Padova, Natale in carcere, alla ricerca di un po’ di speranza. Lettere degli Ergastolani ostativi


Casa Circondariale di PadovaIl Papa ha deciso che i detenuti passeranno la Porta santa del Giubileo ogni volta che varcheranno la soglia della loro cella, a Padova poi anche la cappella del carcere Due Palazzi è Porta santa. Ma troppe persone in carcere vivono ancora SENZA SPERANZA. Sono i condannati all’ergastolo, una pena che Papa Francesco ha definito “pena di morte nascosta”, e in particolare all’ergastolo ostativo, l’ergastolo cioè che non concede vie d’uscita a meno che la persona condannata non collabori con la Giustizia, ma in tanti non lo vogliono fare per non rovinare la vita dei propri cari.

Assieme alle testimonianze di ergastolani, per aprire uno spiraglio di speranza riportiamo anche le parole di Agnese Moro, la figlia dello statista ucciso dai terroristi nel 1978: “Ogni essere umano è, in quanto tale, titolare di dignità e di diritti; anche se in uno o più momenti della vita ha scelto il male, se è profugo, povero, violento, barbone, straniero, disabile, tossicodipendente, malato, giovane e ribelle. La nostra Repubblica nasce dal rifiuto di ogni totalitarismo per il quale – di destra o di sinistra che sia – le persone non sono niente. Per noi, invece, sono tutto. Ad ognuno di noi, noi che siamo la Repubblica, la responsabilità di non lasciare indietro nessuno”.

Il Mattino di Padova, 29 dicembre 2015

Il mio orologio ha un orario fisso, l’orario dell’ergastolo ostativo

Questa mattina mi sono alzato alle 5, fuori era ancora buio e mi sono messo a pensare alla mia vita passata, a quanto tempo ho trascorso in questi posti e quanto ancora ci dovrò restare. Sono passati tanti anni da quel lontano 1994 e per fortuna gioisco ancora quando, quelle rare volte, il sole riesce a spaccare le giornate gelide dell’inverno di Padova. Vorrei essere anch’io forte come il sole e risorgere ogni giorno, ma da 21 anni l’inverno è entrato nel mio cuore e nel cuore dei miei cari senza mai abbandonarci.

Il tempo si è fermato per sempre, il mio orologio ha un orario fisso, l’orario dell’ERGASTOLO OSTATIVO. I primi tempi sognavo che la mia situazione potesse cambiare, cercavo di farmi forza per lottare e facevo di tutto per essere il sostegno morale della mia famiglia, ma purtroppo quell’orologio mi ha dimostrato di essere più forte di ogni mia volontà, di ogni mio sogno e desiderio. Per tanti anni ho allenato il mio fisico nella speranza vana di contrastare i segni dell’invecchiamento sul mio corpo, ma oggi mi rendo conto che il ciclo della vita è inarrestabile, niente e nessuno può fermare lo scorrere degli anni e l’amarezza di vederli scorrere nel peggiore dei modi.

Oggi mi rendo conto che quello che mi salva da tutto questo orrore è l’amore di mia figlia e di mia moglie, che sono state più forti di tutti questi anni di carcere, anche se per resistere a questo lungo calvario stanno pagando un caro prezzo, visto che hanno scelto di starmi vicino seguendomi nelle varie carceri che mi hanno fatto girare su giù e per l’Italia, come un pacco postale e per motivi che non avevano a che fare con i miei comportamenti. A volte mi chiedo se si sono mai rese veramente conto che dovranno seguirmi per tutta la vita poiché io da qui non uscirò vivo, perché il mio ergastolo ostativo non me lo permetterà, perché chi è condannato a questa pena è ritenuto colpevole per sempre, irrecuperabile.

