Rossano, muore giovane detenuto. Ed il Consiglio Regionale rinvia l’elezione del Garante dei Detenuti


Muore a distanza di poche ore dal ricovero per una sospetta broncopolmonite. Ed ora i familiari di Andrea Cavalera, 41enne di Gallipoli, detenuto nella Casa di Reclusione di Rossano, chiedono verità e giustizia su un decesso a loro dire inspiegabile.

Il caso è finito all’attenzione dell’Avvocato Angelo Ninni che, nelle prossime ore, chiederà alla Procura della Repubblica di Castrovillari, competente sul territorio di Rossano, di eseguire l’autopsia sul corpo del 41enne dopo il sequestro delle cartelle cliniche.

La tragedia si è consumata nella giornata di ieri nel rapido volgere di poche ore. Intorno alle 10 del mattino Cavalera è stato trasportato in ambulanza presso l’ospedale di Rossano per difficoltà respiratorie acute. Alle 11.30 sarebbe emersa una broncopolmonite acuta.

Dopodiché sarebbero subentrate difficoltà respiratorie dell’85% per un’infezione ai polmoni. Alle 12 Cavalera è entrato in rianimazione da dove non sarebbe più uscito. In serata, poco dopo le 20.45, al suo difensore, Avvocato Ninni, è stato comunicato che Cavalera era morto. Tante le domande che aleggiano su questa tragedia. Come mai le condizioni di salute dell’uomo si sono aggravate così velocemente ? Possibile che i problemi di salute si siano manifestati in poche ore ?

Cavalera, dallo scorso mese di ottobre, si trovava detenuto nel Carcere di Rossano, dopo essere stato trasferito dall’Istituto Penitenziario di Lecce per motivi di sovraffollamento. Stava bene in salute. Solo un pò in sovrappeso. E il 17 febbraio, nel corso dell’ultimo colloquio con il suo Avvocato, Cavalera non aveva manifestato alcun problema particolare.

Tra l’altro il fine pena era molto vicino. Recluso nel reparto di media sicurezza doveva espiare un altro anno per detenzione d’arma e lesioni. Per il momento non è stata sporta alcuna denuncia. Ma i familiari di Cavalera non si capacitano per una morte tanto rapida quanto inattesa su cui, a breve, sarà chiamata a pronunciarsi la Magistratura.

Tutto ciò mentre il Consiglio Regionale della Calabria continua a non eleggere il Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale, commenta Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria.

Nei giorni scorsi, l’Assemblea Legislativa avrebbe dovuto eleggere il Garante Regionale ma il Presidente ed i Capigruppo Consiliari hanno deciso di rinviare ancora una volta. Evidentemente per loro, prosegue Quintieri, la tutela dei diritti umani fondamentali delle persone detenute o private della libertà personale non costituisce una priorità.

Calabria, Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, forse lunedì l’elezione in Consiglio Regionale


Probabilmente, nei prossimi giorni, salvo intoppi, sarà eletto il Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Regione Calabria. Infatti, il Presidente del Consiglio Regionale Nicola Irto, per lunedì prossimo 11 marzo alle ore 10 ha convocato l’Assemblea Legislativa e, tra le altre cose, all’ordine del giorno è stata iscritta anche la “Proposta di Provvedimento Amministrativo n. 234/10 “Elezione del Garante Regionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale.”

Lo scorso 11 febbraio, all’esito delle ultime visite effettuate in alcuni Istituti Penitenziari della Calabria, avevo nuovamente sollecitato il Presidente Irto, a convocare il Consiglio per procedere alla elezione del Garante Regionale, attese le numerose violazioni ai diritti umani fondamentali, con particolare riferimento a quello alla tutela della salute, riscontrate durante le visite.

Il Garante Regionale, a norma della Legge Regionale n. 1/2018, dovrà essere eletto dal Consiglio Regionale con deliberazione adottata a maggioranza dei due terzi dei Consiglieri assegnati. In mancanza di raggiungimento del quorum, dalla terza votazione, l’elezione avviene a maggioranza semplice dei consiglieri assegnati. Durerà in carica 5 anni e non sarà immediatamente rieleggibile.

