Ergastolo ostativo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo condanna l’Italia


L’Italia deve rivedere la legge che regola il carcere a vita, perché viola il diritto del condannato a non essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Così la Corte europea dei diritti umani in una sentenza che in assenza di ricorsi sarà definitiva tra tre mesi. La decisione riguarda il caso di Marcello Viola, condannato per associazione mafiosa, omicidi e rapimenti, in prigione da inizio anni Novanta. La sentenza non implica la liberazione di Viola a cui l’Italia deve versare 6mila euro per i costi legali.

La decisione sull’Italia della Corte di Strasburgo si basa sul fatto che chi è condannato al carcere a vita (ergastolo ostativo) non può ottenere, come gli altri carcerati, alcun `beneficio´ – come per esempio i permessi d’uscita, o la riduzione della pena – a meno che non collabori con la giustizia. Nella sentenza i giudici di Strasburgo evidenziano che «la mancanza di collaborazione è equiparata ad una presunzione irrefutabile di pericolosità per la società» e questo principio fa si che i tribunali nazionali non prendano in considerazione o rifiutino le richieste dei condannati all’ergastolo ostativo. La Corte osserva che se «la collaborazione con la giustizia può offrire ai condannati all’ergastolo ostativo una strada per ottenere questi benefici», questa «strada» è però troppo stretta.

«Alla Corte di Strasburgo pendono già numerosi altri ricorsi» contro il carcere a vita (ergastolo ostativo) e dopo la condanna di oggi «potrebbero arrivarne molti altri», scrivono i giudici di Strasburgo nella sentenza . Il problema messo in luce oggi, per i magistrati, «è di natura strutturale» e richiede quindi, per essere risolto, un intervento, di preferenza legislativo, delle autorità. L’Italia dovrebbe quindi agire «con una riforma della reclusione a perpetuita’ in modo da garantire la possibilità agli ergastolani di ottenere un riesame della pena». Questo, scrivono, «permetterebbe alle autorità di determinare se durante la pena già scontata il detenuto ha fatto progressi tali sul cammino della riabilitazione da renderne ingiustificabile il mantenimento in prigione».

Per l’associazione “Nessuno tocchi Caino” si tratta di un «pronunciamento storico» «Secondo la Corte – spiega una nota -, l’ergastolo ostativo è una forma di punizione perpetua incomprimibile. Con questa sentenza la CEDU svuota l’art 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede uno sbarramento automatico ai benefici penitenziari, alle misure alternative al carcere e alla liberazione condizionale in assenza di collaborazione con la giustizia. La CEDU fa cadere la collaborazione con la giustizia ex art 58 ter o.p, come unico criterio di valutazione del ravvedimento del detenuto. La Corte considera inoltre questo un problema strutturale dell’ordinamento italiano e chiede che si metta mano alla legislazione in materia». «Il successo alla Corte EDU è il preludio di quel che deve succedere alla Corte Costituzionale italiana che il 22 ottobre discuterà l’ergastolo ostativo a partire dal caso Cannizzaro, nel quale Nessuno tocchi Caino è stato ammesso come parte interveniente – spiega il segretario Sergio d’Elia -. Il pensiero non può non andare che a Marco Pannella, al suo Spes contra Spem che ci ha animati e nutriti in questi anni, e ai detenuti di Opera protagonisti del docu-film di Ambrogio Crespi `Spes contra Spem – Liberi dentro´ che contro ogni speranza sono stati speranza, con ciò liberando oltre che se stessi anche le menti dei giudici di Strasburgo».

Redazione Corriere della Sera http://www.corriere.it – 13 giugno 2019

Carceri, Incostituzionale negare qualsiasi beneficio ai condannati all’ergastolo ostativo


È incostituzionale negare qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati all’ergastolo per aver causato la morte di una persona sequestrata a scopo di estorsione, terrorismo o eversione, prima che abbiano scontato almeno 26 anni di detenzione. La preclusione assoluta è intrinsecamente irragionevole alla luce del principio stabilito dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, secondo il quale le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Lo ha affermato la Corte Costituzionale nella sentenza n. 149 depositata oggi 11 luglio 2018 (Presidente Giorgio Lattanzi e Giudice Relatore Francesco Viganò), con la quale è stato dichiarato incostituzionale l’articolo 58 quater, comma 4, della Legge n. 354/1975 sull’Ordinamento Penitenziario là dove si applica ai condannati all’ergastolo per i due “reati ostativi” previsti dagli articoli 630 e 289 bis del codice penale.

