Paola, il Ministro della Giustizia Orlando risponde in Parlamento sulle morti in Carcere


Il Governo Gentiloni, per il tramite del Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando, nei giorni scorsi ha risposto alle Interrogazioni a risposta scritta presentate il 16 novembre 2016 dai Senatori della Repubblica Peppe De Cristofaro, Loredana De Petris, Francesco Molinari, Ivana Simeoni, Serenella Fucksia e Giuseppe Vacciano. Lo rende noto Emilio Enzo Quintieri, esponente dei Radicali Italiani, da tempo alla guida della delegazione visitante gli Istituti Penitenziari della Calabria.

Con gli atti di sindacato ispettivo n. 4-06659 e 4-06665, scrive il Ministro della Giustizia, si segnalano le vicende di Youssef Mouhcine e di Maurilio Pio Massimiliano Morabito, deceduti rispettivamente il 24 ottobre ed il 29 aprile 2016, mentre si trovavano detenuti presso la Casa Circondariale di Paola. L’argomento investe, evidentemente, su un tema di estrema delicatezza, su cui è concentrato il massimo impegno da parte del Ministero. Sugli episodi segnalati, la competente articolazione ministeriale ha avviato le opportune attività di accertamento ispettivo, parallelamente alle indagini preliminari disposte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Paola. L’attività ispettiva, secondo quanto comunicato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha consentito di ricostruire la vicenda relativa alla morte di Youssef Mouhcine nei seguenti termini.

Il detenuto, tratto in arresto il 5 marzo 2016, con ingresso presso la Casa Circondariale di Paola il successivo 29 aprile, stava scontando una pena definitiva a 10 mesi di reclusione, con fine pena fissato al 15 novembre 2016. Fin dall’accesso in istituto, il detenuto aveva manifestato problematiche relazionali, su sua richiesta era stato collocato da solo in una camera detentiva e manteneva, sia pur sporadici, contatti telefonici con il padre. Egli è stato seguito dai servizi sanitari e di supporto all’interno dell’istituto e la psicologa ha relazionato i risultati della sua osservazione nei seguenti termini: il detenuto ha riferito un passato di abusi di alcol, eroina e cocaina, in relazione ai quali era stato preso in carico dal Sert di Bassano del Grappa; ha manifestato durante la detenzione, fluttuazioni del tono dell’umore, con fasi di innalzamento dei livelli di ansia nel corso delle quali ha messo in atto gesti autolesionistici che, tuttavia, non sono mai parsi sintomatici di un reale desiderio suicidiario, ma connessi ad un transitorio discontrollo dell’impulsività; in concomitanza di tali eventi è stata intensificata l’attività di supporto e la frequenza delle visite psicologiche e psichiatriche, anche con prescrizione di terapia farmacologica; nel corso dei colloqui più recenti, l’ultimo dei quali del 20 ottobre 2016, aveva raggiunto un buon equilibrio psicoemotivo, anche in vista della prossima scarcerazione. La mattina del 24 ottobre 2016 il personale di Polizia Penitenziaria, aprendo la sua cella e facendovi ingresso, ha rinvenuto Youssef Mouhcine privo di vita, con la testa avvolta in una busta di plastica al cui interno si trovava il fornellino in uso con inserita la bomboletta del gas.  Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, all’esito degli accertamenti ispettivi, ha comunicato che non sono emerse responsabilità in capo al personale. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Paola, dal canto suo, ha comunicato di essere ancora in attesa delle risultanze della consulenza medico-legale disposta per l’accertamento di cause e mezzi del decesso nell’ambito del Procedimento Penale iscritto a carico di ignoti al n. 3385/16 R.G.N.R. Mod. 44. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha riferito che la Direzione dell’istituto penitenziario ha informato dell’evento il Consolato del Marocco, non riuscendo a contattare direttamente al numero disponibile i congiunti, i quali venivano finalmente contattati il 27 ottobre per la partecipazione della notizia. In quella sede, i familiari avrebbero rappresentato difficoltà economiche per il trasporto della salma in Marocco e prestavano assenso alla sepoltura del congiunto in Italia, con oneri sostenuti dal Comune di Paola. Ancora, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha riferito che non risulta che il detenuto sia mai stato sottoposto a maltrattamenti o a trattamenti degradanti o inumani né risulta che presso la Casa Circondariale di Paola siano utilizzate “celle lisce”.

Per quanto attiene alla vicenda relativa al decesso del detenuto Maurilio Pio Massimiliano Morabito, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha riferito che, dopo aver fatto ingresso alla Casa Circondariale di Reggio Calabria in data 1 marzo 2016, egli era stato trasferito presso la Casa Circondariale di Paola il 1 aprile, in seguito a spontanee dichiarazioni rese con le quali manifestava timori per la propria incolumità. All’ingresso presso l’istituto di Paola, il detenuto ha confermato i propri timori e, conseguentemente, è stato collocato in una cella singola, con divieto di incontro con il resto della popolazione detenuta. In data 11 aprile Morabito ha dato fuoco al materasso in dotazione, dichiarando poi al Comandante di Reparto che il suo gesto aveva rappresentato il tentativo estremo di attirare l’attenzione sui suoi timori per l’incolumità personale. Il detenuto temeva che i compagni di detenzione avessero intenzione di ucciderlo e di far apparire tale gesto come un suicidio. Dopo tale evento, la direzione della Casa Circondariale aveva avanzato richiesta al Provveditorato Regionale di trasferimento del detenuto per motivi di ordine, sicurezza ed incolumità personale. La competente articolazione ministeriale ha comunicato che Morabito era stato preso in carico dagli Operatori Penitenziari e Sanitari e che durante un colloquio condotto in data 13 aprile 2016, dallo Psichiatra e dallo Psicologo, egli ha manifestato uno stato di ansia diffusa, paura, tensione e un atteggiamento di circospezione e di sospettosità nei confronti dell’ambiente circostante, ha espresso il desiderio di essere trasferito in un istituto dotato di sezioni per appartenenti alla categoria “protetti” ed ha negato l’intenzione di compiere atti di autolesionismo. Contrariamente a ciò, in data 22 aprile 2016 è stato sventato un tentativo di suicidio ed in merito il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha riferito di aver invitato la direzione della Casa Circondariale all’applicazione delle circolari in materia di prevenzione dei suicidi, in particolare nella parte relativa alle corrette modalità di allocazione dei soggetti che manifestano situazioni di criticità o disagi psichiatrici. Riferisce ancora il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che nei giorni antecedenti alla morte il detenuto è stato oggetto di molteplici interventi sanitari quotidiani. Il 29 aprile 2016, alle ore 00,50 circa, tuttavia, il personale penitenziario, durante il giro di controllo, giunto davanti alla camera detentiva, dava l’allarme ed il medico di turno, dopo aver praticato le manovre rianimatorie, non poteva che constatare il decesso per impiccamento di Maurilio Pio Massimiliano Morabito alle ore 01,25. Sul caso dall’Amministrazione Penitenziaria non sono stati riscontrati elementi di responsabilità del personale addetto alla Casa Circondariale. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Paola, per quanto comunicato dalla competente articolazione ministeriale, ha aperto sulla vicenda il Procedimento Penale n. 1167/2016 R.G.N.R. Mod. 44 che, dopo il deposito della relazione di consulenza medico-legale ed all’esito degli accertamenti disposti, è stato oggetto di richiesta di archiviazione non avendo la Procura ravvisato responsabilità di terzi ed essendo emersa una condotta suicidiaria del detenuto. Al 22 febbraio 2017 la richiesta di archiviazione risultava pendente presso l’Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari di Paola.

