Intercettazioni, un abuso. Per bloccarlo serve la separazione delle carriere


giustizia1-640x436Da uno studio elaborato qualche tempo fa dall’Eurispes sui dati forniti dal ministero della Giustizia, emerge che ogni anno in Italia si eseguono circa 181 milioni di intercettazioni. Il fenomeno è in costante aumento – basti pensare che il numero delle utenze intercettate è cresciuto negli ultimi otto anni quasi del 30% – e non si riferisce unicamente alle conversazioni, ma ad “eventi” telefonici genericamente intesi ovvero chiamate in uscita, chiamate senza risposta, messaggistica e localizzazioni (tutte informazioni comunque “sensibili”).

Sempre secondo i dati forniti dall’Ufficio statistico del ministero della Giustizia, tra le diverse tipologie di intercettazione quelle telefoniche rappresentano il 90% del totale (125 mila) quelle ambientali l’8,4% (quasi 12 mila), mentre quelle informatiche e telematiche solo 11,6% (poco più di 2 mila). Tutto questo ovviamente ha un costo per i cittadini, visto e considerato che solo di intercettazioni telefoniche lo Stato spende circa 220 milioni di euro all’anno.

Di fronte a questi dati allarmanti, i vari governi che si sono succeduti nel corso di queste ultime tre legislature – attuale esecutivo compreso – hanno più volte preannunciato di voler intervenire per arginare l’uso smodato e dilatato di questo delicato strumento di indagine. Il numero esorbitante delle intercettazioni solleva infatti l’enorme problema dei processi che si fanno sui giornali, tramite la pubblicazioni di conversazioni telefoniche estrapolate dal contesto, di cui sono pubblicate solo poche righe tolte da una conversazione molto più ampia, il che spesso fa venire meno la presunzione di innocenza. Per non parlare poi dei discorsi privati o di persone estranee alle indagini che vengono indebitamente pubblicati da una stampa più attenta al gossip che ai diritti della persona. Sicuramente sul fronte degli abusi nella pubblicazione delle intercettazioni sarebbe auspicabile l’intervento del legislatore, purché sia chiaro che il problema non può essere affrontato come è stato fatto finora ossia assumendo come premessa che i giornalisti possono pubblicare tutto, sia ciò che è frutto di intercettazioni illecite, e quindi non utilizzabili nel processo, sia le notizie irrilevanti ai fini dell`inchiesta. Ma, a parte questo aspetto della indebita pubblicazione delle conversazioni telefoniche sui mezzi di comunicazione, sono davvero indispensabili nuovi interventi legislativi per rimediare agli abusi commessi dalla magistratura mediante lo strumento delle intercettazioni telefoniche?

Il dubbio non è affatto campato per aria, visto che in teoria il regime processuale vigente, regolante le intercettazioni telefoniche, già rappresenta la migliore soluzione tecnica possibile di tutti i problemi che la materia pone per sua natura (bilanciamento tra il diritto alla riservatezza ed alla privatezza e la potestà statuale di indagine; conseguenti limiti di divulgazione e pubblicazione). Il problema seminai sta nella interpretazione, letteralmente eversiva, che di quelle norme hanno dato i giudici nel corso degli anni. Lo snodo centrale è quello della motivazione dei decreti autorizzativi (e di proroga) delle intercettazioni. Sul punto la giurisprudenza soprattutto quella di legittimità – ha vanificato il senso dell’obbligo di motivazione da parte del giudice per le indagini preliminari (gip) rendendo legittime motivazioni puramente stereotipe ed apparenti.

L’esperienza dimostra infatti come i pubblici ministeri tendano ad “assecondare” le pressanti sollecitazioni che provengono dalla polizia giudiziaria e se ne facciano carico presso il gip, che a sua volta si limita spesso sostanzialmente a “vistare” la richiesta. Una prassi che è degenerata al punto di registrare con intollerabile frequenza motivazioni “per relationem di secondo grado”, che si risolvono in un “richiamo nel richiamo, ossia nel rinvio all’atto di polizia giudiziaria”.

Sarebbe insomma sufficiente che i giudici facessero un serio vaglio di controllo sulle richieste del pubblico ministero e subito la quantità delle intercettazioni disposte si avvicinerebbe alla quantità di intercettazioni effettivamente indispensabili. Ecco perché noi radicali insieme all`Unione delle Camere Penali Italiane – continuiamo a ritenere poco utile immaginare modifiche che rendano più cogente l`obbligo di motivazione dei decreti con i quali vengono disposte le captazioni telefoniche, se poi alle stesse non si accompagna il recupero di terzietà del Giudice chiamato ad autorizzare le intercettazioni richieste dal PM, recupero che può essere garantito solo attraverso le ormai improcastinabili riforme ordinamentali e costituzionali della magistratura che conducano a separare radicalmente le carriere ed i ruoli di giudici e pubblici Ministeri.