L’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale della Calabria ha valutato 17 candidati idonei alla carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti, escludendo solo 3 candidature perché non in possesso dei requisiti e della esperienza richiesta dalla normativa e dal bando pubblico. Tra la rosa di candidati idonei e che i Consiglieri Regionali potranno votare ci sarò anche io.

Nelle scorse settimane 80 detenuti dell’Alta Sicurezza ristretti nella Casa di Reclusione di Rossano hanno indirizzato una petizione al Presidente del Consiglio Regionale della Calabria proprio per sostenere la mia candidatura a Garante Regionale.

Finalmente, dopo tanti anni di attesa, anche la Regione Calabria avrà un Autorità indipendente che si occuperà di promuovere e salvaguardare su tutto il territorio i diritti delle persone detenute o private della libertà personale, alla stregua di tutte le altre Regioni d’Italia.

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale Radicali Italiani

candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria

Droga, Corte Costituzionale: Sproporzionata la pena minima di 8 anni per i fatti non lievi


E’ sproporzionata la pena minima edittale di 8 anni di reclusione prevista per i reati non lievi in materia di sostanze stupefacenti. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale (Presidente Lattanzi, Relatore Cartabia) che, con la Sentenza n. 40 del 23/01/2019, depositata oggi 08/03/2019, ha dichiarato illegittimo l’Art. 73 c. 1 del Testo Unico sugli Stupefacenti (D.P.R. n. 309/1990) la’ dove prevede come pena minima edittale la reclusione di 8 anni invece che di 6. Rimane inalterata la misura massima della pena, fissata dal legislatore in 20 anni di reclusione, applicabile ai fatti più gravi.

In particolare, la Corte Costituzionale ha rilevato che la differenza di ben 4 anni tra il minimo di pena previsto per la fattispecie ordinaria (8 anni) e il massimo della pena stabilito per quella di lieve entità (4 anni) costituisce un’anomalia sanzionatoria in contrasto con i principi di eguaglianza, proporzionalità’, ragionevolezza (Art. 3 della Costituzione), oltre che con il principio della funzione rieducativa della pena (Art. 27 della Costituzione).

Una decisione importante che arriva proprio mentre il Ministro dell’Interno Sen. Matteo Salvini (Lega Nord) con un Disegno di Legge ha proposto un’ulteriore inasprimento delle sanzioni in materia di stupefacenti (fino a 6 anni di reclusione) per i fatti di lieve entità ex Art. 73 c. 5 D.P.R. n. 309/1990.

La dichiarazione di incostituzionalità arriva dopo che la Consulta, con la Sentenza n. 179 del 2017 aveva invitato “in modo pressante” il legislatore a risanare la frattura che separa le pene per i fatti lievi e per i fatti non lievi, previste, rispettivamente, dai c. 5 e 1 dell’Art. 73 del Testo Unico. Quell’invito è rimasto però inascoltato, così la Corte ha ritenuto “ormai indifferibile” il proprio intervento per correggere “l’irragionevole sproporzione, più volte segnalata dai giudici di merito e di legittimità”. “La soluzione sanzionatoria adottata – si legge in una nota della Corte – non costituisce un’opzione costituzionalmente obbligata e quindi rimane possibile un diverso apprezzamento da parte del legislatore, nel rispetto del principio di proporzionalità”.

