I decreti sulle Carceri e lo “scandalo” dei Tribunali di Sorveglianza


Aula Udienza TribunaleSi occupano degli sconti di pena e dei permessi. Ma gli ultimi due decreti, cosiddetti svuota-carceri, vengono applicati in maniera diversa da città a città. E ora vengono assunte anche persone non preparate.

Il decreto legge Cancellieri, il primo inopinatamente denominato “svuota carceri”, ha dato il via ad una situazione di caos devastante negli uffici di Sorveglianza di tutta Italia. Nel decreto si stabiliva, tra le misure per mitigare l’insostenibile sovraffollamento carcerario, dopo le sonore bacchettate della Corte Europea, la concessione ai detenuti meritevoli per buona condotta, di uno sconto di pena ulteriore: non più 45 giorni ogni sei mesi, bensì 75. Nella prima stesura del decreto, il beneficio è esteso indiscriminatamente a tutti i detenuti. I ristretti per reati più gravi dovranno aver dimostrato una concreta volontà di recupero sociale.

In sede di conversione, però, lo spauracchio della sicurezza, sventolato ad arte da alcune forze politiche e dai compiacenti canali di informazione, prevale su ogni buon senso e si stabilisce per legge che se la detenzione inumana e degradante è patita da chi ha commesso reati di particolare allarme, è cosa buona e giusta.

Naturalmente, però, nella vigenza del decreto prima della conversione, una valanga di istanze raggiunge i singoli magistrati di Sorveglianza, Alcuni le decidono subito, tutte, a volte concedendo altre negando il beneficio. Altri aspettano lasciando spirare i sessanta giorni di vita del decreto e subentrare la disciplina penalizzante introdotta dalla legge di conversione e, pedissequamente rigettano le richieste dei detenuti per i reati successivamente esclusi (previsti dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario).

Altri ancora, pur dopo la conversione, continuano ad applicare la maggiore decurtazione di pena anche a chi espia pene per i reati non più ammessi purché abbia proposto istanza nel periodo di vigenza del decreto. Dalla valanga di istanze scaturisce una valanga dì reclami diretti stavolta al Tribunale di Sorveglianza, Il lavoro aumenta, il caos pure. Ogni collegio decidente partorisce una sua interpretazione della norma, perfino all’interno dello stesso tribunale, Tanti indirizzi giurisprudenziali quante teste. E così nessuno sa se avrà la sperata riduzione di sanzione, dipende da che giudice ti capita, dalla sua lettura della norma.

Gli uffici si ingolfano e tutte le attese e le speranze dei carcerati – richieste di permessi premio, dì permessi di necessità per far visita a un familiare morente, istanze di accesso a misure alternative, alla detenzione domiciliare, al lavoro all’esterno – rimangono sospese e dolenti per tempi via via più dilatati.

Il decreto Cancellieri non ha risolto nulla. La situazione carceraria permane drammatica. Il ministro entrante, Orlando, ha il compito di convincere l’Europa che saremo in grado di ripristinare nelle nostre prigioni la legalità attraverso una relazione programmatica che illustri soluzioni concrete e in tempi determinati. E il 30 maggio l’Europa sospende la pena nei confronti dell’Italia. Ancora un anno di tempo e la pressante richiesta di repentine misure risarcitorie in favore dei detenuti che hanno vissuto la carcerazione in spazi asfittici ed angusti, in situazioni di sostanziale brutalità assimilabili alla tortura.

È la volta del nuovo decreto “svuota carceri”, appena approvato dalla Camera e transitato al Senato. Ai detenuti che hanno subito una carcerazione in violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, spetta una riduzione pena pari a un giorno ogni dieci. Chi non è più ristretto, entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto, potrà chiedere “ben” 8 euro per ogni giorno di tortura.