La questione era stata sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia, al quale un condannato all’ergastolo per sequestro a scopo di estorsione e omicidio della vittima aveva chiesto di poter accedere al regime di semilibertà avendo trascorso più di 20 anni in carcere, dove si era meritevolmente impegnato in attività lavorative e di studio. In primo luogo, i giudici costituzionali hanno ritenuto che la norma sovvertisse indebitamente la logica di progressività con cui, secondo il vigente ordinamento penitenziario, il condannato all’ergastolo deve essere aiutato a reinserirsi nella società, attraverso benefici che gradualmente attenuino il regime carcerario, favorendone contatti via via più intensi con l’esterno del carcere. Di regola, infatti, già dopo avere scontato 10 anni di pena, l’ergastolano, se mostra una fattiva partecipazione al programma rieducativo, può beneficiare dei primi permessi premio e può essere autorizzato a uscire dal carcere per il tempo strettamente necessario a svolgere attività lavorativa all’esterno delle mura penitenziarie. In caso di esito positivo di queste prime esperienze, dopo 20 anni l’ergastolano “comune” può essere ammesso al regime di semilibertà, che consente di trascorrere la giornata all’esterno del carcere per rientrarvi nelle ore notturne; e dopo 26 anni, qualora abbia dato prova di sicuro ravvedimento, può finalmente accedere alla liberazione condizionale.

La norma ora dichiarata illegittima – con riferimento ai soli condannati all’ergastolo per i reati considerati – appiattiva invece all’unica e indifferenziata soglia temporale dei 26 anni la possibilità di accedere a tutti questi benefici, impedendo così al giudice di valutare il graduale progresso del condannato nel proprio cammino di reinserimento sociale. In secondo luogo, la Corte ha evidenziato come la norma rinviasse irragionevolmente al ventiseiesimo anno di carcere gli sconti di 45 giorni, previsti per ogni semestre di pena espiata, in caso di positiva partecipazione del condannato all’opera di rieducazione. Nei casi di ergastolo “comune”, questi sconti possono invece essere utilizzati per anticipare il momento di accesso ai diversi benefici penitenziari (permessi premio, lavoro all’esterno, semilibertà). La norma ora dichiarata illegittima eliminava ogni pratico incentivo, solo per queste speciali categorie di ergastolani, a impegnarsi sin dall’inizio della pena nel cammino di risocializzazione. Infine, la Corte ha censurato il rigido automatismo stabilito dalla norma, che impediva al giudice di valutare i progressi compiuti da ciascun condannato, sacrificando così del tutto la funzione rieducativa della pena sull’altare di altre, pur legittime, funzioni. La sentenza sottolinea, in particolare, come siano incompatibili con il vigente assetto costituzionale norme “che precludano in modo assoluto, per un arco temporale assai esteso, l’accesso ai benefici penitenziari a particolari categorie di condannati (…) in ragione soltanto della particolare gravità del reato commesso, ovvero dell’esigenza di lanciare un robusto segnale di deterrenza nei confronti della generalità dei consociati”; ed evidenzia come le conclusioni da essa raggiunte siano coerenti con gli insegnamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui gli Stati hanno l’obbligo “di consentire sempre che il condannato alla pena perpetua possa espiare la propria colpa, reinserendosi nella società dopo aver scontato una parte della propria pena”.

Corte Costituzionale – Sentenza nr. 149/2018 (clicca qui per leggere)

Adriano Sofri: L’ergastolo ostativo in Italia è uno scempio ! Una pena di morte centellinata


Adriano-SofriLe armi, Trump, e quel sondaggio sulla pena di morte in America. Un accreditato sondaggio annuale, di cui ho letto sul New York Times, avverte che per la prima volta nella storia la maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti si dichiara contraria alla pena di morte. La trovo una formidabile notizia, sostanzialmente e simbolicamente. Verrà il giorno in cui si conoscerà il nome dell’ultimo giustiziato, e forse non è lontano. Nel 1994, poco più di vent’anni fa, era l’80 per cento degli americani a dichiararsi in favore della pena capitale.