Sentenza n. 40 del 2019 – Corte Costituzionale    (clicca per leggere)

Revocata ab origine Sorveglianza Speciale a Quintieri, la Corte di Appello di Catanzaro boccia il Tribunale di Cosenza


C’è chi vince e c’è chi perde, chi resiste, impugna e non si arrende. La Giustizia è lenta, ma prima o poi arriva. Ringrazio la Sezione Misure di Prevenzione della Corte di Appello di Catanzaro, il Presidente Marco Petrini ed i Consiglieri Fabrizio Cosentino e Domenico Commodaro, per aver accolto la richiesta di revoca della misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza impostami dal Tribunale di Cosenza, nonostante ormai cessata da tempo. Lo dice Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani, candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Regione Calabria e prossimo alla laurea magistrale in Giurisprudenza. La Corte di Appello di Catanzaro, all’esito della Camera di Consiglio tenutasi il 20 febbraio, con Decreto n. 28/19 depositato oggi 7 marzo, si è pronunciata sul ricorso proposto da Quintieri, difeso dagli Avvocati Sabrina Mannarino e Carmine Curatolo del Foro di Paola, avverso il decreto del Tribunale di Cosenza del 31 gennaio 2018, con il quale è stata rigettata la richiesta di revoca della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per due anni, imposta dal medesimo Tribunale il 24 settembre 2014 ed eseguita dal 30 maggio 2015 al 30 maggio 2017.

Con la pronuncia del Tribunale di Cosenza, veniva respinta non solo la richiesta di revoca del Quintieri (01/03/2016) ma anche la proposta di aggravamento della Questura di Cosenza (13/05/2016) che chiedeva di prolungare la misura per il massimo del tempo (5 anni), aggravandola con l’obbligo di soggiorno in Cosenza, per l’insofferenza e il disinteresse con la quale veniva eseguita la misura essendo stati reiteratamente violati tutti i divieti e gli obblighi imposti. L’iter giudiziario è stato molto lungo e complesso con istanze, appelli e ricorsi in Cassazione ma Quintieri ed i suoi difensori non hanno mai mollato, anche dopo che la misura era stata tutta espiata, per ottenere l’annullamento di un provvedimento del tutto ingiusto ed illegittimo che, tra le altre cose, ha gravemente limitato la libertà personale per ben due anni. Il Tribunale di Cosenza, respingeva la richiesta di revoca, nonostante la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, su conforme richiesta della Procura Generale della Repubblica, con sentenza n. 39247/2017 del 16 maggio 2017, aveva accolto il ricorso proposto da Quintieri, annullando con rinvio i provvedimenti emessi dal Tribunale cosentino, all’epoca presieduto dal Giudice Enrico Di Dedda, trasferito da tempo alla Sezione Civile del Tribunale di Campobasso.

Secondo i giudici cosentini la revoca della misura per la originaria insussistenza dei presupposti legittimanti la sua applicazione doveva essere rigettata perché fondata sui carichi pendenti e sulle condanne e su una disamina della personalità incline al conflitto interpersonale e perché l’assoluzione del Quintieri nell’operazione antidroga “Scacco Matto” era stata pronunciata dal Tribunale di Paola con formula dubitativa per la ritrattazione dei testimoni mentre la revoca subordinata per la sopraggiunta cessazione dei presupposti non poteva essere più concessa perché ormai già cessata, prima della pronuncia del provvedimento. La Corte di Appello di Catanzaro ha accolto tutti i motivi di impugnazione presentati, bocciando le determinazioni assunte dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Cosenza nel 2018 presieduta dal Giudice Claudia Pingitore. “La perdita di efficacia della misura nel corso della procedura non esime il Giudice della prevenzione – in mancanza di espressa rinuncia alla trattazione da parte del ricorrente – dello stabilire se la misura di prevenzione trovasse solido fondamento negli elementi di causa e la valutazione dell’istanza difensiva finisce pertanto con il coincidere sotto entrambi gli aspetti temporali di validità dell’obbligo di prevenzione imposto a Quintieri, la cui posizione va pertanto valutata nella sua interezza” scrive nel decreto il Presidente della Corte catanzarese Petrini ed il Consigliere relatore Cosentino. “Anche la più recente vicenda giudiziaria (denominata localmente op. Scacco Matto) si è conclusa con un provvedimento dibattimentale definitivo favorevole per il ricorrente, assolto con formula perché il fatto non sussiste. Scolorano, in tale nuovo quadro della presunta pericolosità di Quintieri, le frequentazioni, che da sole e non meglio circostanziate, e anch’esse singolarmente contestate dalla difesa (molti soggetti in realtà incensurati o gravati da precedenti lontani nel tempo, che il giovane Quintieri non poteva conoscere) non possono fondare un giudizio oltre il mero sospetto di un abituale dedizione del proposto a traffici delittuosi.”

