Per i Prof. Galliani e Santoro: “Rivedere l’ergastolo ostativo non vuol dire rimettere i boss in libertà”


Parlano il costituzionalista Davide Galliani e il filosofo del diritto Emilio Santoro. Il 22 ottobre la sentenza della Consulta. La Cedu, Corte europea dei diritti dell’uomo, ieri ha bocciato il ricorso del governo sull’ergastolo ostativo.

Una decisione che è stata accompagnata, nei giorni precedenti, da allarmi sui “regali alla mafia” e sul rischio che “decine e decine di mafiosi possano uscire dal carcere”. Il prossimo 22 ottobre la Corte costituzionale dovrà decidere, a partire da un caso simile, sulla legittimità del 4bis rispetto però ai permessi premio (nella sentenza Viola era rispetto alla liberazione condizionale). E anche in quel caso, immaginiamo, si moltiplicherà il terrorismo psicologico. Davide Galliani, costituzionalista ed estensore di un amicus curiae nel caso Viola contro Italia alla Cedu, ci spiega perché dietro questi allarmi ci sia anche della malafede.

“Anzitutto – dice Galliani al Foglio – è interessante notare come si siano allarmati tutti quanti adesso, quando in realtà la sentenza Viola è stata depositata il 13 giugno. È passata abbastanza inosservata, ma ora che il governo ha deciso di rivolgersi alla Grande Camera, tutti hanno iniziato a dire la propria, al di là del merito. Dal punto di vista giuridico e anche per come funziona la Corte di Strasburgo, il panel di cinque giudici doveva decidere se mandare la sentenza Viola in Grande Camera o meno, non stava decidendo nel merito. Né stava mettendo in discussione, come qualcuno ha detto, il regime di 41bis”. Questa levata di scudi tardiva “dunque fa riflettere. Sono passati tre mesi, dove sono stati finora?”.

A un certo punto, però, politici e magistrati si sono svegliati. Da Luigi Di Maio ad Alfonso Bonafede, a Nino Di Matteo. Tutti a parlare di mafiosi in libertà e duro colpo allo stato da parte dell’Europa. Anche se, dice il professor Galliani, “io escluderei che tutti i politici abbiano letto veramente la sentenza Viola. Basta leggere che cosa c’è scritto nel cosiddetto Spazza-corrotti, che estende il regime ostativo anche per reati che non sono associativi. Pensi al peculato. Lei mi può spiegare che collaborazione potrà mai dare un vigile urbano che si è intascato 300 euro?

Chi ha scritto questa norma non capisce che il regime ostativo al massimo può avere un senso nei confronti di reati associativi, come la mafia. Ma come può avere senso tanto per la mafia quanto per il peculato? Mi verrebbe da dire “perdonateli perché non sanno quello che fanno”.

I magistrati invece è difficile pensare che siano ignoranti, anzi. Quindi quando parlano lo fanno, si suppone, con cognizione di causa. “Lasciamo stare la politica, ma un magistrato non può dire che la Cedu va a intaccare il carcere duro. Semplicemente non è vero, quindi se lo dice è in malafede”. Insomma, dice Galliani “è una strumentalizzazione quella cui stiamo assistendo. La sentenza Viola non riguarda il carcere duro. E non si può certo dire che chi nutre delle perplessità sull’ergastolo ostativo sarebbe un fiancheggiatore della mafia. Papa Francesco è contro l’ergastolo, dunque sarebbe colluso con la mafia?”.

Dunque, è “giusto esprimere liberamente delle perplessità di natura giuridica (come hanno fatto la Cassazione e la sorveglianza sollevando le questioni di costituzionalità, senza essere tacciati di stare, anche solo indirettamente, dalla parte della mafia. Purtroppo è questo il messaggio che sta passando”. Sono molti i messaggi sbagliati che sono emersi in questi giorni. Dal fatto che adesso “decine di mafiosi usciranno” al fatto che Strasburgo non conosce bene i problemi dell’Italia.

“Ma niente di questo è vero. Dire che “usciranno tutti i boss” non ha alcun senso. Strasburgo dice semplicemente una cosa: durante una detenzione ultradecennale – più di vent’anni, poniamo – è possibile che una persona cambi, nonostante le nostre carceri facciano schifo. Il giudice deve poter prendere atto del cambiamento, ma non è detto che apra le porte del carcere. Il carcere ostativo nega i benefici penitenziari, dal permesso premio fino alla liberazione condizionale, a meno che un condannato collabori con la giustizia. Se non collabora, è considerato socialmente pericoloso, sempre e comunque”.

La Cedu vuole semplicemente restituire al giudice la possibilità di decidere. E poi, aggiunge Galliani, “basta con la strumentalizzazione di Giovanni Falcone sul carcere ostativo, davvero insopportabile. Falcone merita di meglio. Bisogna portargli rispetto. Mentre sul 41bis sappiamo che tanto Falcone quanto Paolo Borsellino erano tendenzialmente favorevoli, sull’ergastolo ostativo non possono esserci strumentalizzazioni. E sa perché?