Con riguardo alle condizioni di vita detentiva presso la Casa Circondariale, l’Amministrazione Penitenziaria ha comunicato che al 16 febbraio 2017 il numero dei detenuti presenti è pari a 219 a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti detentivi. Nonostante l’esubero dei presenti rispetto alla capienza regolamentare, risultano rispettati i parametri previsti dalla Cedu per garantire lo spazio vitale di ogni singolo detenuto. Presso l’istituto penitenziario la sorveglianza è garantita così come il servizio di guardia medica, presente 24 ore su 24.

L’elevato tasso di presenza di stranieri detenuti presso il Carcere di Paola (in numero di 83), in maggioranza appartenenti alla comunità islamica, l’Amministrazione Penitenziaria ha riferito che è prossima la realizzazione di un protocollo con il mondo associativo che, oltre al progetto di mediazione culturale, possa offrire ulteriori aspetti di collaborazione. A questo ultimo riguardo ed in un’ottica generale, si rileva che in data 5 novembre 2015 è stato siglato un protocollo d’intesa fra questo Ministero e l’Unione delle comunità ed organizzazione islamiche italiane (UCOII) con l’obiettivo di migliorare il modo di interpretare la fede islamica in carcere, fornendo un valido sostegno religioso e morale ai detenuti attraverso l’accesso negli istituti di persone adeguatamente preparate. Il progetto, attualmente in fase di sperimentazione presso 8 istituti penitenziari, da un lato ha l’obiettivo di agevolare l’integrazione dei detenuti di fede islamica e garantire loro l’esercizio del diritto di culto, dall’altro stabilisce una connessione tra gli operatori volontari e gli operatori penitenziari, anche nella prospettiva del contrasto alla radicalizzazione. Nel mese di settembre 2016, inoltre, è stato rivolto al presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI), alla luce della convenzione appositamente stipulata dal Ministero il 27 gennaio 2016, l’invito ad interpellare gli istituti di arabistica e di scienze islamiche delle università degli studi della Repubblica per raccogliere la disponibilità di ricercatori e dottorandi di ricerca ad operare, quali volontari, negli istituti penitenziari al fine di accrescere la comprensione e migliorare le relazioni umane con i ristretti di lingua e cultura araba.

I casi di Youssef Mouhcine e Maurilio Pio Morabito, pur con le loro specificità, rappresentano tristi manifestazioni di un fenomeno che è alla costante attenzione del Ministro e che lo vede direttamente impegnato in ogni iniziativa necessaria ed utile alla prevenzione del rischio di gesti di autolesionismo in ambiente carcerario. Finalità alla cui attuazione certamente concorre l’istituzione e la nomina, con decreti del Presidente della Repubblica 1° febbraio e 3 marzo 2016, del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Nella consapevolezza della drammaticità di ogni atto di autolesionismo, occorre osservare, sotto il profilo statistico, che a partire dal 2013 il numero di suicidi all’interno degli istituti penitenziari ha avuto un sensibile decremento. Tra il 2009 e il 2012, infatti, il numero di casi è stato sempre annualmente superiore a 55, con un picco di 63 nel 2011, mentre pari a 45 e 46 sono stati gli eventi degli anni 2007 e 2008. Grazie al miglioramento della situazione nei penitenziari, il numero si è ridotto in maniera significativa, registrando 42 casi di suicidio nel 2013, 43 nel 2014, 39 nel 2015, 39 nel 2016 e 10 sino al 28 febbraio 2017. Sul piano comparativo, poi, l’Italia, secondo le statistiche ufficiali del Consiglio d’Europa, registra uno dei tassi più bassi di casi di suicidio. Nell’ultima rilevazione del 2013, si registra un tasso di 6,5 su 10.000 casi in Italia, di 12,4 in Francia, di 7,4 in Germania, di 8,9 nel Regno Unito. I dati restano, in ogni caso, allarmanti e impongono un eccezionale sforzo dell’amministrazione penitenziaria, cui è demandata l’attuazione dei modelli di trattamento necessari alla prevenzione di ogni pericolo.

Nella delineata prospettiva e alla luce delle analisi e delle riflessioni svolte nell’ambito degli stati generali dell’esecuzione della pena, il 3 maggio 2016 il Ministro ha adottato una specifica “direttiva sulla prevenzione dei suicidi”, indirizzata al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, prescrivendo la predisposizione di un organico piano d’intervento per la prevenzione del rischio di suicidio delle persone detenute o internate, il puntuale monitoraggio delle iniziative assunte per darvi attuazione e la raccolta e la pubblicazione dei dati relativi al fenomeno. In attuazione della direttiva, il Dipartimento ha predisposto un “piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidiarie in ambito penitenziario”, cui hanno fatto seguito circolari attuative trasmesse ai provveditorati regionali. Le misure adottate dall’amministrazione penitenziaria attengono alla formazione specifica del personale, alla raccolta ed elaborazione dei dati ed all’aggiornamento progressivo dei piani di prevenzione. Sono state, inoltre, impartite istruzioni ai provveditorati regionali ed alle direzioni penitenziarie per la conclusione di intese con Regioni e servizi sanitari locali, al fine di intensificare gli interventi di diagnosi e cura, nonché l’attuazione di misure di osservazione e rilevazione del rischio. L’amministrazione ha anche operato sul piano dell’organizzazione degli spazi e della vita penitenziaria, con incentivazione di forme di controllo dinamico volte a limitare alle ore notturne la permanenza nelle celle, in modo da rendere agevole l’osservazione della persona in ambiente comune e ridurre le condizioni di isolamento. Allo stesso scopo, sono state adottate misure volte a facilitare, anche attraverso l’accesso protetto ad internet, i contatti con i familiari.