Inoltre, la Corte di Appello di Catanzaro, “quanto infine alla mancanza di attività lavorativa, di per sé la stessa non è indice di uno stile di vita irregolare, avendo oltretutto la difesa esposto come Quintieri sia uno studente universitario, allegando le dichiarazioni reddituali ISEE della famiglia intervenute negli anni, mostratasi in grado di mantenerlo agli studi. Infine, il rigetto della proposta di aggravamento, da parte del medesimo giudice cosentino, rafforza il convincimento che la misura adottata nei confronti di Quintieri fosse già ab origine dotata di insufficiente fondamento.” Infine, quanto all’assoluzione del Quintieri ritenuta “dubitativa” dal Tribunale di Cosenza, il Collegio giudicante catanzarese, ha stabilito che “né può essere concesso rilevare che l’assoluzione per il principale procedimento penale affrontato dall’imputato sia basata su esiti di testimonianze sospettate di falsità o reticenza in quanto in contrasto con le dichiarazioni predibattimentali, e per l’aver il collegio rimesso gli atti al PM: non vale inferire attraverso tale via la commissione della condotta esclusa. Per questi motivi, in accoglimento del ricorso, revoca la misura di prevenzione imposta a Quintieri Emilio Enzo.” Nel corso della misura, che ho sistematicamente violato, sono stato ripetutamente denunciato dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato, conclude l’ormai ex “sorvegliato speciale” Quintieri. La maggior parte dei Procedimenti sono stati archiviati dal Gip del Tribunale di Cosenza ed altri sono in corso di dibattimento presso il Tribunale di Cosenza. Per altri ancora vi è stata condanna in primo grado ed ho proposto appello. Ora, con la revoca ex tunc disposta dalla Corte di Appello, tutte quelle denunce sono diventate “carta straccia” perché divieti ed obblighi impostimi erano illegittimi e non ero dunque tenuto a rispettarli.

Infanticidio al Carcere di Roma Rebibbia, prosciolti i vertici dell’Istituto sospesi dal Dap su disposizione di Bonafede


Non avevo alcun dubbio e lo avevo detto all’epoca dei fatti quando espressi la mia solidarietà al Direttore, al Vice Direttore ed al Vice Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia, dopo la sospensione dal servizio disposta dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini per ordine del Ministro della Giustizia On. Alfonso Bonafede.

Quel provvedimento di sospensione era incomprensibile perché non vi erano responsabilità di alcun genere né da parte dei Dirigenti Penitenziari né da parte del Funzionario del Corpo di Polizia Penitenziaria. Non sono stati loro ad applicare la custodia in carcere ad Alice Sebesta ed a consentirgli di tenere con s i sue due piccoli figli, Faith e Divine, entrambi morti dopo essere stati scaraventati dalla mamma per le scale dell’Istituto Penitenziario. La detenuta non aveva dato alcun segno di squilibrio o altro disturbo psichico; l’unica insofferenza mostrata riguardava la convivenza con le altre detenute di etnia rom.

Questa mattina il Direttore dell’Istituto Ida Del Grosso, il suo Vice Gabriella Pedote e la Vice Comandante della Polizia Penitenziaria Antonella Proietti, sono state prosciolti in sede disciplinare per tutti gli addebiti ascrittigli in ordine a quanto verificatosi il 18 settembre scorso presso la Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia.

