Carceri, Cassazione: Si alla circolazione dei provvedimenti giudiziari tra detenuti al 41 bis


Non è legittimo il trattenimento della corrispondenza contenente copia di provvedimenti giurisdizionali, sia di merito che di legittimità, anche se privi di attestazione che ne certifichi la provenienza, disposto dalla Magistratura di Sorveglianza, nei confronti di un detenuto sottoposto al regime detentivo speciale previsto dall’Art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, anche se riferiti ad altri detenuti, parimenti sottoposti a trattamento differenziato, in assenza di accertate manipolazioni del testo.

Lo ha stabilito la Corte Suprema di Cassazione, Sezione Prima Penale, Adriano Iasillo Presidente, Raffaello Magi Relatore, con la Sentenza n. 500/2019 del 23/10/2018, depositata il 08/01/2019, annullando l’Ordinanza emessa il 16/06/2017 dal Tribunale di Sorveglianza di Roma, in accoglimento del ricorso proposto dal detenuto Salvatore Madonia, attualmente sottoposto al regime speciale 41 bis O.P. presso la Casa Circondariale di Viterbo.

Oggetto del Procedimento era il reclamo proposto al Tribunale di Sorveglianza di Roma, ai sensi dell’Art. 18 ter O.P., dal detenuto Salvatore Madonia, relativo al trattenimento di una missiva inviata dallo stesso al fratello Antonio Madonia, ristretto in altro Istituto Penitenziario, sempre in regime di 41 bis O.P., disposto dal Magistrato di Sorveglianza di Viterbo. Alla missiva era allegata una copia di un provvedimento giudiziario, in apparenza emesso dal Magistrato di Sorveglianza di Sassari e relativo alla doglianza di altro detenuto, accolta da quell’Autorità Giudiziaria.

Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, respingeva il reclamo, condividendo il provvedimento di trattenimento, emesso dal Magistrato di Sorveglianza di Viterbo, posto che “il provvedimento giudiziario non reca alcuna attestazione che ne certifichi la provenienza e si ritiene che il soggetto non possa accedere a tutti i provvedimenti giudiziari di merito riferiti ad altri detenuti, salvo le decisioni di legittimità della Corte di Cassazione.”

Contro tale Ordinanza il detenuto proponeva ricorso in Cassazione, deducendo erronea applicazione della disciplina regolatrice (Art. 18 ter e 41 bis O.P.), evidenziando che il provvedimento giudiziario oggetto della missiva recava già il visto di censura in uscita dalla Casa Circondariale di Sassari, essendo pervenuto al Madonia nello stesso modo, tramite missiva di altro detenuto. Già da tale aspetto, emergeva la diversità di approccio al tema della trasmissibilità di decisioni giurisdizionali tra soggetti ristretti al regime differenziato di cui all’Art. 41 bis O.P., con evidente disparità di trattamento in ragione del luogo di detenzione. Inoltre, il ricorrente, evidenziava, che non vi sarebbe base legale per il divieto, richiamato dal Tribunale di Roma, di inoltro di un provvedimento giurisdizionale da un detenuto ad un altro, essendo anzi tale interesse meritevole di tutela per l’esercizio dei diritti e delle facoltà riconosciute ai soggetti sottoposti al trattamento differenziato, specie in riferimento a provvedimenti che affrontano temi di interesse generale. La limitazione della accessibilità alle sole decisioni di legittimità, sostenuta dal Tribunale, non appariva ragionevole né risultava prevista dalle disposizioni di legge.

