La quotidiana strage nelle galere italiane ….. e gli italiani in Carcere all’estero


Ascoli 3A. L., italiana, 42 anni, in carcere dal 2011 per una serie di reati comuni ed aveva problemi di dipendenza dalle droghe, negli ultimi tempi, dicono, aveva manifestato un forte disagio tanto da essere, proprio per questo, sottoposta in carcere alle misure previste in questi casi.

L’altro giorno ha deciso di farla finita, si è lasciata andare, non voleva più vivere; e dire che fra qualche mese, il 1 dicembre, sarebbe uscita di galera. Quattro mesi di attesa insopportabili, in quella cella del carcere di Civitavecchia, più insopportabili della morte. Oppure è stato proprio il pensiero che sarebbe dovuta uscire, e che avrebbe dovuto riprendere la vita che l’aveva portata in carcere; e ha così preferito “chiudere”…vai a sapere.

Angiolo Marroni, garante dei detenuti della regione Lazio, commenta: “Una persona che, a poche settimane dal fine pena, decide di negarsi in maniera tanto drammatica ogni speranza per il futuro dovrebbe farci riflettere sulla reale capacità della pena di tutelare i detenuti e di garantirne il pieno recupero”. Ancora un episodio che dovrebbe far riflettere sull’utilità della detenzione per i tossicodipendenti e, più in generale, per tutti coloro che sono affetti da malattie. “Il carcere è un ambiente duro che piega la resistenza dei più forti, figurarsi di quanti vivono una situazione di disagio psicologico”, dice Marroni: “Credo che il carcere non sia la risposta migliore ai problemi delle persone malate e che non basti diminuire le presenze per avere condizioni più umane di detenzione. La differenza sta nella funzione trattamentale e nell’individuare la soluzione più efficace a garantire i diritti dei reclusi, garantendo la continuità di trattamento anche quando finisce la detenzione. Per questi casi, la soluzione migliore può essere il ricorso a misure alternative alla detenzione come il ricovero nelle comunità terapeutiche, che sicuramente hanno maggiori professionalità per accogliere queste persone”.

La “notizia” del suicidio è stata data dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. Il segretario Donato Capece, nel darla, ne ha fornito un’altra non meno inquietante: “È purtroppo il quarto caso in pochi anni che si verifica nella sezione femminile del carcere. Un Reparto il cui Ispettore coordinatore (un uomo) è spesso impiegato in altri servizi d’istituto. Questo episodio deve far capire all’Amministrazione penitenziaria l’importanza di avere un coordinatore stabile del settore detentivo femminile, magari destinando in quell’incarico un Ispettore di Polizia Penitenziaria femminile”.

Che al ministero della Giustizia non si batta ciglio di fronte a situazioni di questo tipo, è inquietante. Ma non solo. Si viene a sapere che “negli ultimi vent’anni anni, dal 1992 al 2012, abbiamo salvato la vita ad oltre 17.000 detenuti che hanno tentato il suicidio ed ai quasi 119mila che hanno posto in essere atti di autolesionismo, molti deturpandosi anche violentemente il proprio corpo. Numeri su numeri che raccontano un’emergenza ancora sottovalutata, anche dall’Amministrazione penitenziaria che pensa alla vigilanza dinamica come unica soluzione all’invivibilità della vita nelle celle senza però far lavorare i detenuti o impiegarli in attività socialmente utili”.

Si può ripetere? 17mila tentativi di suicidio sventati in vent’anni, quasi mille l’anno. 119mila atti di autolesionismo…

La lettera che segue la scrive Carmelo Musumeci, detenuto nel carcere di Padova, uno di quelli del “fine pena mai”. Da sola si commenta: “L’Italia è veramente uno strano paese dove la matematica non è una scienze esatta. E nelle galere italiane si usa la matematica fai da te. A secondo del governo di destra, di centro o di sinistra, e il ministro della giustizia che lo rappresenta, i posti letti in carcere aumentano e diminuiscono come per magia. Fino a poco tempo fa i posti letto erano 38.000 (Fonte: Associazione Antigone, confermati dall’allora Ministra della Giustizia, Annamaria Cancellieri). Dopo qualche mese i posti letto erano diventati 43.000 (Fonte dall’inchiesta di “Reporter” per Rai 3). E con meraviglia l’altro giorno ho letto che i numeri dei posti letto erano di nuovo cambiati: “(…) I dati, aggiornati al 31 luglio, del Ministro della Giustizia indicano nei 204 penitenziari 54.414 detenuti a fronte di 49.402 posti”(Fonte: Il Gazzettino, domenica 3 agosto 2014).