Infatti, il Consiglio di Disciplina dell’Amministrazione Penitenziaria ha appurato che quando la detenuta Sebesta arrivò nella Sezione Femminile di Rebibbia, i vertici dell’Istituto, a partire proprio dal Direttore, per ben due volte, avvertirono l’Azienda Sanitaria Locale che le condizioni della donna apparivano critiche e preoccupanti sul piano psichico.

Mi auguro che sia il Capo Dipartimento Basentini che il Ministro Bonafede facciano immediatamente le loro pubbliche scuse al Direttore, al Vice Direttore ed al Vice Comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale Femminile di Roma Rebibbia, avendole illegittimamente sospese dal servizio, senza aver avuto alcuna responsabile per quanto accaduto.

Emilio Enzo Quintieri

già Consigliere Nazionale di Radicali Italiani

L’Aquila, Si alle “riviste per adulti” ai detenuti al regime 41 bis: illegittimo il divieto del Dap


Il Magistrato di Sorveglianza di L’Aquila Dott.ssa Bianca Maria Serafini ha accolto il reclamo di un detenuto sottoposto al regime detentivo speciale 41 bis O.P. nella Casa Circondariale di L’Aquila, disponendo che “la Direzione consenta al detenuto l’acquisto di riviste per soli adulti tramite abbonamento da parte della Direzione”.

Con atto pervenuto all’Ufficio di Sorveglianza di L’Aquila il 26 gennaio 2018 un detenuto ristretto nella locale Casa Circondariale in regime di 41 bis O.P., ha formulato reclamo ai sensi dell’Art. 35 bis O.P. al Magistrato di Sorveglianza di L’Aquila avverso il rigetto da parte dell’Amministrazione Penitenziaria della sua istanza di acquisto di riviste per soli adulti. Rilevava il detenuto come l’Art. 18 comma 6 O.P., autorizza i detenuti e gli internati a tenere presso di sé i quotidiani, i periodici e i libri in libera vendita all’esterno, motivo per cui del tutto illegittimo appare il rigetto non motivato dalla Direzione.

Instaurato il contraddittorio, la Direzione della Casa Circondariale di L’Aquila, ha fatto pervenire una memoria con cui ha rappresentato come l’istanza del detenuto non è stata autorizzata in quanto la nuova Circolare Dipartimentale non prevede l’acquisto di tali tipologie di riviste, l’Art. 7 della Circolare del 2 ottobre 2017 stabilisce che è consentito acquistare i generi in vendita nella dispensa del sopravvitto indicati nel mod. 72, predisposto in modo uniforme in ciascun Istituto Penitenziario, elenco modificabile solo previa comunicazione alla Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento, elenco che non prevede la possibilità di acquisto di riviste per adulti nè singolarmente nè tramite servizio di abbonamento da sottoscrivere per il tramite della Direzione o dell’impresa di mantenimento.

Ebbene, con Ordinanza n. 1291/2018 del 05/09/2018, depositata il 12/10/2018, irrevocabile, il Magistrato di Sorveglianza di L’Aquila, ha ritenuto che “il reclamo deve essere accolto”. La Corte di Cassazione con sentenza n. 45410/2011, nell’affrontare proprio la questione attinente a riviste per soli adulti, ha ritenuto che l’Amministrazione Penitenziaria non è tenuta ad acquistare riviste e periodici quando gli stessi non siano inclusi nell’elenco di quelli acquistabili tramite impresa e ha disposto che i detenuti possano acquistare riviste per adulti tramite abbonamento, facendosele spedire dalla casa editrice, ovvero possano farsele spedire per posta dai familiari o da altri soggetti che possono acquistarle per loro all’esterno.