Perché quando è stato introdotto il regime del quale parliamo, Falcone era già morto. Quindi o qualcuno mi prova che aveva scritto qualcosa a favore del carcere ostativo, oppure, siccome non lo puoi dimostrare, vuol dire strumentalizzare il suo nome. Io lo lascerei davvero in pace. Possiamo usare altri argomenti, ma non questo”.

Per giorni, come detto, Nino Di Matteo & soci hanno lanciato allarmi sulla libera uscita dei mafiosi dal carcere grazie all’imminente decisione della Cedu. Eppure, proprio questa settimana la Cassazione ha respinto la richiesta dei legali di Giovanni Brusca di ottenere la detenzione domiciliare. Brusca continuerà dunque a scontare la sua pena nel carcere di Rebibbia. Per Emilio Santoro, filosofo del diritto, è la dimostrazione che non è vero che adesso ci sarà il via libera ai mafiosi.

“Non è che la Cedu abolisce il carcere ostativo, ma consente al magistrato di sorveglianza di valutare, dal percorso riabilitativo di un reo, se può uscire dal carcere oppure no. Nel caso di Brusca, contro il parere della Dia, la Cassazione ha stabilito per l’appunto che Brusca non può uscire dal carcere. Grazie alla Cedu torniamo semplicemente a questo: il magistrato di sorveglianza valuta se tenere un mafioso in carcere oppure no.

L’ostatività che la Cedu ha abolito impediva al magistrato di sorveglianza di valutare il detenuto. Quando Di Matteo dice che adesso i mafiosi usciranno dal carcere, significa che non ha nessuna fiducia nei confronti dei magistrati di sorveglianza”.

Adesso si attende la Corte costituzionale del 22 ottobre e “tra i giuristi è ormai pacifico ritenere illegittimo l’ergastolo ostativo, a parte qualche magistrato – come Ardita o Di Matteo – nessuno più sostiene il contrario. Quindi io penso che la Corte costituzionale non farà altro che ribadire lo stesso concetto stabilito dalla Cedu. Quello che fa la Cedu è ribadire, in linea con la giurisprudenza consolidata, che negare la possibilità di rilasciare un detenuto sottoposto a ergastolo è una forma di tortura.

Io capisco la lotta alla mafia, ma un paese civile può condurre questa lotta rimanendo in linea con gli standard europei dei diritti umani, senza ricorrere alla tortura. Un tempo ci si chiedeva se fosse giusto torturare o meno un terrorista, e si è stabilito di no. Oggi è la stessa cosa”.

La cosa assurda, dice Santoro, “è che quando c’è stata la sentenza Viola, a giugno, nessuno ha detto nulla. Nemmeno Salvini, che pure era ministro dell’Interno e di solito è il primo ad attaccare l’Europa. Abbiamo dovuto aspettare un governo, in cui ci sono anche il Pd e Leu, che brontolasse contro la riaffermazione di un principio: non si tortura nessuno, ma si valutano i comportamenti delle persone”.

“Nessuno aveva detto niente dopo la sentenza Viola, nemmeno Salvini, sempre il primo ad attaccare l’Europa. Abbiamo dovuto aspettare un governo, con il Pd e Leu, che brontolasse contro la riaffermazione di un principio: non si tortura nessuno, ma si valutano i comportamenti delle persone”.

David Allegranti

Il Foglio, 9 ottobre 2019

Carceri, “lavoro forzato” per 25 mila detenuti, l’Italia rischia la condanna da Strasburgo


cedu strasburgoDopo la proroga concessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo sul sovraffollamento, potrebbe finire sul banco degli imputati il lavoro in carcere: sottopagato e in netto contrasto con la giurisprudenza europea. Sarebbe una nuova e imprevedibile sentenza “Torreggiani”.

Carceri italiane e amministrazione penitenziaria di nuovo al centro di un ciclone che potrebbe avere proporzioni e ricadute pari alla storica condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Torreggiani. Se per quest’ultima l’Italia ha ottenuto una proroga di un anno per migliorare le condizioni dei vita dei detenuti in carcere, la nuova possibile condanna riguarda il lavoro tra le mura dei penitenziari: sottopagato, legato a minimi di oltre 20 anni fa e in netto contrasto con la giurisprudenza europea.

A lanciare l’allarme è Emilio Santoro, docente di Teoria e storia del diritto dell’Università di Firenze, secondo cui le violazioni riguarderebbero praticamente tutti i detenuti che lavorano in carcere: circa il 40 per cento di essi, intorno a 25 mila persone. Numeri che fanno pensare ad una nuova Torreggiani, un rischio che potrebbe incrinare la fiducia della Corte nei confronti degli sforzi compiuti dall’amministrazione penitenziaria per far fronte al sovraffollamento carcerario. Retribuzioni ferme agli anni 90.

In carcere il lavoro viene pagato meno di quanto previsto dai contratti nazionali collettivi per le stesse mansioni svolte in libertà. “La retribuzione per il lavoro carcerario deve essere circa l’85 della retribuzione prevista dai contratti collettivi – spiega Santoro a Redattore sociale -, ma lo Stato italiano continua a fare il calcolo sulla retribuzione prevista dal contratto collettivo del 1993 e non l’ha mai più aggiornata. Quindi continua a pagare le retribuzioni che dava più di vent’anni fa”. Chi se ne accorge, tra i detenuti, spesso si appella alla giustizia ordinaria e il giudice del lavoro finisce per condannare lo Stato italiano a pagare la differenza della retribuzione calcolata sulla base dei dati aggiornati.