Vorrei solo trovare la forza e la lucidità di dire a mia moglie e a mia figlia che la speranza non ha nulla di concreto a cui aggrapparsi, ma non vorrei che anche loro smettessero di sognare come ho fatto io. Sicuramente il fatto di non essere mai riuscito a spiegare chiaramente che cos’è l’ergastolo ostativo ai miei cari non mi fa stare bene, ma è anche vero che sono sempre stato convinto che l’ergastolo ostativo fosse una condanna fatta per errore e che uno stato democratico come l’Italia, culla del cristianesimo, non potesse fregiarsi di una pena così disumana, visto che ha sempre lottato in prima linea contro le torture e la pena di morte, quindi pensavo che sarebbe stata rivista e con questa ferma convinzione ho sempre temporeggiato. Comunque, non voglio rassegnarmi a questa pena di morte mascherata così come l’ha definita Papa Francesco e continuo a sperare che al più presto venga rivista, così che non mi sentirò di essere stato un bugiardo nei confronti di mia moglie e di mia figlia, dalle quali traggo ancora oggi la forza necessaria per continuare a lottare.

Gaetano Fiandaca

La mia famiglia vive a 1.800 Km. di distanza e fare colloqui diventa un’impresa

Dopo sei anni di regime duro del 41bis sono stato trasferito nella Casa di reclusione di Padova, nella sezione Alta Sicurezza, adesso sono tre anni che mi trovo in questo istituto. La mia famiglia vive a 1.800 Km. di distanza (Gela) e fare colloqui diventa un’impresa, specialmente per questioni economiche. Tutta la mia famiglia, compresi genitori, fratelli e sorelle, sono persone oneste e lavoratori che vivono di stipendio e non sempre hanno un posto fisso di lavoro, quindi ognuno ha i suoi problemi e non possono certo pensare a me. I sacrifici per me li fanno mia moglie e i miei figli.

Ho fatto l’ultimo colloquio nel mese di luglio e spero in Dio che sotto le feste di Natale mia moglie e uno dei miei figli riescano a racimolare la somma necessaria per venirmi a trovare. Purtroppo, ogni volta che faccio colloquio non c’è la possibilità che vengano a trovarmi tutti insieme, mia moglie e i miei tre figli, solo per due persone spendono intorno ai 1.500 euro, tra biglietto dell’aereo e albergo, poiché sono obbligati ad arrivare la sera prima del giorno di colloquio. E così, due volte l’anno, al massimo tre, riesco a fare un colloquio di sei ore… ma cosa sono sei ore in confronto a sei mesi che non vedi la tua famiglia? Quelle sei ore passano come se fossero sei minuti. Non vedo la figlia più piccola da oltre un anno. Nessuno può capire il cuore di un padre come si può sentire, solo chi ha i miei stessi problemi mi può capire. Aumentare le ore di colloquio non ucciderebbe nessuno. Io sono stato privato della libertà perché ho commesso un reato, ma la mia famiglia di che colpa si è macchiata? Mia moglie e i miei figli alla fine del colloquio la prima cosa che dicono è: “Sono già passate sei ore?” e vanno via nascondendo le lacrime dietro un sorriso e chiedendosi quando ci rivedremo di nuovo. E che dire delle telefonate? Una a settimana e per la durata di dieci minuti da dividere con mia moglie e i miei tre figli, il tempo di salutarci e domandarci come stai e subito dall’altro lato del telefono ti dicono che la telefonata sta per terminare. Durante questa mia detenzione, ho incontrato una persona che negli anni passati era stata detenuta in Spagna e mi diceva che lì se avevi i soldi ti caricavi la scheda telefonica e potevi chiamare la famiglia ogni volta che volevi nei giorni della settimana e per la durata che volevi. Perché non poterlo fare anche qui in Italia?

Domenico Vullo

Non c’è pena di morte o ergastolo ostativo che possa frenare chi è pieno di odio.