Alessandro Gerardi

Notizie Radicali, 30 Giugno 2014

 

Usarono Enzo Tortora per coprire il patto Stato-Camorra


Enzo_tortora_arrestoIl dottor Diego Marmo nella bella e importante intervista rilasciata a “Il Garantista”, sia pure trent’anni dopo, chiede scusa a Enzo Tortora; ci ricorda che la sua requisitoria si svolse sulla base dell’istruttoria dei colleghi Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, e “gli elementi raccolti sembrarono sufficienti per richiedere una condanna”; che per tutti questi anni ha convissuto con il tormento e il rammarico di aver chiesto la condanna di un uomo innocente; che fu a causa del suo temperamento focoso e appassionato che definì Tortora “cinico mercante di morte” e “uomo della notte”. Va bene, anche se si potrebbe discutere e controbattere tutto.

Per via del mio lavoro di giornalista al “TG2” mi sono occupato per anni del “caso Tortora” che era in realtà il caso di centinaia di persone arrestate (il “venerdì nero della camorra”, si diceva), per poi scoprire che erano finite in carcere per omonimia o altro tipo di “errore” facilmente rilevabile prima di commetterlo, e che si era voluto dare credito, senza cercare alcun tipo di riscontro, a personaggi come Giovanni Pandico, Pasquale Barra ‘o animale, Gianni Melluso. Ho visto decine e decine di volte le immagini di quel maxi-processo, per “montare” i miei servizi, e decine e decine di volte quella convinta requisitoria del dottor Marmo; che a un certo punto pone una retorica domanda: “…Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza?”. Cercavamo…Anche Marmo, sembrerebbe di capire, cercava. E quali gli elementi di colpevolezza che emergevano durante il paziente lavoro di ricerca delle prove di innocenza? Non basta dire che la requisitoria del dottor Marmo si è svolta sulla base dell’istruttoria deli colleghi Di Pietro e Di Persia. Non basta.

Il 18 maggio di ventisei anni fa Enzo Tortora ci lasciava, stroncato da un tumore, conseguenza – si può fondatamente ritenere – anche del lungo e ingiusto calvario patito. Chi scrive fu tra i primi a denunciare che in quell’operazione che aveva portato Enzo in carcere assieme a centinaia di altre persone, c’era molto che non andava; e fin dalle prime ore: Tortora era stato arrestato nel cuore della notte e trattenuto nel comando dei carabinieri di via Inselci a Roma, fino a tarda mattinata, fatto uscire solo quando si era ben sicuri che televisioni e giornalisti fossero accorsi per poterlo mostrare in manette. Già quel modo di fare era sufficiente per insinuare qualche dubbio, qualche perplessità. Ancora oggi non sappiamo chi diede quell’ordine che portò alla prima di una infinita serie di mascalzonate.

Manca, tuttavia, a distanza di tanti anni da quei fatti, la risposta alla quinta delle classiche domande anglosassoni che dovrebbero essere alla base di un articolo: “perché?”. Forse una possibile risposta sono riuscito a trovarla, e a suo tempo, sempre per il “TG2”, riuscii a realizzare dei servizi che non sono mai stati smentiti, e ci riportano a uno dei periodi più oscuri e melmosi dell’Italia di questi anni: il rapimento dell’assessore all’urbanistica della Regione Campania Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse di Giovanni Senzani, e la conseguente, vera, trattativa tra Stato, terroristi e camorra di Raffaele Cutolo. Venne chiesto un riscatto, svariati miliardi. Il denaro si trova, anche se durante la strada una parte viene trattenuta non si è mai ben capito da chi. Anche in situazioni come quelle c’è chi si prende la “stecca”. A quanto ammonta il riscatto? Si parla di circa cinque miliardi. Da dove viene quel denaro? Raccolto da costruttori amici. Cosa non si fa, per amicizia! Soprattutto se poi c’è un “ritorno”.

Il “ritorno” si chiama ricostruzione post-terremoto, i colossali affari che si possono fare; la commissione parlamentare guidata da Oscar Luigi Scalfaro accerta che la torta era costituita da oltre 90mila miliardi di lire. Peccato, molti che potrebbero spiegare qualcosa, non sono più in condizione di farlo: sono tutti morti ammazzati: da Vincenzo Casillo luogotenente di Cutolo, a Giovanna Matarazzo, compagna di Casillo; da Salvatore Imperatrice, che ebbe un ruolo nella trattativa, a Enrico Madonna, avvocato di Cutolo; e, tra gli altri, Antonio Ammaturo, il poliziotto che aveva ricostruito il caso Cirillo in un dossier spedito al Viminale, “mai più ritrovato”.

