Carceri e Giustizia. I Radicali denunciano l’Italia alla Corte dei Conti per Danno Erariale


radioradicale (1)Conferenza Stampa dei Radicali Italiani per illustrare il dossier inviato al Consiglio d’Europa a Strasburgo e l’esposto alla Procura della Corte dei Conti per il danno erariale per il mancato rispetto dell’articolo 3 (degrado delle condizioni di detenzione ed applicazione di condizione assimilabili alla tortura) e dell’articolo 6 (irragionevole durata dei processi) previsti dalla Convenzione Europea per i Diritti dell’ Uomo.

Con Marco Pannella (presidente del Senato del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito), Rita Bernardini (segretaria di Radicali Italiani) e Deborah Cianfanelli (avvocato, membro della direzione di Radicali Italiani).

Padova, 05 Luglio 2014

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Decreto detenuti. Intervista alla Presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti (Pd)


On. Donatella Ferranti PdLa Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati On. Donatella Ferranti (Pd) illustra le misure contenute nel decreto-detenuti, tra cui un sistema risarcitorio in favore di quei detenuti sottoposti a trattamenti in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, nel rispetto della sentenza-pilota della Corte europea sul sovraffollamento carcerario in Italia.

Intervista di Federico Punzi – Radio Radicale

http://www.radioradicale.it/scheda/415737/decreto-detenuti-intervista-alla-presidente-della-commissione-giustizia-della-camera-donatella-ferranti-pd

Spacciava droga in Carcere a Brindisi. Condannato Agente di Polizia Penitenziaria


Carcere di BrindisiAgevolato dalla divisa che indossava, riusciva ad introdurre nel carcere di Brindisi dosi di hashish e cocaina, che poi spacciava ai detenuti che ne facevano richiesta. Un corriere della droga insospettabile, il 48enne brindisino Salvatore Papadonno, Assistente Capo di Polizia Penitenziaria, che finì in carcere grazie proprio alla “soffiata” di un detenuto e che, recentemente, ha chiuso i conti con la giustizia che rappresentava, patteggiando la pena a due anni e mezzo di reclusione (pena sospesa) e al pagamento di una multa di 10 mila euro.

La sentenza di condanna è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Paola Liaci, che ha accolto la richiesta avanzata dal difensore del basco azzurro “infedele”, l’avvocato Vito Epifani.

L’agente-pusher, secondo le indagini svolte dai carabinieri della Compagnia di Brindisi, si procacciava la droga da smerciare nel penitenziario di via Appia, dove lo stesso lavorava, dai due brindisini Vito Braccio ed Aldo Cigliola, di 33 e 42 anni, che lo rifornivano di “fumo” e “bianca” nonostante entrambi si trovassero ristretti ai domiciliari.

Tutti e tre i brindisini finirono in manette all’alba dell’11 marzo scorso, quando i militari eseguirono le tre ordinanze di custodia cautelare in carcere (Braccio e Cigliola erano già detenuti per vicende precedenti), emesse dal gip Maurizio Saso, su richiesta del sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza.

Papadonno svolgeva il ruolo di “fattorino” della droga, in barba all’uniforme che indossava. In violazione dei doveri inerenti alla sua pubblica funzione, infatti, il 48enne era accusato di avere acquistato, trattenuto, trasportato all’interno dell’istituto carcerario e, infine, ceduto a diversi detenuti dosi di sostanze stupefacenti. Un'”attività” parallela ed antitetica, che il carceriere avrebbe svolto almeno fino all’agosto del 2013.

La droga che il basco azzurro spacciava nel carcere brindisino, come emerso dalle indagini dei carabinieri (che piazzarono cimici anche nell’auto del 48enne), nella maggior parte dei casi gli era fornita dai suoi spacciatori di fiducia, ossia Braccio e Cigliola. Il primo, difeso dall’avvocato Cinzia Cavallo, ha proposto una pena a due anni di reclusione ed attende la decisione del giudice; Cigliola, invece, difeso dall’avvocato Laura Beltrami, dovrà comparire davanti al gip Liaci il prossimo 23 ottobre.