Al fine di verificare lo stato di attuazione delle misure intraprese e delle modalità di esecuzione, al livello locale prossimo agli istituti penitenziari, delle disposizioni contenute nella direttiva sulla prevenzione dei suicidi e sollecitarne, ove necessario, la completa e rapida attuazione, il 3 marzo 2017 si è svolta presso il Ministero una riunione nel corso della quale il Ministro ha incontrato, con il capo di gabinetto, tutti i referenti centrali e periferici dell’amministrazione penitenziaria. Sono state, inoltre, programmate attività di monitoraggio e verifica periodica degli interventi di prevenzione delineati, attività che saranno svolte istituto per istituto. Con la riunione si è dato l’avvio ad un tavolo in convocazione permanente che esaminerà costantemente i dati relativi allo stato di attuazione della direttiva che ogni referente è tenuto a raccogliere ed a trasmettere attraverso apposito monitoraggio. Le successive riunioni del tavolo, a partire dalla prima, si svolgono con stringente cadenza periodica. Il tema è stato, inoltre, affrontato anche nella riunione con i referenti dei tavoli tematici degli stati generali dell’esecuzione penale che, nell’ambito delle attività di monitoraggio dell’attuazione delle linee di intervento, si è tenuta il 22 marzo 2017. L’azione sin qui intrapresa risulterà ulteriormente rafforzata dalle misure contenute nella riforma dell’ordinamento penitenziario, appena approvata dal Senato, che permetterà di introdurre strumenti adeguati per garantire una funzione davvero recuperatoria e risocializzante, in chiave costituzionalmente orientata, all’esecuzione penale.

Radicali in visita al Carcere di Paola, al terzo posto in classifica tra quelli sovraffollati in Calabria


casa-circondariale-di-paola-2Sono 231 i detenuti che, attualmente, ospita la Casa Circondariale di Paola, a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti (49 in eccesso). 134 dei ristretti sono italiani (di cui 2 Alta Sicurezza in attesa di trasferimento ad altro Istituto) e 97 sono quelli di nazionalità straniera. Lo dichiara Emilio Enzo Quintieri, esponente dei Radicali Italiani, all’esito della visita effettuata la vigilia di Natale, nello stabilimento penitenziario tirrenico.

Nonostante sia una Casa Circondariale con delle Sezioni di Reclusione, la maggior parte dei detenuti ha una posizione giuridica di condannato definitivo (178 di cui 2 As). 21 sono gli imputati in attesa di primo giudizio, 16 gli appellanti e 16 i ricorrenti. A 18 dei condannati definitivi che hanno tenuto una buona condotta, il Magistrato di Sorveglianza di Cosenza Paola Lucente, ha concesso un permesso premio di trascorrere le festività all’esterno dell’Istituto Penitenziario. Circa la metà dei permessanti è costituita dai detenuti del padiglione a custodia attenuata.

La Delegazione Radicale, autorizzata da Roberto Calogero Piscitello, Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, era composta da Emilio Enzo Quintieri, Valentina Moretti, Roberto Blasi Nevone e dall’Avvocato Carmine Curatolo del Foro di Paola.

La Casa Circondariale di Paola con i suoi 49 detenuti in eccesso rispetto alla capienza regolamentare si pone al terzo posto tra gli Istituti Penitenziari sovraffollati della Calabria (7 su 12), preceduta dalle consorelle “Sergio Cosmai” di Cosenza e “Giuseppe Panzera” di Reggio Calabria. A Paola, l’indice di sovraffollamento è del 125,82 % con una grave carenza di organico di Polizia Penitenziaria e di Funzionari Giuridico Pedagogici. Infatti, pur essendo presenti 103 unità di Polizia Penitenziaria a fronte di una pianta organica che ne prevede 113, mancano 2 Commissari, 7 Ispettori ed 11 Sovrintendenti. Sono il ruolo degli Agenti/Assistenti è al completo perché, rispetto ad un’organico di 84 unità, nel Reparto di Paola ve ne sono in servizio 94. Per quanto riguarda invece gli Educatori, a fronte di una pianta organica di 6 unità, sono in forza nell’Istituto soltanto 3 Funzionari.

La Delegazione visitante, accolta ed accompagnata durante il giro ispettivo dai sottufficiali di Polizia Penitenziaria Ercole Vanzillotta e Attilio Lo Bianco, ha avuto modo di apprendere anche notizie relative alla morte del detenuto marocchino Youssef Mouhcine avvenuta la fine del mese di ottobre e finita, più volte, all’attenzione del Governo grazie a delle Interrogazioni Parlamentari presentate alla Camera dei Deputati ed al Senato della Repubblica. Intanto non corrisponde al vero che lo stesso si trovasse in isolamento poiché era allocato nella Prima Sezione, a piano terra, nella camera detentiva n. 17, attualmente sottoposta a sequestro giudiziario. Per quanto riferito Mouhcine si trovava da solo in cella ed è stato trovato morto sul letto, ricoperto dal lenzuolo e dalla coperta, insieme ad una bomboletta di gas e ad un sacchetto di plastica. Relativamente alla questione della sepoltura nel Cimitero di Paola pare che l’Amministrazione Penitenziaria abbia proceduto poiché i congiunti dello straniero avevano detto all’interprete che non erano nelle condizioni di poter affrontare le spese per il funerale. I familiari, invece, negano tale circostanza. Saranno le Autorità competenti a chiarire l’esatta dinamica del decesso e tutto il resto.

Rispetto alla mancanza dei Mediatori Culturali per gli stranieri lamentata nell’ultima visita del 24 settembre, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo, ha precisato che la Direzione dell’Istituto provvederà a breve alla realizzazione di un protocollo di intesa con Associazioni varie che forniscano oltre all’attività di mediazione culturale, anche un approfondimento su ulteriori aspetti, quali, ad esempio, l’apprendimento della lingua italiana da parte dei detenuti arabi e viceversa, per i detenuti italiani, affinché la popolazione detenuta possa intraprendere un valido e fattivo percorso di coesione interculturale che possa rendere la vita degli stessi più consona a quelle che sono le regole del sistema penitenziario.

In ordine, invece, alla possibilità di applicazione del modello operativo della c.d. “sorveglianza dinamica” presso l’Istituto di Paola, la Direzione ha reso noto che la stessa potrebbe trovare attuazione apportando modifiche strutturali ad hoc, così come già proposto con apposita progettualità avanzata al Dipartimento. A tal riguardo, non essendo noti gli esiti di tale iniziativa al Capo dell’Amministrazione Penitenziaria, quest’ultimo provvederà ad effettuare ulteriori verifiche per conoscere quale sia a tutt’oggi il relativo stato dell’arte.

Quanto alle problematiche sanitarie lamentate dalla Delegazione Radicale, è stato riscontrato che i detenuti bisognosi di accertamenti specialistici extramoenia, dopo una lunga attesa, sono stati finalmente tradotti e sottoposti alle visite oncologiche e neurochirurgiche di cui necessitavano.

Questo pomeriggio, gli esponenti dei Radicali Italiani, visiteranno anche la Casa Circondariale di Castrovillari “Rosetta Sisca” che, allo stato, è l’unico Istituto Penitenziario nel territorio della Provincia di Cosenza a non essere colpito dal problema del sovraffollamento (capienza regolamentare 122, detenuti presenti 110).