La notizia delle stragi di Parigi mi ha portato a riflettere perché anche io sono padre e nonno. È indiscutibile che i conflitti alimenteranno odio e vendette. Una volta quei paesi geograficamente distanti da noi tenevano per sé anche le loro cose negative, e i conflitti restavano lontani da noi, invece oggi il mondo ha accorciato le distanze, e siamo diventati una miscela esplosiva. Io che sono da ventitré anni in carcere mi accorgo di questa miscela vedendo come è cambiata la popolazione detenuta dai primi anni del mio arresto, oggi in ogni sezione troverai detenuti di etnie diverse. E lo stesso è nelle grandi città del nostro paese e molti di questi stranieri, in particolare i giovani, si sentono ghettizzati, come lo sono i nostri nipoti. Io quando faccio colloquio e vedo il mio nipotino di sette anni fissare gli agenti e nei suoi occhi leggo l’odio, finisco per rimproverare mia figlia, che però mi dice “Papà, mai nessuno di noi si è permesso di parlare male delle istituzioni, ma nella sua scuola la maggior parte dei bambini ha un parente in carcere e sicuramente parleranno di queste cose”. La mia grande paura è che si stia spingendo le nuove generazioni verso l’estremismo e in particolare nella braccia di organizzazioni come ISIS, non c’è pena di morte o ergastolo ostativo che possa frenare chi è pieno di odio. Lo Stato si deve preoccupare di quella generazione dell’età di mio nipotino, di quei bambini che fin da piccoli vengono additati come i figli o nipoti del criminale. Lo Stato vincerà la sua battaglia quando toglierà dallo sguardo di quei bambini l’odio verso le istituzioni. Penso che qualcuno debba riflettere pensando a tutti quei bambini che crescono vedendo il proprio genitore dietro un vetro blindato e che non hanno nessuna speranza di poterlo abbracciare in libertà, anche dopo che ha scontato trent’anni di detenzione, perché condannato all’ergastolo ostativo. Togliere l’odio da quegli occhi innocenti significa costruire un futuro sereno, un primo passo è che lo Stato faccia vedere un volto umano e non implacabile e punitivo.

Tommaso Romeo

Romeo (Ergastolano) : Sono marchiato come cattivo e pericoloso per tutta la vita


Carcere Due Palazzi di PadovaRiflessioni per il Tavolo 2 degli Stati Generali sull’esecuzione della pena.

Un mio compagno di detenzione un paio di anni fa mi ha detto: “Tommaso saremo più sereni e soddisfatti se ci facciamo la galera come al 41bis: aria, cella e nessun tipo di dialogo con le istituzioni”, perché era certo che alle istituzioni non gli interessa niente del nostro percorso di reinserimento. Preciso che quel mio compagno si riferiva a tutti quei detenuti condannati per 416bis e in particolare a chi era stato sottoposto al regime del 41bis e oggi si trova in Alta Sicurezza 1.

Quando ho deciso di impegnare il mio tempo in modo diverso, anche perché l’istituto di Padova a differenza degli altri istituti di pena dava la possibilità anche ai detenuti della sezione AS1 di partecipare ad alcune attività, ho scelto di frequentare la redazione di Ristretti Orizzonti. Due anni di questo mio nuovo modo di farmi il carcere mi hanno dato molte soddisfazioni, in particolare gli incontri con gli studenti delle scuole del Veneto. Questa mia soddisfazione la trasmetto a chi mi sta vicino, in particolare alle mie figlie, in questi due anni la mia mente rimane impegnata in discorsi costruttivi. Arrivo a convincermi di aver smentito il pensiero di quel mio compagno, anche se mia madre ogni tanto mi avvertiva “non illudere le tue figlie”.

Oggi però sto ancora aspettando una decisione sulla mia richiesta di declassificazione, e ho il timore che arrivi un rigetto della mia istanza che, oltre a riportarmi alla carcerazione vecchia maniera cioè “all’ozio forzato”, mi riporterebbe all’amara realtà che chi amministra la giustizia non è interessato al mio percorso di rinserimento. Eppure in questi due anni ho incontrato sia detenuti di media sicurezza, che persone non detenute come studenti, giornalisti, magistrati, ho partecipato a più convegni con centinaia di persone della società esterna, all’ultimo “La Rabbia e la Pazienza” sono anche intervenuto, e mai la mia presunta pericolosità si è manifestata. Ma tutto questo temo che non basti, preciso che con la mia istanza di declassificazione non ho chiesto di varcare il portone del carcere, ma solamente di stare in una sezione di media sicurezza perché solo così potrei continuare il percorso che ho intrapreso.