A mettere in allarme tanto i carabinieri quanto i vertici della Polizia Penitenziaria del carcere di Brindisi – come detto – fu un “rigurgito di giustizia” da parte di un detenuto: una fonte interna che, con dovizia di particolari, rivelò alla direzione del penitenziario nomi, cognomi, fatti e circostanze in relazione al viavai di droga, maturato all’interno delle mura carcerarie, grazie alla collaborazione dell’agente “infedele”. Confidenze che le indagini tecniche dei carabinieri, fondate anche su intercettazioni ambientali e telefoniche, avvalorarono nel corso dei mesi.

Accogliendo la richiesta di patteggiamento, il gip Liaci ha concesso al Papadonno le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle aggravanti contestategli, in virtù dell’atteggiamento collaborativo assunto dal 48enne sin dal giorno del suo arresto. L’agente penitenziario, durante l’interrogatorio di garanzia, confessò in lacrime. Papadonno, che fino al 2 aprile scorso fu recluso nel carcere di Lecce, salvo poi ottenere gli arresti domiciliari, è stato condannato anche al pagamento delle spese di mantenimento in carcere, essendo la pena superiore ai due anni.

Droghe: pena rivista anche per chi ha patteggiato, dopo bocciatura della Fini-Giovanardi


marijuanaAnche chi ha patteggiato per reati di droga ha diritto a una revisione della sua pena, per effetto della parziale abolizione della legge Fini-Giovanardi dopo la dichiarazione di illegittimità da parte della Corte costituzionale che ha condotto a una rivisitazione della disciplina. La Cassazione, con la sentenza 28198 depositata ieri, afferma l’applicabilità del trattamento più favorevole al reo, anche quando la pena è stata concordata dalle parti.

Una sanzione meno severa che è il risultato della rinnovata distinzione tra droghe pesanti e leggere, tornata in auge con le tabelle della Iervolino Vassalli (Dpr 309/90).

A beneficiare del principio affermato dai giudici della quarta sezione penale il ricorrente, condannato a un anno e quattro mesi di reclusione, oltre 34.500 euro di multa per aver coltivato e detenuto marijuana. La Suprema corte annulla dunque la precedente sentenza, senza rinvio con contestuale trasmissione degli atti al Tribunale di Napoli Nord, perché la cancellazione della norma incide sulla pena concordata e determina la “caducazione del patto”.

La Corte di cassazione si esprime così su un ricorso che, in punta di diritto, sarebbe stato inammissibile perché sollevava un difetto di motivazione infondato. La Suprema corte ricorda però che, come stabilito da una precedente sentenza della Sezioni unite (23428/2005), esiste una chance di arrivare a un giudizio di cognizione anche per le impugnazioni inammissibili, ed è rappresentata proprio dall’abolitio crimins o dalla declaratoria di incostituzionalità della norma incriminatrice. Come avvenuto nel caso esaminato.

Patrizia Maciocchi

Il Sole 24 Ore, 2 luglio 2014

Carceri, “lavoro forzato” per 25 mila detenuti, l’Italia rischia la condanna da Strasburgo


cedu strasburgoDopo la proroga concessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo sul sovraffollamento, potrebbe finire sul banco degli imputati il lavoro in carcere: sottopagato e in netto contrasto con la giurisprudenza europea. Sarebbe una nuova e imprevedibile sentenza “Torreggiani”.

Carceri italiane e amministrazione penitenziaria di nuovo al centro di un ciclone che potrebbe avere proporzioni e ricadute pari alla storica condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Torreggiani. Se per quest’ultima l’Italia ha ottenuto una proroga di un anno per migliorare le condizioni dei vita dei detenuti in carcere, la nuova possibile condanna riguarda il lavoro tra le mura dei penitenziari: sottopagato, legato a minimi di oltre 20 anni fa e in netto contrasto con la giurisprudenza europea.

A lanciare l’allarme è Emilio Santoro, docente di Teoria e storia del diritto dell’Università di Firenze, secondo cui le violazioni riguarderebbero praticamente tutti i detenuti che lavorano in carcere: circa il 40 per cento di essi, intorno a 25 mila persone. Numeri che fanno pensare ad una nuova Torreggiani, un rischio che potrebbe incrinare la fiducia della Corte nei confronti degli sforzi compiuti dall’amministrazione penitenziaria per far fronte al sovraffollamento carcerario. Retribuzioni ferme agli anni 90.

