Trento, Fece abusi nei confronti di un detenuto. Condannato Sovrintendente di Polizia Penitenziaria


Carcere di Trento16 giorni di reclusione (pena sospesa) per abuso di mezzi di correzione e disciplina in danno di un detenuto. La Corte di Appello di Trento, pur confermando la sentenza di primo grado, ha rideterminato la pena comminata a Fabio Piazza, Sovrintendente della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Trento ed autorevole Dirigente del Sindacato di Polizia Penitenziaria “Sinappe”.

In primo grado, invece, innanzi al Giudice Monocratico del Tribunale di Trento Guglielmo Avolio, che derubricò il reato da abuso di autorità contro i detenuti in quello di abuso di mezzi di correzione e disciplina, al Sovrintendente Penitenziario vennero inflitti 20 giorni di reclusione (pena sospesa) con l’obbligo di risarcire il detenuto con 1.000 euro.

I fatti sono accaduti il 20 ottobre 2011. Quel giorno, alle 9 di mattina, il Sovrintendente Piazza, era Capo Posto e aveva deciso di effettuare una perquisizione all’interno della cella in cui era allocato un detenuto che aveva già subito ben 14 sanzioni disciplinari. Un detenuto che aveva dato problemi in passato.

Quando il Sovrintendente gli chiese di aprire l’armadietto, il detenuto si rifiutò categoricamente, arrabbiandosi. Alchè, il Piazza, con l’aiuto di due colleghi, suoi sottoposti, avrebbe condotto il detenuto in un’altra cella, mettendolo di fatto in isolamento.

Durante il dibattimento di primo grado, in aula, sono state visionate le telecamere di sorveglianza interne e dalle stesse è emerso che il Sovrintendente Piazza, effettivamente, accompagnò il detenuto in una cella di isolamento e lo fece inginocchiare innanzi a se. Nell’occasione, secondo l’editto accusatorio, ci sarebbe stato uno scontro fisico tra i due.

In ogni caso, il difensore dell’imputato, Avvocato Nicola Canestrini, attende le motivazioni della sentenza ed ha preannunciato ricorso alla Suprema Corte di Cassazione perché ritiene che il suo assistito debba essere assolto.

Proprio qualche settimana addietro, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per gli abusi commessi nel lontano 2000 da alcuni Agenti di Polizia Penitenziaria nel Carcere “San Sebastiano” di Sassari in seguito alla denuncia del detenuto Valentino Saba che raccontò le violenze e le torture subite. Nel condannare l’Italia la Corte di Strasburgo oltre a puntare il dito sulla irragionevole durata del processo avviato dopo la denuncia del detenuto ed il fatto che per molti dei colpevoli sia stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere perché i reati si erano estinti per prescrizione, ha evidenziato l’irrisorietà delle pene inflitte agli altri Agenti Penitenziari che vennero condannati per le condotte delittuose contestate e per non essere stati sospesi dal servizio durante la fase processuale così come stabilisce la giurisprudenza della Corte Europea. Addirittura, uno degli Agenti, venne giudicato colpevole per non aver denunciato le violenze dei suoi colleghi a danno del detenuto e per questo condannato al pagamento di una multa di 100 euro.

Nonostante la condanna della Corte Europea dei Diritti Umani, si continuano ad infliggere pene leggerissime ai Pubblici Ufficiali, responsabili di questi gravissimi fatti. Anche perché, purtroppo, ancora oggi nel Codice Penale non è stato inserito il reato di tortura.

Palombarini (Magistratura Democratica) : Le Carceri e le colpe dell’Italia. Occorre approvare il reato di Tortura


Carceri-San-Vittore-by-Inside-CarceriPare proprio che sia impossibile per l’Italia adeguarsi ai principi europei (e della civiltà) in materia di trattamento da riservare alle persone arrestate o fermate dalla polizia. A suscitare allarme non ci sono soltanto le ricorrenti cronache giudiziarie relative a processi contro agenti accusati di avere provocato la morte di qualche giovane.

Ci sono anche le sentenze delle Corti internazionali a ricordarci la situazione. Nel giro di una settimana, infatti, l’Italia ha riportato due condanne dinanzi alla Corte europea dei diritti umani, una per i maltrattamenti inflitti dalle forze dell’ordine a una persona in stato di arresto (sentenza 24 giugno 2014, Alberti contro Italia), e un’altra, otto giorni dopo, per i maltrattamenti a molti detenuti nel carcere di Sassari (sentenza Saba contro Italia).