Questo il contesto. Ma quali sono i fili che legano Tortora, Cirillo, la camorra, la ricostruzione post-terremoto? Ripercorriamoli. Che l’arresto di Tortora costituisca per la magistratura e il giornalismo italiano una delle pagine più nere e vergognose della loro storia, è assodato. Quello è stato fatto lo si sarà fatto in buona o meno buona fede, cambia poco. Le “prove”, per esempio, erano la parola di Pandico, camorrista schizofrenico, sedicente braccio destro di Cutolo: lo ascoltano diciotto volte, solo al quinto interrogatorio si ricorda che Tortora è un cumpariello. Barra è un tipo che in carcere uccide il gangster Francis Turatello e ne mangia per sfregio l’intestino…Con le loro dichiarazioni danno il via a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti “pentiti”: curiosamente, si ricordano di Tortora solo dopo che la notizia del suo arresto è diffusa da televisioni e giornali. Questo in istruttoria non era emerso? E il sedicente numero di telefono in un’agendina, mai controllato, neppure questo? C’è un documento importante che rivela come vennero fatte le indagini, ed è nelle parole di Silvia Tortora, la figlia. Quando suo padre fu arrestato, le chiesi, oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra cosa c’era? “Nulla”. Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era uno spacciatore, un camorrista? “No, mai”. Intercettazioni telefoniche? “Nessuna”. Ispezioni patrimoniali, bancarie? “Nessuna”. Si è mai verificato a chi appartenevano i numeri di telefono trovati su agende di camorristi e si diceva fossero di suo padre? “Lo ha fatto, dopo anni, la difesa di mio padre. E’ risultato che erano di altri”. Suo padre è stato definito cinico mercante di morte. Su che prove? “Nessuna”. Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia. u che prove? “Nessuna. Chi lo ha scritto è stato poi condannato”. Qualcuno ha chiesto scusa per quello che è accaduto? “No”.

Arriviamo ora al nostro “perché?” e al “contesto”. A legare il riscatto per Cirillo raccolto i costruttori, compensati poi con gli appalti e la vicenda Tortora, non è un giornalista malato di dietrologia e con galoppante fantasia complottarda. È la denuncia, anni fa, della Direzione Antimafia di Salerno: contro Tortora erano stati utilizzati “pentiti a orologeria”; per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dal gran verminaio della ricostruzione del caso Cirillo, e la spaventosa guerra di camorra che ogni giorno registra uno, due, tre morti ammazzati tra cutoliani e anti-cutoliani. Fino a quando non si decide che bisogna reagire, fare qualcosa, occorre dare un segnale.

E’ in questo contesto che nasce “il venerdì nero della camorra”, che in realtà si rivelerà il “venerdì nero della giustizia”. Nessuno dei “pentiti” che ha accusato Tortora è stato chiamato a rispondere per calunnia. I magistrati dell’inchiesta hanno fatto carriera. Solo tre o quattro giornalisti hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate. Il dottor Marmo dice di aver agito in buona fede, non c’è motivo di dubitarne. Ma la questione va ben al di là della buona fede di un singolo. Stroncato dal tumore, Enzo ha voluto essere sepolto con una copia della “Storia della colonna infame”, di Alessandro Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”. Da quella vicenda è poi scaturito grazie all’impegno radicale, socialista e liberale, un referendum per la giustizia giusta. A stragrande maggioranza gli italiani hanno votato per la responsabilità civile del magistrato. Referendum tradito da una legge che va nella direzione opposta; e oggi il presidente del Consiglio Renzi e il ministro della Giustizia Orlando approntano una serie di norme che vanno in direzione opposta rispetto a quanto la Camera dei Deputati ha votato qualche settimana fa.

Valter Vecellio

Il Garantista, 30 Giugno 2014

Visita Ispettiva al Carcere di Teramo dell’On. Maria Amato (Pd)


On. Maria Amato PdDietro le sbarre, nel regno della promiscuità. La deputata vastese Maria Amato dopo aver visitato la struttura detentiva di Vasto – sulla cui casa lavoro ha successivamente incentrato un’interrogazione parlamentare – ha scelto il carcere di Castrogno a Teramo. Nel pieno delle sue funzioni di parlamentare, è andata lì dove altri non possono entrare ed ha deciso di raccontarlo al Centro, per testimoniare carenze strutturali e impegno e fatica del personale.

È da quando è stata eletta che la Amato ha riposto particolare attenzione al tema della detenzione e, insieme, della riabilitazione. La deputata ha nel passato rilevato come gran parte delle carceri siano ridotte, nella stragrande maggioranza dei casi, a contenitori di situazioni di disagio e talvolta di sofferenza psico-fisica.