Naturalmente le domande andranno vagliate dal Magistrato di Sorveglianza che dovrà valutare la sussistenza dei requisiti e, dunque, l’effettività di una detenzione subita in condizioni trattamentali disumane, in ambiti spaziali del tutto inadeguati con margini di discrezionalità e di interpretazione che il decreto ha lasciato del tutto aperti. È inevitabile che ne derivi la paralisi definitiva dei Tribunali e degli Uffici di Sorveglianza.

Le migliaia di richieste di graduale ritorno alla vita dei detenuti sono destinate ad attese impensabili. Il decreto prevede quale soluzione un male peggiore, la nomina veloce per i magistrati di Sorveglianza. Il Consiglio superiore della magistratura potrà attribuire le funzioni di magistrato di Sorveglianza, al termine del tirocinio, anche prima del conseguimento della prima valutazione dì professionalità.

La novità riguarda i 370 nuovi magistrati ordinari assegnati con il decreto ministeriale del 20 febbraio 2014 in casi di scopertura superiore al 20% dei posti di Magistrato di Sorveglianza in organico. In effetti, di magistrati di Sorveglianza meno formati e preparati si sentiva davvero il bisogno.

Avv. Maria Brucale

Il Garantista, 29 Luglio 2014

Ingroia : Revocate il 41bis a Provenzano. Non è più l’uomo che ho interrogato


Antonio IngroiaIl senso del regime di 41-bis è impedire al capimafia di dare ordini alle cosche. Per lui non serve più. È possibile in Italia affrontare il tema delicatissimo della natura, della funzione e dei limiti del regime carcerario differenziato del 41 bis fuori degli schieramenti militanti da tifoseria scalmanata sugli spalti, garantisti da una parte e anti-mafiosi dall’altra?

Possibile aprire un dibattuto serio e civile in cui ciascuno ascolti gli argomenti altrui e rispetti l’interlocutore senza insultarlo di essere, a seconda, bieco torturatore di poveri carcerati o complice dei mafiosi? Dopo tanti anni di tentativi a vuoto, nutro più di qualche scetticismo, ma ciò nonostante insisto. A volte l’ostinazione paga.

E sono così ostinato da porre una questione tanto delicata sul pivi incandescente banco di prova possibile, visto che si tratta di un caso limite, quello dì Bernardo Provenzano, oggi ricoverato in condizioni di salute assai precarie ma pur tuttavia sottoposto ancora al 41 bis. Le opposte tifoserie enfatizzano, da una parte, il suo stato di salute per qualificare il 41 bis come un accanimento carcerario gratuito equiparabile alla tortura, e dall’altra parte, il suo passato criminale, che ha seminato orribili stragi e omicidi, per osteggiare qualsiasi allentamento nel trattamento detentivo.

Del resto, è proprio nei casi limite che vengono sottoposti a verifica i principi generali dell’ordinamento. Principi fondamentali che oggi vengono in conflitto su due nodi cruciali: l’umanità della pena, che secondo costituzione non ha solo finalità retributive, e cioè punitive, ma anche rieducative per il condannato e per la comunità; e, dall’altro lato, il principio, non meno irrinunciabile, della effettività e certezza della pena, principale antidoto contro l’impunità dei colpevoli, impunità su cui ha costruito tanta fortuna, autorevolezza e potere l’organizzazione mafiosa. La soluzione del conflitto è trovare il giusto punto di equilibrio, senza sacrificare nessuno di ei due principi fondamentali ì sistema penale, ma facendo sì che ciascuno sia un limite dell’altro. Una pena umana ma effettiva e certa; una pena certa ma non disumana. Facile a dirsi. Ma vediamo i fatti.

Provenzano. Ho conosciuto Bernardo Provenzano per decenni attraverso le carte di tante inchieste: Provenzano ‘”u tratturi”, detto così per la facilità con cui spianava – uccidendoli – i propri avversari, interni ed esterni alla mafia, e perciò responsabile di decine e decine di omicidi e stragi fra i più terribili della storia di Cosa Nostra, in ultimo le stragi palermitane del 1992 (Falcone e Borsellino) e le stragi indiscriminate del continente del 1993 che uccisero tante vittime innocenti (a Roma, Firenze e Milano).