Non si tratta di sentenze che stabiliscono nuovi principi di diritto. Entrambe costituiscono semplici conferme della giurisprudenza della Corte di Strasburgo in materia di divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti (art. 3 della Convenzione). Esse meritano tuttavia attenzione perché ricordano, una volta ancora, che in Italia le violenze fisiche e morali perpetrate dalle forze dell’ordine sulle persone in Stato di privazione della libertà personale rimangono prive di adeguate sanzioni. Il caso Saba, in particolare, è esemplare.

I fatti risalgono all’aprile del 2000, quando alcuni detenuti del carcere di Sassari denunciarono le violenze di ogni genere subite da parte della polizia penitenziaria in occasione di una perquisizione della struttura (agenti di altri stabilimenti vennero inviati a Sassari per rafforzare la guarnigione locale).

Dopo vari tentativi di insabbiamento o di minimizzazione da parte di alcune pubbliche autorità, grazie all’opera di un coraggioso pubblico ministero, Mariano Brianda, si aprirono le indagini che portarono alla richiesta di rinvio a giudizio per novanta persone tra agenti ed altri membri dell’amministrazione penitenziaria in relazione ai delitti di violenza privata, lesioni personali aggravate ed abuso d’ufficio, commessi nei confronti di un centinaio di detenuti.

Dei sessantuno imputati che scelsero il rito abbreviato solo dodici furono condannati, con pene da quattro mesi a un anno e mezzo di reclusione, tutte sospese, per i delitti di violenza privata aggravata e abuso di autorità contro arrestati o detenuti (art. 608 del codice penale). In appello le condanne divennero definitive per nove di loro, ad alcuni dei quali vennero altresì applicate lievi sanzioni disciplinari.

Quanto agli altri ventinove imputati, soltanto in nove vennero rinviati a giudizio, mentre per venti fu pronunciata sentenza di non luogo a procedere. Pur ritenendo accertato che si fosse verificato un episodio violenza inumana e gratuita, nel corso del quale i detenuti erano stati costretti a denudarsi, insultati, minacciati e in taluni casi anche picchiati (sono queste le parole dei giudici), il Tribunale prosciolse tutti gli imputati: due di loro per carenza di prove, gli altri sette per sopravvenuta prescrizione dei reati.

Oltre al rammarico per la gravità dei fatti e per la cattiva fama che il nostro paese si va costruendo a livello internazionale, ciò che colpisce è la modestia delle conseguenze che subiscono coloro che quella cattiva fama determinano. La prescrizione è la regina delle ciambelle di salvataggio.

Ma l’assenza nel nostro ordinamento del reato di tortura (la cui introduzione, prevista da convenzioni sottoscritte dall’Italia, è stata più volte sollecitata anche da organismi internazionali), determina per coloro che sono riconosciuti colpevoli l’inflizione di pene modestissime, di regola sospese.

E le misure disciplinari che conseguono a condanne simboliche sono altrettanto simboliche. Ciò induce a pensare che siano forti in molti ambienti i sentimenti di solidarietà verso coloro che violano le regole a danno delle persone detenute. Infatti, sono trascorsi più di dieci anni dai fatti di Sassari, ma la situazione, anche normativa, non si è modificata.

Giovanni Palombarini (Magistratura Democratica)

Messaggero Veneto, 16 luglio 2014

L’Italia è troppo feroce con i detenuti. Una nuova condanna dalla Corte Europea


Cedu1Gli agenti colpevoli degli atti di violenza avvenuti nel 2000 nel carcere sardo non hanno ricevuto pene proporzionali al reato commesso nei confronti di Valentino Saba.

Da Strasburgo nuova tegola sull’Italia per trattamenti inumani ai danni dei detenuti, Per la seconda volta in. pochi giorni la Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro Paese per aver violato l’articolo 3 della Convenzione per le violenze delle forze dell’ordine su persone fermate o arrestate, Dopo il caso di Dimitri Alberti, i giudici di Strasburgo ieri hanno riconosciuto le violenze subite da Valentino Saba il 3 aprilo 2000 all’interno del carcere San Sebastiano di Sassari, Saba è uno dei detenuti che denunciarono quei pestaggi, ora lo Stato dovrà versargli 15mila euro per danni morali.

