Ergastolo ostativo, domani la Corte Costituzionale deciderà se gli automatismi sono legittimi


Domani la Corte Costituzionale deciderà sull’ergastolo ostativo, che a mafiosi e terroristi impedisce anche solo di chiedere misure alternative. C’è di nuovo chi – come e quasi più di Berlusconi nel suo ventennio – sta sfiduciando i magistrati, vuole legare le mani ai giudici, e pretende di azzerarne la discrezionalità imprigionandola nelle gabbie di inderogabili automatismi dettati da rigide presunzioni legali di immutabilità: solo che quel “qualcuno” non è più il leader politico di turno, insofferente al controllo di legalità, ma paradossalmente sono proprio i magistrati.

O, almeno, quella schiera per lo più di Pm (in carica, in pensione, datisi alla politica o prestati ad altre amministrazioni) che, meglio accolti dal circuito mediatico-sociale in virtù dei crediti acquisiti con le proprie valorose indagini, da un mese stanno (come e più di politici quali Alfonso Bonafede e Matteo Salvini) sventagliando sui giornali e in tv una formidabile contraerea preventiva all’udienza di domani dei giudici della Corte Costituzionale: chiamata dalla Cassazione a decidere la norma che a ergastolani mafiosi o terroristi impedisce (salvo collaborino o la collaborazione sia impossibile) di poter dopo molti anni anche solo domandare ai Tribunali di Sorveglianza di valutare richieste di misure alternative contrasti o meno con gli articoli 3 e 27 della Costituzione.

E cioè se far discendere dalla collaborazione con la giustizia la prova legale della cessata pericolosità sociale del condannato impedisca alla magistratura di sorveglianza di valutare in concreto l’evoluzione personale del detenuto, e vanifichi così la finalità rieducativa della pena. Tema confinante con quello affrontato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo prima il 13 giugno e poi l’8 ottobre, quando la Cedu ha ritenuto che l’ostatività dell’ergastolo, se agganciata alla mancata collaborazione, violi il divieto di “trattamenti inumani o degradanti”; che la collaborazione non sia (come peraltro sperimentato nell’opportunismo di parecchi condannati) di per sé prova automatica della cessata pericolosità; e che l’Italia debba quindi modificare la norma.

Tra le istruttive munizioni argomentative sciorinate appunto dagli scandalizzati dal verdetto della Cedu in vista di quello della Consulta, spicca l’uso cinico del morto. Non soltanto l’uso avvoltoiesco del dolore di molti parenti delle vittime, fingendo di dimenticare che altrettanti familiari spieghino invece, pur con pari dignità di sofferenza, di non sentirsi vendicati o risarciti dall’ergastolo ostativo. Ma anche l’appropriazione indebita (e talvolta usurpata) dell'”ipse dixit” di assassinati illustri, secondo diverse sfumature di strumentalità che dal “Così si cancella un caposaldo di Falcone” approdano sino al più disinvolto “Hanno riammazzato Falcone e Borsellino”, titolo di una prima pagina sotto la faccia dei giudici di Strasburgo tacciati di “non sapere cosa sia la mafia” e di “armare di nuovo i boss”.

Poi c’è il classico ricatto del “così si demolisce la lotta alla mafia” e “si esaudisce una delle richieste di Riina nel papello”, giacché la sola prospettiva teorica di poter non morire in carcere rilegittimerebbe il comando dei boss dal carcere: tesi contraddittoria in quanti, per motivare il no alla scarcerazione di Provenzano morente, argomentavano che proprio dall’ergastolo al 41 bis continuasse a esercitare il proprio ruolo.

Neppure si teme il ridicolo di spargere terrorismo psicologico con l’allarme che “rischino di uscire mille ergastolani”. Pura mistificazione, perché la decisione della Consulta, come quella della Corte europea dei diritti dell’uomo, non solo non libererebbe i 1.106 ergastolani ostativi (sui 1.633 ergastolani definitivi), ma soprattutto consentirebbe soltanto che siano sempre e comunque i giudici dei Tribunali di Sorveglianza a poter valutare, caso per caso, il percorso rieducativo e la rescissione dei legami con la criminalità prospettati dai condannati dopo molti anni di carcere: esame individualizzato sulla scorta anche dei pareri delle Procure Antimafia, e nel quale è immaginabile che la mancata collaborazione continuerebbe a pesare in partenza come indice tendenzialmente negativo.

