Cagliari, detenuto minore tenta il suicidio in cella. Salvato dal compagno e dalla Penitenziaria


cella-minori-ipmTempestivo l’intervento del compagno di detenzione e degli agenti penitenziari. Nella tarda serata di ieri, all’interno di una cella dell’Istituto Penitenziario per Minori di Quartucciu, un giovane detenuto algerino ha tentato di togliersi la vita impiccandosi rimanendo appeso per il collo fino a perdere i sensi. Il giovane è stato prima soccorso dal compagno, che è riuscito ad allentare le lenzuola ed a tenerlo sospeso, e poi dagli Agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria, intervenuti tempestivamente. Il detenuto poi è stato trasportato all’ospedale cittadino per tutti gli accertamenti del caso e successivamente riaccompagnato in carcere e sottoposto a grande sorveglianza custodiale per impedire che possa reiterare l’insano gesto.

“Ieri è stata salvata una vita umana. Gli interventi sono stati tempestivi, sia quello del compagno di cella che quello della polizia penitenziaria – ha detto il Segretario Generale aggiunto della Fns-Cisl Giovanni Villa. Il detenuto che ha provato a togliersi la vita pare abbia ricevuto in questi giorni delle notizie riguardanti la perdita di un familiare, forse è questo motivo che lo ha portato a compiere il gesto estremo. Il personale di Polizia Penitenziaria operante sta garantendo il servizio in modo professionale. Certo è che – spiega Villa – con detenuti a grande sorveglianza bisogna aumentare i poliziotti in servizio e quindi rinforzare l’organico. L’amministrazione ora, giustamente, provveda a premiare chi è intervenuto”.

Paola, il Pm procede per “istigazione al suicidio”. I Radicali visitano il Carcere


Casa Circondariale di PaolaOggi pomeriggio alle ore 15,00 presso l’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria si terrà l’esame autoptico sul cadavere di Maurilio Pio Morabito, il 46enne reggino trovato impiccato alla finestra, la notte del 29 aprile 2016 intorno all’una circa, presso la Casa Circondariale di Paola, ove si trovava ristretto dal 1 aprile in espiazione di una condanna che avrebbe terminato il 30 giugno 2016.

L’esame autoptico si è reso necessario dopo la denuncia effettuata dai familiari del Morabito, assistiti dagli Avvocati Giacomo Iaria e Corrado Politi del Foro di Reggio Calabria, ed è stato disposto dal Pubblico Ministero di Reggio Calabria Salvatore Faro, su richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Paola, competente territorialmente, guidata dal Procuratore Bruno Giordano.

Gli accertamenti tecnici non ripetibili, per conto dell’Ufficio di Procura, saranno condotti dal Medico Legale Mario Matarazzo. Anche la famiglia ha nominato un proprio consulente di parte che prenderà parte all’esame autoptico per stabilire le cause, le modalità ed eventualmente i mezzi che hanno determinato la morte del detenuto reggino. Al momento, per quanto è trapelato, si procede nei confronti di ignoti per il reato di istigazione al suicidio previsto e punito dall’Art. 580 del Codice Penale.

Intanto, ieri mattina, la Direzione della Casa Circondariale di Paola, ha consegnato alla Magistratura, i filmati delle telecamere di sorveglianza presenti nell’Istituto che, contrariamente a quanto riferiva il detenuto ai propri congiunti, erano regolarmente attive e funzionanti. Nel pomeriggio, invece, una delegazione guidata dal radicale Emilio Enzo Quintieri, già membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani e composta da Valentina Moretti, Shyama Bokkory, Marco Calabretta e Lucia Coscarelli, giusta autorizzazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, ha effettuato una visita ispettiva nello stabilimento penitenziario – in cui sono presenti 182 detenuti – durata circa quattro ore.

Sono stati visitati tutti gli spazi detentivi ivi compreso i reparti e le celle in cui è stato ubicato, durante la sua breve permanenza a Paola, il detenuto Maurilio Morabito. E’ stato accertato che la cella in cui il prevenuto è stato trovato cadavere dal personale di Polizia Penitenziaria è la numero 9 all’interno del Reparto di Isolamento posto al piano terra della struttura. Ed è una “cella liscia” cioè priva dell’arredo ministeriale (branda, materasso, sgabello, tavolino, etc.).