Ma non è tutto. Stavolta la Cedu è andata oltre il riconoscimento delle violenze, condannando l’Italia anche per non aver pienamente soddisfatto il requisito di un’indagine approfondita ed efficace, come stabilito nella propria giurisprudenza. Nel mirino dei giudici i tempi lunghi del processo e il proscioglimento per prescrizione di molti degli imputati. Nella sentenza i giudici sottolineano inoltre che le autorità italiane non hanno indicato se le persone sotto processo siano state sospese durante il procedimento, come stabilisce la giurisprudenza della Corte di Strasburgo.

“Finalmente, dopo 14 anni giustizia viene fatta ma, ancora ima volta, per arrivarci è stato necessario l’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo”, ha commentato Patrizio Gonnella, presidente nazionale di Antigone, “Riteniamo indegne per un per un paese civile come l’Italia, che dovrebbe riconoscere a tutti un trattamento rispettoso e degno della persona umana, queste continue condanne, Ed è altresì grave che, quando violazioni dell’articolo 3 avvengono, il nostro sistema giudiziario non riesca a ripristinare situazioni di giustizia, Questo anche perché in Italia non esiste il delitto di tortura. Se ci fosse stato i tempi di prescrizione non sarebbero stati così brevi”.

“Per questo – prosegue Gonnella – riteniamo non più rinviabile la convocazione di un tavolo politico che dia risposte ferme su temi come l’inserimento del reato di tortura nel codice penale; l’impunità per chi commette atti dì violenze verso persone che si hanno in. custodia; meccanismi di educazione e formazione adeguati per il personale delle forze dell’ordine”.

“Per quanto ancora il Parlamento potrà sottrarsi dall’affrontare il più ampio dibattito sulla giustizia e sulla responsabilità, davanti al popolo elettore, di votare un’amnistia alla luce del sole contro l’imbroglio di una giustizia che si ritrova sempre di più ad essere violenta contro i deboli, ma raggirabile dai forti? Quanto occorrerà ancora aspettare per introdurre nel nostro ordinamento il reato di tortura la cui negazione mina le fondamenta dello Stato di Diritto?

È con questo volto che il Premier Matteo Renzi vuole presiedere il semestre europeo?” chiedono la segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini| e la segretaria dell’associazione “Il detenuto ignoto”, Irene Testa.

I fatti di Sassari erano così descritti nel terzo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione: “Il 27 marzo 2000 i detenuti del carcere San Sebastiano di Sassari iniziarono una protesta pacifica rumoreggiando con le sbarre della cella a mezzanotte meno un quarto, Colpirono con. le posate sulle grate, danno fuoco alle lenzuola, fecero esplodere le bombolette di gas. Alla loro protesta seguì quella dei direttori. A causa del loro sciopero, infatti, i detenuti furono lasciati senza viveri del “sopravvitto” e senza sigarette.

Il 3 aprile 2000 venne organizzato uno sfollamento generale dei detenuti da trasferire in altri istituti dell’isola. Durante la traduzione una trentina di detenuti vennero brutalmente picchiati, I parenti protestarono. Scattarono le prime denunce, l’associazione Antigone il 18 aprile incontrò i vertici dell’amministrazione penitenziaria. Il 20 aprile le madri dei giovani detenuti picchiati organizzarono una fiaccolata.

Il 3 maggio la procura emise 82 provvedimenti di custodia cautelare, di cui 22 in carcere e 60 agli arresti domiciliari, Verniero coinvolti il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, la direttrice, il comandante del reparto”. Nel rapporto anche il tragico racconto dì alcuni detenuti; “Gavino P,, cella 75, gli dà il cambio, Quel giorno, al momento dell’incursione era nella fossa dei leoni, un cortile a cui si accede passando attraverso un tunnel. Stesso percorso, braccia dietro la schiena, fino alle sale colloqui.

“Quel giorno, da quando ini hanno messo le manette mi sono come spento. Ricordo che mi hanno denudato, che qualcuno mi ha detto che così mi stancavo di fare il boss, Ho fatto anche finta di svenire, con la speranza che mi mollassero, ma loro ini picchiavano anche a terra. Nella sala colloqui ho visto uno dì noi tutto sporco, se l’era fatta addosso”.