Ed ho conosciuto, sempre attraverso quelle carte, anche Provenzano “il ragioniere”, il raffinato stratega mafioso che sapeva usare la violenza ma anche le arti della diplomazia bellica e della politica. I suoi capolavori criminali in quel periodo furono la strumentalizzazione di un politico mafioso che fu sindaco e assessore a Palermo negli anni del sacco edilizio, e cioè Vito Cianci-mino, corleonese come lui; e poi – da ultimo – il traghettamento della mafia dallo stragismo all’affarismo servendosi della “trattativa Stato-mafia”. Quel Bernardo Provenzano è stato fra i criminali più sanguinari del secolo scorso. E perciò fra i più pericolosi e colpevoli. E questo resta incancellabile.

Ho poi conosciuto un altro Bernardo Provenzano. Lo andai a sentire il 31 maggio 2012, dopo un suo apparente e anomalo tentativo di suicidio, per capire come stava e cosa stava accadendo in quel carcere. Incontrai un uomo vecchio, stanco e malato, che forse avrebbe voluto raccontare qualcosa dì più, ma era frenato da qualcosa o da qualcuno. La situazione di costrizione dove si trovava, le violenze e le minacce che poteva aver subito in carcere, la difficoltà a violare la sua cultura ed il suo codice, o la preoccupazione di danneggiare ì suoi familiari, chissà.

Ad ogni modo, non ebbi la sensazione di avere di fronte il capomafia efficiente ed implacabile con le sue vittime che era stato per tutta la vita, come le carte, i processi e le sentenze me lo avevano consegnato. Avrei voluto tornare a sentirlo e approfondire quella verifica, ma non ne ebbi neppure il tempo perché qualche mese dopo lasciai la Procura di Palermo. Ora leggo che le sue condizioni da salute si sono aggravate ed è perciò ricoverato. Immagino che sia un altro Provenzano ancora, sempre più lontano dal boss che “avevo conosciuto sulle carte.

Il 41 bis, che ho conosciuto dopo l’introduzione del regime differenziato per i mafiosi nel post-stragismo del 1992, e che ho difeso per anni da critiche militanti ed infondate, era una cosa diversa da quella che vedo oggi. E credo che occorra tornare alla sua ispirazione originaria. Il 41 bis non è stato concepito come afflizione suppletiva per i detenuti ritenuti più pericolosi, ma misura mirata alla specifica finalità preventiva di impedire che i capimafia potessero comunicare con l’esterno per dare ordini, come troppe “volte è accaduto nella storia della mafia.

Vige, invece, un generale malinteso sulla reale funzione del 41 bis, malinteso incoraggiato anche dall’estensione di tale regime ad altri detenuti, ritenuti più pericolosi dei comuni, come i terroristi, che però non sono qualificati dalle caratteristiche dell’organizzazione mafiosa capace di tenere ì rapporti con i capi in carcere. Se tornassimo allora all’ispirazione origi-, nana del 41 bis, la sua funzione sarebbe più chiara e dovrebbe quindi essere applicata solo ai capimafia ancora in grado di reggere le fila dell’organizzazione anche dall’interno del carcere, così restituendo senso ed efficacia all’istituto che verrebbe limitato nella sua applicazione ad alcune decine di detenuti, perciò meglio controllati, e andrebbe revocato a chi tali caratteristiche di pericolosità attualmente non ha.

Rimesso su binari di razionalità e coerenza rispetto all’ispirazione originaria, il 41 bis potrebbe perciò venire adottato conciliando i principi di umanità e di efficacia e certezza della pena. E la magistratura sarebbe libera da pressioni e condizionamenti delle tifoserie contrapposte per poter decidere se davvero l’attualità delle condizioni di salute di Provenzano e dei suoi rapporti con il mondo di Cosa Nostra possa giustificare la permanente applicazione di un regime che non deve avere alcuna funzione sanzionatoria, ma soltanto la finalità preventiva di impedire i collegamenti col mondo criminale di provenienza.