Le tendenza opposta non ha fatto che crescere poi, per una serie di cause: lo spaventoso numero di assassinati legali dimostrati poi innocenti, le peripezie dei metodi dell’omicidio legale, i costi finanziari eccetera, ma soprattutto il turbamento crescente per la contraddizione fra quella pratica e una società che si vuole civile. Questo complicato intreccio di cause era riassunto dall’Economist a gennaio (ne trovate un resoconto sul Post.it): è interessante che a quella data si valutasse che i favorevoli alla pena di morte fossero ancora il 60 per cento. Ci sono due ragioni peculiari per congratularsi della notizia sul sondaggio: che viene in un periodo in cui particolarmente calda è la discussione sul “libero” spaccio di armi, e nel periodo in cui tiene metà della scena un personaggio come Trump. La speranza sul progressivo rigetto della schifezza della pena di morte è amareggiata da un suo complemento americano ma non solo americano. Là le voci contrarie alla pena capitale ricorrono spesso all’argomento del carcere inesorabilmente a vita, una pena di morte centellinata.

Non solo americano, perché come si sa, se solo lo si voglia sapere, l’Italia ha introdotto una mostruosa dizione giuridica, l’ergastolo cosiddetto “ostativo”, che cioè non può mai avere fine per quanto tempo trascorra e quali che siano i cambiamenti attraversati dal condannato, salvo che questi “collabori”, cioè denunci altre persone. Condizione ulteriormente mostruosa e caricatura del pentimento beninteso.
L’ergastolo “ostativo” è una micidiale violenza fatta al dettato e allo spirito della Costituzione. Oggi lo denunciano prima di tutto con voci intelligenti e sconvolgenti molti di quegli ergastolani che hanno saputo riscattarsi in carcere e nonostante il carcere, e con loro “i soliti radicali” (anch’io) e un numero crescente di persone che hanno professionalmente a che fare con la giustizia, la galera e i detenuti: giuristi, magistrati, avvocati, dirigenti e personale di carceri. Il Papa, anche, che al suo Stato ha provveduto in fretta. Oggi succede anche che all’ergastolo “ostativo” siano contrari anche i maggiori responsabili dell’amministrazione penitenziaria e del ministero della Giustizia. Bel paradosso, cui contrasta l’estensione progressiva e quasi per inerzia dell’ergastolo “ostativo” a categorie di condannati diverse da quelle che pretesero di giustificarne l’introduzione. Americani e italiani, ancora uno sforzo.

Adriano Sofri

Il Foglio, 5 ottobre 2016

Spes contra spem, Capozzoli : La cultura vince su tutti i fronti, anche contro la Mafia


giancarlo-capozzoliSpes contra spem è il docufilm presentato all’ ultima mostra del cinema di Venezia, prodotto in collaborazione con Nessuno tocchi Caino, Indexway e Radio Radicale e girato dal regista Ambrogio Crespi.

E’ un documentario sulle storie di criminali, mafiosi e camorristi, privati della libertà personale presso il carcere di Opera, ma è sopratutto un documentario sulla speranza di queste persone di immaginare ancora il proprio futuro, fuori dalle mura del carcere.

Sulla speranza di loro, intervistati, che sono condannati all’ ergastolo ostativo.

L’ ergastolo è ostativo quando sono negati i benefici e le misure alternative previste dagli articoli 17 e 22 del codice penale.

Possibilità prevista dall’ Art. 4 dell’ Ordinamento Penitenziario, “Divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti”.

Un ergastolano, lo scrittore Musumeci, ha lanciato una campagna per raccogliere firme a favore di una proposta di iniziativa popolare per l’ abolizione di questo ergastolo, in virtù di quanto prescritto dall’ art. 27 della Costituzione Italiana che prevede la rieducazione del condannato come fine ultimo della pena e vieta trattamenti contrari al senso di umanità, proposta rilanciata dalla Associazione A buon diritto.

Questo docufilm prende il titolo dal VI Congresso di Nessuno tocchi Caino, tenuto nel carcere di Opera, a Milano, e il titolo è tratto dalle parole della Lettera di San Paolo ai Romani su Abramo che “ebbe fede sperando contro ogni speranza”.