Ma proprio qui si coglie il nervo scoperto di una parte di magistratura che, sotto la postura muscolare che inscena, in realtà tradisce una inaspettata fragilità, cercando nelle preclusioni automatiche e nelle rigide presunzioni di permanente pericolosità una “coperta di Linus” con la quale difendersi dal rischio di dover decidere, dalla complessità di dover fare una prognosi sul cambiamento o meno di una persona in carcere, dal travaglio di doversi assumere una responsabilità.

Con l’unica attenuante, va riconosciuto, di vedersi poi pregiudizialmente massacrare dalla politica e dai mass media quella dolorosa volta (pur statisticamente infrequente) in cui a ricommettere un grave reato sia proprio un detenuto ammesso a qualche beneficio. Ma anche con l’aggravante “culturale” di alimentare inconsapevolmente, di automatismo in automatismo, quell’eterogeneo frullatore nel quale (si tratti di ostatività dell’ergastolo, di difesa “sempre” legittima in casa, o di sorteggio al Csm contro le nomine egemonizzate dalle degenerazioni correntizie) l’ingrediente-base è ormai l’abdicare alla funzione del magistrato, barattata con una qualche polizza di rassicurazione.

Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 21 ottobre 2019

Presidente lei mi ha dato l’ergastolo perché lo dice la legge ma son sicuro che il suo cuore era contrario


braccio cellaIl giudice Fassone e un suo ergastolano si sono scritti per 26 anni. Esperienza condensata in un libro. “Presidente, io di libri non ne ho letti mai, ho letto solo atti processuali, ma questo mi sforzerò di leggerlo e anche di capirlo” (…) Verso la fine della lettera mi tramortisce: “Presidente, io lo so che lei mi ha dato l’ergastolo perché così dice la legge, ma lei nel suo cuore non me lo voleva dare”.
Tramortisce anche noi questa riflessione che il giovane ergastolano Salvatore affida alla lettera con cui risponde a quella inviatagli dal giudice che lo ha condannato. Letta la sentenza che pone fine a venti mesi di maxi processo alla mafia catanese, il presidente della Corte d’Assise Elvio Fassone torna a casa, ma la notte lo sorprende inquieto, popolando il sonno di immagini e frasi spezzate: “Uno di questi fotogrammi rifiuta di spegnersi, quello di Salvatore che mi dice: “Se io nascevo dove è nato suo figlio, ora…”.
Nell’atmosfera un po’ drogata di questo sonno malato formulo un pensiero: “domani gli scrivo”. Un’irrequietezza che non si attenua se non quando il giudice, il mattino successivo, si mette al computer e incomincia con l’attacco di prammatica “Caro Salvatore”.
Tra quelli della sua biblioteca, inoltre, cerca un libro con cui accompagnare il messaggio, e sceglie Siddharta perché alla mente gli ritorna un suo passo: “Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore”. È da questo scambio epistolare che nasce Fine pena: ora (Sellerio, 2015) il libro di Elvio Fassone (Torino, 1938), che è stato magistrato e componente del Consiglio superiore della magistratura.
Senatore per due legislature, è autore di numerose pubblicazioni in materia penitenziaria e su temi politico-istituzionali (Piccola grammatica della grande crisi, 2009; Una costituzione amica, 2012). Nel 1985 a Torino si celebra un maxi processo alla mafia catanese che dura quasi due anni. Tra i condannati all’ergastolo c’è Salvatore con il quale il presidente della Corte d’Assise stabilisce un rapporto di reciproco rispetto, che poi si approfondisce attraverso una corrispondenza durata 26 anni, e che continua tuttora.
Il 14 dicembre alle 20.30 al Museo diocesano tridentino una lettura scenica di “Fine pena: ora” porterà il pubblico tra le pieghe di una storia che si interroga su come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato. Insieme a Fassone interverrà Enrico Franco, direttore del Corriere del Trentino, Corriere dell’Alto Adige, Corriere di Bologna, mentre la lettura scenica sarà a cura di Maura Pettorruso e Stefano Pietro Detassis. L’iniziativa si colloca nell’ambito della mostra Fratelli e sorelle. Racconti dal carcere, in corso al Diocesano fino al 27 marzo.