Penso che neppure Gesù riuscirebbe a moltiplicare i posti letto come fanno i funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario. Credo che gli italiani siano famosi nel mondo per la loro creatività ma penso che negli ultimi tempi la maggioranza dei posti letto in carcere si siano moltiplicati facendo diventare doppie le celle singole e quintuple quelle triple. Bugie e semplificazioni sul carcere se ne sentono tante e ancora l’altro giorno ho letto “Detenuto suicida con la bombola a gas Il sindacato degli agenti di Polizia ha chiesto che siano vietate”.

Come se uno non si potesse suicidare impiccandosi con le lenzuola, o con le maniche di una camicia. E come proporre di non costruire più automobili perché nelle strade italiane ci sono troppi decessi per incidenti di macchine. Se si levassero i fornellini a gas nelle prigioni come farebbero i detenuti a mangiare? Non lo sa il sindacato degli agenti della Polizia penitenziaria che il cibo che passa l’Amministrazione dell’istituto non basterebbe neppure per i topi che vivono in carcere?

Quante cose inesatte si dicono e si leggono sul carcere, ma è normale perché parlano tutti fuorché i carcerati. Sempre l’altro giorno sull’ultimo suicidio che è accaduto nel carcere di Padova, ho letto che il segretario generale del sindacato autonomo di Polizia penitenziaria denuncia carenze negli organici: “Come può un solo agente controllare 80 o 100 detenuti?”. A parte che sono i detenuti che controllano la Polizia penitenziaria – perché non potrebbe essere altrimenti – come farebbe un solo agente da solo a controllare ottanta o cento detenuti senza l’aiuto e il consenso degli stessi prigionieri?

Se le carceri non scoppiano, e i detenuti preferiscono ammazzarsi piuttosto che spaccare tutto come facevano nel passato, è merito della crescita interiore dei detenuti, o forse della loro rassegnazione, o, quasi certamente, della quantità di psicofarmaci e tranquillanti che vengono erogati. E trovo di pessimo gusto approfittare dei morti ammazzati di carcere per chiedere miglioramenti sindacali di organico e finanziari.

Noi non abbiamo bisogno di agenti penitenziari piuttosto abbiamo necessità di educatori, psicologi, magistrati di sorveglianza e di pene alternative. Ricordo a proposito che per i detenuti che scontano l’intera pena la recidiva sale al 70%, invece per chi sconta pene alternative al carcere la recidiva non supera il 12%. Solo così aumenterebbero realmente i posti letto e diminuirebbero i detenuti nelle carceri italiane, non certo con la matematica fai da te”.

Si può chiudere con un libro. Un libro che fa male leggere, ti sprofonda in realtà di cui poco si parla e di conosce. Si ignorano, infatti (o si preferisce ignorare), la condizione cui sono costretti a vivere i circa tremila italiani attualmente detenuti all’estero, talvolta in spregio al diritto internazionale e nell’inadempienza dei nostri consolati.

Pochi, probabilmente sanno che “l’American Dream” per un italiano si può trasformare in un incubo vissuto per anni dietro le sbarre, con il rischio di finire su una sedia elettrica o ucciso da un’iniezione; o che dietro il miraggio delle spiagge di Santo Domingo può nascondersi un “imprevisto” fatale. Oppure che il fascino di Paesi come India e Thailandia può celare aspetti oscuri e brutali.

“Le voci del silenzio. Storie di italiani detenuti all’estero” di Fabio Polese e Federico Cenci (Eclettica Edizioni, prefazione di Roberta Bruzzone), racconta le condizioni che affliggono circa 3mila italiani nel mondo, per lo più sconosciuti.

“Ci siamo accorti”, spiegano Polese e Cenci, “che ad alcune disavventure giudiziarie, in cui erano incappati nostri connazionali all’estero, non veniva dedicato nessun spazio rilevante, né da parte dei media, né da parte delle nostre istituzioni. E così abbiamo provato a colmare noi questo vuoto, iniziandoci ad occupare del tema, cercando storie e testimonianze” Ed ecco, pagina dopo pagina, sfilare sotto i nostri occhi i casi e le vicende di Carlo Parlanti, Enrico Forti, Derek Rocco Barnabei, Mariano Pasqualin, Fernando Nardini, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni con interviste dirette agli involontari protagonisti o ai loro familiari… Parlanti, per esempio, è rientrato in Italia dopo aver scontato quasi tutta la sua pena negli Stati Uniti; Nardini anche lui è rientrato nel nostro Paese dopo essere stato finalmente dichiarato innocente nel terzo grado di giudizio thailandese…

Un lavoro non ha la presunzione di fungere da giudice e dichiarare l’innocenza a spada tratta degli italiani detenuti all’estero, ma intende dar voce a chi non ce l’ha: “Crediamo sia un atto doveroso nei confronti di chi è rinchiuso in pochi metri quadri di cemento armato in qualche angolo sperduto del mondo. Ogni storia tra quelle che abbiamo trattato possiede aspetti toccanti.

