Roma: due anni e mezzo chiuso a Regina Coeli da innocente… ora comincio a vivere


regina-coeli-carcere“Hai voglia a dire che sei innocente… lo dicono tutti, mi urlavano in carcere”. José Alberto Cadena Ruiz lo ha ripetuto per due anni, sei mesi e diciotto giorni di non aver strangolato e ucciso la sua cara amica Graciela, fino a quando la Corte d’Assise di Roma, gli ha restituito la libertà con una sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste.

Oggi José, 52 anni, due figli grandi, un nipotino che non ha visto e una famiglia che lo ha aspettato senza mai dubitare della sua innocenza, deve pensare a ricostruirsi una vita, tanto nessuno potrà restituirgli il tempo chiuso nella cella dell’ottava sezione di Regina Coeli. “In carcere sono sopravvissuto vivendo la vita degli altri: mio nipote che nasceva, mia figlia che trovava una piccola occupazione, mia madre di ottanta anni che esce dall’ospedale, gli amici che fanno la colletta per trovare gli avvocati.

E ogni volta mi ripetevo che dovevo aspettare, che qualcuno avrebbe capito che ero vittima di un errore giudiziario, che bastava leggere le perizie. Invece niente, ogni volta che passavano i giorni rinchiuso trattenevo il fiato e tornavo in cella. Non parlavo con nessuno per settimane”.

Graciela Carbo Flores, 29 anni, viene rinvenuta morta in uno scantinato alla Cecchignola il primo dicembre 2008. La ragazza era stata dimessa dall’ospedale pochi giorni prima: è gravemente malata da tempo. Secondo i primi rilievi della Scientifica non ci sono dubbi, la donna è deceduta per cause naturali.

Ma, quando viene richiesto un riscontro diagnostico, la storia prende un percorso inatteso: per il consulente dell’accusa la morte è avvenuta per strangolamento. È l’inizio di un incubo per José, in Italia da oltre dieci anni, diviso tra i lavori di badante, giardiniere, muratore, autista, non ha mai avuto problemi con la giustizia. Pur sapendo di essere l’unico sospettato rientra a Roma, dall’Ecuador, è certo di chiarire ogni cosa: lui il giorno della morte dell’amica era dall’altra parte di Roma, a Labaro.

Il 10 ottobre 2010 José viene arrestato per omicidio pluriaggravato: resterà a Regina Coeli per due anni e mezzo, per pericolo di fuga, (nonostante sia tornato spontaneamente dal suo Paese per due volte). Viene rinviato a giudizio, il processo davanti alla Corte d’Assise inizia dopo circa un anno. “Pensavo di non farcela, ripetevo come un dannato che qualcuno mi avrebbe creduto, mi avrebbe ascoltato.

Due anni e mezzo sono un tempo infinito. Un giorno uguale all’altro, tutti i giorni: ho preso la terza media, pregavo e lavoravo. E non riesci a pensare ad altro se sei innocente: diventa la tua ossessione”. Innocenza che è emersa chiara a dibattimento, tanto che la stessa procura ha deciso di non appellare la sentenza. Determinante nel processo il contributo dei medici legali Paolo Arbarello e Luigi Cipolloni.

Il 3 giugno la decisione dei giudici è diventata definitiva, poiché passata in giudicato. José è uscito da Regina Coeli il 20 marzo 2013, una busta della spazzatura in mano con dentro una maglione, un pantalone e una medaglietta: “Quando mi hanno arrestato stavo per andare a richiedere la carta di soggiorno. Ora devo ricominciare daccapo, tutta la mia vita”.

Beatrice Picchi

Il Messaggero, 14 luglio 2014

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