Protagonisti sono i detenuti che hanno aderito a questo progetto, nove in tutto. Di età diversa. Entrati in carcere giovanissimi, sbarbati. E in carcere poi diventati anche nonni. Sono giovani nonni…

Il regista sembra che non abbia voluto sapere nulla dei reati commessi, per non essere condizionato. “Sapevo che erano persone che avevano commesso reati molto gravi, ma poco altro”.

Io preferisco chiedere invece direttamente alle persone con cui lavoro all’ interno della Casa Circondariale di Rebibbia dei loro reati proprio per abbattere questi muri….

Questa proiezione è comunque stata una esperienza straordinaria anche grazie all’ intervento del Ministro della Giustizia Orlando il quale è seriamente sensibile al tema delle carceri. Se da un lato, infatti, il docufilm, vuole fare emergere le problematiche legate alla questione dell’ ergastolo ostativo, da un altro lato vuole “semplicemente” affrontare e affronta in maniera diretta il problema delle carceri in Italia.

C’è da dire che il carcere di Opera sta diventando davvero un modello, nonostante sia un carcere di Alta Sicurezza. Ma grazie soprattutto all’ opera del Direttore Siciliano sta cambiando sostanzialmente a partire dal rapporto assistenti-detenuti.

Quello che voglio dire è che è in atto una vera trasformazione culturale, messa in atto dal Direttore. Se generalmente il rapporto “guardie”- detenuti è un rapporto basato sulla reciproca diffidenza, oggi, ad Opera, si tenta quantomeno un approccio culturale diverso, che sta portando e in parte ha già portato ad un cambiamento radicale nel rapporto tra queste due figure apparentemente incompatibili. Alla diffidenza sostanziale e solita, si è sostituito lo scambio, la confidenza.

Questo approccio diverso ha condotto ad una cultura diversa nei confronti del detenuto, grazie soprattutto al dialogo.

Il Direttore si è speso e continua ad impegnarsi affinchè questo cambiamento in atto sia soltanto l’ inizio di un cambiamento reale.

Cambiamento che è accaduto già nel detenuto stesso.

Il detenuto è cambiato, ha abbandonato per così dire, la sua parte “nera”, per usare le parole del regista, in vista un effettivo ritorno alla vita. Gli assistenti/ guardie devono, nell’ ottica del Direttore, contribuire a questo cambiamento sostanziale e reale. Ma non è semplice.

Una persona privata della sua libertà è inevitabilmente “duro”, rigido. E lo è anche per quella che è stata la sua condotta precedente, la sua vita precedente.

Questo è l’aspetto davvero fondamentale in vista della rieducazione prevista e sancita dalla Costituzione.

Nel Carcere di Opera il detenuto è davvero cambiato a partire da questa relazione altra con gli assistenti.

Oggi c’è confidenza, e i detenuti sono orgogliosi di confidarsi con loro. Confidarsi nel senso proprio di confidenza, consigli che chiedono agli assistenti stessi.

Questo emerge dalla visione stessa del docufilm.

E’ un aspetto decisivo, come si diceva, ed è la svolta che ci si aspetta da un mondo chiuso come quello dello carcere.

E’ l’ unico modo anche, ed è questa l’ idea di Crespi, per riportare effettivamente nella legalità, chi ha vissuto ai margini della società.

Il pericolo, altrimenti, è rendere ancora più pericoloso chi lo era già prima di entrare in carcere.

Pertanto la Cultura vince su tutti i fronti, intanto come unico argine contro la Mafia.

Concretamente.

Ed inoltre questo nostro docufilm  lascia emergere un altro aspetto che mi sembra molto importante anche: sono i detenuti stessi che letteralmente smontano, distruggono con le loro parole, con il loro vissuto raccontando, esponendo, anche con la loro speranza di altro, di una vita diversa, il mito del criminale stesso.

È un aspetto determinante. Chi come noi racconta queste storie ne coglie appieno l’ importanza.

Il rischio è che i giovani delle periferie degradate e dimenticate, con poca o nessuna cultura, che non hanno accesso al sapere e allo studio, prendano i criminali come”modello”.

Esattamente.

Mi sembra essenziale che, grazie all’ arte, al cinema e alla cultura in generale, si possono fare dei passaggi sostanziali in vista di un reale ripensamento del sè e di reale conoscenza di se stessi, che apre nuove strade e porta ad un allontanamento vero dal rischio di emulazione della criminalità.