“È facile accettare e amare chi è uguale a noi ma molto difficile accettare chi è diverso”. Ho continuato a pensare a questa frase di Luis Sepulvéda, che fa bella mostra di sé su un murales con la gabbianella e il gatto, su una parete nel Carcere di Teramo. Una immagine tenera che ho continuato a richiamare per ammorbidire la dura intensità della visita all’Istituto. Le immagini sono il mio linguaggio nel lavoro, sono le immagini quelle che mi porto: porte pesanti, corridoi ampi, sbarre, cemento, forme squadrate e lontano un sottofondo indistinto di voci. Il luogo dello Stato nell’ombra, quello che tendiamo a dimenticare come se realmente fosse un contenitore. Il cuore del carcere non è nella immagine che ho descritto, è nelle persone.

Incontro, prima del giro all’interno, il Comandante che con un linguaggio semplice e chiaro mi descrive la popolazione del carcere insistendo sulla realtà complessa, una capienza di 252 detenuti che in realtà sono 358 e di recente con punte di 443 unità. Non è, però il sovraffollamento, male comune delle carceri italiane, il problema maggiore ma la disomogeneità della popolazione per reati: alta sicurezza, circondariale ordinaria, protetti e sezione femminile. Una persona paziente, il comandante, che risponde a tutte le domande, anche ovvie, con cui interrompo ogni tanto il suo discorso. Conosce palmo a palmo la “sua” struttura, parla con rassegnazione delle carenze, l’organico di polizia penitenziaria è sotto di 54 unità e l’età media delle guardie è di 45 anni.

Non sono numeri vuoti: la carenza del personale di custodia a fronte del sovrannumero dei detenuti ha come effetti problemi di sicurezza, difficoltà di “guardare a vista” i tanti detenuti potenzialmente a rischio di autolesionismo, veri o dimostrativi che siano, difficoltà accresciute dalla frequente necessità di accompagnare i malati, tanti!, per accertamenti o eventuali ricoveri ospedalieri. L’età media elevata va di pari passo con un lavoro duro, stressante, che spesso mette il personale a confronto con devianze e fragilità per cui non è adeguatamente formato.

Si formano e acquisiscono competenza con l’esperienza sul campo: il campo è fatto di persone. Cinque piani, un montacarichi Al colloquio introduttivo partecipa il responsabile interno della unità operativa di Medicina Penitenziaria: guardia medica h 24, 12 infermieri, accedono 22 specialisti e 1 tecnico di radiologia, si preparano 600 terapie al giorno, 20% psichiatrici, 25% tossicodipendenti, una sezione femminile col nido, 7-10 disabili, e molto altro.

L’elenco non rende la difficoltà: i malati sono fragili sempre anche se colpevoli di reati, i disabili senza un ascensore non si spostano da un piano all’altro. Sì, l’ascensore! Nel carcere che si sviluppa su 5 livelli c’è un solo montacarichi che nella realtà significa che malati, biancheria, cibo, sporco, viaggiano sullo stesso percorso.

La struttura è percorso di cura, lo è per i malati, lo è per la salute mentale, lo è per il complesso percorso di recupero per il reo, a volte lungo quasi una vita intera: non ci vuole una grande sensibilità per capire quanto è difficile recuperare una corretta relazione sociale vivendo senza la garanzia del decoro. La mancanza di percorsi differenziati è il più grosso handicap strutturale, viene sottolineato dal Direttore che generosamente mi ha regalato mezza giornata delle sue ferie ed è rientrato per essere guida in questa visita.

I percorsi interni dei detenuti delle diverse categorie si incrociano obbligatoriamente sulla via dell’area medica, dell’attività sportiva, dell’orto, dei colloqui e del passeggio, con i rischi che ne possono derivare. L’ho ascoltato con attenzione, cortese, attento senza sussiego, un autocontrollo notevole descrivendo le iniziative finalizzate alla umanizzazione del carcere, richiami alle regole che assumono un tono che si appesantisce quando si toccano i tempi burocratici.

Una persona che fa un lavoro ad alto rischio che facilmente può finire sui media per un gesto di autolesionismo: recente il suicidio di una donna con disagio sociale e in attesa di giudizio, non una rarità come caratteristiche, ma evidentemente, tragicamente più fragile degli altri. In attesa di giudizio L’attesa di giudizio, il grande nodo del nostro sistema giudiziario: a Teramo 66 persone sono in attesa di primo giudizio, 33 appellanti, 10 ricorrenti.

Chiedo a bruciapelo al Direttore se lui crede nel recupero: senza remore e senza giri di parole mi dice “Non per tutti ma per molti. Devono sentire che lo Stato dentro e fuori il carcere crede al loro recupero”. Il recupero è un delicato percorso di relazione ed è la base per la reintegrazione sociale. Ed è il fuori dal carcere l’anello debole del percorso, è difficile la cultura dell’accoglienza e del ridare fiducia, difficile ma indispensabile. Mi accompagnano all’interno il Comandante e il Direttore, cambia il mio grado di attenzione, acuisco il sensorio, l’unico odore forte è nell’area sanitaria, l’odore tipico delle medicherie.