In carcere il lavoro viene pagato meno di quanto previsto dai contratti nazionali collettivi per le stesse mansioni svolte in libertà. “La retribuzione per il lavoro carcerario deve essere circa l’85 della retribuzione prevista dai contratti collettivi – spiega Santoro a Redattore sociale -, ma lo Stato italiano continua a fare il calcolo sulla retribuzione prevista dal contratto collettivo del 1993 e non l’ha mai più aggiornata. Quindi continua a pagare le retribuzioni che dava più di vent’anni fa”. Chi se ne accorge, tra i detenuti, spesso si appella alla giustizia ordinaria e il giudice del lavoro finisce per condannare lo Stato italiano a pagare la differenza della retribuzione calcolata sulla base dei dati aggiornati.

“L’Italia è già normalmente condannata dalla giustizia ordinaria – spiega Santoro – ma i ricorsi non sono tanti, anche perché il detenuto deve mostrare le buste paga che gli ha dato l’amministrazione penitenziaria che in genere pochissimi detenuti recuperano. Il processo poi è lungo e si recuperano solo pochi spiccioli”. Sul tema è intervenuta anche la Corte di Cassazione, aggiunge Santoro, per dire che non solo è illegittimo il riferimento al ’93, ma anche la riduzione a circa l’84 per cento.

Anno 2006, cambiano le regole. Se per circa 30 anni, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha considerato la possibilità che il lavoro in detenzione potesse anche non venir pagato, negli ultimi anni qualcosa si è mosso nella direzione opposta. “Il primo cambiamento è avvenuto nel 2006 – racconta Santoro -. È entrata in vigore la nuova versione delle regole minime europee per il trattamento dei detenuti che hanno cominciato a dire che il detenuto ha diritto alla retribuzione alla pari del lavoratore libero”.

Per far sì che anche la Corte europea cambiasse la propria giurisprudenza, però, sono stati necessari ancora altri anni. Fino al 2013. “Lo scorso anno, la Corte europea ha cambiato la propria giurisprudenza su questo punto – spiega Santoro – e ha affermato che il detenuto in esecuzione di pena deve essere pagato come il lavoratore libero.

Altrimenti è lavoro forzato. Quindi, non solo può condannare uno Stato a risarcire il detenuto, ma può condannarlo anche perché viola un diritto umano del detenuto a una pena che è sanzionatoria, esattamente come nel caso della Torreggiani”.

Infine: cosa rischia l’Italia. Finché si tratta di pochi euro per altrettante poche ore di lavoro da rimborsare, allo Stato italiano è sempre convenuto far finta di nulla e risarcire solo i detenuti che se ne accorgevano e chiedevano conto. Ora la vicenda rischia di complicarsi ulteriormente e di finire sul tavolo della Corte europea che potrebbe infliggere risarcimenti ben più consistenti. “Sono stato più volte al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a dire di adeguare le retribuzioni dal 93 al 2014 – racconta Santoro, ma mi hanno sempre risposto che preferiscono pagare quando ci sono i ricorsi perché non ci sono i soldi.

Se i ricorsi iniziano ad arrivare alla Corte europea dei diritti dell’uomo, però, c’è il risarcimento per la lesione della dignità il discorso cambia completamente: per il caso Torreggiani si contano tra i 25-26 euro al giorno, da aggiungere ai 3-4 euro l’ora del risarcimento per l’adeguamento della retribuzione”. Se ad oggi le richieste di risarcimento per la mancata piena retribuzione sono state facilmente ammortizzate, le cose potrebbero complicarsi in futuro.

“I detenuti lavorano a rotazione, a volte per un mese o due mesi l’anno e con orari di 20 ore settimanali – spiega Santoro. Per questo, le richieste di risarcimento erano minime, perché le ore di lavoro erano poche. Ma quando il risarcimento non è più dovuto alla sola differenza di retribuzione, ma è dovuta al fatto che si è lesa la dignità umana torniamo ai risarcimenti calcolati con la Torreggiani dove c’è la lesione della dignità umana”.

Pochi i ricorsi, ma potrebbero aumentare. Difficile fare una stima esatta di quanti siano stati ad oggi i ricorsi al giudice del lavoro. Secondo Santoro potrebbero essere circa un centinaio, ma spesso in carcere i numeri dei ricorsi crescono col crescere del passaparola tra i detenuti. Quel che è certo è che la nuova “Torreggiani” riguarderebbe tutti i detenuti che lavorano in carcere.