Presidente, il “Fine pena: ora” evocato dal titolo del libro capovolge il punto di vista del “fine pena: mai” scolpito nella scheda personale di Salvatore. Perché, dopo tanti anni, ha deciso di scrivere questa storia?

“Quando ho appreso del tentato suicidio di Salvatore mi sono chiesto se e come io potessi fare qualche cosa per lui, e raccontare la sua storia, illuminante e coinvolgente, mi è parsa la sola via. In un primo tempo Salvatore si è mostrato abbastanza restio ad acconsentire, però gli ho fatto presente che doveva fare i conti con una situazione giuridica pesante: era diventato un “ostativo”, non in relazione ai fatti per cui ebbe la condanna dalla nostra Corte di Assise, che erano anteriori alla legge del 1992″.

Che cosa dispone questa legge, conseguente gli assassinii di Falcone e Borsellino?

“Lo Stato, a quel punto, ritenne indispensabile dare un giro di vite alla disciplina e prescrisse che coloro che venissero condannati per reato di associazione mafiosa non fossero più ammissibili a tutti i benefici penitenziari, a meno che non diventassero dei collaboratori di giustizia. Pochissimi accettarono questa via, perché anche i detenuti hanno un codice di onore: “Io non posso barattare la mia libertà con la galera di un altro”, questo il senso che lo sorregge, e che magari non approviamo”.

Nel libro lei parla di una sorta di gioco di specchi in cui lo sforzo di prevenire genera costrizione e rabbia, la rabbia altra prevenzione, in una spirale che si autoalimenta.

“Il male ha la diabolica capacità di perpetuarsi, producendone dell’altro, e ciò accade anche a livello istituzionale. La sanzione penale non è un’iniquità in sé, certi fatti chiedono una risposta della comunità. Il singolo può essere sollecitato a perdonare secondo il suo livello di moralità, la comunità non credo possa essere richiesta subito di perdonare, nel rispetto del binomio “c’è un tempo del fatto e poi un tempo dell’uomo” che espia e detta la flessibilità, il perdono collettivo e anche istituzionale”.

Un movimento di opinione crescente chiede di ripensare non tanto l’ergastolo in sé ma quello ostativo. Qual è il suo pensiero in proposito?

“È bene alimentare questo movimento di opinione riflessiva che si contrappone al movimento di autodifesa esasperata. Non possiamo dimenticare che avvengono fatti di tale gravita e atrocità che sommuovono il pensiero di uomini e donne comuni, e producono un atteggiamento sintetizzato nell’espressione “bisogna rinchiuderli e buttare via la chiave”. Per fortuna, di fronte a questo movimento di reazione scomposta, si sta incrementando quello che chiede alla pena di essere giusta, per evitare che lo Stato, che è giusto nel momento in cui sanziona, diventi ingiusto”.

Gabriella Brugnara

Corriere della Sera, 8 dicembre 2016

“Troppi divieti insensati”, le richieste al Governo per un 41 bis più umano


Cella 41 bis OPIl cosiddetto “carcere duro” è diventato in molti casi troppo duro, ben oltre l’esigenza di tagliare e impedire i rapporti tra i detenuti e la criminalità organizzata di appartenenza. Ecco perché la Commissione Diritti umani del Senato, al termine di quasi due anni di indagine conoscitiva sull’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario introdotto dopo le stragi di mafia del 1992, in una relazione approvata ieri a maggioranza (favorevoli tutti i gruppi tranne Forza Italia e Movimento 5 Stelle) affida a governo e Parlamento una serie di raccomandazioni.