Questi due anni a Ristretti Orizzonti sono stati belli e costruttivi. Ma questa sarà forse l’ultima illusione che prenderò nella mia carcerazione, perché oggi rischio di dover dare ragione a quel mio compagno che credevo scettico, ma invece forse è solo realista, se davvero succederà che i miei ventitré anni di carcere nei regimi e circuiti speciali non basteranno a farmi finalmente andare in una sezione un po’ più aperta, perché vorrà dire che per le istituzioni sarò “Cattivo e Pericoloso per tutta la vita”.

Tommaso Romeo, Ergastolano detenuto Carcere Padova

Ristretti Orizzonti, 27 agosto 2015

Calabria, Francesca Romeo : “Io un padre ce l’ho ma è sepolto vivo, alla morte ci si rassegna, al carcere a vita no”


Casa Circondariale 1Abbiamo parlato molto delle sezioni di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione di Padova, che stanno per essere chiuse, ma vorremmo spiegare perché quello che chiediamo è la declassificazione di molte delle persone rinchiuse in quelle sezioni.

Definirle “mafiosi” non rende meno pesante la responsabilità di chi le ha trattate con poca umanità, e soprattutto ha trattato in modo inumano i loro figli. Dopo anni passati in un regime crudele come il 41 bis, il carcere duro che tanto assomiglia alla tortura, e anni passati nelle sezioni di Alta Sicurezza, se vogliamo che le persone si stacchino davvero dalla “cultura” delle associazioni criminali a cui appartenevano, è importante che siano tirate fuori da quelle sezioni, che sono spesso ghetti dove si resta ancorati al linguaggio e alla cultura del proprio passato, e possano vivere una carcerazione un po’ più civile per sé e per i propri figli.

La mia famiglia dall’inferno del mio 41 bis è uscita unita

di Tommaso Romeo

In questo io sono fra i pochi fortunati, ma ne ho passati di giorni neri, arrivi al punto di convincerti che non sei un essere umano ma un fantasma.

Il 27 maggio 1993 vengo arrestato e portato nel carcere di Locri, mi mettono in una sezione che anni prima fungeva da isolamento, vi erano dieci cellette, era la nuova sezione speciale dell’Alta Sorveglianza con passeggi piccolissimi e con la rete sopra, in quel reparto ci ho passato nove anni, mai visto un educatore, mai un volontario anzi non sapevo che esistessero, e gli agenti erano quelli della squadretta che cambiavano ogni sei mesi, i colloqui con i famigliari si svolgevano in una stanzetta divisa da un bancone di cemento.

Le mie figlie gemelle, Francesca e Rossella, avevano quindici mesi quando sono stato arrestato, ho visto crescere le mie figlie dietro quel bancone. Ma il peggio doveva venire: infatti il 22 giugno 2002 si presentano davanti alla mia cella gli agenti e mi portano alla matricola e mi informano che mi era stato applicato il regime del 41bis, e che dovevo prepararmi la roba che entro un paio d’ore ero in partenza. In poche ore mi ritrovo nel super carcere di Spoleto, appena arrivato vengo denudato e costretto a fare la famosa flessione, dopo essermi rivestito entro in una stanza dove l’ispettore responsabile mi elenca tutto quello di cui non potevo usufruire “niente telefonate, un’ora di colloquio al mese, un’ora d’aria al giorno, posta censurata, vestiario contato, perquisizione in cella tutti i giorni”, vengo portato in sezione, il mio gruppo era composto da cinque detenuti compreso me, gli oggetti personali (rasoio, pettine, taglia unghie) venivano ritirati alle ore 19:00 compreso il fornellino, perciò dopo di quell’orario non potevi farti un caffè o un tè, ti veniva ridato il tutto il mattino seguente alle ore 7:00, ogni volta che uscivo dalla cella venivo perquisito, non potevo leggere quotidiani della mia regione d’origine, alla tv potevo vedere sette canali decisi dalla direzione.