Tuttavia la storia di Mariano Pasqualin, un giovane ragazzo di Vicenza arrestato per traffico di stupefacenti a Santo Domingo, è quella che ci è rimasta più impressa. In una galera del posto, dopo pochi giorni dal suo arresto, ha trovato la morte in circostanze molto dubbie.

Nonostante la richiesta della famiglia di far rientrare la salma in Italia per effettuare un’autopsia che ne svelasse le cause del decesso, le autorità della Repubblica Dominicana hanno, senza autorizzazione, deciso di cremare il corpo e spedire in Italia le ceneri. Sua sorella Ornella ci ha trasmesso una grande forza d’animo, ma anche il dolore lacerante che ha colpito tutta la loro famiglia”.

L’Annuario statistico 2013 pubblicato dalla Farnesina “censisce” in 3.103 gli italiani detenuti oltre confine. In particolare 2.323 italiani sono imprigionati nei Paesi dell’Unione europea, 129 nei Paesi extra-Ue, 494 nelle Americhe, 64 nella regione mediterranea e in Medio Oriente, 17 nell’Africa sub-sahariana e 76 in Asia e Oceania.

In Europa il record degli italiani detenuti se lo aggiudicano le carceri tedesche che ospitano 1.115 nostri connazionali, segue la Spagna con 524. Nel resto del mondo, il maggior numero di detenuti italiani si trova in Venezuela con 81 persone recluse nelle carceri amministrate dal governo di Caracas. “Purtroppo la nostra diplomazia”, dicono Polese e Cenci, “in tutte le parti del mondo, anche secondo le testimonianze che abbiamo raccolto per la stesura del libro, è spesso assente e in alcuni casi impreparata ad affrontare certe situazioni”.

Valter Vecellio

http://www.lindro.it, 30 agosto 2014

Giustizia un “Orlando”… poco furioso sugli errori e sugli orrori giudiziari


OrlandoLa vexata quaestio sulla giustizia, del suo senso e della sua amministrazione, è stata, senza alcun dubbio, da tempo immemore sia oggetto di una vastissima disquisizione sia un paradigma tra i più sentiti per definire la qualità della nostra stessa civiltà umana.

E quell’interrogativo che in quel breve saggio pseudo platonico Socrate rivolge ad un interlocutore anonimo domandandogli cosa sia per lui la giustizia attende, nonostante intere biblioteche siano colme e stracolme di scritti morali, filosofici e giuridici, non a caso ancora la parola decisiva o finale. Se mai ci sarà.

E proprio per ciò passando dalla teoria alla pratica, dal senso morale, filosofico e giuridico della giustizia alla sua concreta amministrazione o somministrazione, un aspetto non meno importante della stessa giustizia lo riveste un suo particolare fardello ossia “l’errore giudiziario”, che rispetto alla pretesa giustizia contiene in sé, “senza se e senza ma”, la sua chiara ed inequivocabile ingiusta essenza.

E per coloro che leggono queste preziose pagine di “Notizie Radicali” dove l’analisi circostanziata, le precise denunce di innumerevoli casi di malagiustizia sono di casa, avranno di sicuro già intuito la possibile domanda cui in primis è lecito non solo chiedere ma aspettarsi una risposta dal ministro Orlando.

Anche perché sempre da queste “Notizie Radicali” si apprende che il filo rosso che sviscera la drammatica realtà della somministrazione della giustizia alla fine conduce a delineare che l’effetto della “malagiustizia” risiede in una semplice duplice e contestuale causa: da un lato in una sua cattiva amministrazione, ossia organizzazione e dall’altro ad una de-responsabilità dei magistrati, che non ha nulla a che vedere, va detto e sottolineato, con l’indipendenza e l’autonomia costituzionalmente riconosciuta, che si traduce nella maggior parte in “errori” tanto evitabili ed inescusabili da indurre, immagino obtorto collo, il direttore Vecellio ogni qual volta si parli di quest’ultimi ad associare, in un connubio inscindibile, la stessa parola “errori” ad “orrori giudiziari”.

Ed il punto dirimente a cui si richiede attenzione ed una possibile risposta del medesimo Ministro, proprio nel momento in cui si appresta a presentare il suo progetto di riforma, alla fine è proprio qui: quell’errare humanun est del magistrato che differisce da tutti gli altri per l’assenza dalla connessa responsabilità che si stabilisce per tutti gli altri.