Le persone protagoniste del docufilm sono “pentiti dell’ anima”. Non si pongono come modelli per i ragazzi “fuori”, tutt’altro.

Non pongono più dei modelli criminali.

L’ arte, la Cultura, il cinema e anche questo docu sono “un grande lenzuolo bianco contro la Mafia” parole che Melillo, capo gabinetto del Ministro Orlando ha usato proprio per dire di questo film.

Raccontare queste storie dicevo.

Storie negative.

I detenuti che raccontano nel film, raccontano degli sbagli fatti, di non sapere cosa sia la felicità.

E’ facilmente comprensibile come queste parole pronunciate da un detenuto abbiano una forza dirompente. Ma mostrano anche l’ aspirazione e la speranza verso un cambiamento reale e profondo nella società stessa.

E’ un film in questo senso educativo che potrebbe essere proiettato anche nelle scuole.

Anche se credo non sia semplice.

Non si vuole sentire parlare di carcere e di detenuti. Ma quest’ opera ha cercato di dimostrare invece che una svolta, un cambiamento reale e radicale è possibile e concreto.

Cambiamento che è il primo obiettivo dell’ Arte e della Cultura.

La cultura o porta a un radicale mutamento o non è cultura.

Riuscire a intervenire a livello culturale al fine di riuscire a cambiare i giovani, e proporre modelli culturali differenti  è un bel cambiandoti culturale anche da parte di chi progetta cultura.

É quello che tento di fare anche io con i miei laboratori integrati con i giovani studenti della facoltà di lettere e filosofia di Tor Vergata, a Roma, e i “ragazzi” reclusi presso la Casa Circondariale…

Il cinema, il teatro servono a cambiare. Assolutamente.

Noi siamo In questo senso responsabili, abbiamo il diritto e il dovere di mostrare ai giovani che esistono possibilità altre.

É l’ unico modo in cui la criminalità può essere efficacemente combattuta e marginalizzata.

É una bella scommessa.

Ma sono convinto, anche dopo aver visto questo progetto, che chi è cambiato deve poter aiutare gli altri. E non marcire in galera ad aspettare che il tempo passi.

Spes contra spem è un progetto che si radica nella storia e nella esperienza di Nessuno tocchi e dei Radicali in generale.

Ecco, Pannella è presente nel film.

E’ nel film la lettera ultima che il leader radicale ha scritto a Papa Francesco sul tema delle carceri.

L’ impegno dei Radicali in favore dei diritti dei detenuti è ben importante. All’ inizio di settembre si è tenuto il congresso straordinario all’ interno della Casa Circondariale di Rebibbia.

La scena nel docufilm è essenziale, sacra quasi.

Una cella illuminata da quattro luci, Quasi a ricreare una sacralità che in un luogo del genere, è ben davvero difficile da trovare.

I detenuti, nell’aprirsi, nel raccontarsi, si sono commossi, mi confida il regista.

Erano, sono sinceri davvero.

Distruggere la figura del criminale, è andare anche contro loro stessi, contro il loro essere stati criminali, contro l’ aver creduto in certi valori o dis-valori piuttosto che in altri.

Raccontano del loro vissuto recluso, delle loro sensazioni, emozioni.

Si sono lasciati andare.

Quando iniziano a parlare sembra che non smetteranno più.

Sono perlopiù ragazzi/uomini ai limiti dell’ analfabetismo.

Se la Cultura è davvero uno degli aspetti più importanti rispetto all’ animo, allo spirito di una persona, lo è anche e soprattutto dove è del tutto assente.

In carcere molti, quasi tutti, hanno una cultura davvero basilare. Minima.

La cultura serve a combattere sia all’ interno del mondo penitenziario, sia e soprattutto fuori, per contrastare combattere e sconfiggere i fenomeni mafiosi, la criminalità.

Dopo Cesare deve morire dei fratelli Taviani, questo tuo docufilm sul carcere. Che è un modo dal mio punto di vista di sensibilizzare la società civile rispetto ad un mondo altrimenti chiuso e dimenticato.

Questo tipo di opere serva a porre una luce diversa su un mondo che viene raccontato sempre e solo in “negativo”. Si parla di carcere solo quando un detenuto è evaso, o solo quando un detenuto è picchiato.