Delegazione Radicale CC PaolaSono già 32 i decessi dei detenuti avvenuti nel 2016 nelle Carceri della Repubblica, 12 dei quali per suicidio, sostiene il radicale Quintieri. A Paola, in ogni caso, non ci sono stati suicidi da diversi anni ed anche quelli tentati e gli atti di autolesionismo sono pochi rispetto a tanti altri Istituti. Qualcuno aveva ipotizzato che il detenuto sarebbe stato ucciso ma io ritengo di escluderlo categoricamente poiché era isolato e quindi separato dal resto della popolazione detenuta. Nessuno a Paola, né tra la Polizia Penitenziaria né tra i detenuti, lo voleva morto !

Quello che contesto però all’Amministrazione Penitenziaria, che ha l’obbligo giuridico di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, è quello di aver collocato il Morabito in isolamento e, peggio ancora, in una “cella liscia”, pratica che ritengo illegale, e senza disporre la “sorveglianza a vista” dello stesso nonostante avesse già manifestato le proprie intenzioni suicide ed i propri disturbi psichici.

Chi si occupa di carcere sa benissimo che il metodo più utilizzato per il suicidio è l’impiccamento, messo in atto durante l’isolamento, e durante periodi in cui il personale è più scarso o non è presente costantemente in un determinato reparto detentivo, come di notte ed il fine settimana. Molti suicidi avvengono nei momenti in cui i detenuti si trovano da soli e, tra questi, tanti mentre sono allocati nelle “celle lisce”. Esiste una forte associazione tra suicidio dei detenuti e tipo di alloggio assegnato.

Un detenuto posto in isolamento, o sottoposto a particolari regimi di detenzione (specialmente in cella liscia) è incapace di adattarvisi, è ad altissimo rischio di suicidio. Morabito aveva bisogno di essere rigorosamente sorvegliato ed assistito – continua l’esponente radicale Emilio Enzo Quintieri – ed invece è stato lasciato da solo in una cella, in condizioni al limite della tollerabilità. Il livello di osservazione avrebbe dovuto essere più rigoroso ed adeguato al grado di rischio che era ben noto all’Amministrazione Penitenziaria. Pare che al Morabito lo Specialista in Psichiatria in servizio nell’Istituto avesse prescritto la somministrazione di una terapia farmacologica che lui rifiutava di assumere avendo fondato timore di essere avvelenato. Anche da questo punto di vista, a mio avviso, si è operato con superficialità in quanto il detenuto avrebbe dovuto essere immediatamente trasferito in un Reparto di Osservazione Psichiatrica o in altra struttura sanitaria esterna per una migliore comprensione della situazione, la messa a punto di un trattamento psicofarmacologico adeguato ed una sorveglianza più intensificata finalizzata alla prevenzione del rischio suicidario.

Frosinone, detenuto tenta il suicidio in cella poco prima dell’assoluzione


Carcere FrosinoneDrammatica la vicenda accaduta a Bassi Pietro, ultimo reduce dell’organizzazione mafiosa capeggiata da Salvatore Anacondia, storico boss della mafia Nord barese, di cui Bassi era l’indiscusso braccio destro.

Il 57enne Bassi Pietro, noto con lo pseudonimo di “Bobby solo”, già condannato per il reato di duplice omicidio e di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estradato dall’Olanda ove era stato catturato su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, dopo un lungo periodo di detenzione nella Casa Circondariale di Bellizzi Irpino era stato da poco trasferito nel Carcere di Frosinone. L’approssimarsi di un nuovo processo penale, da celebrarsi nel tribunale di Trani, aveva ingenerato nell’uomo un profondo stato di angoscia.

E così il 25 marzo 2015, dopo aver rinunciato a comparire all’udienza dibattimentale fissata agli inizi di aprile per la sola discussione dinanzi al tribunale di Trani, salito in cella ed approfittato del fatto che gli altri detenuti erano usciti per l’ora d’aria, ha tentato di suicidarsi impiccandosi con le lenzuola legate alla grata della finestra. Il detenuto ha penzolato per circa una quarantina di secondi fino a quando gli insoliti rumori sentiti dal vicino di cella e l’allarme dato, hanno consentito il provvidenziale intervento degli agenti di Polizia penitenziaria.