Perché come è pacifico e notorio per noi comuni cittadini senza toga vale una semplice regola che nessuno disconosce. E cioè che l’errare essendo una facoltà esclusiva degli uomini (perché “solo gli uomini errano”) e segno di libertà di scelta, così come tutte le altre libertà civili e democratiche che la nostra civiltà umana e giuridica conosce, l’unica e necessaria condizione conseguente è collegarla ad una concreta e personale responsabilità. Diretta responsabilità, del resto, ben nota agli stessi magistrati, che nell’esercizio della loro funzione applicano e sanzionano quotidianamente nei nostri confronti.

Ed il punto ineludibile, volente o nolente, è in ciò: statuire una congrua responsabilità diretta “all’errare humanum est” del magistrato. Responsabilità che inconfondibilmente non ha nulla a che spartire con la citata legittima autonomia e indipendenza, già doverosamente riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico. Perché delle due l’una, pensando ad Orlando ma anche all’Anm al Csm o ad una certa concezione della giustizia: o il magistrato non è un uomo e non erra oppure gli “errori/orrori giudiziari” che la realtà ci appalesa sono frutto di un’immaginaria fantasia.

Carlo Peis

Notizie Radicali, 29 agosto 2014

L’abuso della carcerazione preventiva è uno degli scandali del sistema penale italiano


carceri-640Un limite al ricorso alla custodia cautelare in carcere è entrato definitivamente in vigore la settimana scorsa, così come le disposizioni del decreto legge sulle carceri. Modificando il codice di procedura penale, il legislatore ha vietato al giudice di utilizzare l’arresto preventivo se dovesse ritenere che, all’esito del giudizio, non possa irrogare una pena che superi i tre anni di detenzione, salvo il caso di reati di particolare allarme sociale.

La discrezionalità del giudice era già stata limitata nel 1995, quando le misure cautelari del carcere e degli arresti domiciliari erano stata proibite nel caso in cui il condannato avesse potuto usufruire della sospensione condizionale della pena. È una buona notizia. Ma solo in parte.

L’abuso della carcerazione preventiva è notoriamente una delle pietre dello scandalo del sistema penale italiano: al 31 luglio 2014, su 54.414 detenuti, 8.665 sono in attesa di primo giudizio (fonte ministero della Giustizia). In percentuale, il 16 per cento della popolazione carceraria è lì non perché giudicato – nemmeno provvisoriamente – colpevole di un reato, ma semplicemente in quanto sospettato di reità, benché la Costituzione riconosca il generale principio di non colpevolezza sino a condanna definitiva.

Proprio in virtù di tale principio, il codice penale prevede la possibilità di ricorrere alla custodia cautelare in carcere come estrema ratio, anche rispetto alle altre misure cautelari, e in ipotesi-limite e tassativamente indicate. Di quella tassatività, tuttavia, il giudici fanno carta straccia, interpretando in maniera lasca e disinvolta le ipotesi previste dal codice. Le modifiche al codice penale, se pure serviranno a limitare il ricorso alla carcerazione preventiva, raggiungono quell’effetto non per osservanza della ratio originale della legge. Questa, infatti, prevede che la custodia cautelare sia utilizzata in casi limite come pericolo di fuga o reiterazione del reato o inquinamento delle prove.

Le nuove disposizioni, invece, hanno previsto un divieto di ricorso in ipotesi che non hanno nulla a che vedere con i motivi per cui il giudice possa utilizzarla, ma semplicemente ne legano le mani in caso di reati puniti con pene carcerarie di minore entità. Il fatto è che per ricondurre alle intenzioni iniziali la carcerazione preventiva c’è solo un modo: responsabilizzare, anche e soprattutto attraverso la riforma del Csm, la magistratura. Solo il magistrato, caso per caso, può conoscere in concreto la predisposizione del soggetto a ripetere il reato, il pericolo che esso fugga o la possibilità che inquini le prove.

Se si è abusato della carcerazione preventiva non è perché essa potesse applicarsi anche per reati minori, quanto perché il giudice, in ogni caso, non è chiamato a rispondere dell’uso che di essa ne fa, al punto da potervi ricorrere per fini diversi da quelli originari e legati chissà a una sorta anticipazione della pena o a un modo di facilitare le indagini, anche facendo pressione sull’indagato.

Solo la piena responsabilizzazione, in primo luogo disciplinare, dell’attività del giudice potrà costituire quell’unico, vero vincolo al corretto uso dei suoi poteri di cui l’intero sistema giudiziario ha un forte bisogno.

Giorgio Alfieri

L’Opinione, 29 agosto 2014

Giustizia: una riforma che viola la Costituzione, ma qualcuno proverà a fermarla ?


giustizia2Fissare la scadenza della prescrizione alla conclusione del processo di primo grado viola due articoli della Costituzione: il 27 e il 111. Qualcuno raccoglierà firme per impedirlo?