Questo film ne racconta in maniera positiva.

Un detenuto non è un criminale.

Se il film dei Taviani rappresenta esattamente la risposta culturale contro la criminalità stessa, questo docufilm dà voce alle loro parole.

Parole che hanno un effetto micidiale in questo racconto.

Tirare fuori un criminale in meno, è questa l’ intenzione di chi realizza progetti importanti come questo.

Giancarlo Capozzoli *

*Giornalista, regista e scrittore teatrale

Intervista di Radio Radicale all’On. Enza Bruno Bossio (Pd) sull’Ergastolo Ostativo


On. Bruno Bossio PD Carcere OperaIntervista di Radio Radicale all’On. Enza Bruno Bossio, Deputato Pd, sull’Ergastolo Ostativo presso il Carcere di Milano Opera 

Intervento dell’On. Enza Bruno Bossio al Convegno “L’inferno della speranza : riflessioni sull’Ergastolo Ostativo”

 

Sen. Ichino (Pd) : Ergastolo e recupero, il bisogno di attuare la finalità della pena


Sen. Pietro IchinoLa condanna al carcere a vita e la rieducazione del detenuto potrebbero essere in antitesi. Dopo il libro del magistrato Elvio Fassone, “Fine pena: ora”, recensito su queste pagine da Corrado Stajano a fine gennaio, sul tema dell’ergastolo ostativo ne esce ora un altro, questa volta scritto da un condannato a quella pena, Carmelo Musumeci, insieme al costituzionalista Andrea Pugiotto (Gli ergastolani senza scampo, Editoriale Scientifica, 2016, pp. 216, € 16.40).

La parte scritta dall’ergastolano consiste nella descrizione esistenziale di un giorno di pena, minuto per minuto, in cinque capitoli: alba, mattino, pomeriggio, sera, notte. Di un solo giorno, perché ne basta uno per dar conto degli altri diecimila precedenti o successivi. Con una avvertenza iniziale che dice tutto: chi è all’ergastolo ostativo può pensare soltanto al passato o al presente; non al futuro, perché per lui non c’è un futuro che non sia identico al presente. Nella seconda parte, Andrea Pugiotto spiega l’ergastolo ostativo dissezionandone con grande finezza la ratio e spiegandone i profili di contrasto con l’articolo 27 della Costituzione: la pena non può essere disumana e deve tendere alla rieducazione del condannato.

Si coniuga così per la prima volta, che io sappia, e molto efficacemente, l’opera dello studioso che sta fuori del sistema penitenziario con la testimonianza personale di chi è dentro, “l’ergastolano senza scampo”. Chi lo ha incontrato sa che, dopo un quarto di secolo di carcere duro, Carmelo Musumeci è ora una persona colta, pienamente recuperata alla convivenza civile, il cui destino di non uscire mai più di prigione stride violentemente con quanto detta la Costituzione.
Anche qui, come nel racconto di Fassone, siamo di fronte al pieno raggiungimento dell’obiettivo posto dalla Costituzione: il recupero del condannato. E anche qui, se la pena consegue questo obiettivo, essa non può al tempo stesso recidere ferocemente ogni speranza di ricucitura del rapporto tra il condannato stesso e i suoi simili che hanno la ventura di essere rimasti “fuori”. Tra i due racconti c’è però una differenza: mentre nel libro di Fassone la narrazione parte dall’inizio della vicenda, cioè dai crimini per i quali il magistrato ha irrogato l’ergastolo, conducendo il lettore lungo il percorso della conversione del condannato, il racconto di Musumeci sulla prima parte della vicenda tace. E invece, almeno in un libro come questo, darne conto è indispensabile.
Parlarne è indispensabile perché significa andare al nocciolo della vicenda, a quella rinascita della persona che segna il raggiungimento di entrambe le finalità della pena previste dalla Costituzione: il recupero del reo ai valori della convivenza civile e la protezione di altre persone contro il ripetersi del suo comportamento criminale.