Ad oggi, però, non c’è stata ancora nessuna condanna da parte della Corte europea su questo tema, aggiunge Santoro, “perché il cambiamento è stato molto recente, iniziato nella seconda metà del 2013”. Due i casi presi in considerazione dalla Corte, senza alcuna condanna.

Il primo caso riguarda la Bulgaria, dove per la Corte europea i fatti risalivano a prima del 2006 per cui ha evitato la condanna. Il secondo caso, invece, riguarda l’Austria che ha scampato la condanna per via degli sconti di pena per il lavoro fatto in carcere dai detenuti. “Due sentenze poco conosciute perché non riguardano l’Italia – spiega Santoro, ma appena la cosa di diffonderà, inizierà il tam tam tra i detenuti italiani e tutti potranno presentare facilmente il ricorso. Dopotutto, è ancora più facile che dimostrare che vivi in meno di 3 metri quadrati in cella, perché porti la retribuzione che hai avuto”. Documentata, ironia della sorte, dalla stessa amministrazione penitenziaria.

Dire, 2 luglio 2014

Cassazione : Si al colloquio senza vetro per i minori con i detenuti ristretti al 41 bis


Cella Detentiva 41 bis OPTuttavia, specifica la Cassazione nella sentenza n. 28250 del 1 luglio 2014, il colloquio deve svolgersi in assenza di altri familiari. Infatti, se, da un lato, anche in omaggio ai principi stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, le esigenze del detenuto devono essere rispettate, compresa quella di mantenere le proprie relazioni coi parenti, dall’altro lato si impone anche la salvaguardia delle esigenze di sicurezza all’interno degli istituti penitenziari, evitando forme di contatto che possano importare passaggi di oggetti o messaggi all’esterno.

La normativa sul punto (art. 41 bis, comma 2-quater, legge sull’ordinamento penitenziario), nella parte in cui regola le modalità dei colloqui con i familiari,

prevede che il detenuto sottoposto allo speciale regime di sorveglianza possa usufruire di un colloquio al mese “da svolgersi a intervalli di tempo regolari e in locali attrezzati in modo da impedire il passaggio di oggetti”. Prevede, inoltre, che i colloqui vengano sottoposti a controllo e a registrazione, previa motivata autorizzazione dell’autorità giudiziaria competente. L’amministrazione penitenziaria prevede inoltre che i parenti stretti possano, negli ultimi dieci minuti del colloquio, avere un incontro diretto col detenuto, senza la barriera del vetro divisorio, mantenendo però la precauzione della registrazione del colloquio e impedendo agli altri familiari di partecipare a questa fase finale del colloquio.

Nel caso di specie, la decisione del magistrato di sorveglianza aveva previsto la disapplicazione immediata delle circolari vigenti in materia laddove prevedeva l’allontanamento dei familiari durante il colloquio senza vetro divisorio tra detenuto e figlio (minore di dodici anni). Il magistrato sosteneva che l’esclusione fosse una misura sproporzionata.

Il Ministero della Giustizia ricorreva contro la decisione; la Cassazione ha accolto il ricorso, assumendo che non v’è alcuna violazione dei diritti del detenuto, previsti anche a livello internazionale, nel far rispettare la prescrizione poste a sicurezza degli istituti penitenziari. Per cui il colloquio senza vetro è possibile, con le limitazione già elencate, solo se non vi partecipano altri familiari.

http://www.diritto.it, 4 luglio 2014

Caso Tortora, occorre condannare pubblicamente chi ha martirizzato un innocente


Enzo Tortora, Alberto Dall'Ora e Raffaele Della ValleLa vicenda giudiziaria e infine la tragedia umana di Enzo Tortora, il famoso giornalista e presentatore televisivo, prima incarcerato e condannato innocente per traffico di droga e poi morto di cancro in conseguenza del gravissimo torto subìto, continua a rappresentare la cartina di tornasole del difficile rapporto tra la giustizia e l’opinione pubblica nel nostro Paese.