Tra le quali spicca la necessità di sorvegliare con maggiore attenzione la proroga di un regime di detenzione speciale che “dovrebbe essere applicato solo eccezionalmente e per limitati periodi di tempo”, mentre c’è la preoccupazione che attraverso una “prassi della proroga” troppo disinvolta e routinaria, si finisca per non rispettare la ratio della legge. In particolare ci vorrebbe “una più accurata istruttoria” nei confronti delle persone “incapaci di intendere e di volere”.
La commissione ritiene necessario “adeguare alcune strutture a standard minimi di abitabilità”, nonché “rivedere le limitazioni al possesso di oggetto nelle camere detentive”, cioè le celle, “riservandole a ciò che ha effettiva incidenza sulle possibilità di comunicazione con l’esterno”. L’organismo presieduto dal senatore Luigi Manconi ha visitato molti degli istituti dove sono rinchiusi i 729 carcerati al “41 bis” (tra cui 7 donne, i dati risalgono al 31 dicembre), raccogliendo indicazioni su quello che lo stesso Manconi definisce un “surplus di afflizioni, privazioni e restrizioni che non sembra avere ragion d’essere nella logica, prima ancora che nella legge”.
La relazione evidenzia che “c’è un limite preciso ai capi di biancheria che possono essere tenuti in cella, in molti casi considerato insufficiente; in alcuni istituti i sandali non possono essere indossati prima del 21 giugno”, e se fa caldo prima pazienza. “Non si possono indossare abiti “firmati” perché potrebbero portare a episodi di conflittualità tra detenuti, ma non è chiaro in base a quale criterio si possa stabilire quando un abito sia o meno “firmato””. A un anziano detenuto con l’hobby della pittura “è stata negata l’autorizzazione a tenere in cella tela e colori, e può dipingere solo un’ora al giorno nella stanzetta della socialità”, mentre uno che s’è laureato discutendo la tesi attraverso il vetro divisorio si lamenta che il tempo passato al computer venga sottratto all’ora d’aria. E ancora: “Alle pareti non è possibile tenere fotografie o altre immagini: in moltissimi casi questo divieto è stato presentato come esempio di una eccessiva rigidità e di una certa volontà punitiva”.

Tra i reclusi al “carcere duro” 29 lo sono da più di vent’anni (compresi i capimafia Totò Riina e Leoluca Bagarella), 161 fra dieci e venti, 321 fra i quattro e i dieci anni, e 204 da meno di quattro anni. I tre quarti (73,1 per cento) hanno almeno una condanna definitiva, e poco meno (70,8 per cento) sono in galera per il secondo comma dell’articolo 416 bis del codice penale: organizzatori e capi delle varie associazioni mafiose; il 21,3 per cento sono invece mafiosi “semplici”, cioè partecipanti (non promotori) all’organizzazione criminale; l’1,6 per cento sono accusati “solo” di omicidio, lo 0,3 per strage e l’1,3 di estorsione. Tra le mafie di appartenenza spicca la camorra (40,3 per cento), seguita da Cosa nostra (27,6) e dalla ‘ndrangheta(21,7). I terroristi sono soltanto sei.
“Su questa norma faremo le barricate, se qualcuno pensa di fare cortesie a qualche amico capomafia si sbaglia”, tuona il grillino Giarrusso. Ma la commissione non mette in dubbio la legittimità del “carcere duro”; si tratta solo, spiega Manconi, “di verificare che rimanga nei limiti previsti dalla legge, senza sconfinamenti ingiusti e inutili”.

Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 8 aprile 2016

L’Italia da decenni attende Carceri nelle quali si sconti solo la privazione della libertà


carcere2Ioan Barbuta, il detenuto romeno che si è impiccato con i propri pantaloni alcuni giorni fa nel carcere di Opera, non era un uomo buono. Aveva rapinato ed ucciso. Era un criminale che aveva dimostrato ferocia. La sofferenza che infliggeva, per lui, non era un ostacolo. Un uomo duro com’è difficile essere.

Ebbene, quest’uomo ha sentito la sofferenza della sua vita di detenuto fino a uccidersi. Ha sentito la definitività e l’oppressione fisica di un dolore che non lasciava anfratti di speranza. E con i mezzi che aveva, i pantaloni, s’è ammazzato nel modo più doloroso possibile. Anche questo è il carcere. Alcuni agenti, profittando dei social, hanno comunicato parole di soddisfazione e gioia. Orrende, ma assai meno isolate e inspiegabili di quanto si possa credere. Perché il rumeno, l’arabo, il libico, il povero di altri mondi, è visto come nemico, come minaccia: e allora “deve morire, visto che non è possibile impedirgli l’ingresso in Italia”.

Perciò la barbarie parolaia di alcuni agenti trova sostenitori. Soprattutto tra i tanti che evitano di esprimersi. Qualche tempo fa un astronomo inglese di origine palestinese ha chiuso il proprio studio di Londra ed è tornato nella sua terra, con un progetto: insegnare ai bambini a guardare il cielo. Che non è il luogo nel quale passano gli aerei che bombardano le loro case, ma quello delle stelle. Il cielo, insomma, da guardare, non da temere. A me pare che il nostro tempo non sia, per certi versi, diverso da quella terra: tutti abbiamo paura.