Ebbene, i Giudici del Palazzaccio, gli hanno dato ragione, ritenendo il ricorso fondato, criticando in fatto e in diritto l’operato del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Ed infatti, il fatto che il Madonia sia – pacificamente – in possesso del documento in questione, a lui pervenuto in modo analogo, con “nulla osta” alla consegna documentato dal visto di censura rappresenta, effettivamente, un indicatore di genuinità del documento in questione o comunque in assenza di manipolazioni del testo idonee determinare, secondo le vigenti disposizioni di Legge, il mancato inoltro della missiva. Dunque, se non vi è motivo concreto di dubitare non già della “provenienza” del documento, quanto della “assenza di manipolazioni” di un testo che apparentemente consiste nella copia di un provvedimento giurisdizionale, il Tribunale di Sorveglianza non potrebbe legittimamente disporre il trattenimento della missiva. Per il Giudice di legittimità ove si dubiti della conformità al testo rispetto a quello originale il Tribunale è tenuto : a) ad indicare in modo specifico i punti che destano sospetto; b) a realizzare le opportune verifiche istruttorie, essendo sempre possibile disporre l’acquisizione di copia ufficiale del provvedimento in questione a mezzo della cancelleria del Giudice che lo ha emesso. In tale punto, pertanto, la motivazione espressa nel provvedimento impugnato risulta generica e non assistita, in ogni caso, dalla necessaria completezza dell’istruttoria.

Infine, il Supremo Collegio, nel ricordare che il potere del Magistrato di Sorveglianza di disporre il trattenimento della corrispondenza indirizzata al detenuto sottoposto al regime speciale di cui all’Art. 41 bis O.P., è diretto ad evitare pericoli per l’ordine e la sicurezza pubblica, oltre che ad impedire contatti con l’esterno ritenuti pericolosi perché attinenti a finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, o che tendono a rinsaldare i vincoli di appartenenza alle organizzazioni mafiose, ha sostenuto che la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma non appariva rispondente, per come sinteticamente espresso, a tale aspetto finalistico, posto che si esclude la trasmissibilità tra soggetti sottoposti al trattamento differenziato di qualsivoglia provvedimento giurisdizionale di merito. Tale affermazione, non è esplicitata con riferimento ad una concreta previsione di Legge, a meno che non si voglia far discendere simile divieto dalla generale previsione – di cui all’Art. 41 bis c. 2 quater lett. a) – relativa alla necessità di impedire contatti con l’organizzazione criminale di appartenenza, qui attraverso la comunicazione di qualsiasi contenuto informativo.

Anche in tale ipotesi, tuttavia, il Tribunale non tiene conto dei particolari contenuti della missiva e del fatto che rispetto ad altre esigenze costituzionalmente protette, quali l’esercizio concreto dei diritti spettanti al soggetto privato della libertà personale (tra cui quello alla difesa e alla libertà di informazione), la circolazione di decisioni giurisdizionali – una volta accertata l’assenza di manipolazioni del testo – risulta senza dubbio una componente strumentale al concreto esercizio dei diritti medesimi, posto che l’interesse – alla conoscenza dei contenuti di un provvedimento giudiziario – sussiste sia per le decisioni di legittimità che per quelle di merito. Va pertanto affermato nuovamente che, in simili casi, la dimensione del controllo può investire esclusivamente la presenza o meno nel testo del provvedimento di elementi grafici che ne alterino il contenuto al fine di veicolare – in tal modo – messaggi ad altri detenuti, in tal modo eludendo le specifiche previsioni legislative in tema di regime trattamentale differenziato.

La Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione, per tutte le suddette ragioni, in accoglimento del ricorso, ha disposto l’annullamento dell’Ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Sorveglianza di Roma per un nuovo esame.

Cass. Pen. Sez. I, n. 500/2019 del 23/10/2018, dep. il 08/01/2019 (clicca per leggere)

Tribunale Sorveglianza di Roma “no a revoca del regime di 41 bis per Provenzano”


Aula Udienza Tribunale“Il Collegio ritiene che le restrizioni trattamentali in esame siano pienamente giustificate e funzionali rispetto alla finalità di salvaguardia dell’ordine e delle sicurezza pubblica, sussistendo il pericolo di continuità di relazioni criminali tra Bernardo Provenzano e la potente organizzazione di appartenenza, che annovera latitanti di massimo spicco (quale Matteo Messina Denaro); con la conseguenza che il regime speciale di cui all’articolo 41 bis deve essere confermato”.

