purtroppo, si era rivelata inutile.

Già ospite della comunità riabilitativa di Quistello, per il disagio psichico la ragazza aveva tentato di strozzare una delle operatrici. All’arrivo dei carabinieri si era scagliata contro di loro, cercando di colpirli con alcuni colli di bottiglia. Per quell’episodio era stata condannata a tre anni e otto mesi. L’accusa: tentato omicidio. Il pubblico ministero Rosaria Micucci ne aveva chiesti cinque.

Era accaduto il 30 maggio 2012 nella comunità riabilitativa ad alta assistenza psichiatrica, dove la giovane era ricoverata per un disturbo borderline di personalità. Nel pomeriggio aveva insistito per parlare con una delle operatrici, da cui pretendeva delle sigarette. Dopo il no della dipendente aveva cominciato a spintonarla e a colpirla con pugni e sberle fino a farla cadere a terra. A quel punto aveva cercato di strangolarla. Provvidenziale l’intervento di un medico e di un’infermiera che l’avevano bloccata appena in tempo.

“Adesso voglio finire quello che ho iniziato” aveva detto la giovane che era poi riuscita a liberarsi dalla presa dei soccorritori, dopo aver rotto due bottiglie e minacciato con i cocci le persone presenti. La sua furia non si era calmata nemmeno all’arrivo dei carabinieri, anche loro minacciati di morte se avessero osato toccarla. Le stesse frasi le aveva lanciate all’indirizzo del personale della struttura.

Alla fine era stata neutralizzata. Trasferita in psichiatria al Poma aveva continuato a comportarsi in maniera violenta. Da qui la decisione del giudice, su richiesta del pubblico ministero, di emettere nei suoi confronti un’ordinanza di custodia cautelare a San Vittore. E da lì tre mesi dopo è stata trasferita all’Opg di Castiglione, dove si è tolta la vita.

Giancarlo Oliani

Gazzetta di Mantova, 27 agosto 2015

Padova, detenuto calabrese morì in cella. Il Pm chiede l’archiviazione del caso


Casa Circondariale di Padova“Errori innegabili dei medici, ma non hanno inciso sul decesso del paziente”. Innegabili gli errori di 5 medici in servizio nel carcere Due Palazzi, secondo la procura di Padova. Ma, comunque, tali errori non hanno condizionato la perforazione dell’intestino destinata a innescare una setticemia mortale. Ecco perché il pm Francesco Tonon, titolare dell’inchiesta, ha sollecitato l’archiviazione del procedimento penale avviato a carico dei sanitari per la morte di Francesco Amoruso, originario di Crotone, detenuto nel carcere di Padova, ucciso a 45 anni da una peritonite stercoracea, una perforazione di un tratto dell’intestino con infiammazione del peritoneo, dovuta alla fuoriuscita di feci e batteri.

L’uomo – che stava scontando una condanna per rapina, omicidio e reati legati allo spaccio di droga, fine pena il 15 luglio 2023 – aveva cominciato a stare male il 6 marzo 2014: cinque visite nell’arco di 24 ore e dolori sempre più forti curati con Buscopan, un antidolorifico. Troppo tardi. Ricovero il 7 marzo, poi la morte l’indomani. “Non sono emersi elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio nei confronti dei sanitari della casa di reclusione che hanno avuto in cura il paziente…” si legge nella richiesta di archiviazione trasmessa all’ufficio gip, richiamando le conclusioni dei due consulenti tecnici della procura, il dottor Matteo Corradin di Bologna e il professor Massimo Montisci di Padova. Entrambi gli specialisti hanno escluso che gli errori – sia diagnostici (non è stato approfondito il quadro clinico) sia per quanto riguarda l’evoluzione della patologia (non sono stati ordinati esami) – abbiano inciso nella perforazione che ha scatenato l’infezione dovuta a un’ulcerazione dell’intestino in seguito a costipazione cronica. Perforazione che sarebbe avvenuta nelle 24 ore successive al primo sanguinamento. E se Amoruso fosse stato subito trasferito in ospedale? La colonscopia non sarebbe stata eseguita che tra le 12 e le 48 ore successive perché, prima che la situazione precipitasse, c’era un quadro clinico non di emergenza.

Cristina Genesin

Il Mattino di Padova, 8 maggio 2015