Insomma, il Provenzano che ho conosciuto attraverso le carte dei processi e delle sentenze merita, giustamente, l’ergastolo, invece al Provenzano che ho conosciuto nel 2012, e che ancor meglio potranno valutare oggi i magistrati competenti, il 41 bis a me sembra che non serva, come non serve per tanti altri detenuti per fatti non di mafia. E meglio sarebbe applicare il 41 bis solo ai capimafia in carcere ancora oggi operativi.

La mia posizione è ovviamente lontana anni luce da chi, come nel 1993 fece l’allora Ministro Conso, ritenne andasse indiscriminatamente allentato il 41 bis o da chi oggi ne predica l’abolizione. E neppure si tratta di ragioni umanitarie, ma dì applicare la legge secondo la ratio ispiratrice del regime carcerario differenziato per i mafiosi. Ma è possibile oggi aprire un serio dibattito in argomento? Ne dubito.

Perché un confronto di idee e non di scontri polemici sì potrà avviare solo quando usciremo dalla logica delle fazioni contrapposte che vedono in un’eventuale revoca individuale del 41 bis quella rinuncia definitiva allo strumento che gli uni temono e gli altri auspicano. Mentre invece la revoca del 41 bis per questo Provenzano non ne intaccherebbe la funzione, anzi la rafforzerebbe, perché il 41 bis resta indispensabile ed utile purché usato secondo la sua funzione originaria (magari riaprendo carceri “dedicati” al 41 bis come Pianosa e L’Asinara, frettolosamente chiusi) senza piegarlo a finalità improprie. E quindi dannose ed abnormi. Ma temo restino parole al vento.

Antonio Ingroia

Il Garantista, 30 luglio 2014

«Sebastiano Pelle, detenuto a Napoli, rischia la vita. Ha urgente bisogno di un intervento cardiaco»


Carcere-di-Secondigliano“Se non verrà, al più presto, sottoposto, in un centro clinico specializzato, ad un delicato intervento chirurgico finalizzato alla sostituzione della valvola aortica, Sebastiano Pelle, rischia di morire in carcere”. È quanto scrive, in un’istanza presentata al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, l’avvocato Angela Giampaolo, legale di Pelle, di 54 anni, di Careri (Reggio Calabria), attualmente ristretto nel Carcere di Napoli Secondigliano.

Sebastiano Pelle, originario di San Luca, soprannominato “Pelle-Pelle”, è stato coinvolto nell’operazione antidroga “Good Luck”, eseguita nel maggio del 2012 su direttive della Procura della Repubblica di Roma. Dopo un periodo di irreperibilità, Pelle è stato arrestato dai Carabinieri di Bianco e dallo Squadrone Cacciatori a Careri, in contrada Ancone, nei pressi di un capannone vicino alla sua abitazione, nell’agosto del 2013. Nel processo col rito abbreviato, conclusosi nel maggio scorso, Pelle è stato condannato ad 8 anni di reclusione per traffico di droga.

“Il Gip del Tribunale di Roma – aggiunge l’avvocato Giampaolo – nel maggio scorso, rispondendo ad una nostra precisa istanza, ha invitato il Dap ad attivarsi con la massima sollecitudine per reperire un’altra idonea sistemazione per Pelle, viste le gravi patologie accertate non solo dal nostro consulente ma anche dal perito nominato dal giudice. Dalle perizie effettuate è chiaramente emerso che le condizioni di Pelle sono assolutamente incompatibili con l’ordinario regime di detenzione carceraria. Insistiamo, quindi, affinché Sebastiano Pelle venga trasferito al più presto in una struttura sanitaria adeguata quale cittadino italiano e padre di sei figli e a tutela del suo diritto alla salute, costituzionalmente garantito e previsto anche dalle convenzioni internazionali”.