Lo sostiene il Tribunale di sorveglianza di Roma rigettando il reclamo proposto dai difensori di Bernardo Provenzano contro la proroga del regime di carcere duro. Il capomafia corleonese è attualmente detenuto presso il carcere milanese di Opera, nel reparto di medicina protetta dell’ospedale San Paolo e in regime di 41 bis. I giudici del Tribunale di sorveglianza prendono atto, dalla relazione del 25 novembre scorso dei sanitari del San Paolo, che “il detenuto trascorre le giornate allettato alternando periodi di sonno e vigilanza… l’atteggiamento del paziente, le condizioni neurologiche primarie e la storia clinica lasciano supporre un grave decadimento cognitivo”.

Tuttavia, secondo i giudici che hanno rigettato il reclamo, “tali condizioni non consentono di ritenere venuto meno il pericolo che il detenuto, capo indiscusso da tempo remoto dell’associazione Cosa Nostra – possa mantenere contatti con l’organizzazione criminale”. I giudici del Tribunale di sorveglianza sostengono che “invero, la valutazione dei sanitari, formulata comunque in termini supposizione circa il grave deterioramento cognitivo… indica non già la totale incapacità di attenzione e orientamento spazio temporale, bensì il degrado, tra l’altro neanche quantificato, delle funzioni attentive e cognitive, tale da non escludersi del tutto e in termini di assoluta certezza che il medesimo non possa impartire direttive di rilevanza criminale o strategiche per le attività dell’organizzazione attraverso i familiari o persone di fiducia”.

I magistrati ritengono, respingendo il reclamo, che si sia in presenza di un quadro sanitario non ostativo alla sempre possibile veicolazione all’esterno di messaggi, indicazioni, direttive criminali, che “essendo provenienti dal capo supremo di Cosa Nostra, soggetto depositario di innumerevoli segreti e conoscenze… È di tutta evidenza – scrivono nell’ordinanza di rigetto – che, anche una esternazione apparentemente frammentaria e semplice, assumerebbe una valenza estremamente significativa e pericolosa se fatta pervenire con qualunque mezzo all’interno dell’organizzazione criminale, solo sulla base della mera provenienza da Bernardo Provenzano”.

Bernardini (Radicali): conferma del 41-bis a Provenzano decisione sconcertante

“Appaiono sconcertanti le motivazioni con le quali il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha confermato il 41-bis a Bernardo Provenzano. La proroga del “carcere duro” ad un ultraottantenne incapace di intendere e di volere, alimentato artificialmente e allettato, offende l’intelligenza ed è la dimostrazione del basso livello di democraticità del nostro Stato che usa metodi peggiori di quelli delle cosche per contrastare la criminalità organizzata di stampo mafioso”.

Lo dichiara in una nota Rita Bernardini, segretaria nazionale di Radicali italiani. “In un attimo di lucidità Bernardo Provenzano potrebbe ancora impartire direttive criminali”, così i giudici motivano il loro provvedimento, palesemente dimostrando l’inefficienza di uno Stato che – denunciano i Radicali – senza la gabbia di vetro del 41-bis, non è in grado di stoppare il passaggio di un pizzino che peraltro Provenzano non è nemmeno in grado di scrivere”. “Ciò che rattrista di più è che, nonostante tutti questi magistrati ‘lottatori’, la criminalità mafiosa prospera e si diffonde in ogni angolo nel Paese – conclude Rita Bernardini – a scapito dello Stato democratico sempre più anoressico, ormai agonizzante”.

Legale: conferma 41-bis Provenzano è insulto a logica

“Di fronte ad una decisione come questa mi viene da chiedere: a chi giova una motivazione cosi’? Si puo’ dire che, se questi sono i provvedimenti, allora dovremmo stare molto attenti a tutti i rinnovi di 41 bis?”. Non usa mezzi termini l’avvocato Rosalba Di Gregorio, legale di Bernardo Provenzano, per commentare la decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma di rigettare la richiesta di revoca del regime di carcere duro a cui è sottoposto l’anziano e malato boss corleonese. “Avevamo chiesto -aggiunge il legale- una perizia che non è stata realizzata. Avevamo inoltre chiesto di acquisire i colloqui videoregistrati, avvenuti con i parenti, al fine di verificare l’effettivo stato di Provenzano. Ricorreremo in Cassazione. Per gli insulti alla logica -conclude il legale- non occorre parlare, basta leggere il provvedimento”.