Le indiscrezioni dicono che oggi il ministro Orlando presenterà al Consiglio dei ministri una proposta di riforma della giustizia mutilata dai veti dell’Anm (Associazione nazionale magistrati) e che di conseguenza non riforma quasi nulla: perché l’Anm è assolutamente contraria a qualunque tipo di provvedimento che non accresca ulteriormente il potere della magistratura.

È probabile che questa riforma – gentile, impalpabile – troverà robuste opposizioni in Parlamento, proprio per la sua inconsistenza, per il suo carattere di “finzione”, e non sarà approvata. Noi (noi del Garantista) avremo la soddisfazione, magra, di avere predetto il fallimento della riforma.

Il Paese pagherà lo scotto per la vigliaccheria di un ceto politico di governo impreparato e un po’ servile, che in fondo preferisce sopravvivere, seppure agli ordini della magistratura, piuttosto che dover navigare in mare aperto e affrontare i marosi dell’indipendenza. La mancata riforma della giustizia costringerà l’Italia in una condizione che ormai sta diventando di regime: dove il potere politico non è più autonomo, non è più legittimato dal voto popolare, ma è espropriato da una casta, e cioè i magistrati – per essere precisi e giusti: una parte dei magistrati – in grado di influenzare la formazione delle leggi, la gestione dell’economia, la selezione delle classi dirigenti, e naturalmente di poter esercitare la giurisdizione senza nessun controllo e limite.

Quali erano i limiti dentro i quali doveva mantenersi l’ordine giudiziario e quali nuovi limiti la riforma avrebbe potuto introdurre? Il limite, per la verità, era praticamente uno solo: la prescrizione. Che risponde alle indicazioni della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo) e anche della nostra Costituzione (articolo 111) e garantisce la cosiddetta “ragionevole durata del processo”. Tutti gli altri limiti, che esistono in molti altri paesi, o non ci sono mai stati o sono saltati. Non c’è la responsabilità civile dei giudice, non c’è la limitazione agli arresti preventivi, non c’è nessun argine alle intercettazioni (che in un solo giorno in Italia, sono quante ne fanno in un anno intero negli Stati Uniti d’America), né tantomeno alla loro indiscriminata e intimidatoria pubblicazione, non c’è la parità tra accusa e difesa (anche questa prevista dall’articolo 111 della Costituzione, ma inutilmente), non c’è la terzietà del giudice (cioè la separazione delle camere), eccetera eccetera.

Questa assenza di argini ha permesso e permette molti soprusi, che non sono quelli – pur reali – esercitati nei confronti di Berlusconi (che uno, al limite, potrebbe anche fregarsene…) ma sono migliaia e migliaia che si abbattono sulle spalle piccole di tanti poveri cristi. La riforma avrebbe dovuto ripristinare quei limiti o fissarne dì nuovi. Invece sorvola sulla possibilità di porre rimedio a questi guai. E per di più, a quanto dicono le indiscrezioni, attenua e quasi cancella l’unica limitazione esistente, e cioè la prescrizione. Quindi non sarà una riforma che alza l’asticella delle garanzie per l’imputato, ma invece l’abbassa. Non aumenta il grado delle libertà: si innalza il livello dell’autoritarismo, spingendo il nostro paese piuttosto che verso la modernità, verso qualcosa che un pochino assomiglia allo Stato di polizia.

La possibilità che si fissi la scadenza della prescrizione alla conclusione del processo di primo grado, per altro, rende del tutto incostituzionale questa legge. Proviamo a spiegarci bene. Cos’è la prescrizione? È una misura, prevista dal codice penale, che estingue la pena (o addirittura il reato) dopo un certo numero di anni. Gli anni necessari ad ottenere la prescrizione sono proporzionali alla gravità del reato e cioè coincidono con la pena “edittale” prevista dal codice penale, e in ogni caso sono almeno sei peri i reati più piccoli. Non c’è prescrizione per l’ergastolo, visto che l’ergastolo non è quantificabile in anni. La prescrizione interviene se, prima del tempo stabilito, non si arriva alla condanna definitiva. Nella riforma-Orlando, su richiesta dell’Anm (che di solito pubblica su Repubblica i suoi “ordini” al ministro), la prescrizione viene – diciamo così -anticipata, nel senso che scatta solo se i limiti di tempo vengono superati prima della sentenza di primo grado. Dopo la sentenza di primo grado non esiste più prescrizione e il processo d’appello, ed eventualmente di Cassazione, non ha limiti di tempo.