Quando andavo al colloquio avvocati venivo denudato sia all’entrata che all’uscita, lo stesso accadeva al colloquio famigliari. C’è da precisare che il detenuto non ha nessun contatto con i famigliari in quanto è separato da un vetro blindato, perciò non riuscivo a spiegarmi perché dovevo essere denudato, gli agenti giustificavano il tutto con il fatto che lo prevedeva il regolamento. Dopo molti anni per spiegarvi come si svolgevano i colloqui familiari al 41bis devo fare un profondo respiro per reprimere la rabbia, rivedere nella mia mente le mie figlie dietro quel vetro blindato senza potergli dare una carezza, vedere le loro manine battere su quel vetro maledetto ti fa vedere tutto nero, la rabbia sale alle stelle perché ogni minuto che passi in quella stanza le voci dei tuoi cari ti arrivano distorte da quello spesso vetro, perciò cominci a parlare a gesti le parole diventano sempre più poche come pure i gesti, pollice alzato tutto ok, ti rimangono impressi gli occhi dilatati dei tuoi cari, esci dal colloquio che non hai provato la gioia di aver visto i tuoi cari ma ritorni in cella pieno di rabbia, pensi di recuperare scrivendo qualche lettera con tutto quello che non gli hai potuto dire in quell’ora di colloquio, scrivi due, tre pagine ma poi ti ricordi che quella lettera intima verrà letta da un agente che vedi tutti i giorni e decidi di strapparla. In sette anni quante lettere ho strappato! dopo un po’ di tempo le mie lettere sono diventate un rigo freddo “ciao io sto bene vi voglio bene”, in quei sette anni ne ho visti di detenuti cadere nella depressione perché le loro famiglie si sono sfasciate, mi viene in mente un mio giovane paesano che vedevo triste, un giorno riesco a domandargli che cosa avesse e lui mi risponde “mi sono lasciato con mia moglie”.

Io sono uno di quelli fortunati perché la mia famiglia da quell’inferno è uscita unita, ma ne ho passati di giorni neri, arrivi al punto di convincerti che non sei un essere umano ma un fantasma, o solo una grande foto nella stanzetta dei tuoi figli, perché sai che a qualunque loro richiesta di aiuto non puoi fare altro che dire “vi affido a Dio” e se non sei forte cominci a pensare che la migliore soluzione è quella di addormentarti e di non svegliarti più.

12 giugno 2009: si presenta davanti alla mia cella un agente, mi fa uscire, gli domando dove devo andare, mentre mi perquisisce mi risponde che non lo sa, fuori dalla sezione mi sta aspettando un ispettore e gli faccio la stessa domanda, anche lui mi risponde che non lo sa, arrivati alla matricola il responsabile mi comunica “Le è stato revocato il 41bis non può più tornare in sezione”. Dopo dodici giorni d’isolamento dal carcere di Ascoli Piceno arrivo a Padova, vengo collocato nella sezione di alta sorveglianza AS1, ci sono da sei anni, i miei ventidue anni di detenzione li ho passati nelle sezioni speciali, in altri stati esiste una legge per cui dopo la condanna definitiva vieni inserito nelle carceri di media sicurezza, solo in Italia c’è gente al 41bis da quando è stato applicato quel regime, cioè dal 1992, e c’è gente da decenni nei circuiti di Alta Sicurezza.

Non riuscirò mai a dimenticare il mio primo colloquio del 41 bis

di Francesca, figlia di Tommaso

Era il 14 giugno del 1991 quando io e per fortuna mia sorella gemella veniamo al mondo in quella che era una famiglia felice, o perlomeno dalle poche foto che io ho, perché purtroppo io non ne ho memoria dato che dopo 15 mesi il mio papà viene arrestato e quelle maledette porte del carcere non si sono più riaperte ad oggi, che sono passati 23 anni, qualunque errore abbia potuto commettere lo ha pagato con tanti anni della propria libertà e non si sa se quel maledetto cancello si riaprirà mai.