Provenzano crepi pure al 41 bis. Così ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Roma


Bernardo Provenzano arrestoPer i medici il corleonese non sa più parlare, non risponde agli stimoli, ma per i giudici è ancora in grado di fare il boss. Bernardo Provenzano deve crepare al 41 bis. Così ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Roma nel respingere il reclamo presentato dai suoi legali.

Nel chiedere la revoca del regime di detenzione speciale, ormai oltre un anno addietro, i legali avevano allegato la relazione dei sanitari che avevano in cura Provenzano: “Grave decadimento cognitivo e sindrome ipocinetica, dovuta a sindrome estrapiramidale ed agli esiti di una devastante emorragia cerebrale, neoplasia prostatica in trattamento ormono-soppressivo”. Avevano sollecitato la trattazione dell’udienza ricevendo come risposta che le condizioni di salute del soggetto non avevano rilievo per valutare la legittimità del 41 bis.

La prima udienza di trattazione, il 20 giugno scorso, veniva rinviata al 3 ottobre, poi di nuovo al 5 dicembre. Il Tribunale aveva richiesto al San Paolo di Milano, nel reparto detentivo del quale si trova Provenzano, “informazioni più dettagliate e precise in ordine alla storia clinica, alla diagnosi, alle patologie riscontrate, con indicazione di esami clinici e strumentali effettuati e relativi esiti soprattutto in merito alle patologie neurologiche”.

E le informazioni erano arrivate: “Paziente solo a tratti contattabile, non esegue gli ordini della visita; si oppone all’apertura delle palpebre. Muove spontaneamente gli arti superiori e ruota i globi oculari in tutte le direzioni. L’eloquio è incomprensibile per afonia e disartria.

Non può eseguire ordini o fornire risposte”. Nel frattempo, il Tribunale di Milano incaricava medici specialisti perché redigessero una perizia, le cui conclusioni, depositate ai Giudici di Roma, erano del seguente tenore: “Per ciò che concerne le problematiche di natura cognitiva i periti hanno ribadito la valutazione di uno stato cognitivo gravemente ed irrimediabilmente compromesso ed annotato come il paziente, all’atto della visita peritale, “è risultato risvegliabile ma sostanzialmente non contattabile, con eloquio privo di funzione comunicativa, probabilmente confabulante, incapace di eseguire ordini semplici. Tale condizione risulta di fatto evoluta in senso peggiorativo rispetto a quanto descritto nella valutazione neuropsicologica dell’aprile 2014.

Anche la collaborazione appare oggi sostanzialmente non valutabile per l’incomprensibilità della produzione verbale”. Tutti i medici e i sanitari interpellati, ritenevano che il malato fosse del tutto incompatibile con qualunque regime carcerario ed in progressivo peggioramento.

Ma il Tribunale di Sorveglianza di Roma, dopo oltre un anno e tre rinvii istruttori ha ritenuto il detenuto ancora pericoloso. Potrebbe ancora mantenere contatti con l’organizzazione criminale! Il gravissimo e irreversibile decadimento cognitivo – attestato dai medici che lo hanno in cura e che lo hanno sottoposto a perizia – che rende l’ex boss privo di funzione comunicativa non basta. Se detenuto in condizioni di alta sicurezza, ma non più in 41 bis – sempre in un reparto di lungodegenza ospedaliera perché staccato dai macchinari che lo tengono in vita morirebbe in poche ore – potrebbe venire in contatto con un sodale

che – questo sembrano dire i giudici di sorveglianza – da un movimento dell’arcata sopracciliare potrebbe trarre un comando di mafia. Per sostenere questa incredibile tesi, il collegio di magistrati usa una relazione redatta dalla polizia penitenziaria nella quale agenti deputati al controllo del detenuto hanno affermato di avergli sentito, fino al maggio 2014, proferire alcune espressioni di senso compiuto (sebbene del tutto decontestualizzate, assi sporadiche e frammentarie e, all’evidenza, non rispondenti ad alcuna logica).