Certo, residua una terza finalità della pena: la deterrenza, cioè il disincentivo efficace e proporzionato contro i possibili comportamenti criminali di altri individui. Ma è evidente l’impossibilità logica che l’esecuzione di una pena resti immutabile nel suo contenuto e nel suo rigore quando ben due delle sue tre funzioni siano state pienamente adempiute. Dunque, per l’efficacia della giusta battaglia di Carmelo Musumeci e di Andrea Pugiotto in difesa del “diritto a un futuro” dell’ergastolano redento, è essenziale dar conto non soltanto del suo tempo presente, ma anche del suo passato: precisamente dar conto di come nel corso dell’esecuzione della pena si è prodotta la sua redenzione. Anche perché il darne conto comporta il riconoscimento – necessario affinché la battaglia sia vincente – di una funzione positiva che la pena ha svolto, almeno in quella fase passata.

Parlarne è indispensabile anche perché non si può dimenticare che una parte della durezza della pena – la parte prevista dal tristemente famoso articolo 41-bis della legge penitenziaria – non ha una funzione punitiva, ma costituisce una misura di sicurezza: quando a essa ci si oppone occorre dunque sempre spiegare quando e come sia venuta meno l’esigenza di sicurezza per la quale quella misura è stata adottata. Quando il detenuto in regime di 41-bis denuncia la lastra di vetro che impedisce a sua moglie e ai figli di accarezzarlo, il pensiero non può non andare ad altri coniugi e altri figli, ai quali accarezzare il proprio congiunto è impedito da una lastra di marmo: il 41-bis è lì per evitare in modo efficace che altre lastre di marmo si aggiungano, a separare altre persone dal mondo a cui hanno appartenuto. Non si può dimenticare che alla durezza di queste misure si è arrivati negli anni 80 per interrompere la serie tragica degli assassini compiuti dalle Brigate Rosse e in un secondo tempo quella degli assassini compiuti dalle organizzazioni mafiose.
Ma – e su questo Musumeci e Pugiotto hanno pienamente ragione – non si può dimenticare neppure che nella maggior parte dei 700 casi in cui il 41bis oggi si applica, per il modo e il tempo in cui si applica, quel regime è con tutta evidenza incongruo rispetto all’esigenza di sicurezza che dovrebbe giustificarlo.

Pietro Ichino – Senatore della Repubblica (Pd)

Corriere della Sera, 15 marzo 2016

Sulmona, Legnini (Csm) : “Sull’ergastolo ostativo, come cittadino, sono contrario”


Legnini Csm Sulmona“Non ho nessuna difficoltà ad aggiungermi, perché ne sono convinto da tempo, a coloro che sono contrari, e anche io sono contrario, all’ergastolo ostativo. Lo dico perché penso che tutti, parlo da cittadino e non impegno la mia funzione, abbiano il diritto ad avere una speranza”. Lo ha pubblicamente dichiarato il Dott. Giovanni Legnini, politico ed Avvocato italiano, Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura durante una manifestazione tenutasi presso la Casa di Reclusione di Sulmona, diretta dal Direttore Sergio Romice.

Immediata la soddisfazione espressa dall’On. Rita Bernardini, già Segretario dei Radicali Italiani e candidata alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, presente all’iniziativa unitamente ad Alessio Falconio, Direttore di Radio Radicale.

Il Vice Presidente del Csm Legnini è intervenuto alla premiazione dei detenuti ristretti nel Penitenziario sulmonese che hanno realizzato 21 dipinti per raccogliere fondi (sono stati raccolti 2.000 Euro) finalizzati ad un villaggio africano del Togo ed in particolare modo ai bambini di una Scuola Elementare. L’iniziativa è stata sostenuta dal comico abruzzese ‘Nduccio. Oltre a Legnini, hanno preso parte alla manifestazione, il Sindaco di Sulmona Peppino Ranalli, il Presidente del Tribunale Giorgio Di Benedetto ed il Procuratore della Repubblica di Sulmona Giuseppe Bellelli.

L’On. Rita Bernardini, nell’esprimere la sua soddisfazione per la posizione assunta dal Vice Presidente del Csm Legnini, ha dichiarato : “Dopo il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Dott. Santi Consolo, che si pronunci anche il Vicepresidente del Csm sull’abolizione dell’ergastolo ostativo mi sembra qualcosa di istituzionalmente molto importante. È chiaro che Giovanni Legnini l’ha fatto a titolo personale, perché non può investire tutti gli altri però ha un grande significato”.