Perché le novità che ci assalgono, e la loro rapidità, rendono difficile l’esercizio della razionalità. I poveri del mondo si muovono verso illusorie terre promesse, e portano con sé tutte le loro miserie. Per alcuni, esse comprendono anche il crimine. Le loro fedi diventano ragioni di identità da difendere, da conservare come verità verso l’ignoranza dell’ altro: per questo facilmente si trasformano in schemi ideologici.

Che rispondono con l’aggressione alla diffidenza e alla cattiva accoglienza. Molti, perciò, evitano di approfondire, individuano nell’immigrazione il pericolo, nella particolarità culturale o religiosa l’inevitabilità della deriva violenta. Terroristica addirittura. E la contrapposizione delle irrazionalità avvicina il pericolo della guerra come tecnica di ordine e della morte come strumento di pacificazione. Le stelle, allora: cioè i nostri principi. Quelli che ci hanno insegnato, all’articolo 13 della Costituzione, che è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni delle loro libertà. Perché la pena per chi ha commesso reati – la privazione della libertà – è ben precisata nella legge: altra sofferenza non dev’essere scontata. L’Italia da decenni attende carceri nelle quali si sconti solo la privazione della libertà. E da tempo promette attenzione e serietà verso la polizia penitenziaria.

Che vive una condizione professionale a rischio di assuefazione al dolore: anche a quello immeritato. Vive una condizione frustrante. Perché nessun carcere ha strumenti capaci di rieducare o migliorare il detenuto. E l’operatore di una rieducazione che troppo spesso non esiste si trova ad affrontare la violenza , la mancanza di speranza, di chi viene solo chiuso in gabbia. So che il problema è enorme.

Ha fatto bene il ministro della Giustizia a chiedere spiegazioni serie sulla manifestazione di opinioni preoccupanti quanto indicative di un circolo vizioso che mantiene crudeltà inutili. Ma se non alziamo gli occhi verso il cielo del nostri principi, con scelte moderne che mettano razionalità nel mondo della detenzione, abitueremo troppi a guardare solo il pavimento che calpestiamo. E a chiedere, magari in modo ipocrita, altre morti rumene.

Giuseppe Maria Berruti (Magistrato, Presidente Sezione Cassazione)

Corriere della Sera, 24 febbraio 2015

Carceri, il Sappe: “Eccessivo sospendere colleghi” Quintieri (Radicali) : “Non è un caso isolato”


262780_455911204467755_282597913_nDopo il caso degli insulti – lanciati via Facebook sul sito dell’Alsippe da alcuni poliziotti – e seguiti al suicidio di un detenuto in cercare a Opera, il capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, ha firmato «16 provvedimenti cautelari di sospensione». «Insulti ignobili, «intollerabili», ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che hanno consegnato in pasto alla rete, e quindi potenzialmente a chiunque, parole come «un romeno di meno» o «beviamo alla tua salute». La condanna verso il vile gesto è stata unanime, ma il giorno dopo l’invio dei provvedimenti di sospensione, Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, rilancia: «Non ho avuto alcuna esitazione ad affermare che esultare per la morte di un detenuto è cosa ignobile e vergognosa. Ma altrettanto abnorme e sproporzionata è stata la risposta dell’Amministrazione Penitenziaria, su sollecitazione del ministro della Giustizia: sospendere dal servizio 16 appartenenti alla Polizia Penitenziaria è un provvedimento sbagliato ancorché formalmente irregolare. Quelle frasi sono da censurare senza se e senza ma, fatto sta che un percorso disciplinare ha regole e forme da rispettare che, in questo caso specifico, non sono state osservate».