In questo modo si violano in modo palese, consapevole e sfacciato due articoli della Costituzione: il 27 e il 111. L’articolo 27 stabilisce che nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva. Dunque la condizione di un imputato non cambia in nessun modo con la sentenza di primo grado, mentre la riforma ne cambia radicalmente la condizione, facendogli perdere il beneficio della prescrizione. L’articolo 111 stabilisce la ragionevole durata del processo, mentre la riforma, ponendo il limite della prescrizione al processo di primo grado (è chiaro che la magistratura tenterà di affrettare i processi di primo grado e poi non avrà più fretta per l’appello) elimina ogni possibilità di ragionevole durata. È grave se la riforma della Giustizia in modo evidente e dichiarato sfida e calpesta i principi costituzionali?

Non so se è grave, certo non è inusuale. Basta dire che da più di un decennio votiamo con una legge incostituzionale e che ora si sta valutando una legge elettorale ancor più incostituzionale della precedente. La Costituzione è considerata abbastanza un optional dal potere italiano. E non vi aspettate però che gli intellettuali – e gli attori, i cantanti, i giocatori di calcio – aderiscano in massa ad una raccolta di firme – tipo quella del “Fatto” a difesa del Senato – contro la violazione della Costituzione da parte del binomio governo-magistratura.

Piero Sansonetti

Il Garantista, 29 agosto 2014

Giustizia, Camere Penali : Quella del Governo non è una vera riforma. Manca la terzietà del Giudice


Giustizia3“Quella che il governo si appresta a varare non è una vera riforma della giustizia. Perché si possa parlare di una reale riforma di struttura, mancano interventi che assicurino la terzietà del giudice, un efficace controllo sull’obbligatorietà dell’azione penale, oltre che un corretto ed equilibrato rapporto tra il giudiziario e gli altri poteri dello Stato”.

Lo ha detto il Presidente dell’Unione Camere Penali, Valerio Spigarelli, che ieri mattina ha incontrato il guardasigilli Andrea Orlando. “Non si conoscono gli articolati, ma dalle anticipazioni ricevute dal ministro emergono alcune fortissime criticità.

In particolare nonostante obiettivi aggiustamenti rispetto alle anticipazioni dei giorni scorsi – ha osservato Spigarelli – non sono assolutamente condivisibili le previsioni in tema di prescrizione, con la sospensione della stessa in caso di condanna, per due anni in appello e uno in Cassazione, senza però l’eliminazione di doppi binari, ivi incluse le ipotesi speciali per reati colposi, ovvero delle ipotesi di interruzione, o ancora senza l’introduzione di qualche forma di controllo giurisdizionale sui tempi di esercizio dell’azione, incredibilmente, visto che quasi il 70% dei casi di prescrizione si verifica negli armadi delle Procure. Manca poi una verifica delle modalità di iscrizione nel registro notizie di reato dei pm”.

Inoltre, denuncia il leader dei penalisti “viene ridotto drasticamente il diritto di difesa prevedendo la sola ipotesi della violazione di legge come titolo di ricorso per Cassazione nei casi di doppia conforme di condanna; allo stesso modo l’appello, non più a forma libera ma per ipotesi tipizzate, nasconde l’intento di falcidiare finanche il secondo grado di giudizio”.

Anche sulle intercettazioni le ipotesi allo studio non appaiono condivisibili ai penalisti. “Invece di imboccare la strada più semplice, cioè quella di sanzionare la pubblicazione in violazione di un divieto che già è previsto, quello dell’art. 114 del codice di procedura penale, si vuole estendere l’area della segretezza, con l’effetto non secondario di complicare, se non vanificare, il diritto di difesa”. Insomma, l’impressione dei penalisti è “che si voglia accorciare i processi buttando via il bambino delle fasi dibattimentali e tenendosi l’acqua sporca dei lunghissimi tempi morti che si consumano nel chiuso, e nel buio più completo, degli uffici di Procura”.

Un giudizio netto, che non parte da una opposizione preconcetta, però. “Non possiamo non riconoscere – ha spiegato Spigarelli – come alcune delle proposte delle Camere Penali siano oggi sul tavolo del Governo; mi riferisco in primo luogo alla responsabilità civile dei magistrati, mantenuta dal Ministro a dispetto del cannoneggiamento iper-corporativo dell’Anm e dei suoi house organ, ma anche all’abbandono di ipotesi di allungamento generalizzato della prescrizione ordinaria, che si voleva portare sic et simpliciter ad 8 anni, in contrasto con l’auspicata brevità dei processi”.

Ma soprattutto “viene finalmente avanzata l’ipotesi di modifica dell’articolo 103 del codice di procedura, con il divieto trascrivere le intercettazioni ‘occasionali’ tra difensore ed indagato” che “rappresenta sicuramente la presa d’atto di un gravissimo problema, quello della sistematica violazione della segretezza delle conversazioni tra gli avvocati e i loro assistiti, che le camere penali stanno denunciando in questi anni anche a suon di astensioni”.