Il suo “caso”, il “caso Tortora”, continua infatti a pesare sulla coscienza dell’ordine giudiziario e sulla fiducia del popolo nei magistrati, e non si risolverà fintantoché i responsabili (tutti da molti anni ormai individuati per nome e cognome) non riceveranno una sanzione, quale che sia.

Nei giorni scorsi uno di quei magistrati, Diego Marmo, in un’intervista al quotidiano Il Garantista, ha dichiarato: “Adesso, dopo trent’anni, è arrivato il momento. Mi sono portato dentro questo tormento troppo a lungo. Chiedo scusa alla famiglia di Enzo Tortora per quello che ho fatto”. Nella requisitoria contro Tortora, lo aveva definito “cinico mercante di morte”.

La replica è arrivata da Gaia Tortora, la figlia di Enzo, oggi giornalista e caporedattore politico al Tg de La7: “È troppo tardi. Ci sono trent’anni di mezzo. Ma se avesse ammesso prima, di aver sbagliato, non avrebbe ottenuto le sue promozioni”.

Anni addietro, in occasione della teatrale ritrattazione d’uno dei calunniatori (Gianni Melluso: “Lo accusai, pur sapendolo innocente, per ottenere vantaggi da parte dei magistrati e dei carabinieri”), mi rivolsi al presidente nazionale dell’Associazione nazionale magistrati, Nino Abbate, con queste parole: “Da ben dieci anni aspettiamo la punizione (cioè aspettiamo che tirino fuori di tasca i soldi per pagare i danni) di quei pm e di quei giudici di Napoli che prima arrestarono e poi condannarono senza prove né indizi Enzo Tortora.

Soltanto sulla “parola” di quindici “pentiti”. Quello fu il protocrimine, il peccato originale di tutta la magistratura italiana (requirente e giudicante). Commesso da pochi, anzi da pochissimi, ma con conseguenze incalcolabili e micidiali per l’intero Ordine. Le dò un’idea a buon mercato: lo Stato non ha voluto punirli? Ci pensi Lei, proponendone, sia pure con un enorme ritardo, l’allontanamento dall’Associazione Magistrati.

Non perderanno alcunché: non soldi, non stipendio, non promozioni, non potere. Soltanto una cosa: la faccia”. Ovviamente, non ottenni risposta. La proposta è ancora valida. Al di là della gravità del caso, la figura di Tortora ha infatti un’altissima valenza simbolica. Chi è stato suo amico, suo stretto amico, come chi scrive queste note, sa che Enzo non si tirava mai indietro se c’era da battersi per una casa di giustizia.

Per esempio, all’epoca del suo arresto, stava per metter mano ad un’indagine giornalistica sul linciaggio morale prima, e sull’assassinio poi, del commissario Luigi Calabresi, massacrato a Milano nel 1972 da fanatici dell’ultrasinistra. La persecuzione giudiziaria di cui cadde vittima lo distolse da questa ricerca, che toccherà poi al sottoscritto, dopo la sua morte, portare a termine.

Tutto questo aiuta a capire quanto crudele sia stato, per lui, dover soccombere di fronte ad un’operazione di somma ingiustizia, somma proprio perché mascherata da giustizia e attuata da coloro che della giustizia avrebbero dovuto essere i custodi, anzi i sacerdoti: cioè i magistrati. Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983, mentre era all’apice del successo televisivo: la sua trasmissione del venerdì sera su Rai Due, Portobello, vantava 28 milioni di telespettatori, un’audience mai più raggiunta da nessuno showman nel nostro paese. Il suo arresto avvenne nel quadro del cosiddetto “maxi processo” alla camorra, un “maxi processo” nel quale furono tuttavia coinvolte soltanto alcune centinaia di figure di secondo piano, mentre i veri capi della malavita napoletana restavano al sicuro.

Occorre premettere che Tortora, genovese ma di origini napoletane, detestava fortemente la camorra e in genere la malavita, e più volte ne aveva fatto oggetto di duri attacchi televisivi. Il suo c o involgimento nella grande retata fu pertanto il risultato di un complotto nato nelle carceri ad opera di incalliti delinquenti come il pluriassassino Giovanni Pandico e il killer Pasquale Barra (aveva strangolato il boss Francis Turatello, squarciandogli poi il petto e mangiandogli il cuore), decisi a farla pagare cara a quel rappresentante del perbenismo borghese così severo nei loro confronti.