IL DAP : «SE CI FOSSERO REATI, NOI PARTE CIVILE»

Ma secondo il Dap quelle degli agenti sono «affermazioni gravemente lesive dell’immagine dell’Amministrazione penitenziaria e della dignità dei detenuti» e in esse «è ravvisabile non solo una grave indifferenza verso il diritto alla vita, all’incolumità e alla salute» di chi è in carcere, «ma anche un atteggiamento che può avere riflessi sulla sicurezza dell’organizzazione» negli istituti di pena. Per gli agenti sospesi – tutti uomini – partirà l’iter disciplinare che stabilirà le sanzioni. In linea teorica, si può arrivare al licenziamento, ma sono più probabili misure intermedie. Il numero uno del Dap ha anche trasmesso all’autorità giudiziaria il rapporto predisposto dal Nucleo investigativo centrale del Dipartimento: «Se emergeranno reati – preannuncia Consolo – questa amministrazione si costituirà parte civile per danno all’immagine». Spetterà al pm valutare se si possa configurare, in un caso come questo, l’istigazione al suicidio. Ma c’è un altro versante su cui il sistema carceri deve lavorare.

SAPPE : «DAP INCACAPE DI GESTIRE SITUAZIONI CRITICHE»

Il Dap, continua Donato Capece, commentando i provvedimenti assunti, «ha dimostrato ancora una volta di essere incapace di gestire situazioni critiche, tant’è che, invece di cercare di capire le cause di certi fenomeni (ancorché gravi) pensa solo a reagire in maniera eclatante e sproporzionata, al solo scopo di evitare ogni assunzione di responsabilità», prosegue il leader del Sappe che giovedì pomeriggio ha incontrato il Guardasigilli Orlando. «Sospendere dal servizio un poliziotto, senza un percorso disciplinare che preveda contestazione e difesa, è fuori dalle norme previste ed è un’anomalia illegittima che, infatti, l’Amministrazione Penitenziaria non ha mai adottato. Ripeto e lo ribadisco. Il suicidio di un detenuto è sempre – oltre che una tragedia personale – una sconfitta per lo Stato e dunque ci vuole il massimo rispetto umano e cristiano ancor prima di quello istituzionale. Chi ha scritto messaggi stupidi, gravi e insensibili se ne assumerà le responsabilità. Ma sospenderli dal servizio d’ufficio mi sembra davvero abnorme e sproporzionato».

ALTRI SINDACATI CONTRARI ALLE SOSPENSIONI

Insomma, quelle 16 sospensioni fanno anche discutere all’interno del Corpo quanti, tutti i giorni, hanno a che fare con una realtà difficile e in moltissimi casi, lontani dai riflettori e senza che nessuno se ne accorga, salvano detenuti che tentano il suicidio. Il Sappe calcola che in 20 anni i baschi blu abbiano sventato più di 16mila tentati suicidi e impedito circa 113mila atti di autolesionismo. E «solo 1 su 20 dei tentativi di suicidio da parte dei reclusi ha esito infausto», ricorda l’Osapp. I sindacati, che sono unanimi nel condannare il caso, ma sono preoccupate che la polizia penitenziaria sia «criminalizzata», come dice Leo Beneduci dell’Osapp. O giudicano «eccessive» le sospensioni, come Eugenio Sarno, Uilpa, che chiede altrettanta durezza verso «dirigenti e comandanti inefficienti». Pompeo Mannone, Fns-Cisl, afferma che le misure adottate «non convincono fino in fondo, perché manca un’indagine della Procura». «Proviamo vergogna», ammette Salvatore Chiaramonte, Fp-Cgil, e allo stesso tempo ricorda che gli agenti nelle carceri «operano spesso a ranghi ridotti in condizioni drammatiche». «Esultare ad un suicidio è quanto di più squallido e vergognoso ci possa essere», afferma Donato Capece, del Sappe.

CORSI AGLI AGENTI PER IMPARARE AD USARE I SOCIAL

Ma se la libertà di espressione non si discute, esistono confini invalicabili e bisogna essere coscienti di cosa significa oltrepassarli, tanto più nell’era dei social e se si indossa una divisa o si ricopre un ruolo pubblico. «La polizia penitenziaria in questo momento è mortificata per quanto è accaduto: già stamattina ho predisposto una circolare che richiama tutti gli appartenenti all’amministrazione penitenziaria, e non solo gli agenti, ai propri doveri», ha spiegato Consolo. E il ministro ha chiesto di rafforzare la formazione degli agenti rispetto all’uso di internet e dei social network. Anche perché, stando a quanto segnala Emilio Quintieri, dei Radicali, via facebook, quello di oggi non è un caso «isolato», ma insulti simili erano stati postati anche per Bartolomeo Gagliano, serial killer suicida in carcere.

Corriere della Sera 20 Febbraio 2015

Caso Cucchi : “Diranno che è stata morte naturale”, ma cosa sapevano gli Agenti ?