Morire di Carcere, Sono 104 i detenuti morti nei Penitenziari italiani nel corso del 2016


Carcere di PordenoneUn suicidio a settimana, celle dove si pratica la tortura, celle lisce che distruggono mente e corpo dei prigionieri. Ecco la vergogna dei penitenziari italiani

L’ultimo decesso è avvenuto il 5 dicembre, nel carcere di Cagliari. L’uomo si chiamava Igor Diana. Aveva 28 anni e dallo scorso maggio – accusato di aver ucciso i genitori adottivi – stava scontando la pena dell’ergastolo nel carcere dell’isola sarda. Ed è lì, in cella, che si è suicidato, impiccandosi. Inutile il tentativo di rianimarlo da parte del personale medico, è l’unica scarna informazione trapelata dal penitenziario di Cagliari Utta, che ha il primato dei suicidi in cella e dove nello scorso anno si sono verificati 250 casi di autolesionismo, 7 scioperi della fame collettivi, 16 detenuti hanno tentato il suicidio.

Ma la situazione carceraria è esplosiva in tutto il Paese. Sono 104 i detenuti morti nei penitenziari italiani, nel corso del 2016. Secondo una ricerca condotta da openpolis.it prendendo in esame i dati forniti dal Ministero della Giustizia, nelle carceri italiane c’è un suicidio ogni 7 giorni. È a Napoli, Poggioreale, il carcere dove di muore di più. Trentacinque sono i suicidi già censiti nell’anno in corso, accaduti soprattutto nelle galere del Sud. Senza contare le morti meno chiare, con cause ancora da accertare, ma comunque legate al disagio della detenzione. Infatti, rispetto ai dati diffusi dal Governo (prendendo in considerazione i decessi avvenuti dal 2000 ad oggi) il centro studi Ristretti orizzonti ha scoperto che i casi di suicidi in cella sarebbero di più. Già, perché in effetti quando si muore in carcere, le dinamiche non sono mai del tutto chiare. Lo sanno bene i genitori di Youssef Mouhcine, 31 anni, nazionalità marocchina, deceduto presso la casa circondariale di Paola dove era detenuto, a pochi giorni dalla sua dimissione per fine pena. Era la notte tra il 23 e il 24 ottobre 2016. È una storia che si tinge subito di giallo, perché per alcuni giorni rimane nascosta, anche alla famiglia. A farla saltar fuori è l’esponente dei radicali calabresi Emilio Enzo Quintieri il quale racconta a DINAMOpress che “nessuno aveva diffuso la notizia del tragico evento ma tramite i nostri informatori siamo riusciti a venirne a conoscenza”. E ancora: “non è la prima volta che qualcuno cerca di nascondere decessi o altri eventi critici accaduti nel carcere di Paola, come i tentativi di suicidio o come i casi di aggressione al personale dell’Amministrazione Penitenziaria.

Emilio Quintieri qualche giorno dopo le denunce è stato oggetto di una lettera pubblicata sul quotidiano La Provincia di Cosenza con la “firma anonima” di un detenuto che contribuisce a tingere di giallo, anzi di nero, i contorni di questa ennesima storia di morte in carcere. Perché è una missiva che appare molto strana, tant’è che lo stesso attivista radicale ha scritto una dura replica al direttore del quotidiano calabrese: “non le nascondo che la lettera, più che essere quella di un detenuto mi sembra quella del Direttore del Carcere o del suo difensore”, scrive Quintieri: “ho letto con attenzione la lettera apparsa sul suo giornale redatta da tale R. M. in riferimento al decesso del detenuto marocchino Youssef Mouhcine ed essendo stato chiamato più volte in causa ritengo doveroso replicare”. In particolare, rigetta al mittente l’accusa contenuta nella lettera del “detenuto” di “strumentalizzare la questione a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima”. È chiaro che si tratta piuttosto di un tentativo di manipolazione mediatica della verità, magari involontario. Spiega l’attivista radicale: “se così non fosse, sarebbe la prima volta in assoluto che un detenuto scrive una nota pubblica per difendere l’operato del Corpo di Polizia Penitenziaria violando quello che prevedono le ‘leggi non scritte’ che i carcerati sono tenuti ad osservare rigorosamente, per di più dopo due suicidi”. E ancora: “da anni, ricevo ogni giorno decine di lettere di detenuti ma mai sino ad ora mi era capitato di leggere qualcosa di simile; una lettera perfetta, senza errori, con un lessico impeccabile”. Sarà. Quel che è certo è che intanto la procura di Paola indaga, disponendo l’autopsia; nel frattempo, i senatori Peppe De Cristofaro e Loredana De Petris di Sinistra Italiana il 16 novembre interrogano i Ministri della giustizia e degli affari esteri, per sapere perché “i familiari di Mouhcine sono stati informati del decesso soltanto diversi giorni dopo, per la precisione in data 27 ottobre 2016”. Nonostante la legge che disciplina l’ordinamento penitenziario, la n. 354 del 1975 preveda che, in casi del genere, “debba esserne data immediata notizia ai familiari con il mezzo più rapido e con le modalità più opportune”.

Non solo. La legge sulle carceri – scrivono i parlamentari: “è stata violata anche quando Mouhcine veniva tumulato presso il cimitero di Paola, nonostante i parenti dell’uomo avessero chiesto la restituzione del corpo per poter celebrare il rito islamico”. Anche qui: l’art.44 al comma 3 stabilisce che – in questi casi – la salma debba essere messa immediatamente a disposizione dei congiunti e che questa venga sepolta dall’amministrazione nel caso in cui i congiunti non vi provvedano. Ma non era questo il caso, evidentemente. Così anche il consolato generale del Regno del Marocco di Palermo – su sollecitazione dei familiari – ha chiesto lumi sulla questione. Ottenendo nessuna risposta. Come del resto, non ne hanno avuta alcuna i senatori in questione. Si sa soltanto che – secondo quanto riferito dalla direzione dell’istituto carcerario ai congiunti – Mouhcine si sarebbe suicidato nella sua cella, inalando il gas dalla bomboletta che aveva in dotazione, avvolgendosi la testa con un sacchetto di plastica. Sempre secondo quanto racconta la famiglia: l’uomo, nel corso della sua detenzione a Paola, “sarebbe stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti” a pratiche di detenzione che si configurano come di vera e propria tortura, ancora oggi tollerate dall’ordinamento italiano, come lo è la cosiddetta cella liscia, il non-luogo dove era rinchiuso Mouhcine, appunto.

La chiamano così perché è una cella completamente vuota, spoglia, priva di mobili, brande, di qualsiasi oggetto che possa essere usato come appiglio. Quasi tutti i reparti di isolamento dei penitenziari italiani ne contengono almeno una. Lì dentro viene rinchiuso chi è vittima di crisi isteriche o psichiatriche, chi disobbedisce agli ordini della disciplina carceraria. È buia, stretta “dentro ha un odore nauseabondo, perché è lì, sul pavimento, che si esercitano i bisogni primari e fisiologici. Ed è disteso a terra, che il detenuto dorme. Nella cella liscia non ci sono letti”, lo racconta così, l’inferno dei penitenziari italiani, un ex dirigente del Ministero della Giustizia che preferisce rimanere anonimo: “è per non vedere più violazioni dei diritti umani, che ho lasciato il mio lavoro. Le celle lisce sembrano le segrete del Medio Evo”. Continua: “di vera e propria tortura si tratta, dal sapore medievale”. Si può essere rinchiusi lì dentro per qualche ora, qualche giorno, al massimo due settimane, prima di impazzire. Non di più. Il Dap ( dipartimento amministrazione penitenziaria) questo lo sa ed è per questo che in passato ha emanato direttive di questo tipo.