“Per tutte queste ragioni è forte l’allarme dei penalisti – ha concluso Spigarelli. Ci riserviamo ovviamente di analizzare nel dettaglio i testi definitivi che verranno varati dal governo, e che ancora non sono noti, confidando che nel Consiglio dei Ministri di venerdì ma anche da parte delle opposizioni, maggiormente sensibili a questi argomenti, le nostre osservazioni siano raccolte e sostenute . I penalisti, dal canto loro, sono mobilitati da tempo e pronti a battersi per assicurare ai cittadini una giustizia più giusta ed efficace”.

Aversa, l’ex internato in Opg “ci ho passato 2 anni infernali, mi ha salvato il giardinaggio”


ERGASTOLO BIANCO, viaggio in un O.P.G. italianoGaetano, ex rinchiuso ad Aversa: “Ai più “inguacchiati” fanno le punture”. “Il giorno in cui ci sono entrato ero spaventato, non sapevo che cosa aspettarmi. Ero passato davanti al manicomio tante volte, quando ancora lavoravo per un’impresa di pulizie della zona. Ma non avrei mai immaginato che tra i pazzi ci sarei finito anche io”.

Gaetano P. parla in modo concitato, ansioso di raccontare la propria storia. È la storia di una vita vissuta in modo “normale” fino ai quarant’anni, nonostante quel disturbo bipolare che gli era stato diagnosticato, fatta di un lavoro più o meno costante, una moglie e due figli piccoli. Poi con la fine di un amore è precipitato tutto: la malattia di Gaetano si è aggravata, lui ha smesso di seguire regolarmente la terapia e spesso nei momenti più bui i servizi non erano lì ad ascoltarlo.

Ed è così che dai litigi in famiglia culminati in piccoli reati e denunce si è ritrovato sulla soglia dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa. “Era l’inferno dantesco. Gente che urlava, piangeva.. Lì sapete cosa ci facevano a quelli più “inguacchiati” – chiede, usando un termine napoletano per indicare così gli internati più agitati. Se non stavano bene gli infermieri prendevano una siringa, facevano loro una puntura e poi li ributtavano dentro.

Altro che “casa di cura e custodia”, come la chiamano”. I due anni e quattro mesi che Gaetano ha passato all’Opg di Aversa, dal febbraio 2010 al giugno 2012, sono pochi rispetto ai decenni che alcuni suoi compagni di cella hanno dovuto scontare per crimini ancora minori di quelli commessi da lui. Per anni infatti la norma è stata che sentenze di un paio d’anni si tramutassero in quegli “ergastoli bianchi” che, per chi soffre di un disturbo mentale ed è stato prosciolto – ovvero dichiarato incapace di intendere e di volere al momento del reato e di conseguenza non destinato al carcere – non possono che rendere ancora più pesante il fardello della malattia.

“Io facevo teatro e giardinaggio e queste attività mi hanno salvato, erano gli unici momenti in cui riuscivo a pensare ad altro e a svuotare la mente. Se non sai prendere le misure e capire come fare per sopravvivere, in Opg rischi di restarci per sempre”, racconta. E aggiunge: “Io andavo sempre in tribunale quando il magistrato di sorveglianza mi chiamava per il riesame del mio caso, ma tanta gente lo saltava senza saperlo, prendendo proroghe di anno in anno”.

Pur essendo uscito da Aversa, anche per Gaetano la libertà è ancora lontana. “Abbiamo cominciato a progettare il suo ritorno a casa, ma è necessario attivare una rete di servizi sul territorio che sia pronta ad accoglierlo al suo rientro”, spiega Valentina De Filpo, psicologa della comunità alloggio “Si può fare”, una struttura protetta situata in provincia di Salerno dove ora Gaetano risiede, insieme a una decina di altri ex-internati seguiti con la collaborazione della Asl di Salerno. “Questi sono pazienti che possono riacquistare le loro capacità di funzionamento ma avranno bisogno di sostegno e dei servizi locali. Bisogna far sì che abbiano dei punti di riferimento saldi, come un lavoro e un rapporto con i centri di igiene mentale, oltre che ristabilire i legami con le famiglie”. E aggiunge: “Finché questo non succederà gli Opg non chiuderanno mai veramente”.