La cosa più incredibile è che le accuse lanciate contro Tortora e raccolte a verbale prima dai carabinieri e poi dalla Procura di Napoli, iniziarono nel marzo 1983, ossia tre mesi prima dell’arresto di Tortora, sicché la magistratura ebbe tutto il tempo di verificarle, smascherando e perseguendo i calunniatori. Ma nessuna indagine bancaria fu fatta sui conti di Enzo, né il suo telefono fu posto sotto controllo, né egli fu mai pedinato.

Al colonnello dei carabinieri Roberto Conforti e al procuratore di Napoli Francesco Cedrangolo bastarono quelle accuse basate sul nulla, che chiunque poteva inventare, per decidere di rovinare un galantuomo come Tortora.

Il dottor Cedrangolo ricevette, da chi scrive, un accorato rapporto che lo metteva in guardia contro il terribile errore giudiziario che si stava commettendo: un rapporto, di cui conservo copia, che gli feci pervenire attraverso sua nuora, la giornalista Francamaria Trapani, allora mia collega al settimanale Gente, di cui ero caporedattore. Anche quella mia lettera non ottenne risposta.

Dal momento dell’arresto, l’operato degli inquirenti fu mirato, anziché a cercare prove e riscontri alle accuse, a raccogliere le più inverosimili chiamate di correo, inventate da paranoici, mitomani, criminali come Gianni Melluso, calunniatori di professione e fanatici ricercatori di occasioni auto-pubblicitarie come il sedicente pittore Giuseppe Margutti.

Bastava che uno di tali individui, dall’interno di un carcere, o dall’anonimato della sua squallida vita quotidiana, si presentasse agli uomini del colonnello Conforti e ai sostituti del dottor Cedrangolo, perché le sue parole venissero prese come oro colato, pur prive del benché minimo straccio di prova, e il personaggio in questione ottenesse immediatamente un trattamento di favore.

Ormai quei Pm erano accecati dallo spasmodico sforzo di tenere in piedi la loro inchiesta, che sarebbe miseramente franata qualora si fosse scoperto il tragico errore compiuto con Tortora. Si arrivò a contestare al famoso presentatore un numero di telefono trovato sull’agendina dell’amica d’un camorrista: senonché quel numero corrispondeva a un certo Enzo Tortòna. Tortòna, e non Tortora.

E comunque, sarebbe bastato comporlo sulla tastiera telefonica, per capire che il famoso giornalista non c’entrava nulla. Ma, per non correre il rischio, quei magistrati indegni (come li definirà poi la sentenza d’appello) attesero ben otto mesi prima di decidersi a fare quella telefonata.

Uno scempio simile della giustizia e del diritto non sarebbe potuto avvenire senza la complicità di quasi tutti i giornalisti italiani, colpevolisti fin dall’inizio o per beceraggine o semplicemente perché, in un’epoca in cui c’era già l’imbecillità di sinistra di marca radical chic, Tortora, vecchio liberale, rigido conservatore di destra, stava antipatico. Tra di essi vi fu chi, alla notizia della condanna a 10 anni, brindò a champagne.

Né si può dimenticare, e qui concludo, la responsabilità morale dei liberali “ufficiali”, da Zanone (l’affossatore del Pli: sua la frase suicida “Il Pli è un partito che si colloca a sinistra della Dc”) fino a Malagodi, suoi compagni di partito (Tortora era iscritto al Pli dall’immediato dopoguerra), che non mossero un dito per difenderlo, non meno che quella, gravissima e inqualificabile, dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, ch’ebbe a dichiarare: “Tortora si è difeso male”, forse non dimentico di una trasmissione in cui Enzo, assieme a me, gli aveva rinfacciato una sua proverbiale battuta: “Le Brigate rosse sono nere”.

Miserie ch’ebbero il risultato di far risaltare il grande merito di Francesco Cossiga, il quale, salito al Quirinale nel 1985, convocò Enzo Tortora, nella sua veste di presidente del Partito radicale, indifferente alla sua condizione di detenuto agli arresti domiciliari, trattandolo con un tale calore umano e una tale simpatia da non lasciare dubbi sul messaggio che aveva inteso lanciare a tutta l’opinione pubblica.

di Luciano Garibaldi

Italia Oggi, 5 luglio 2014