In una cella liscia ci era finito pure Mouhcine, dunque, costretto a dormire anche lui per terra sul pavimento. Raccontano i familiari: “ci disse di aver subito non meglio definiti maltrattamenti”. Quel che è certo è “che non gli veniva consentito di intrattenere, con regolarità, corrispondenza telefonica con la sua famiglia” si legge così nell’interrogazione parlamentare presentata dai senatori di Sinistra Italiana, dopo che sulla vicenda erano intervenuti – tra gli altri – i Radicali italiani, il Dipartimento politiche per l’immigrazione della Cgil di Cosenza ed il Movimento italiano diritti civili. Denunciando l’ennesimo decesso avvenuto nel carcere di Paola e stigmatizzando l’operato della direzione carceraria “per aver tenuto nascosta la notizia, e per aver provveduto alla tumulazione della salma, nonostante la richiesta di restituzione avanzata dalla famiglia per il funerale”.

Quelle strane morti nel carcere di Paola

Non è la prima volta che presso il carcere di Paola avvengono “eventi critici” del genere – scrive il senatore Giuseppe De Cristoforo che è anche membro della Commissione parlamentare straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Facendo riferimento alla morte avvenuta ad aprile scorso, nello stesso penitenziario, del detenuto Maurilio Pio Morabito, 46 anni, di Reggio Calabria, in prossimità del fine pena. Mancava un mese alla sua liberazione. Anche Maurilio si è suicidato. Aveva già manifestato intenti autolesionistici. Eppure era stato collocato – anche lui – in una cella liscia, dove si sarebbe impiccato con una coperta alla grata della finestra. Ora la Procura della Repubblica di Paola ha aperto un fascicolo di inchiesta, al momento nei confronti di ignoti, per istigazione al suicidio. Anche questa vicenda è finita in Parlamento, all’attenzione del Ministro della Giustizia Orlando. Nel dettaglio, in una interrogazione parlamentare presentata alla Camera dei deputati il 7 giugno 2016 dall’on. Vincenza Bruno Bossio, a cui lo stesso Ministro della giustizia non ha ancora fornito risposta.

Nel testo si legge che “grazie ad una visita ispettiva effettuata il 4 maggio 2016 da una delegazione dei Radicali Italiani nei giorni successivi al decesso del Morabito, si è potuto verificare che la cella n. 9 in cui si è impiccato lo stesso detenuto era liscia. Cioè era priva di ogni arredo. Non solo. Sporca e maleodorante, si legge negli atti parlamentari: “il citato detenuto non era stato sottoposto a sorveglianza a vista nonostante, già in altre occasioni, avesse compiuto vari atti autolesionistici e distrutto due celle”. Intanto, dalla relazione seguita all’ispezione dei Radicali italiani nell’ottobre scorso è emerso che nello stesso carcere quasi la metà dei detenuti sono stranieri, eppure non risultano in organico mediatori culturali, né traduttori.

Ma è l’eccessivo ricorso alle “celle zero” che inquieta particolarmente. Un modus operandi che riguarda diversi penitenziari italiani, dove l’osservatorio sulle carceri Ristretti Orizzonti – nell’ambito della ricerca Morire di carcere– ha calcolato che dagli inizi del 2000 ad oggi, 10 dicembre 2016, sono morte 2.599 persone. 925 sono stati complessivamente i suicidi. Il 77% avviene di questi atti autolesionisti avviene per impiccagione, la restante parte per asfissia da gas o avvelenamento.

Ciò che era in gioco, non era la cornice troppo frusta o troppo asettica, troppo rudimentale o troppo perfezionata della prigione, era la sua materialità nella misura in cui è strumento e vettore di potere, era tutta la tecnologia del potere sul corpo, che la tecnologia dell’«anima» – quella degli educatori, dei filosofi e degli psichiatri – non riesce né a mascherare né a compensare, per la buona ragione che essa non è che uno degli strumenti. E’ di questa prigione, con tutti gli interventi del potere politico sul corpo che essa riunisce nella sua architettura chiusa, che io vorrei fare la storia. Per puro anacronismo? No, se intendiamo con questo fare la storia del passato in termini del presente. Sì, se intendiamo con questo fare la storia del presente.

cit. Foucault. M. Il corpo del condannato in “Sorvegliare e Punire” Einaudi, 1976

Gaetano De Monte

http://www.dinamopress.it, 12 Dicembre 2016

Quintieri (Radicali): “Più che la lettera di un detenuto sembra quella del Direttore”


Emilio Quintieri - RadicaliGentile Direttore de “La Provincia di Cosenza”, ho letto con molta attenzione la stupefacente lettera pubblicata, in data odierna, su “La Provincia di Cosenza” asseritamente redatta da tale R.M., detenuto ristretto presso la Casa Circondariale di Paola in riferimento al decesso del detenuto marocchino Youssef Mouhcine ed essendo stato chiamato più volte in causa ritengo doveroso replicare anche per chiarire alcuni atti, pensieri ed affermazioni attribuitimi che non corrispondono al vero.

Il detenuto, che asserisce di avermi conosciuto personalmente ai tempi della mia detenzione presso l’Istituto Penitenziario di Paola, di stimarmi ed ammirarmi per le mie battaglie civili – riconducibili a suo avviso anche all’insofferenza che ho sempre mostrato verso le regole dell’organizzazione carceraria ritenendole obsolete ed inutili e di essere anche un simpatizzante del Movimento dei Radicali, racconta di essersi “meravigliato di come una vera e propria disgrazia sia stata travisata, quasi come se volesse essere strumentalizzata a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima”.

Non le nascondo che, la lettera, più che essere quella di un detenuto mi sembra quella del Direttore del Carcere o del suo difensore.

E’ la prima volta in assoluto che un detenuto si prende la briga di scrivere una nota pubblica per difendere l’operato del Corpo di Polizia Penitenziaria e della Direzione, violando quello che prevedono le “leggi non scritte” che i carcerati sono tenuti ad osservare rigorosamente.

Inoltre, da anni, ricevo ogni giorno decine di lettere di detenuti ma mai sino ad ora mi era capitato di leggere qualcosa di simile; una lettera perfetta, senza errori, con un lessico impeccabile, che forse nemmeno io sarei capace di fare nonostante abbia un pochino di esperienza e sia un laureando in Giurisprudenza !

Venendo alla lettera del detenuto (o del Direttore?) desidero precisare che in nessun mio intervento sono state formulate accuse nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria che conosco benissimo e che, quasi sempre, all’esito di numerose visite ispettive effettuate con i membri del Parlamento o con varie Delegazioni Radicali, ho avuto modo di elogiare pubblicamente, ricevendo per questo motivo “attacchi” dai detenuti e dai loro familiari e da altri che, a loro dire, si occupano di carcere e carcerati.