“E’ vero come rilevato dalla Direzione che il mod. 72 contiene un elenco di giornali e riviste tra cui non vi sono comprese le riviste chieste dal detenuto per cui l’acquisto delle stesse non può avvenire tramite impresa di mantenimento con l’inserimento in mod. 72 non trattandosi di oggetto di indispensabile utilizzo, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità nella pronuncia sopra richiamata, ma è anche vero che l’Art. 19 della Circolare DAP del 2 ottobre 2017 prevede che il detenuto/internato possa acquistare o sottoscrivere abbonamenti ai quotidiani a più ampia diffusione nazionale, per il tramite della Direzione. Il detenuto non ha richiesto l’inserimento delle riviste per soli adulti nel mod. 72 ma la possibilità di acquisto tramite abbonamento, che potrà avvenire tramite la Direzione al pari di quello per i quotidiani a più ampia diffusione nazionale, molti anche inseriti nel mod. 72. Il pericolo di inserimenti pubblicitari che possano celare messaggi in codice potrà essere scongiurato con sottoposizione a visto di controllo della stampa.”

Con l’Ordinanza in questione, il Magistrato di Sorveglianza di L’Aquila, ha ribadito che la Direzione della Casa Circondariale di L’Aquila, non può vietare ai detenuti, nemmeno a quelli sottoposti al regime detentivo speciale 41 bis O.P., di acquistare – tramite abbonamento da parte della Direzione – “riviste per soli adulti”, poiché eventuali limitazioni nell’acquisto e nella ricezione della stampa possono essere disposte, esclusivamente, nei casi tassativi stabiliti dal legislatore e cioè quelli previsti dall’Art. 18 ter O.P. per “esigenze attinenti le indagini o investigative o di prevenzione dei reati, ovvero per ragioni di sicurezza o di ordine dell’Istituto”; esigenze e ragioni che non ricorrevano nel caso in questione, precisando che il pericolo che, tramite gli inserimenti pubblicitari, possano essere veicolati messaggi in codice ai detenuti, potrà sempre essere evitato grazie alla sottoposizione a “visto di controllo”, peraltro già imposto a tutti i detenuti sottoposti al regime speciale 41 bis O.P..

Caso Battisti: manca il “dolo intenzionale”, archiviazione per Salvini e Bonafede. Resta indagato Basentini


Secondo quanto trapelato, il Tribunale dei Ministri di Roma, nei giorni scorsi, in accoglimento della richiesta avanzata dalla locale Procura della Repubblica, avrebbe disposto l’archiviazione del Procedimento Penale originato da una mia denuncia, nei confronti dei Ministri dell’Interno e della Giustizia Sen. Matteo Salvini ed On. Alfonso Bonafede, per mancanza del “dolo intenzionale”, una forma di dolo più intensa rispetto a quella generica, richiesta affinché si perfezioni il reato di abuso d’ufficio ex Art. 323 del Codice Penale, per quanto concerne il video effettuato durante la traduzione del detenuto Cesare Battisti, l’ex terrorista dei pac arrestato in Bolivia nel gennaio scorso.

In effetti, il reato di abuso d’ufficio, punisce il Pubblico Ufficiale che, nello svolgimento delle proprie funzioni, intenzionalmente procura a sé stesso o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale o reca ad altri un danno ingiusto in violazione di leggi o di regolamenti. Nel caso in specie, non è bastato che i due Ministri del Governo Conte, Salvini e Bonafede, con la loro condotta, abbiano violato leggi e regolamenti perché per procedere contro di loro il legislatore prevede – espressamente – che lo facciano “intenzionalmente”. E non vi sono elementi – sia secondo la Procura della Repubblica che il Tribunale dei Ministri – che possano dimostrare l’intenzione certa di cagionare un danno ingiusto al detenuto Battisti, al di là della condotta illecita posta in essere.

Presso la Procura della Repubblica di Roma, allo stato, pende un’altro fascicolo per il reato di omissione d’atti d’ufficio ex Art. 328 del Codice Penale, nei confronti del Dott. Francesco Basentini, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia (anche lui era stato denunciato per abuso d’ufficio in concorso con i Ministri Salvini e Bonafede e con i Sottosegretari di Stato alla Giustizia Vittorio Ferraresi e Jacopo Morrone).