Ci si domanda come mai affermazioni del medesimo tenore non siano state fatte da alcun soggetto del personale ospedaliero e non si rinvengano nelle relazioni sanitarie. Ma il dato inquietante e decisivo è che, da allora, otto mesi e tre rinvii di udienza sono passati e nel corso di essi il quadro clinico del Provenzano è drammaticamente peggiorato.

Da molto tempo Provenzano non è un boss e non è più nemmeno un uomo se a tale concetto si correla la capacità di muoversi, di parlare, di comunicare in qualunque forma, di trasmettere emozioni. Quando il diritto muore lo Stato muore. Ogni volta che un giudice non applica la legge, che si sostituisce ad essa, la giustizia si spegne.

Non importa che a subire l’abuso sia un boss, un assassino, un pedofilo, uno stupratore. È un abuso e deve suscitare lo sdegno di chiunque si senta cittadino di un Paese che ha voluto, ha preteso, che anche la magistratura si inchini alla legge. Oggi la giustizia è morta, lo Stato di diritto è morto. In quanti lo piangono ?

Avv. Maria Brucale e Avv. Rosalba Di Gregorio

Il Garantista, 08 Gennaio 2015

Di Gregorio : Pietà per Provenzano, è un vegetale col cuore battente


Avv. Rosalba Di GregorioParla l’avvocato del boss: “L’encefalopatia gli ha distrutto il cervello ma il tribunale di Sorveglianza non vuole revocargli il 41 bis”.

Pietà per Provenzano. Uno Stato degno di questo nome dovrebbe averla o quantomeno trovarla. Perché il boss dei boss, come ci conferma il suo avvocato, Rosalba Di Gregorio, è da tempo un “vegetale”, fermo su un letto da due anni, si nutre con un sondino nasogastrico, l’encefalopatia gli ha “distrutto” il cervello. Eppure è ancora detenuto in regime di carcere duro.

Persino l’ex pm Antonio Ingroia ha chiesto la revoca del 41bis. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, invece, sostiene che il boss, anche se a intermittenza, reagisce. E a proposito di Dap, al legale di Provenzano abbiamo chiesto che ne pensa dell’annuncio del premier Renzi di revocare il segreto di Stato sul cosiddetto “protocollo Farfalla”, il presunto accordo fra servizi segreti e Dap che permetteva agli 007 di “contattare” i detenuti per 41bis.

Avvocato Di Gregorio, come sta Provenzano?

“Malissimo. Se gli staccano i fili avrà sì e no 48 ore di vita. Pesa 45 chili, è alimentato artificialmente con un sondino che va dal naso non più allo stomaco, che ormai non reagisce più, ma direttamente all’intestino. Dovranno fargli la Peg (l’inserimento di un tubo dalla cavità gastrica verso l’esterno per permettergli di nutrirsi, ndr), ma col suo tipo di encefalopatia, l’anestesia potrebbe ucciderlo. Provenzano è un vegetale col cuore battente ma senza più orientamento spazio-temporale”.

Eppure il carcere duro non gli viene revocato.

“Il tribunale di Sorveglianza di Roma si comporta da Ponzio Pilato. Il primario ospedaliero del reparto San Paolo di Milano, dove Provenzano è ricoverato in regime di 41 bis, ha inviato una relazione al magistrato di Sorveglianza di Milano certificando l’incompatibilità di Provenzano con qualunque stato di detenzione. Il magistrato ha attivato il tribunale di Sorveglianza di Milano, che ha nominato i periti rinviando però il tutto al 3 ottobre. Alla stessa data, pilatescamente, ha rinviato anche il tribunale di Roma competente per il 41 bis. Così Provenzano se ne resta “felicemente” al 41bis perché, dicono, in queste condizioni pare possa dare ordini e comandare Cosa Nostra. In queste condizioni potrebbe impartire la sua volontà solo a una mafia in coma come lui”.