È pulito e non c’è lo sgradevole odore dell’alta densità umana che pure in altri posti mi ha colpito. Tre sezioni architettonicamente uguali, tante facce, tante storie diverse, ci sono detenuti famosi nel carcere di Teramo, facce e storie che si mischiano all’ordinario disagio, storie che hanno interessato i media, un femminicidio, una madre marginalmente coinvolta in un infanticidio, storie di singoli risucchiate nel mare magnum del disagio.

carcere_teramo_castrognoVedo le celle, 9 metri quadri, due posti letto a castello, un servizio decoroso con wc e lavabo, un piccolo televisore da muro, panni stesi, pareti con molto colore, altre desolatamente spoglie, molti rosari, molte madonne e qualche foto di famiglia. Le docce da tre, pulite ristrutturate da poco. I detenuti sulla porta delle celle o appoggiati al muro, un gruppetto gioca a carte, il disagio psichiatrico frequentemente riconoscibili nelle espressioni, negli occhi irrequieti o nella fissità dello sguardo, in piccoli gesti delle mani uguali e ripetitivi, molti salutano il direttore e il comandante semplicemente con garbo, qualcuno con maggiore deferenza.

Ci fermiamo davanti alla porta dei protetti: da una parte, il braccetto, collaboratori di giustizia ed ex forze armate, e il braccio per i sex offender. Sex offender come se il suono di una lingua diversa potesse ridurre l’effetto del suono stupro, pedofilia, femminicidio. Mi chiedono se voglio entrare, me lo chiedo anch’io. Mi sconvolge non essere capace di guardare a questo disagio con la stessa lente con cui guardo al mondo.

Dico di sì ed è stato come uscire da me, non ho saputo cercare gli occhi degli uomini, sprecando forse una occasione unica di incontro umano. Quello che colpisce è il silenzio ed il senso profondo di solitudine. Protetti perché la morale del carcere non perdona questi delitti e c’è il rischio che qualcuno decida di fare sommaria giustizia. Io che disinvoltamente, una vita fa, ho affrontato il ponte di Salle con lo bungee jamping, ho attraversato un corridoio di miseria senza correre alcun rischio e provando una punta di paura viscerale; a metà corridoio mi sono accorta di tenere le braccia strette sul petto. Ecco questa è la traduzione vera non controllabile della resistenza culturale a dare di nuovo fiducia: la mia reazione irrazionale.

Lasciandoci alle spalle i tre settori degli uomini ci siamo diretti alla sezione femminile.

Ci sono spazi esterni che il direttore sta rendendo più accoglienti per ridurre la brutalità impattante delle mura, alte e sorvegliate, sulle famiglie in visita: col prato cresce la speranza di un sistema carcerario meno brutale, in cui prevalga la valenza riabilitativa con un percorso che possa comprendere le famiglie, i figli, i bambini. I gazebo sono predisposti, due murales grandi sono completati, un ponte di pietra e due cerbiatti, uno dei detenuti ha il grande talento delle forme e dei colori, c’è uno spazio in attesa dei giochi da giardino che speriamo la generosità di associazioni e singoli voglia riempire.

Mi meraviglia la modestia del Direttore, quando rispondendo alle mie domande, senza vanto mi dice che quello che vedo è a iso-risorse, che vuol dire tempo, domande e soprattutto l’impegno a chiedere il concorso della generosità della società, risultati che qualche volta arrivano di slancio ed altri per sfinimento. Le donne sono più colorate, molte rom, capelli e gonne lunghe, parlano e sorridono più volentieri. Due bambini, uno di due e l’altro di tre anni in braccio alle madri, un mezzo sorriso: come ci si può sentire paese civile con i bambini nel carcere? Sono più ordinate le donne, ridono anche, una vuole un po’ più di tempo di sole.

Porto con me uno sguardo profondo, muto di una giovane donna, lineamenti bellissimi, lunghi capelli neri, un mezzo sorriso a rispondere al mio: è dentro per rapina. Penso come sempre cosa sarei stata senza la fortuna della mia famiglia, senza i miei insegnanti, senza il mio lavoro, senza la mia salute, sarei stata a rischio, come molti di loro. Una donna piccola, sottile con evidenti segni di abuso di stupefacenti, le cicatrici sulla braccia, è l’unica a cui interessa il mio ruolo e di che partito sono. Un mondo a sé il carcere perché noi lo abbiamo voluto così, più facile per non pensare che uno stato moderno, civile deve garantire il rispetto della dignità ovunque. Vorrebbero lavorare o imparare un lavoro. Il bisogno di lavoro rende fragile il mondo nel carcere e fuori, il lavoro un mal comune che non è mezzo gaudio.