Peraltro, anche quando si è verificato il decesso del detenuto Maurilio Pio Morabito, non ho mai rivolto accuse nei confronti della Polizia Penitenziaria, contrariamente ai familiari del detenuto con i quali, in più occasioni, ho avuto qualche “discussione” perché accusavano i Poliziotti della morte del loro congiunto.

Non sono stato io a dire che Mouhcine fosse “vittima di maltrattamenti” perché non avevo alcun elemento per poterlo affermare. Così come non sono stato io a dire che lo stesso era isolato, in cella liscia, costretto a dormire per terra sul pavimento o che gli veniva impedito di telefonare alla famiglia.

Sono “circostanze” che mi sono state riferite, oralmente e per iscritto, dai congiunti del Mouhcine e che ho ritenuto di esternare pubblicamente affinché venissero fatte delle verifiche, senza colpevolizzare nessuno.

In altri casi, quando ne ho avuto contezza, ho provveduto a denunciare tali fatti senza problemi, come ad esempio la indecente “cella liscia” in cui era allocato da giorni Morabito senza nemmeno la “sorveglianza a vista”, prassi illegale ancora seguita a Paola ed in altri stabilimenti penitenziari. Per cui, ad esser priva di fondamento, è soltanto la “difesa d’ufficio” accuratamente sostenuta del sedicente detenuto !

Leggo, inoltre, che in alcune parti della lettera, il detenuto parla al plurale scrivendo “noi detenuti” ma posso affermare, con tranquillizzante certezza e senza paura di essere smentito, che la stragrande maggioranza dei detenuti ristretti nel Carcere di Paola, non la pensa allo stesso modo di questo grande “scienziato”.

Proprio ieri, ho ricevuto l’ennesima lettera di un detenuto L.D. che si lamenta delle condizioni di detenzione e del trattamento offerto nella Casa Circondariale di Paola riferendo, tra le altre cose, che “la Direttrice non ti riceve mai” chiedendo di sapere “se in Calabria il diritto penitenziario è diverso” e che conclude “spero che il Dap mi rispedisce al Nord perché questo Carcere è un Carcere fantasma”.

Sia nel caso di Morabito che nel caso di Mouhcine ho mosso delle contestazioni ben precise nei confronti della locale Amministrazione Penitenziaria individuando quello che, a mio avviso, costituisce violazione alle disposizioni dell’Ordinamento Penitenziario, del Regolamento di Esecuzione, delle direttive emanate dal Dipartimento e delle altre norme vigenti in materia e criticando la gestione e la conduzione dell’Istituto, diritto che per fortuna è riconosciuto e garantito dalla Costituzione della Repubblica.

Nel chiederle, dunque, di voler pubblicare questa mia “replica” con risalto analogo a quello riservato al brano giornalistico cui la rettifica si riferisce, la ringrazio anticipatamente per la sua disponibilità.

Cosenza 22 Novembre 2016

Emilio Enzo Quintieri (Radicali Italiani)

Stupefacente lettera di un detenuto di Paola “Youssef Mouhcine non si è suicidato”


LCasa Circondariale di Paolaa morte di Youssef Mouchine, avvenuta nella notte tra il 23 e il 24 ottobre nel carcere di Paola continua a tenere banco e ad alimentare polemiche. Alla redazione de La Provincia di Cosenza è stata recapitata una lettera da parte di un detenuto che, per ovvie ragioni ha deciso di mantenere l’anonimato, nella quale smentisce categoricamente la possibilità che Youssef si sia sucidato “amava la vita ed era felicissimo, perché a giorni sarebbe tornato libero” ma scagiona anche il personale del carcere che “svolge il proprio lavoro con umanità”.

Quindi, ricapitoliamo, Youssef non si è suicidato, non è stato “vittima di maltrattamenti e non è morto per cause naturali. Allora che cosa è successo, la notte tra il 23 e il 24 ottobre? A dare la risposta è sempre il detenuto: “Forse proprio per “festeggiare” la sua imminente liberazione, ha pensato di “sballarsi” un po’ inalando del gas dal fornellino che noi detenuti abbiamo in dotazione nella cella, inconsapevole che avrebbe trovato la morte nel sonno”.

Ma veniamo alla lettera, scritta da R.M. “Premetto che sono un detenuto dellastessa casa circondariale e che ho conosciuto personalmente Emilio Quintieriai tempi della sua detenzione presso questo stesso carcere; è una persona che stimo e che ammiro per le sue battaglie civili (riconducibili, a mio avviso, anche all’insofferenza che ha sempre mostrato verso le regole dell’organizzazione carceraria ritenute da lui obsolete ed inutili) e sono anche un simpatizzante del movimento dei Radicali che si è sempre battuto per ladifesa dei diritti dei detenuti. Proprio perché conosco l’onestà intellettuale di questo partito e dei suoi esponenti, in primis del compianto Marco Pannella, nel leggere l’articolo apparso sul vostro giornale, mi sono meravigliato di come una vera e propria disgrazia sia stata travisata, quasi come se volesse essere strumentalizzata a fini politici o propagandistici facendo leva persino sul dolore dei familiari della vittima.

Personalmente ho conosciuto bene Youssef, con cui spesso ho avuto modo di parlare; svolgendo la stessa mansione lavorativa all’interno del carcere eravamo diventati amici e per l’affetto che mi legava a lui, sarei stato io il primo a chiedere che venisse fatta chiarezza se avessi avuto il benché minimo sospetto sulle circostanze della sua morte. Dopo aver letto l’articolo posso sostenere che le affermazioni che stigmatizzano pesantemente l’operato della locale Polizia Penitenziaria e mettono in cattiva luce l’operato di tutta l’Amministrazione, siano dal mio punto di vista totalmente prive di fondamento.

Da detenuto vorrei spezzare una lancia a favore della Direzione, degli agenti e di tutta l’Amministrazione di Polizia Penitenziaria del carcere di Paola, che svolgono il loro lavoro con senso di umanità e solidarietà soprattutto nei confronti dei detenuti più deboli e fragili. Posso affermare, dopo dieci anni di detenzione in varie carceri italiane, che da quando sono arrivato in questa struttura ho trovato uno “sguardo” diverso, un calore umano nei confronti di chi vive dietro le sbarre; tutti gli operatori mi hanno teso la loro mano nei momenti più difficili della mia vita carceraria, mi hanno sostenuto in ogni modo e mi hanno accompagnato nel mio percorso interiore aiutandomi a trovare un nuovo equilibrio.