Potrebbe rimanere in questo stato per anni?

“No, i medici dicono che le cellule celebrali si stanno distruggendo e che a un certo punto verranno meno anche quelle che comandano la respirazione e quindi il cuore. Provenzano morirà improvvisamente per arresto cardiocircolatorio dopo anni di sofferenza. Io ho esaurito tutti i mezzi che il codice mi mette a disposizione per tirarlo fuori di lì. È un momento di inciviltà dello Stato. Persino Ingroia ha chiesto la revoca del 41bis”.

A che titolo e in che veste? Come avvocato?

“Le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze hanno espresso parere favorevole alla revoca. Ma il ministro della Giustizia le ha ignorate riapplicando il 41bis. Anche la Procura nazionale antimafia ha detto “no” alla revoca. E sa perché? Perché il Dap gli ha comunicato che ad intervalli Provenzano capisce. Nella loro relazione c’è scritto che se gli chiedi “come sta”, a volte non reagisce, altre dice “bene”, quindi per loro sta bene. È anche annotato che quando l’infermiera gli chiede se vuole la tv accesa, lui risponde “mia sorella dov’è? E le preghiere?”, ma per il Dap interagisce. Per il giudice tutelare, invece, non occorre nemmeno la perizia tanto è evidente che il suo cervello è ormai compromesso”.

Ha sentito che il premier desecreterà il “protocollo Farfalla”?

“Se lo facessero veramente avremmo molto da apprendere. Parliamo di un accesso alle carceri allo scopo di dialogare coi detenuti per 41bis per acquisire informazioni senza informare la magistratura. Qual è il fine? I “contatti” di che natura erano? Che scopo aveva “contattare” i detenuti per 41bis senza che alla magistratura venisse comunicato nulla? Si tratta di un’operazione che non prevede nessun tipo di rendicontazione scritta, assolutamente “chiusa”, che “sfugge” ma che di certo è contraria alla costituzione, perché il detenuto dovrebbe rispondere solo alla magistratura di sorveglianza. Di certo, però, questo “protocollo” non è stato creato per perdere tempo”.

Nel 2012 l’allora eurodeputata dipietrista Sonia Alfano e Giuseppe Lumia, del Pd, incontrarono Provenzano in carcere.

“Quella era un’iniziativa personale che non mi pare possa rientrare nel protocollo farfalla”.

Anche il dialogo in carcere tra Riina e Alberto Lo Russo, un affiliato alla Sacra Corona Unita trasformato in “cimice umana”, ha fatto pensare al “protocollo Farfalla”.

“In questo caso allora dovremmo parlare di una “farfalla” ancora svolazzante, ma non è proprio la stessa cosa. Il vero “protocollo Farfalla” è quello esistito negli anni precedenti. Quello sì che è una cosa grave e seria, e sarà un bene fare piena luce. Magari anche su alcuni strani suicidi di detenuti mafiosi avvenuti nel corso degli anni”.

Luca Rocca

Il Tempo, 31 luglio 2014

Caso Provenzano, Bernardini (Radicali): Ennesimo trattamento disumano nelle nostre Carceri


Rita Bernardini, Segretaria Nazionale RadicaliVecchio, gravemente malato, tenuto in vita da macchine e sondini, incapace di intendere e di volere, ma nonostante ciò considerato ancora un terribile pericolo pubblico. E’ questa la storia della fine di Bernardo Provenzano, ex storico boss di Cosa Nostra, mantenuto in regime di carcere duro (41-bis) malgrado le sue gravissime condizioni di salute. Una vicenda avvolta dal classico silenzio dei media, che rivela l’ennesimo caso di trattamento disumano perpetrato nelle carceri italiane e, con esso, l’inarrestabile violazione dei principi dello Stato di diritto.

