Iannucci (Medico Penitenziario) : Addio Margara, il carcere non ti dimenticherà mai


Casa Circondariale 2Il Presidente Alessandro Margara ha lasciato questa vita terrena. Poche ore prima della sua morte dicevo l’altro ieri a un amico che ad Alessandro Margara, nonostante il legame di amicizia che c’era fra di noi, non ero mai riuscito a dare del tu. Ci davamo del tu con Nora Beretta, la moglie di Margara che se ne è andata pochi anni or sono: per la malattia e la morte di Nora il Presidente Margara aveva enormemente sofferto e forse quella perdita, nella mente e nel corpo, non l’aveva sopportata.

Non riuscivo a dare del tu ad Alessandro Margara, nonostante i suoi inviti, non solo perché per me egli è sempre rimasto, in modo forte e precipuo, “Il Presidente”. L’ho conosciuto, fino dal 1981, come Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze. Poi, per i suoi indubbi meriti, fu chiamato a rivestire il ruolo prestigioso di Direttore Generale delle carceri italiane. Allorché qualcuno, con suo e nostro grande stupore e disappunto, decise di rimuoverlo da quel posto, con il profondo spirito di servizio che lo contraddistingueva Alessandro Margara decise di tornare al “suo” Tribunale di Sorveglianza, a quei compiti nei quali era e, almeno per lungo tempo rimarrà, insuperabile.

Mi chiesi subito, anni addietro, perché non riuscissi a dare del tu all’amico Margara. La risposta è sempre stata la stessa: non era il suo ruolo di Presidente ad impedirmelo, non quello di Direttore Generale, ma era piuttosto la sua funzione di Maîtrise. Già: Alessandro Margara, per me come per molti altri, è stato un Maestro. Lo ha fatto sottovoce, con quel pudore naturale e cristiano che gli impediva di comparire da protagonista sulla scena, con quella competenza smisurata che nasceva dalla diuturna e appassionata pratica “clinica”.

Non amava mostrarsi Alessandro Margara. Eppure è stato uno dei principali artefici di quelle illuminate riforme che, nell’arco di un trentennio, hanno radicalmente mutato in meglio il panorama della detenzione in Italia. A partire dalla Legge Gozzini, che ha restituito alle persone detenute una parte fondamentale della responsabilità del trattamento “rieducativo”. Ma ad Alessandro Margara non piaceva che le riforme avessero il suo eponimo. Così non volle che si chiamasse “Progetto Margara” quel progetto di legge (che poi, presentato in Parlamento nel 1997, si è detto “delle Regioni”) per la riforma delle norme relative ai folli autori di reato. Un Progetto che, travasato ampiamente nelle recenti norme per il “superamento degli OPG”, ne ha costituito la traccia. Non ha nemmeno voluto mettere il suo eponimo sul DL 230/1999, quell’insieme fondamentale di norme attraverso il quale le funzioni sanitarie, all’interno di queste carceri stracolme di malattie, sono state assunte dai Sistemi Sanitari Regionali, allo stesso modo di ciò che accade all’esterno. Tantomeno ha voluto usare il suo nome per il DPR 230/2000, quel Regolamento di Esecuzione dell’Ordinamento Penitenziario che diede un ulteriore respiro alle operazioni riabilitative nelle carceri. Potremmo citare mille altre iniziative di Alessandro Margara in favore della civilizzazione del trattamento penitenziario. A partire dalla collaborazione strettissima con Giovanni Michelucci per la promozione di una architettura penitenziaria a misura d’uomo. Continuando con l’impegno indefesso per garantire ai detenuti adeguate relazioni affettive. Non tutte le possiamo citare le iniziative di Margara.

Ma oggi mi preme rammentare il Maestro e l’uomo Margara per altre caratteristiche. La prima era la sua capacità di ascolto. Alessandro Margara aveva ferme idee (pochi anni addietro, quando lo rimproverammo benevolmente per i suoi “pregiudizi”, con l’abituale ironia ribatté: “Non credo di avere grandi vizi, ma almeno qualche pregiudizio lasciatemelo!”), ma non mi è mai capitato di non vederlo ascoltare con attenzione qualcuno che esprimeva idee diverse. Estremamente competente nel suo settore, rispettava le altrui competenze, specie quando, da buon Magistrato, se ne valeva per confortare i suoi giudizi. Uomo di grande ironia, da buon cristiano non l’ho mai sentito esprimere malignità su alcuna persona, nemmeno sui nemici. Piccole note a margine, relative all’operato di qualcuno, stigmatizzavano l’inopportunità di quell’operato assai meglio di una critica aperta e feroce. L’uso delle parole, per lui che era un vero toscano, è sempre rimasto fondamentale. Poco tempo dopo la perdita dell’amata Nora, quando gli chiesi come considerasse la badante dell’est Europa che mi era parsa trattarlo con una confidenza eccessiva, Margara, sorridente e come al solito tollerante per queste cose, a bassa voce mi disse: “In effetti è un po’ disinvolta”.

Ma c’è un’ultima cosa per la quale tutti coloro che abitano il carcere sono grati ad Alessandro Margara. Questa cosa è il grandissimo rispetto che ha sempre avuto per tutti gli uomini detenuti. Il “Presidente” non si è mai negato a qualche detenuto che gli chiedeva di parlare e nemmeno ai familiari dei detenuti. Ecco perché poteva giudicare con rettitudine e giustizia: conosceva bene coloro che giudicava e lo faceva sempre spinto da una vera partecipazione umana. Amava il suo mestiere ed è a partire da questo amore che tutto il carcere piange la sua scomparsa. Perché per tutti è scomparso un Presidente e un Maestro, ma anche un Fratello.

Mario Iannucci

Psichiatra Psicoanalista, Specialista della CC di Firenze Sollicciano

già Presidente della Società Italiana di Psichiatria Penitenziaria

Ristretti Orizzonti, 2 agosto 2016

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