Caterina Clerici

La Stampa, 25 agosto 2014

Ospedali Psichiatrici Giudiziari, la chiusura che non arriva mai. A Barcellona Pozzo di Gotto un recluso dal 1992 per aver rubato 7 mila lire in un bar


OPGDovevano sparire nel 2013,ma l’ennesimo rinvio li tiene aperti fino al 2015. In Italia non c’è nulla di più duraturo dell’interim”, sosteneva il senatore a vita Giulio Andreotti. A dargli tragicamente ragione sulla reiterazione italiana del provvisorio è la proroga continua nella chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg).

Dovevano scomparire nel 2013, poi da un rinvio all’altro, il termine è slittato al 2015. E così, malgrado un’inchiesta parlamentare-choc e i fulmini scagliati dal Quirinale sugli ultimi sei manicomi criminali, per gli “ergastolani bianchi” le porte dell’internamento restano sbarrate. Non sono ancora pronte le strutture “sostitutive” per i 1.051 “ospiti”.

Quand’era al Senato, da presidente della commissione d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale, l’attuale sindaco di Roma, Ignazio Marino ha visto l’inferno dietro quelle sbarre. La mappa dell’orrore include Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino, Aversa, Secondigliano. Un’inchiesta che prima dell’orrore degli Opg ha portato alla luce anche scandali come quello di alcune cliniche psichiatriche in Abruzzo dove i degenti venivano lasciati a vivere in condizioni disumane: nei giorni scorsi il gip di Chieti, Antonella Redaelli, ne ha rinviato a giudizio i responsabili.

Ogni ispezione per Marino è stata una ferita. “Nel caso dell’inchiesta a Chieti, ricordo la prima volta che ho messo piede in una di quelle strutture: le suole delle scarpe si appiccicavano al pavimento coperto di urina – racconta. Quando si parla di Opg, invece, dobbiamo tener presente che la legge Basaglia ha eliminato i manicomi nel 1978.

Ma le regioni non sono ancora in grado di far funzionare delle strutture sanitarie degne di questo nome che sostituiscano i manicomi criminali”. E ciò malgrado le regioni abbiano a disposizione, grazie a una legge approvata nel 2012, un fondo da 180milioni di euro per le opere strutturali e 55milioni all’anno per la spesa corrente. Per questo rimangono in funzione strutture fatiscenti che, come Barcellona Pozzo di Gotto, dipendono dal ministero di Giustizia, e nelle quali sono recluse persone incapaci di intendere e di volere che hanno compiuto reati per cui non vengono mandati in carcere, bensì in centri che dovrebbero essere riabilitativi ma in realtà sono veri e propri lager fetidi e degradati.

Gli internati non ricevono cure adeguate e non hanno accesso a un ambiente ospedaliero: non guariscono e si trasformano lentamente in prigionieri a vita. “Nel reparto di contenzione a Barcellona Pozzo di Gotto in una stanza angusta c’erano tre letti di contenzione, di cui uno di ferro arrugginito con un buco al centro per il passaggio di feci e urine – spiega Marino. Lì ho visto un paziente legato mani e piedi con le garze, immobilizzato a letto da cinque giorni”.

Ad Aversa “gli internati tenevano dentro i bagni alla turca le bottiglie d’acqua per raffreddarle d’estate non avendo i frigoriferi”. Sempre ad Aversa materassi intrisi di feci e ambienti maleodoranti dove un ospite imprigionato in un bugigattolo senza luce domanda a Marino: “Per i cavalli c’è una legge che punisce chi li rinchiude in pochi metri, perché non c’è per gli uomini?”. Di proroga in proroga i “dimenticati dal mondo” stanno lì anche 30-35 anni, in ex caserme inaugurate negli anni Trenta dal Guardasigilli del regime, Alfredo Rocco.

Ogni sei mesi con il “copia e incolla” nei loro documenti vengono confermate le ragioni giuridiche per trattenerli negli ospedali psichiatrici giudiziari. “Ho letto centinaia di motivazioni, sono tutte uguali”, assicura Marino.

E così a Barcellona Pozzo di Gotto un incensurato di Catania è recluso dal 1992 per aver rubato 7mila lire in un bar: “Attraverso la giacca ho fatto il gesto della rapina, come se avessi in mano la pistola, i miei amici li hanno lasciati uscire con la condizionale, a me hanno dato l’infermità mentale e sono qui da 22 anni”.

Un “autentico orrore indegno di un paese appena civile”: così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, definiva queste strutture nel discorso di fine anno del 2012.Lo scorso aprile, il capo dello Stato ha espresso nuovamente “rammarico” per aver dovuto firmare il decreto che prevede lo slittamento della chiusura dei sei Opg attivi a livello nazionale dal 2014, come previsto dalla legge, al 2015.Eanche due sentenze della Consulta hanno stabilito che è “necessario” superare gli Opg. Per sempre.

Giacomo Galeazzi

La Stampa, 25 agosto 2014