Dopo aver trascorso un lungo periodo nel carcere di Parma (dove, nel 2012, ha anche tentato il suicidio), il “capo dei capi”, oggi 81enne e affetto da patologie neurologiche, è stato trasferito l’8 aprile scorso nel carcere milanese di Opera, per poi essere ricoverato nel reparto detenuti dell’ospedale San Paolo. Qui i medici non hanno potuto far altro che constatare le precarie condizioni di salute dell’ex padrino corleonese.

Nel certificato inviato dai medici al gup di Palermo (davanti al quale pende il procedimento in cui il boss è imputato per la trattativa Stato-mafia) e al Tribunale di Sorveglianza di Roma (competente su tutto il territorio nazionale sulle istanze di revoca del carcere duro), si parla infatti di “stato clinico del paziente gravemente deteriorato e in progressivo peggioramento“, nonché di “stato cognitivo irrimediabilmente compromesso”, per poi concludere ribadendo l'”incompatibilità con il sistema carcerario” del detenuto Provenzano.

Parole molto chiare, quelle dei medici milanesi, che fanno tornare alla mente la discutibile decisione con la quale, appena tre mesi fa, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha negato la sospensione del carcere duro chiesta dagli avvocati di Provenzano e soprattutto avallata da ben tre diverse procure (Palermo, Caltanissetta, Firenze). Nonostante l’ex boss siciliano sia ormai incapace di comunicare con l’esterno, infatti, secondo il Guardasigilli egli continuerebbe a rappresentare un soggetto “pericoloso”.

A richiamare l’attenzione sulle gravi condizioni di salute di Provenzano era stato, nelle settimane scorse, il figlio Angelo, che, dalle pagine de Il Garantista, aveva raccontato il suo ultimo incontro con il padre (“Lo chiamo tante volte, ma non riesco neppure ad attrarre il suo sguardo, perché guarda il soffitto. Se lo portiamo fuori dall’ospedale può vivere 48 ore”) e denunciato l’assurda situazione che lo costringe a non poter svolgere il compito di amministratore di sostegno affidatogli dai giudici tutelari di Milano: “Le mie nuove funzioni (compresa la richiesta di cartella clinica) non potrò esercitarle, se non con il consenso del Ministero”.

Ora, di fronte alle proteste del figlio e all’aggravarsi delle condizioni di Provenzano, l’ultima beffa: “Sebbene sia ridotto al lumicino − denuncia Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani −, il tribunale di sorveglianza di Roma ha rimandato la decisione sulla revoca del 41-bis al 3 ottobre, abbondantemente superate le ferie estive”.

Anche il principio del rispetto della dignità umana (già costantemente screditato), insomma, va in vacanza: “Abbiamo istituzioni − nota Bernardini − che, quanto al rispetto di diritti umani fondamentali, si pongono allo stesso livello di criminalità di coloro che affermano di voler combattere”.

Ermes Antonucci

Agenzia Radicale, 08 Luglio 2014

Provenzano resta in 41 bis. Se ad ottobre sarà ancora vivo il Tribunale di Sorveglianza di Roma deciderà se revocargli il carcere duro


Perché Ponzio Pilato è, nell’immaginario collettivo, sinonimo di viltà ?

Perché è, rappresenta il potere, gli viene chiesto di decidere, di scegliere e si lava le mani. Lascia al popolo le sua responsabilità, se ne scarica e sa che il popolo deciderà morte.

Si è celebrata il 20 giugno 2014 avanti al Tribunale di Sorveglianza di Roma, l’udienza per stabilire se Bernardo Provenzano dovesse restare in 41 bis, regime carcerario differenziato. La difesa chiedeva, con l’avallo delle Procure DDA di Palermo, Caltanissetta e Firenze che, alla luce delle numerose perizie in atti che ne certificavano le drammatiche condizioni di salute, uno stato cognitivo gravemente ed irrimediabilmente decaduto nonché l’incapacità di comunicare con l’esterno, venisse revocato il 41 bis nei confronti del Provenzano. L’odioso regime di carcerazione, infatti, si traduceva, nella specie, soltanto in una tortura vindice che colpiva gli stretti congiunti del malato ormai moribondo, privati della pietosa possibilità di fargli una carezza. Intanto a Milano, su impulso del Magistrato di Sorveglianza, si era discusso se sospendere la carcerazione del Provenzano, proprio in virtù del quadro clinico ormai disperato. I Giudici Milanesi avevano disposto una ulteriore perizia e fissato al 03 ottobre l’udienza di trattazione per decidere, facendo salva una eventuale anticipazione ove necessitata dal precipitare della situazione sanitaria del detenuto.