CucchiNelle intercettazioni gli indagati parlavano come se avessero già la certezza del risultato. La famiglia denuncia i periti della Procura.

“Domani è un giorno importante, perché ci sarà l’autopsia e così diranno che è morto di morte naturale”, disse la moglie di uno degli agenti penitenziari inquisiti il 15 novembre 2009, parlando al telefono con un’amica. L’indomani i consulenti del pubblico ministero ricevettero l’incarico di riesumare il cadavere di Stefano Cucchi – a un mese dall’arresto e tre settimane dal decesso – ma gli indagati parlavano come se avessero già la certezza del risultato.

Oppure era il semplice auspicio che venisse confermato ciò che appariva già chiaro, sosterranno gli interessati, ma intanto questa intercettazione è finita nell’atto d’accusa presentato dai familiari di Cucchi contro i periti nominati della Procura di Roma. Come un’altra, in cui la stessa signora annuncia alla madre: “Da lunedì, quando usciranno i risultati dell’autopsia, loro saranno scagionati”.

E un’altra ancora, in cui una delle guardie coinvolte parla con un co-indagato e gli comunica: “L’avvocato ha detto che ha parlato con il perito e questo gli ha detto che è tutto a loro favore”, cioè dei consulenti nominati dalle difese. Una settimana dopo, lo stesso agente confida a un collega che “il suo perito conosce i periti del tribunale e questi gli hanno detto che le cause della morte non dipendono dalle percosse”.

I risultati della perizia furono consegnati ad aprile 2010, ed effettivamente stabilirono che “il quadro traumatico d’insieme (cioè gli effetti delle percosse subite da Cucchi, ndr) non ha avuto alcuna valenza causale nel determinismo della morte”.

Conseguenza: l’accusa nei confronti delle guardie carcerarie fu declassificata da omicidio preterintenzionale a lesioni e abuso di autorità. Tuttavia gli inquisiti sapevano già tutto fin da novembre e dicembre; del resto il capo del gruppo nominato dai pubblici ministeri, il professor Paolo Arbarello, prima ancora di iniziare il suo lavoro spiegò davanti a una telecamera: “Il magistrato ci chiederà: sono state lesioni mortali quelle che hanno determinato la morte? Quindi i medici non potevano fare altro? Oggi le dico probabilmente di no. Sono portato più a ritenere che ci sia una responsabilità dei medici, però… lo devo dimostrare”.

Un’anticipazione bella e buona delle conclusioni raggiunte sei mesi dopo, secondo i genitori e la sorella di Stefano Cucchi, che ieri hanno presentato una denuncia penale contro Arbarello, sostenendo che “l’impostazione accusatoria è stata gravemente compromessa dalla pervicace negazione che la morte di Stefano abbia avuto un qualsiasi collegamento causale rispetto alle lesioni fisiche, che invece erano apparse fin da subito talmente gravi da imporre immediate visite al pronto soccorso e poi quel ricovero in ospedale in cui Stefano è deceduto”.

Tuttavia dopo l’indagine c’è stato un processo, nel quale la corte d’assise ha incaricato altri periti di svolgere nuovi esami sulle cause della morte di Cucchi, e il risultato non è cambiato. Per questo la denuncia di Ilaria Cucchi e dei suoi genitori contiene un’istanza, apparentemente incomprensibile, dietro la quale si cela un sospetto: “Gli esponenti chiedono a codesta Procura della Repubblica, con la riserva di precisare e segnalare altri aspetti utili, di compiere ogni opportuna indagine, ivi compreso l’accertamento della corrispondenza elettronica intercorsa fra il professor Arbarello e i periti nominati dalla corte di assise di primo grado”.

In sostanza si ipotizzano contatti anomali tra i periti dei pubblici ministeri e quelli nominati dai giudici, e si chiede si verificare “se il consulente medico legale prof. Paolo Arbarello, le cui valutazioni hanno significativamente orientato l’indagine, in un procedimento così delicato come quello della morte di Stefano che ha visto coinvolte varie amministrazioni dello Stato, abbia svolto il proprio compito, non solo nel rispetto della doverosa lealtà, ma altresì nell’ambito della liceità delle condotte”.