Alla fine una lucina di soddisfazione negli occhi scappa all’autocontrollo del Direttore: mi fa vedere l’area dedicata al progetto genitorialità, uno spazio che per arredamento e struttura pare una casa, è per le donne con i figli, a basso rischio psichiatrico ed elevato senso materno: la gabianella e il gatto sono qui, le tende da doccia colorate e nei servizi compare il bidet tra i sanitari. Fasciatoi, box, seggiolini nuovi, mobili semplici, chiari per un ambiente accogliente e luminoso. Ripete “tutto a costo zero”. È tutto pronto da aprile ma in attesa di autorizzazione. È un uomo dello Stato il Direttore, rispettoso delle regole, non usa il mio tono un po’ stizzito a dire “burocrazia”, non perde mai il tono rispettoso. Mi sono impegnata, senza che me lo chiedesse a provare a far velocizzare la procedura autorizzatoria.

Fuori un orto con tante fragole, delle viti e un albero da frutta: cresce ed è anche qui, tra le mura un segno di speranza. Si vede la montagna e mi esibisco nella domanda stupida: com’è l’inverno qui? Che volevo che mi rispondessero, è freddo l’inverno, molto! Vado via, un amico mi ha aspettato tutto il tempo e con la sua carica umana e una grande capacità di ascolto mi consente attraverso il racconto di tornare a casa serena, portando con me una esperienza umana forte e le informazioni che un parlamentare deve avere visitando un carcere.

On. Maria Amato, Deputato Pd

Il Centro, 29 giugno 2014

Vigevano, Detenuto picchiato da 5 Agenti Penitenziari. Indaga la Procura della Repubblica


Casa CircondarialePrima dell’alba Massimiliano Cannata, 31 anni, e il suo compagno di cella svegliano la sezione del carcere in cui sono detenuti. Sono ubriachi, non di alcol ma di un distillato che i detenuti producono in proprio facendo macerare la frutta con lo zucchero. Urlano, picchiano calci contro la porta, svegliano tutti. Alle 8 un agente di polizia penitenziaria apre la loro cella per accompagnarli all’ufficio di sorveglianza ma Cannata, a differenza del compagno, ha una reazione: insulta la guardia penitenziaria, la strattona. Lo ammette lui stesso, più tardi davanti al giudice del Tribunale di Pavia. Ne nasce una colluttazione.

Lui rimedia un occhio nero e una distorsione rachide cervicale, l’agente una distorsione al polso (7 giorni di prognosi). Ma la vicenda non finisce qui. Il detenuto viene visitato in tre occasioni dichiarando, ogni volta, di essere caduto dal letto: la prima volta nell’infermeria del carcere, che dà atto dell’occhio nero ma non di altri lividi, la seconda volta in ospedale intorno alle 10 con un referto analogo mentre la terza volta, verso mezzogiorno, viene anche sottoposto a una tac e tenuto in osservazione. Ieri mattina, assistito dall’avvocato d’ufficio Marco Sommariva, è comparso davanti al giudice Luigi Riganti per rispondere di resistenza a pubblico ufficiale. Ma in aula ha fornito una nuova versione dei fatti: ha raccontato di essere stato picchiato, nell’ufficio di sorveglianza, da 5 agenti di custodia.

Una dichiarazione che apre nuovi scenari e soprattutto la necessità di approfondire la vicenda. Il giudice ha infatti trasmetto gli atti alla Procura che identificherà gli agenti e dovrà poi formulare un’ipotesi di reato per lesioni o, al contrario, per calunnia. Il pubblico ministero Antonella Santi ha ottenuto la convalida dell’arresto. Il processo invece è stato rinviato al 26 maggio 2015.

La Provincia Pavese, 29 giugno 2014

Il Pm del caso Tortora Marmo si scusa… 30 anni dopo (poteva soffrire in silenzio)


Enzo Tortora, Alberto Dall'Ora e Raffaele Della VallePoteva starsene zitto. Poteva portare ancora il peso del suo silenzio. Poteva vedersela con la sua coscienza, che non fa mai dichiarazioni pubbliche. Giorni fa, Diego Marmo ha chiesto scusa alla famiglia di Enzo Tortora (scuse respinte) per le vicende giudiziarie che annientarono la carriera televisiva e la vita del famoso presentatore: “Ho richiesto la condanna di un uomo dichiarato innocente con sentenza passata in giudicato.

E adesso, dopo trent’anni, è arrivato il momento. Mi sono portato dietro questo tormento troppo a lungo. Chiedo scusa alla famiglia di Tortora per quello che ho fatto. Agii in perfetta buona fede”.

Tormento? Marmo è tornato all’attenzione della cronaca le scorse settimane, quando è stato nominato assessore alla legalità del Comune di Pompei. A molti, la nomina è sembrata un insulto alla memoria di Tortora e così sono scoppiate le polemiche. Trent’anni fa Diego Marmo era il pubblico ministero che formulò pesantissime accuse contro Tortora, poi assolto con formula piena perché il presentatore di Portobello non faceva parte della camorra.