“L’Italia è già normalmente condannata dalla giustizia ordinaria – spiega Santoro – ma i ricorsi non sono tanti, anche perché il detenuto deve mostrare le buste paga che gli ha dato l’amministrazione penitenziaria che in genere pochissimi detenuti recuperano. Il processo poi è lungo e si recuperano solo pochi spiccioli”. Sul tema è intervenuta anche la Corte di Cassazione, aggiunge Santoro, per dire che non solo è illegittimo il riferimento al ’93, ma anche la riduzione a circa l’84 per cento.

Anno 2006, cambiano le regole. Se per circa 30 anni, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha considerato la possibilità che il lavoro in detenzione potesse anche non venir pagato, negli ultimi anni qualcosa si è mosso nella direzione opposta. “Il primo cambiamento è avvenuto nel 2006 – racconta Santoro -. È entrata in vigore la nuova versione delle regole minime europee per il trattamento dei detenuti che hanno cominciato a dire che il detenuto ha diritto alla retribuzione alla pari del lavoratore libero”.

Per far sì che anche la Corte europea cambiasse la propria giurisprudenza, però, sono stati necessari ancora altri anni. Fino al 2013. “Lo scorso anno, la Corte europea ha cambiato la propria giurisprudenza su questo punto – spiega Santoro – e ha affermato che il detenuto in esecuzione di pena deve essere pagato come il lavoratore libero.

Altrimenti è lavoro forzato. Quindi, non solo può condannare uno Stato a risarcire il detenuto, ma può condannarlo anche perché viola un diritto umano del detenuto a una pena che è sanzionatoria, esattamente come nel caso della Torreggiani”.

Infine: cosa rischia l’Italia. Finché si tratta di pochi euro per altrettante poche ore di lavoro da rimborsare, allo Stato italiano è sempre convenuto far finta di nulla e risarcire solo i detenuti che se ne accorgevano e chiedevano conto. Ora la vicenda rischia di complicarsi ulteriormente e di finire sul tavolo della Corte europea che potrebbe infliggere risarcimenti ben più consistenti. “Sono stato più volte al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a dire di adeguare le retribuzioni dal 93 al 2014 – racconta Santoro, ma mi hanno sempre risposto che preferiscono pagare quando ci sono i ricorsi perché non ci sono i soldi.

Se i ricorsi iniziano ad arrivare alla Corte europea dei diritti dell’uomo, però, c’è il risarcimento per la lesione della dignità il discorso cambia completamente: per il caso Torreggiani si contano tra i 25-26 euro al giorno, da aggiungere ai 3-4 euro l’ora del risarcimento per l’adeguamento della retribuzione”. Se ad oggi le richieste di risarcimento per la mancata piena retribuzione sono state facilmente ammortizzate, le cose potrebbero complicarsi in futuro.

“I detenuti lavorano a rotazione, a volte per un mese o due mesi l’anno e con orari di 20 ore settimanali – spiega Santoro. Per questo, le richieste di risarcimento erano minime, perché le ore di lavoro erano poche. Ma quando il risarcimento non è più dovuto alla sola differenza di retribuzione, ma è dovuta al fatto che si è lesa la dignità umana torniamo ai risarcimenti calcolati con la Torreggiani dove c’è la lesione della dignità umana”.

Pochi i ricorsi, ma potrebbero aumentare. Difficile fare una stima esatta di quanti siano stati ad oggi i ricorsi al giudice del lavoro. Secondo Santoro potrebbero essere circa un centinaio, ma spesso in carcere i numeri dei ricorsi crescono col crescere del passaparola tra i detenuti. Quel che è certo è che la nuova “Torreggiani” riguarderebbe tutti i detenuti che lavorano in carcere.

Ad oggi, però, non c’è stata ancora nessuna condanna da parte della Corte europea su questo tema, aggiunge Santoro, “perché il cambiamento è stato molto recente, iniziato nella seconda metà del 2013”. Due i casi presi in considerazione dalla Corte, senza alcuna condanna.

Il primo caso riguarda la Bulgaria, dove per la Corte europea i fatti risalivano a prima del 2006 per cui ha evitato la condanna. Il secondo caso, invece, riguarda l’Austria che ha scampato la condanna per via degli sconti di pena per il lavoro fatto in carcere dai detenuti. “Due sentenze poco conosciute perché non riguardano l’Italia – spiega Santoro, ma appena la cosa di diffonderà, inizierà il tam tam tra i detenuti italiani e tutti potranno presentare facilmente il ricorso. Dopotutto, è ancora più facile che dimostrare che vivi in meno di 3 metri quadrati in cella, perché porti la retribuzione che hai avuto”. Documentata, ironia della sorte, dalla stessa amministrazione penitenziaria.

Dire, 2 luglio 2014