Dopo due settimane di attesa, anche il Tribunale di Sorveglianza di Roma decideva pedissequamente un rinvio della questione 41 bis, al 03 ottobre. Quando si dice le coincidenze!

“Il Tribunale, ritenuta la necessità ai fini del decidere, vista la relazione dell’Azienda Ospedaliera San Paolo in data 11.06.2014 – scrive a Roma il giudice relatore nel provvedimento di rinvio – dispone l’acquisizione di informazioni più dettagliate e precise in ordine alla storia clinica, alla diagnosi, alle patologie riscontrate, con indicazione di esami clinici e strumentali effettuati e relativi esiti soprattutto in merito alle patologie neurologiche”. Un rinvio a quattro mesi di distanza che non ha giustificazione alcuna. Le informazioni richieste sono in possesso del carcere e potevano essere inviate in giornata, anche in corso di udienza. Aspettare la decisione di Milano. Questo è il senso palese. Ma cosa diceva la relazione del San Paolo richiamata? “Paziente in stato clinico gravemente deteriorato ed in progressivo peggioramento, allettato, totalmente dipendente per ogni atto della vita quotidiana. Stato cognitivo gravemente ed irrimediabilmente compromesso, portatore di pluripatologie cronicizzate, di catetere vescicale a permanenza, alimentazione spontanea impossibile se non attraverso catetere venoso centrale, sondino naso gastrico, evacuazione dell’alvo difficoltosa, mantenuta con clisteri quotidiani e, occasionalmente con svuotamento manuale delle feci. Si ritiene il paziente incompatibile con il regime carcerario. L’assistenza sanitaria di cui necessità sarebbe erogabile solo in ambiente sanitario di lungodegenza”.

Questa era la relazione. Di che altri accertamenti, esami e verifiche avevano bisogno per affermare che Bernardo Provenzano non è più un boss? Che non è forse nemmeno più un uomo se non ha impeti, volontà, azioni, linguaggio? Ancora almeno altri quattro mesi di 41 bis, dunque. Altri quattro mesi in cui i figli guarderanno il loro caro nel silenzio, per pochi minuti, attraverso un vetro divisore. Lo vedranno immobile, sofferente, con lo sguardo perso e spento e non potranno toccarlo.

Ponzio Pilato si lava le mani e lo sa che il popolo sceglie morte.

Avv. Maria Brucale e Avv. Rosalba Di Gregorio

difensori di Bernardo Provenzano

Il Garantista, 08 Luglio 2014

Provenzano è in gravissime condizioni di salute. Chiesta la revoca del 41 bis


Tribunale1Ieri mattina i legali di Bernardo Provenzano, Rosalba Di Gregorio e Maria Brucale, hanno reiterato la richiesta di revoca del 41 bis per il loro assistito davanti al Tribunale di Sorveglianza di Roma, competente su tutto il territorio nazionale sulle istanze di revoca del carcere duro.

Ribadendo le gravissime condizioni di salute del boss, i legali hanno anche depositato la decisione del Giudice tutelare del Tribunale di Milano Delia Scirè che ha nominato il figlio di Provenzano, Angelo, “amministratore di sostegno del padre”. Per i legali, questo atto ne certifica l’incapacità. La Procura generale, facendo riferimento ad alcune relazioni del Dap, ha invece sostenuto che il detenuto ha dei momenti, seppur rari, di lucidità.

Il Tribunale di Sorveglianza si è riservato di decidere. Attualmente, l’ex boss di Cosa Nostra è detenuto col regime del 41 bis nella struttura ospedaliera “San Paolo” di Milano dopo un lungo periodo trascorso nella Casa Circondariale di Parma.