Ma di quelle accuse Tortora morì e nessun magistrato di quel processo aveva finora pubblicamente manifestato rincrescimento. Una pagina nera per la giustizia italiana e non solo: il Tg2 d’allora si distinse subito per l’accanimento con cui seguì la vicenda “dell’insospettabile di lusso”, la stampa preferì sposare, almeno all’inizio, la tesi colpevolista (con la sola eccezione di Enzo Biagi), molti mascherarono il suo arresto con una sorta di risibile rigenerazione da una tv che non piaceva. Marmo, che durante la requisitoria, nel 1985, descrisse il giornalista come “un cinico mercante di morte”, non era solo.

I magistrati inquirenti erano Lucio Di Pietro (promosso poi procuratore generale a Salerno e alla Procura nazionale antimafia) e Felice Di Persia (giunto poi al Csm). Tortora fu rinviato a giudizio da Giorgio Fontana, allora giudice istruttore, e messo alla gogna “nel nome del popolo italiano”. Le nostre ingiustizie si vendicano sempre. Non ci rendiamo conto, spesso, che nel porre rimedio alle cose finiamo col cercare un sollievo che le aggrava ancora di più.

Aldo Grasso

Corriere della Sera, 29 Giugno 2014

Parma, Pestarono detenuto. Condannati definitivamente 2 Agenti di Polizia Penitenziaria


Polizia_Penitenziaria_2Sono stati condannati a 1 anno e 2 mesi per lesioni personali e violenza privata i due Agenti di Polizia Penitenziaria Vincenzo Casamassima e Andrea Miccoli, imputati di aver picchiato all’interno del Carcere di Parma il detenuto Aldo Cagna, condannato a 30 anni di carcere per l’assassinio della studentessa Silvia Mantovani.

La Corte Suprema di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Bologna del 15 ottobre scorso: gli agenti sono stati riconosciuti colpevoli dei due reati con la concessione delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti. Per il terzo reato di cui erano accusati, ovvero maltrattamenti, invece i Giudici avevano ritenuto che non ci fossero prove sufficienti. Il pestaggio di Aldo Cagna è avvenuto in carcere nel febbraio del 2007: secondo la relazione del medico del carcere il detenuto riportava sia un arrossamento del torace che un arrossamento ad un occhio.

Cagna quando venne sentito in dibattimento dinanzi al Tribunale di Parma non riuscì a ricordare di quanti episodi di maltrattamenti era stato vittima, né chi erano tutti i responsabili. Alle domande del Giudice rispose “non ricordo, succedeva spesso, alla fine ero esasperato”. Poi di fronte alle insistenze sbotta: “Mi facevano ruzzolare giù dalle scale per portarmi in isolamento, poi mi pestavano”.

E poi, dichiarò, anche perché lo avevano preso di mira. Narra dell’episodio scatenante, nel novembre 2006, quando viene accusato da un agente di aver fatto delle scritte nella cella. Lui nega e si rifiuta di pulirle. Poi si convince che è meglio obbedire, ma quando si volta la guardia lo schiaffeggia in testa. Lui reagisce con insulti e spintoni, viene condotto in isolamento. Significa stare per qualche giorno, fino a una settimana, da soli dentro a una cella, senza ora d’aria. Cagna ci finisce 5 o 6 volte durante il suo periodo di detenzione a Parma. Ed è lì che viene a contatto con gli agenti che accuserà del pestaggio.

“Casamassima entrava nella mia cella quando ero in isolamento, si metteva un paio di guanti neri e mi diceva ‘Preparati, lo sai’ – ha dichiarato Cagna – Poi mi faceva alzare la testa e mi schiaffeggiava due o tre volte”. Un comportamento che le guardie, non solo quelle imputate, avrebbero ripetuto più volte. Così come la “doccia” con acqua sporca: Cagna racconta che gli versavano addosso l’acqua con candeggina contenuta nel secchio dopo la pulitura dei pavimenti. Lui non è certo un detenuto modello: “Rispondevo, insultavo. Loro mi provocavano. Ma ero in uno stato mentale non giusto, dovevano capirlo”.

Il primo febbraio 2007 accade il fatto che Cagna decide di denunciare, per la prima volta. Parla con l’avvocato difensore che gli prospetta una pena di 20 anni, lui si agita. Comincia a litigare con un detenuto chiuso in un’altra cella che lo prende in giro: “In vent’anni qui ne imparerai di lingue: albanese, marocchino”. La discussione viene interrotta dagli agenti penitenziari. Cagna ha riferito che Casamassima gli avrebbe detto: “Ti ricordi in isolamento che ti facevo piangere come una bambina?”. La replica “Non piangevo per te ma per quello che avevo fatto” non sarebbe andata giù alle guardie. Cagna viene fatto uscire e condotto dal “capoposto”, l’agente responsabile del turno. Ma mentre sta per scendere le scale, viene afferrato per i capelli, fatto cadere e pestato con calci e pugni. Cagna racconta che Miccoli gli avrebbe sferrato un cazzotto in un occhio. Più tardi, in cella, vomita sangue. Ma il medico non gli crede perché ha tirato lo sciacquone. Allora Cagna insiste, dà fastidio, vuole essere visitato ancora. Racconta l’accaduto al medico, che stila un referto e poi lo fa portare al pronto soccorso. E’ durante il viaggio che il capoposto Tanlerico gli avrebbe consigliato di non dire di essere stato picchiato dalle guardie ma da altri detenuti, per evitare problemi in futuro. Cagna ha ribadito che non c’è stata nessuna minaccia, si sarebbe solo trattato di un invito a riflettere. Che alla guardia 56enne, però, è costato un’accusa di favoreggiamento.