Nei retro pensieri dei familiari di Cucchi e del loro avvocato, Fabio Anselmo, s’intravede una sorta di complotto: la perizia che escludeva il nesso tra le botte e la morte (secondo loro con ragionamenti medico scientifici sbagliati, contraddetti dai periti di parte) doveva servire a ridimensionare il capo d’accusa nei confronti degli agenti penitenziari, in modo da tranquillizzarli e farli attestare sulla linea del silenzio, anche rispetto ad eventuali responsabilità altrui.

L’avvocato Anselmo, di fronte alla contestazione di reati meno gravi, quasi intimò ai pm che sarebbero andati incontro a una sconfitta; così è stato, al termine di due processi, e se pure non c’è certezza che le cose sarebbero andate in altro modo mantenendo l’accusa di omicidio preterintenzionale, ora la famiglia Cucchi torna alla carica giocando la carta della denuncia personale contro i periti che furono alla base di quella scelta. Con quali risultati si vedrà.

Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 6 novembre 2014

Giustizia: Riforma, si parte subito dal civile e dalla responsabilità dei Magistrati


giustizia-500x375Giro di consultazioni del ministro. Oggi vertice di maggioranza. Si parte dalla giustizia civile “che civile non è”, come dice Matteo Renzi su Twitter. Il premier prepara il terreno in vista del Consiglio dei ministri del 29 agosto che però, secondo il cronoprogramma, avrebbe dovuto sbloccare l’intera riforma annunciata per titoli il 30 giugno.

Perché in quel pacchetto, articolato in 12 punti, c’era un po’ di tutto, oltre al processo civile: intercettazioni, elezione del Csm, azione disciplinare, riduzione delle sedi delle Corti d’Appello, tempi di prescrizione, reati contro la criminalità economica compresi il falso in bilancio e l’auto-riciclaggio. Ma questi ultimi sono temi caldi ancora in discussione al tavolo delle trattative aperto fin da luglio dal ministro Andrea Orlando.

Renzi, dunque, aggiusta il tiro e dice esplicitamente che il primo passo della riforma sarà fatto sul terreno della giustizia civile. E così, stamattina, il vertice di maggioranza convocato al ministero avrà un ordine del giorno sui cosiddetti temi “non divisivi”.

Quelli per cui è scontato il via libera in Parlamento anche da parte di FI che pure non fa parte della maggioranza: accelerazione del processo civile, dimezzamento dell’arretrato civile, magistratura onoraria, Tribunale della famiglia e delle Imprese. E, forse, ci sono pure i margini per chiudere il testo sulla responsabilità civile dei magistrati.

“Già se si potesse portare questo primo pacchetto di testi sul civile nel Cdm di fine agosto sarebbe un grande risultato, una vera rivoluzione anche perché sono i temi che maggiormente incidono sui dati economici e in particolare su quelli relativi agli investimenti”, commenta Donatella Ferranti (Pd) che presiede la commissione Giustizia della Camera.

Il primo pacchetto, quindi, diventerebbe ancora più sostanzioso se il ministro Orlando riuscirà a chiudere entro fine mese anche il testo sulla responsabilità civile dei magistrati. L’accordo è a portata di mano, tutti condividono la responsabilità indiretta ma Enrico Buemi (Socialisti) stamattina ripeterà al Guardasigilli che la garanzia offerta dalla metà dello stipendio del magistrato (ritenuto responsabile per avere amministrato male la giustizia) è ancora troppo bassa.

Nella delegazione del Pd (oggi ci saranno in via Arenula Walter Verini e Giuseppe Lumia) questa tesi non convince, come ci sono mille perplessità e sospetti in casa dem sul pressing esercitato da Ncd: “L’abuso interpretativo da parte del magistrato deve essere considerato una violazione di legge”, sostiene il senatore Nico D’Ascola che nel vertice di maggioranza troverà ascolto da parte del viceministro della Giustizia Enrico Costa (Ncd).

Domani il ministro incontrerà invece le minoranze: M5S, Sel e FI. Per il partito di Berlusconi, “la riforma della giustizia è necessaria e urgente” tanto che “l’attesa è forte”. In particolare FI punta sui nodi del penale (intercettazione e prescrizione) sperando che “sia cambiato qualcosa rispetto a quanto prospettato alle delegazioni” azzurre nel primo giro di tavolo.

Dino Martirano

Corriere della Sera, 20 agosto 2014