Come dicevo sopra, conoscevo bene Youssef e so per certo che non era sua intenzione suicidarsi, è vero; era, al contrario, felicissimo perché tra breve sarebbe tornato in libertà. E’ proprio per questo, e conoscendo l’ambiente di questo carcere che sicuramente non istiga nessuno al suicidio anzi prende tutte le misure possibili per evitare che i detenuti compiano gesti estremi, che penso che la sua morte sia stata solo una tragica fatalità. Forse proprio per “festeggiare” la sua imminente liberazione, ha pensato di “sballarsi” un po’ inalando del gas dal fornellino che noi detenuti abbiamo in dotazione nella cella, inconsapevole che avrebbe trovato la morte nel sonno. Il ritrovamento del suo corpo ormai privo di vita, ha gettato nello sconforto non solo noi detenuti, ma anche gli agenti perché ogni vita persa qui dentro è una sconfitta anche per chi vi lavora. Personalmente non ritengo giusto, ogni volta che si verificano disgrazie, puntare dall’esterno il dito contro chi, qui dentro, in realtà ci tutela; solo noi che ci viviamo vediamo con i nostri occhi quanto tutti si adoperino per la nostra sicurezza ed incolumità. Alla cronaca balzano solo gli episodi tragici, le morti che si verificano in carcere, ma non si conoscono nemmeno tutti i tentativi di suicidi sventati grazie alla prontezza ed alla competenza degli agenti che spesso per salvare uno di noi mettono in gioco la loro stessa vita.

Non mi sembra giusto inveire contro il personale carcerario e credo che sia doveroso da parte di tutti avere rispetto per il dolore dei familiari e per la memoria del povero Youssef. Tutti noi che viviamo in questo carcere, oggi siamo legati da un unico sentimento: il dolore ed il rammarico che sia potuta accadere una disgrazia del genere e ci stringiamo idealmente nel ricordo di un ragazzo di trent’anni che amava la vita e che voleva correre verso la felicità, senza sapere che avrebbe trovato la morte”.

Per capire le cause che hanno portato alla morte di Yousef dovremo attendere i risultati dell’esame autoptico.

Francesca Piffi

La Provincia di Cosenza 22/11/2016

Detenuti morti nella Casa Circondariale di Paola, Sinistra Italiana interroga il Governo


Sen. De Cristofaro e De PetrisCome avevo garantito il Governo Renzi è stato ufficialmente informato con un atto di sindacato ispettivo di quanto incredibilmente accaduto nel Carcere di Paola. Lo afferma Emilio Enzo Quintieri, già membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani e capo della delegazione visitante gli Istituti Penitenziari della Calabria. Nella giornata di ieri, durante la 725 seduta del Senato della Repubblica, l’On. Peppe De Cristofaro (Sinistra Italiana), Vice Presidente della Commissione Affari Esteri, membro della Commissione Straordinaria per la tutela dei Diritti Umani e della Commissione Bicamerale Antimafia, ha presentato una Interrogazione a risposta scritta (la n. 4-06659 del 16/11/2016) ai Ministri della Giustizia On. Andrea Orlando e degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale On. Paolo Gentiloni. L’atto di sindacato ispettivo è stato sottoscritto anche dall’On. Loredana De Petris, Presidente del Gruppo Misto e Capogruppo di Sinistra Italiana a Palazzo Madama.

I Senatori della Repubblica, premesso quanto riferitogli dall’esponente radicale Quintieri circa le strane morti avvenute recentemente nella Casa Circondariale di Paola – una delle quali già oggetto di Interrogazione Parlamentare al Ministro della Giustizia da parte dell’On. Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico – ed il comportamento tenuto dalla Direzione dell’Istituto Penitenziario, hanno chiesto di sapere se e di quali informazioni dispongano i Ministri interrogati, ognuno per la parte di propria competenza, circa i fatti relativi al decesso di Youssef Mouhcine, il 31enne marocchino, deceduto nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre a pochi giorni dalla sua scarcerazione nonché del decesso di Maurilio Pio Morabito, il 46enne calabrese, deceduto nella notte tra il 28 ed il 29 aprile scorso, sempre nell’imminenza del fine pena.

Inoltre sono stati posti i seguenti quesiti a cui il Governo dovrà rispondere per iscritto : “1) quali siano le cause che hanno cagionato il decesso del detenuto ed in particolare che cosa sia emerso dagli accertamenti autoptici disposti dall’Autorità Giudiziaria competente; 2) se risulti con quale modalità, nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre 2016, giorno in cui è morto il detenuto Youssef Mouhcine, fosse garantita la sorveglianza all’interno dell’Istituto e se al momento del decesso fosse presente il Medico Penitenziario; 3) per quali motivi i familiari di Mouhcine non siano stati tempestivamente avvisati dell’avvenuto decesso da parte della Direzione dell’Istituto di Paola come prevede la normativa vigente in materia e se, con riferimento a tale omissione, non ritenga opportuno adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti del Direttore; 4) per quali motivi la Direzione dell’Istituto abbia provveduto, a cura e spese dell’Amministrazione, alla sepoltura del detenuto straniero presso il Cimitero di Paola, pur essendo a conoscenza che la famiglia voleva restituita la salma per il funerale e se, con riferimento a tale abuso, non ritenga opportuno adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti del Direttore; 5) per quali ragioni la Direzione dell’Istituto non abbia evaso con la dovuta tempestività la richiesta del Consolato Generale del Regno del Marocco di Palermo e se, anche con riferimento a tale omissione, non ritenga opportuno adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti del Direttore ; 6) se nella Casa Circondariale di Paola, alla data odierna, vengano ancora utilizzate “celle lisce” così come recentemente accertato da una visita effettuata da una delegazione di Radicali Italiani”.

casa-circondariale-di-paola-2Nella Casa Circondariale di Paola, secondo quanto scrivono i Senatori di Sinistra Italiana De Cristofaro e De Petris nella loro Interrogazione, alla data del 31 ottobre 2016, a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, vi erano ristretti 218 detenuti (36 in esubero), 84 dei quali stranieri. Nell’Istituto, come più volte denunciato dai Radicali Italiani all’esito di alcune visite effettuate, non vi sono mediatori culturali nonostante la rilevante presenza di stranieri. E’ stato precisato, altresì, che la famiglia di Mouhcine, quale parte offesa, ha ritenuto di nominare un difensore di fiducia, Avvocato Manuela Gasparri del Foro di Paola, affinché venga fatta piena luce sulla morte del proprio congiunto, non credendo alla versione del suicidio fornita dall’Amministrazione Penitenziaria. Da inizio dell’anno sono 93 le persone detenute che sono decedute negli Istituti Penitenziari della Repubblica, 33 delle quali per suicidio.

Infine, il radicale Quintieri ha reso noto che, nei giorni scorsi, un funzionario del Ministero degli Affari Esteri del Regno del Marocco, ha contattato la famiglia Mouhcine alla quale, oltre a porgergli le condoglianze, ha garantito di essere intervenuto, anche per il tramite del proprio Consolato Generale di Palermo, presso il Governo Italiano per avere esaustive delucidazioni in ordine a quanto accaduto.

Sulla questione oltre ai Radicali Italiani sono intervenuti l’Associazione Alone Cosenza Onlus, il Dipartimento Politiche dell’Immigrazione della Cgil di Cosenza, la Comunità Marocchina di Cosenza ed il Movimento Diritti Civili.