Tornato in carcere, Aldo Cagna firma un verbale in cui compaiono entrambe le versioni: quella riferita al medico del carcere, che accusa gli agenti, e quella che tira in ballo ignoti detenuti, rilasciata al pronto soccorso. Ma soprattutto, sottoscrive di non voler sporgere denuncia per quanto accaduto. “Poi però non ne potevo più, ero esasperato da questi episodi. Ci ho ripensato e ho sporto una regolare denuncia”.

Perché in Italia la tortura non è reato ? Furio Colombo : Hanno ragione i Radicali


Furio ColomboCaro Colombo, leggo un po’ dappertutto che in Italia non esiste il reato di tortura perché le polizie si oppongono. Cioè Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di finanza si oppongono in tutti i modi. È vero?

Nadia

Lo leggo anch’io ogni volta che si torna a discutere del problema (che è grave e urgente) e me lo sentivo dire da colleghi deputati e senatori quando ero in Parlamento. Spiegavano, sussurravano o tuonavano (secondo l’inclinazione politica, ma anche con diverse intonazioni dentro lo stesso partito) che mai e poi mai si sarebbe potuta fare una legge contro la tortura perché le Forze dell’ordine non volevano una simile legge. Non ci credevo allora e non ci credo adesso. Solo i Radicali appoggiavano l’urgenza della legge e il doppio argomento che condivido. Una legge sulla tortura difende i cittadini e difende la polizia.

Adesso mi sembra chiaro, addirittura evidente che poche persone nelle varie polizie hanno trovato agganci alla Camera e al Senato, diffondendo la leggenda secondo cui una simile legge avrebbe a) offeso la Polizia, b) favorito il moltiplicarsi di denunce false come espediente di difesa, c) avrebbe limitato la capacità di azioni adeguate ed efficaci degli agenti in casi di grave necessità. Cerco di spiegare perché non può essere vero, e perché è il rifiuto della legge, e non la legge, che offende la Polizia, come se la polizia volesse la libertà di abbandonarsi alla violenza. È un pensiero insultante e la prova è semplice.

I casi dolorosi e barbari in cui si può legittimamente parlare di tortura (da Cucchi ad Aldrovandi, da Uva a Magherini) ci sono purtroppo. Ma sono più rari delle prodezze di bravi cittadini che all’improvviso diventano pirati della strada, falciano sulle strisce mamme e bambini, e si allontanano senza prestare soccorso e senza autodenunciarsi. Ma quando i casi di maltrattamenti violenti e mortali ci sono, e la storia raggiunge un giudice, la materia (dai maltrattamenti alla morte) rimane difficile da giudicare perché manca la definizione giuridica di quegli atti e lascia tutto in bilico tra voluto, possibile e accidentale.

La pragmaticità americana ha trovato una definizione semplice e precisa: maltrattamento insolito e crudele. Chi si oppone? Evidentemente i pochi e i violenti che hanno compiuto o potrebbero compiere simili atti. Chi non ha niente da obiettare alla legge sulla tortura che c’è in ogni Paese civile? Tutti gli altri, i moltissimi che, anche in situazioni difficili e pericolose, non hanno mai violato leggi, dettami e buon senso umanitario in migliaia di interventi, di azioni, di impegni, di contenimento del disordine violento.

Sono tanti coloro che non sono mai stati accusati o anche solo indicati dai cittadini come colpevoli di abusi e violenze, e pochi (ma liberi di essere recidivi) coloro che hanno commesso atti che i cittadini non possono dimenticare. Una legge sulla tortura protegge da un lato i cittadini dalle iniziative per cui è prevista una condanna.

Ma, dall’altro, protegge i carabinieri e agenti delle diverse polizie che in quella legge trovano definizione e garanzia del loro comportamento e nella condanna di quella legge non incapperanno mai. Infatti anche adesso non si abbandonano e non si sono mai abbandonati al comportamento crudele e incivile. Hanno ragione i Radicali. Per il solo fatto di esistere, quella legge sarà la difesa più forte del prestigio e della reputazione delle polizie democratiche.

Furio Colombo

Il Fatto Quotidiano, 29 Giugno 2014