Basentini, quale Capo dell’Amministrazione Penitenziaria e Superiore del Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria che ha eseguito la traduzione del detenuto Battisti, avrebbe dovuto adottare tutte le opportune cautele per proteggere lo stesso dalla curiosità del pubblico e da ogni altra specie di pubblicità al fine di ridurne i disagi, come previsto dalla Legge Penitenziaria e dalle altre disposizioni legislative e regolamentari vigenti in materia ed in particolare dall’Art. 42 bis c. 1 e 4 dell’Ordinamento Penitenziario e dall’Art. 114 c. 6 bis del Codice di Procedura Penale.

Inoltre, dal punto di vista pratico – operativo, l’Amministrazione Penitenziaria, durante le traduzioni ha l’obbligo di proteggere i soggetti detenuti, arrestati o comunque in condizioni di restrizione della libertà personale, “al fine di tutelare più efficacemente l’inviolabile diritto di ciascun individuo al rispetto della propria dignità e della propria riservatezza come disposto dalla Circolare n. 558 del 08/04/1993 del Ministro di Grazia e Giustizia On. Giovanni Conso, a seguito delle modifiche all’Ordinamento Penitenziario introdotte dal Parlamento con l’Art. 2 della Legge n. 492 del 12/12/1992.

Secondo la Circolare del Ministro di Grazia e Giustizia (successivamente trasmessa a tutto il personale dell’Amministrazione Penitenziaria con nota Prot. n. 116242/3-891 del 07/05/1993 a firma del Vice Direttore Generale del Dipartimento per “pronta, doverosa e scrupolosa applicazione”) “.. E’ indubbio, peraltro, che la nuova normativa, proprio per la ratio che la ispira, impone a chi esegue la traduzione di operare in modo che l’attività di accompagnamento coattivo non sia, nè appaia degradante o lesiva della dignità della persona umana. Occorre evitare che si debba assistere alla divulgazione, soprattutto attraverso il mezzo televisivo, di scene raffiguranti imputati o “indagati” in manette letteralmente aggrediti da fotografi ed operatori televisivi in occasione delle loro traduzione negli Istituti Penitenziari o nelle aule di giustizia. Al riguardo, va richiamata l’attenzione degli organi responsabili della vigilanza e della custodia delle persone fermate, arrestate o comunque detenute affinché nel corso delle traduzioni provvedano alla scrupolosa osservanza delle previsioni del quarto comma dell’Art. 42 bis L. 354/1975, adottando, anche per non incorrere in condotte costituenti illecito disciplinare, ogni opportuna cautela finalizzata a proteggere i soggetti tradotti dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità, evitando ad essi inutili disagi. La necessità di evitare alle persone da tradurre inutili disagi si collega al principio generale, costituzionalmente garantito, secondo il quale non è consentito il ricorso a mezzi di coercizione non giustificati o non necessari nei confronti di persone sottoposte a restrizione della libertà.”

Inoltre, più recentemente, per quanto riguarda il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, la Circolare n. 3643/6093 del Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria relativa a “Modello Operativo – Traduzioni e Piantonamenti” diffusa con nota Prot. n. GDAP-0094125-2013 del 14/03/2013, ha ribadito nuovamente che “Nel corso delle traduzioni devono essere adottate tutte le opportune cautele per proteggere i detenuti o gli internati dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità al fine di ridurne i disagi, secondo l’esempio che dette il glorioso Patrono del Corpo, S. Basilide.”

Quanto al reato di omissione d’atti d’ufficio, a differenza dell’abuso d’ufficio, non occorre il “dolo intenzionale” ma esclusivamente il “dolo generico” cioè la semplice coscienza e volontà di rifiutare l’atto non ritardabile che il Pubblico Ufficiale sapeva di dover compiere.

Vedremo, più in là, come si determinerà la Procura della Repubblica di Roma in ordine a tale ulteriore accusa nei confronti del Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria o di altro personale ritenuto responsabile che sarà identificato nel corso delle attività investigative.