Ho tanta rabbia dentro un po’ con il mondo intero e non solo, visto che mi è stata negata per tutti questi anni la presenza di mio padre accanto a me, ero piccola e non riuscivo a capire perché il mio papà ad ogni mio compleanno, ad ogni Natale, ad ogni Pasqua o semplicemente al mio primo giorno di scuola non c’era, mentre tutti gli altri bambini erano accompagnati dal proprio papà, io purtroppo ero quella diversa quella senza un papà. Ho tanta rabbia dentro perché non riesco neanche a ricordarmi il mio papà dentro casa mia, non riesco a ricordare neanche il poco tempo che siamo riusciti a passare insieme perché ero troppo piccola, quanto vorrei ricordare! Stare rinchiuso in quattro mura per 23 anni e non si sa ancora quanti anni passeranno è come essere sepolti vivi, questa è la mia rabbia perché io un padre ce l’ho ma è sepolto vivo, alla morte ci si rassegna al carcere a vita no.

Ogni tanto penso tra me e me come sarebbe stata la mia vita con il mio papà accanto, ma invece purtroppo per passare qualche ora con mio padre devo fare un viaggio lunghissimo e vederlo in mezzo a persone che non conosco. Questo calvario è iniziato quando ero piccolissima. Non mi ricordo il mio primo colloquio con mio papà, ma sicuramente uno non riuscirò mai a dimenticarlo, cioè il mio primo colloquio del 41bis.

Avevo solo 11 anni, eravamo abituate io e mia sorella a colloqui molto affettuosi pieni di abbracci e baci, e vedersi dietro un vetro blindato e non capire nemmeno cosa ti dice tuo padre è stato traumatico, poggiavamo la mano sul vetro per fare finta che ci toccassimo ma in realtà toccavamo un vetro freddo. Per sette anni non ho sentito il calore di mio padre, non ho potuto abbracciarlo né baciarlo né stare sulle sue gambe, cosa che faccio a tutt’oggi anche se ho 23 anni, forse per la troppa voglia di avere un papà come tutti gli altri. Il carcere secondo me deve essere una struttura che aiuti il detenuto a prendere coscienza dei propri errori e a essere reinserito al meglio nella società, e non come hanno fatto con mio padre che è entrato a causa dei suoi errori, ma poi hanno gettato la chiave, per forza sono arrabbiata con il mondo intero, perché crescere con un padre in carcere non è stato facile, affrontare ogni mio problema da sola non è stato per niente facile, se sei la figlia di un detenuto la gente ignorante ti giudica, ti discrimina, ti emargina e ti addita come se essere figlia di un detenuto fosse colpa mia, quindi sì ce l’ho con il mondo intero.

Tutto questo è stato devastante, la cosa più brutta è stata quando leggendo una lettera di mio padre domandai a mia madre perché sul mio pezzo di lettera c’era un timbro, mia madre diventò bianca e mi disse che significava che prima di essere spedita quella lettera, la mia lettera, era stata letta da un estraneo. Io non dissi nulla per non fare rimanere male mia madre, però dentro di me sapere che le parole che mi scriveva mio padre fossero state lette da qualcun altro mi suscitava tanta rabbia. Fortunatamente questo periodo di 41bis è passato e a Padova facciamo un bel colloquio pieno di abbracci risate baci, tutti quelli che mi sono persa in 7 anni che mai nessuno mi potrà restituire. Spero che mio padre non debba essere trasferito via da Padova, e che un giorno non molto lontano possa tornare a casa per viverci finalmente un po’ di vita insieme o perlomeno vivere quello, che non ha potuto vivere con le sue figlie, con i suoi nipoti, visto che mia sorella ha due bimbi piccoli.