Bassi è stato immediatamente trasportato in gravissime condizioni nell’ospedale di Frosinone dove tutt’ora si trova in stato di coma.

Sconvolto il legale di fiducia del Bassi, l’avvocato penalista Rolando Iorio, che non ha avuto neanche la soddisfazione di poter comunicare al proprio assistito, che versa in uno stato di coma, l’esito del processo penale celebratosi dinanzi al Tribunale di Trani, Presidente Dott. D’Angeli, che ha mandato assolto Bassi con formula piena perché il fatto non sussiste. “Questa vicenda” ha commentato il legale, “accende ancora una volta la luce sulla drammatica condizione dei detenuti nel nostro Paese, spesso costretti a vivere in condizioni insopportabili, vittime di pregiudizi e ritenuti colpevoli già prima della celebrazione dei processi”.

Paola Iandolo

http://www.ottopagine.it, 19 aprile 2015

Catanzaro: Detenuto salvato dal suicidio per un pelo… ma ora aiutate Fabio Pignataro


10469776_786327044759501_4692306044271438006_nHa tentato di impiccarsi con un cappio rudimentale nella sua cella all’interno del reparto di isolamento del carcere di Catanzaro Siano ma, per fortuna, è stato salvato in extremis dai sanitari e dalla polizia penitenziaria. Grazie alla immediata denuncia del radicale Emilio Quintieri e l’immediata attenzione della deputata del Pd Enza Bruno Bossio, l’amministrazione penitenziaria ha sospeso il regime 14 bis a cui era sottoposto. L’autore del disperato ed estremo gesto è il detenuto Fabio Pignataro, proveniente dal famigerato carcere di Rossano – vicenda raccontata anche dal Garantista – dove, grazie alla visita ispettiva condotta dalla deputata Enza Bruno Bossio, aveva denunciato di aver subito pestaggi dalla polizia penitenziaria perché avrebbe tentato di evadere.

Aveva già messo il cappio al collo quando davanti alla sua cella, per fortuna, si sono presentati i sanitari per la somministrazione della terapia ed una volta accortisi di quanto stava accadendo, hanno allertato il personale di polizia penitenziaria ed insieme sono riusciti a salvarlo.

A darne notizia è l’esponente radicale calabrese Emilio Quintieri che ha colto l’occasione per chiedere all’Amministrazione penitenziaria ed alla magistratura di sorveglianza di Catanzaro di intervenire, per quanto di competenza, per valutare la sospensione – quantomeno temporanea -del regime di sorveglianza particolare nei confronti di questo detenuto, per prevenire ulteriori atti autolesionistici o suicidari.

Il pestaggio da parte della Polizia Penitenziaria, sul quale la Procura della Repubblica di Castrovillari ha aperto un fascicolo, venne denunciato dal Pignataro all’onorevole Enza Bruno Bossio, deputato del Partito democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, durante la visita ispettiva “a sorpresa” effettuata lo scorso 9 agosto al Carcere di Rossano.

Una vicenda che l’on. Bruno Bossio, ha espressamente richiamato nella sua interrogazione a risposta in commissione, indirizzata ai ministri della Giustizia, della Salute e del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Renzi, presentata alla Camera dei Deputati durante la 291esima seduta del 16 settembre.

Il radicale Quintieri, non appena venuto a conoscenza del tentato suicidio del detenuto Pignataro, ne ha immediatamente informato la parlamentare democratica, la quale ha chiesto immediatamente delucidazioni al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia.

“Avevo già evidenziato – denuncia il radicale Quintieri – che quei detenuti ristretti a Rossano tenuti per lungo tempo in isolamento, erano a rischio suicidio. Ieri, a Catanzaro, per fortuna, è stato evitato il peggio. Il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli istituti penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, ed un eventuale fallimento di questo mandato può anche essere perseguito penalmente.