“Il comandante mi aveva afferrato l’orecchio, cercava di strapparmi l’orecchino – dice un altro detenuto, Massimo D. Una guardia era intervenuta per difendermi”. “Con te facciamo i conti dopo”, gli aveva detto il comandante, Costantino C. chiude la lista testimoniale. “Così la finisci dì fare il galletto”, gli avevano detto, Fra le immagini più terribili quella dì un compagno, con la testa immersa in un secchio d’acqua”.

Micol Ranieri

Il Garantista, 2 luglio 2014

Carceri, al San Sebastiano la legalità cedette il passo alla “galleria degli orrori”


Carcere di Sassari San SebastianoIl 3 aprile del 2000 settanta agenti in mimetica fecero una mattanza nelle celle. I detenuti furono fatti spogliare e poi furono massacrati prima di essere trasferiti. Il giudizio più duro, una fotografia fatta di parole, è contenuto nella sentenza che applica la prescrizione.

“Quel giorno nella casa circondariale di Sassari si passò da un luogo di detenzione legale, dove la libertà è privata a seguito di precise regole, anche costituzionali, a luogo dove la legalità cedette il passo alle manifestazioni di istinti, di rancori repressi, di spirito di rivalsa, di volontà di mostrare la propria durezza al nuovo comandante”.

Quando scrisse queste parole, nel 2010, il giudice Massimo Zaniboni del tribunale di Sassari era consapevole che il tempo aveva giocato a favore dei sette agenti imputati di avere partecipato alla più violenta ritorsione collettiva che uomini in divisa abbiano mai messo in atto nei penitenziari italiani. Quando il giudice descrisse quella che definì “la galleria degli orrori” di San Sebastiano, nelle motivazioni della sentenza di uno dei tanti processi, erano trascorsi dieci anni da quella mattina del 3 aprile del 2000.

Era l’ora d’aria quando, rispondendo a una chiamata collettiva ai penitenziari di tutta l’isola, settanta agenti in mimetica entrarono nelle celle e nei “passeggi” del carcere e cominciarono a picchiare selvaggiamente i detenuti dopo averli costretti a spogliarsi. Ad attenderli nella grande rotonda c’erano i vertici dell’amministrazione penitenziaria: il provveditore regionale Giuseppe Della Vecchia, la direttrice del carcere Maria Cristina Di Marzio, il nuovo comandante Ettore Tomassi. Di quest’ultimo è rimasta, a eterna memoria del delirio collettivo di quel giorno, l’immagine di un uomo ebbro di potere che nella sala colloqui trasformata in stanza delle torture urlava “sarò il vostro dio” ai detenuti nudi e sanguinanti.

Poi si disse che la situazione era sfuggita di mano, che qualcuno si era fatto male durante un trasferimento di massa ma solo perché aveva reagito. Non era andata così. Tutto era cominciato il 17 marzo quando, richiamati dal clamore mediatico scatenato dalla rumorosa “rivolta delle posate” sbattute dai detenuti contro le sbarre per protestare contro le condizioni di vita nel carcere, a San Sebastiano erano arrivati cinque commissari del Comitato parlamentare per i problemi nei penitenziari.

Quel giorno i detenuti parlarono, raccontarono, denunciarono ad alta voce cose che raggelarono il sorriso sui volti dei vertici dell’amministrazione penitenziaria. E anche il carcere, la vecchia prigione, si presentò nella sua veste lisa e indecente. Giuseppe Della Vecchia disse di non essersi mai vergognato tanto. Qualcuno doveva pagare per quella cocente umiliazione. Il 3 aprile, mentre i detenuti sfilavano nudi verso la sala colloqui, qualcuno in divisa forse provò paura e vergogna. Ma nessuno alzò un dito per ristabilire lo stato di diritto. Anche questa è storia.

Daniela Scano

La Nuova Sardergna, 02 Luglio 2014

Carceri, Violenze sui detenuti. Per Strasburgo le pene date ai Poliziotti sono poco severe


Carcere di SassariGli Agenti di Polizia Penitenziaria colpevoli degli atti di violenza avvenuti nel carcere di San Sebastiano di Sassari nell’ aprile del 2000 non hanno ricevuto pene proporzionali al reato commesso. La Corte Europea dei Diritti Umani ha quindi condannato l’Italia per aver sottoposto a trattamento inumano e degradante Valentino Saba, uno dei detenuti.