Altra Interrogazione a risposta scritta (la n. 4-06655 del 16/11/2016) indirizzata al Governo Italiano è stata presentata dai Senatori Francesco Molinari, Ivana Simeoni, Serenella Fucksia e Giuseppe Vacciano. Hanno chiesto di sapere se e di quali informazioni dispongano i Ministri interrogati (Giustizia e Affari Esteri) in ordine ai fatti rappresentati, anche con riferimento ai casi specifici segnalati, e se questi corrispondano al vero e se non si ritenga, indipendentemente dall’attività investigativa condotta dall’Autorità Giudiziaria, qualora non sia stato già fatto nell’immediatezza dei fatti, di avviare una indagine interna, al fine di chiarire l’esatta dinamica del decesso del detenuto, per appurare se nei confronti dello stesso siano state predisposte tutte le misure di sorveglianza in termini di custodia in carcere e tutela sanitaria e se vi siano responsabilità di tipo penale o disciplinare attribuibili al personale che aveva in cura e custodia il detenuto.

Interrogazione a risposta scritta ai Ministri della Giustizia e degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dei Sen. De Cristofaro e De Petris (clicca per leggere)

Interrogazione a risposta scritta ai Ministri della Giustizia e degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dei Sen. Molinari, Simeoni, Fucksia e Vacciano (clicca per leggere)

Suicidio “sospetto” nel penitenziario di Paola, il detenuto morto stava per tornare libero


Casa Circondariale 2Linea d’ombra sul decesso di un detenuto straniero nel carcere calabrese di Paola. Il ristretto si chiamava Youssef Mouchine, aveva 30 anni e gli restavano pochissimi giorni per essere scarcerato e tornare in libertà. Si sarebbe suicidato nella notte tra il 23 ed 24 ottobre. La famiglia che vive in Marocco è stata avvisata della sua morte dopo diversi giorni. Youssef era stato già sepolto presso il cimitero del comune di Paola, col nulla osta del pm Anna Chiara Fasano.
Il pm, oltre ad aver disposto l’autopsia e l’acquisizione di atti e filmati delle telecamere di sorveglianza, ha chiesto alla direzione del carcere di sapere se il detenuto aveva familiari e parenti o altre persone con le quali era in contatto, eventualmente anche per informarli della possibilità di nominare un proprio consulente di parte per partecipare alle operazioni autoptiche e per la restituzione della salma. Invece, e non si capisce il perché, pare che il carcere abbia risposto negativamente chiedendo contestualmente all’autorità giudiziaria il nulla osta per il seppellimento a spese dell’amministrazione.
L’esponente dei Radicali Italiani Emilio Quintieri che ha denunciato questa oscura vicenda spiega che “la salma, come prevede l’Ordinamento penitenziario, avrebbe dovuto essere messa immediatamente a disposizione dei congiunti e solo qualora alla sepoltura non volessero provvedere i predetti, l’amministrazione doveva farsene integralmente carico”.

Per tale motivo, Larbi Mouchine, padre di Youssef, sempre su consiglio del radicale Quintieri, ha nominato l’avvocato Manuela Gasparri del Foro di Paola, conferendole espressamente mandato di rivolgersi alla procura della Repubblica di Paola, perché sia fatta piena luce sulla morte del figlio, non riuscendo a credere che si tratti di suicidio atteso che il fine pena era imminente e lui voleva tornare in Marocco per sposarsi ed anche perché durante le pochissime telefonate intercorse questi aveva lamentato di essere ripetutamente maltrattato, di essere messo in isolamento in cella liscia e costretto a dormire sul pavimento a causa delle sue rimostranze poiché non gli veniva consentito di corrispondere telefonicamente con la famiglia.
Nella mattinata di giovedì scorso, la cugina di Youssef, Zaineb Belaaouej, accompagnata dagli avvocati Manuela Gasparri e Carmine Curatolo, si è recata presso la procura della Repubblica di Paola per parlare con il pm Fasano, raccontandole i fatti di sua conoscenza. Nei prossimi giorni, invieranno una dettagliata memoria scritta alla Procura, con la quale sporgeranno denuncia contro l’Amministrazione penitenziaria e la citeranno in giudizio per non aver tutelato la incolumità del loro congiunto, avendone l’obbligo.
Tra l’altro – denuncia il radicale Emilio Quintieri – la direzione della Casa circondariale di Paola, non ha risposto al Consolato generale del Regno del Marocco di Palermo, competente anche per la Regione Calabria, il quale il 31 ottobre ha chiesto notizie sulla morte del proprio connazionale. I familiari chiederanno aiuto al Re Mohammed VI, al ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione del Regno del Marocco.

Ahmed Berraou, il responsabile del Dipartimento Politiche dell’Immigrazione della Cgil di Cosenza e capo della locale comunità marocchina, dopo aver appreso della misteriosa morte del suo conterraneo, commenta: “Esprimo a nome mio personale tutto il mio sdegno per la morte del giovane Youssef Mouchine avvenuta, nelle scorse settimane, nella casa circondariale di Paola. È assolutamente necessario che si faccia chiarezza anche perché non è la prima volta che accadono fatti del genere”.
Berraou prosegue con una denuncia: “La direzione del carcere, nei mesi scorsi, ha proceduto a revocare l’autorizzazione accordata alla mediatrice culturale Shyama Bokkory asserendo, falsamente, che non vi erano più detenuti extracomunitari nell’Istituto”. Il capo locale della comunità marocchina infine conclude con una serie di domande: “Per quale motivo non è stata avvisata tempestivamente la famiglia di Mouchine del suo decesso?
Per quale motivo, nonostante la richiesta della famiglia di voler restituito il cadavere per il funerale secondo il tradizionale rito islamico, hanno proceduto alla sepoltura in un cimitero cristiano? Per quale motivo non hanno riscontrato la richiesta pervenuta dal Consolato generale del Marocco di Palermo che chiedeva informazioni sulla morte di Mouchine ? Non è possibile che in uno Stato civile come l’Italia possano esserci delle Carceri gestite in questo modo”.
Non è nuovo un caso del genere nel carcere di Paola. Sempre quest’anno, un detenuto che si chiamava Maurilio Pio Morabito, in carcere per spaccio di stupefacenti, si sarebbe suicidato nell’aprile scorso nella sua cella, dopo aver trascorso un periodo di isolamento in una cella liscia. Il suo fine pena era imminente. Maurilio sarebbe uscito dal carcere il 30 giugno. Aveva anche scritto una lettera indirizzata ai familiari e al suo avvocato con queste inquietanti e profetiche parole: “Se dovesse accadere un mio eventuale decesso, facendo il tentativo di farlo passare per un suicidio, non è così in quanto amo troppo la vita e il mio fine pena è imminente, 30 giugno. Ovvio che l’agente che fa la notte sa”. Anche in questo caso ci sono delle nubi a cui l’autorità giudiziaria dovrà dare una risposta chiara.

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 11 Novembre 2016