Il metodo più utilizzato per il suicidio è l’impiccamento, messo in atto il più delle volte, durante l’isolamento”. Il radicale calabrese prosegue dicendo che “gli studi effettuati hanno dimostrato che esiste una torte associazione tra il suicidio dei detenuti ed il tipo di alloggio assegnato. Nello specifico, un detenuto posto in isolamento, o sottoposto a particolari regimi di detenzione (specialmente in cella singola) e incapace di adattarvisi, è ad alto rischio di suicidio.

La detenzione, in sé e per sé, è un evento devastante anche per detenuti “sani” figuriamoci per chi, come il Pignataro, soggetto tossicodipendente e quindi particolarmente vulnerabile, la sottoposizione ad un rigoroso regime custodiale, qual è il 14 bis, possa sviluppare gesti auto-suicidari”.

Per questo motivo, il radicale Quinteri chiede all’amministrazione penitenziaria ed alla magistratura di sorveglianza competente di “valutare di sospendere, quantomeno temporaneamente, l’applicazione del regime di sorveglianza particolare nei confronti del detenuto Fabio Pignataro che prevede una serie di restrizioni, a partire dall’isolamento totale, che comportano anche vistose deroghe all’ordinario trattamento carcerario, lesive dei principi costituzionali di umanità e rispetto della dignità umana”.

Dopo lo scandalo del carcere di Rossano, definito “l’Abu Ghraib calabrese” per via delle condizioni di tortura riscontrate, l’onorevole Enza Bruno Bossio aveva espressamente segnalato, con una precisa interrogazione parlamentare al governo, che tenere in isolamento i detenuti (tra i quali proprio Pignataro, colui che stava per morire impiccato) era pericoloso per la loro incolumità psicofisica. “Non capisco – si interroga il radicale Quinteri – perché ancora oggi questo detenuto si trovava in isolamento anche dopo il trasferimento”. Ma grazie alla sua pronta denuncia, il Dap ha sospeso il regime di isolamento nei confronti di Pignataro.

Damiano Aliprandi

Il Garantista, 23 ottobre 2014

Catanzaro, detenuto tenta il suicidio. Salvato in extremis dalla Penitenziaria. Quintieri (Radicali) : “Sospendetegli il 14 bis”


Carcere Siano - ingressoHa tentato di impiccarsi con un cappio rudimentale nella sua cella all’interno del Reparto di Isolamento del Carcere di Catanzaro Siano ma, per fortuna, è stato salvato in extremis dai Sanitari e dalla Polizia Penitenziaria. Il fatto è accaduto ieri, nel tardo pomeriggio, nella Casa Circondariale del capoluogo calabrese. Ad accorgersi di quanto stava accadendo è stato il personale sanitario che, in quel momento, stava passando per somministrare la terapia ai detenuti bisognosi. A darne notizia è l’esponente radicale calabrese Emilio Quintieri che, ha colto l’occasione, per chiedere all’Amministrazione Penitenziaria ed alla Magistratura di Sorveglianza di Catanzaro di intervenire, per quanto di competenza, per valutare la sospensione – quantomeno temporanea – del regime di sorveglianza particolare nei confronti di questo detenuto, per prevenire ulteriori atti autolesionistici o suicidari.

Fabio PignataroL’autore del disperato ed estremo gesto è il detenuto Fabio Pignataro, classe 1978, tossicodipendente, originario di Mesagne (Brindisi), con fine pena prevista per il 2025 per vari reati tra cui rapina, estorsione e traffico di stupefacenti, recentemente trasferito a Catanzaro dalla Casa di Reclusione di Rossano (Cosenza) ove, unitamente ad altro ristretto straniero, avrebbe tentato di evadere. Una condotta che, oltre alla irrogazione di una sanzione disciplinare ed una denuncia all’Autorità Giudiziaria, stando a quanto riferito dallo stesso, gli avrebbe comportato anche un pestaggio da parte del personale di Polizia Penitenziaria nonché, per ultimo, la sottoposizione al rigoroso regime di sorveglianza particolare previsto dall’Art. 14 bis dell’Ordinamento Penitenziario, su richiesta del Consiglio di Disciplina del Penitenziario della sibaritide.