Valentino Saba è uno dei detenuti che denunciarono gli atti di violenza. La Corte ha stabilito che lo Stato gli deve versare 15mila euro per danni morali. Lui ne aveva chiesti 100mila. Nel condannare l’Italia la Corte di Strasburgo mette in causa i tempi lunghi del processo, il fatto che molti colpevoli sono stati prosciolti per prescrizione dei reati commessi, e che chi è stato condannato ha ricevuto pene troppo leggere in rapporto ai fatti per cui era stato incriminato. Ad esempio i giudici indicano come pene troppo leggere la multa di 100 euro inflitta a uno degli agenti che non ha denunciato le violenze commesse dai suoi colleghi, o il fatto di aver sospeso la condanna al carcere per altri agenti.

Nella sentenza i giudici sottolineano inoltre che le autorità italiane non hanno indicato se le persone sotto processo sono state sospese durante il procedimento come stabilisce la giurisprudenza della Corte di Strasburgo. I giudici di Strasburgo, però, hanno anche stabilito che Valentino Saba è stato sottoposto a trattamento inumano e degradante ma non a tortura, come sostenuto da lui.

Carceri, Strasburgo condanna l’Italia per trattamenti inumani e degradanti


carcere-620x264La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire 20 mila euro (15 per danni morali e 5 per spese legali) a Valentino Saba, che fu detenuto nel carcere di Sassari nel 2000 e sottoposto a violenze da parte degli agenti di custodia. In seguito alle sue denunce, 12 persone sono state condannate nel 2009 ma “a causa della lentezza dell’iter giudiziario”, come sottolineato nel ricorso di Saba alla Corte di Strasburgo, i responsabili di questi trattamenti hanno beneficiato della prescrizione.

La Corte europea dei diritti umani, condannando l’Italia per aver sottoposto Saba a un trattamento inumano e degradante, mette di nuovo in discussione i tempi della giustizia italiana, il fatto che molti colpevoli sono stati prosciolti per prescrizione dei reati e altri condannati con pene troppo leggere in rapporto ai fatti per cui erano stati incriminati.

Ad esempio i giudici di Strasburgo indicano come pene troppo leggere la multa di 100 euro inflitta a uno degli agenti che non ha denunciato le violenze commesse dai suoi colleghi, o il fatto di aver sospeso la condanna al carcere ad altri suoi colleghi.

Nella sentenza i giudici sottolineano inoltre che le autorità italiane non hanno indicato se le persone sotto processo sono state sospese durante il procedimento, come stabilisce la giurisprudenza della Corte di Strasburgo. I giudici della Corte europea dei diritti umani hanno anche stabilito che Valentino Saba è stato sottoposto a trattamento inumano e degradante ma non a tortura, come lui aveva denunciato.

http://www.lettera35.it – 01 Luglio 2014

Carceri, De Cristofaro (Sel) : Strasburgo condanna l’impunità della Polizia Penitenziaria


Sen. Peppe De Cristofaro«La condanna della Corte Europea dei Diritti Umani a carico dell’Italia per aver sottoposto a trattamento inumano e degradante un detenuto nel carcere di San Sebastiano di Sassari indica non la gravità di un caso isolato ma di un intero costume che deve assolutamente cambiare».

Lo afferma Peppe De Cristofaro, Senatore di Sinistra Ecologia e Libertà (Sel), membro della Commissione Straordinaria per la Tutela dei Diritti Umani di Palazzo Madama e della Commissione Bicamerale Antimafia.
«Gli agenti denunciati dai detenuti di quel carcere per le violenze commesse dagli agenti nell’aprile del 2000 – prosegue De Cristofaro – sono stati condannati, ma a pene leggerissime e di fatto quasi prive di conseguenze. Per gli Agenti della Polizia Penitenziaria o per quelli in servizio di ordine pubblico vale una sorta di impunità a priori, per cui anche quando vengono considerati colpevoli le pene devono essere alleggerite in virtù della loro appartenenza alle forze dell’ordine. 
Ciò è del tutto inaccettabile – conclude il Parlamentare di Sel – e proprio questa perversa abitudine ha voluto denunciare, con la sua sentenza di condanna, la Corte europea»