Il pestaggio da parte della Polizia Penitenziaria, sul quale la Procura della Repubblica di Castrovillari ha aperto un fascicolo, venne denunciato dal Pignataro all’Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, durante la famigerata visita ispettiva “a sorpresa” effettuata lo scorso 9 agosto al Carcere di Rossano. Una vicenda che l’On. Bruno Bossio, ha espressamente richiamato nella sua Interrogazione a risposta in Commissione nr. 5-03559, indirizzata ai Ministri della Giustizia, della Salute e del Lavoro e delle Politiche Sociali del Governo Renzi, presentata alla Camera dei Deputati durante la 291^ seduta del 16 settembre. Il radicale Quintieri, nella serata di ieri, non appena venuto a conoscenza del tentato suicidio del detenuto Pignataro, ne ha immediatamente informato la Parlamentare Democratica che, questa mattina, ha chiesto delucidazioni al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia.

Avevo già evidenziato che quei detenuti ristretti a Rossano, tenuti per lungo tempo in isolamento, erano a rischio suicidio. Ieri, a Catanzaro, per fortuna, è stato evitato il peggio. Il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli Istituti Penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, ed un eventuale fallimento di questo mandato può anche essere perseguito penalmente. Il metodo più utilizzato per il suicidio è l’impiccamento, messo in atto il più delle volte, durante l’isolamento. Gli studi effettuati, prosegue Quintieri, hanno dimostrato che esiste una forte associazione tra il suicidio dei detenuti ed il tipo di alloggio assegnato. Nello specifico, un detenuto posto in isolamento, o sottoposto a particolari regimi di detenzione (specialmente in cella singola) e incapace di adattarvisi, è ad alto rischio di suicidio. La detenzione, in sé e per sé, è un evento devastante anche per detenuti “sani” figuriamoci per chi, come il Pignataro, soggetto tossicodipendente e quindi particolarmente vulnerabile, la sottoposizione ad un rigoroso regime custodiale, qual è il 14 bis, possa sviluppare gesti autosuicidari. Per questo motivo, mi permetto di chiedere all’Amministrazione Penitenziaria ed alla Magistratura di Sorveglianza competente, di valutare di sospendere, quantomeno temporaneamente, l’applicazione del regime di sorveglianza particolare nei confronti del detenuto Fabio Pignataro che prevede una serie di restrizioni, a partire dall’isolamento totale, che comportano anche vistose deroghe all’ordinario trattamento carcerario, lesive dei principi costituzionali di umanità e rispetto della dignità umana.

 

 

 

Parma: il boss Belforte tenta il suicidio, è detenuto da 16 anni in regime 41 bis


Cella 41 bis OPIl 57enne prova a impiccarsi ma la corda non regge: intervengono gli agenti. Sabato notte si è legato il cappio al collo e si è lasciato cadere giù, abbandonandosi al destino che si era scelto, ma suicidarsi in carcere è mille volte più difficile che fuori, da liberi.

La corda che gli reggeva il corpo, legata alle sbarre della cella, ha ceduto e il tonfo ha richiamato l’attenzione degli agenti della penitenziaria: “Belforte, Belforte risponda”, ha gridato l’agente che lo ha soccorso per primo. Ma il boss dì Marcianise, Domenico Belforte, l’uomo che aveva creato la diabolica associazione mafiosa alle porte della città dì Caserta, aveva la schiuma alla bocca e gli occhi rotolati verso l’alto.

Quando il 118 è giunto nel carcere dì massima sicurezza dì Parma, dov’è rinchiuso anche l’ultimo capo dei Casalesi, Michele Zagaria di Casapesenna, hanno tentato in tutti ì modi dì rianimarlo. All’ospedale della città ducale, Mimi Belforte è stato ricoverato nel reparto di Rianimazione; solo ieri ha aperto gli occhi e ha ripreso conoscenza. È rimasto sedato per tre giorni, in attesa che rispondesse bene alla terapia. Piantonato notte e giorno dalla polizia, il clapoclan ha chiesto dei familiari. Dal 1998 Domenico è rinchiuso al 41 bis, il carcere duro previsto per i detenuti pericolosi. Anche alla moglie, Maria Buttone, è stato applicato lo stesso regime detentivo in una casa circondariale dì Roma. La Dda scoprì che reggeva le sortì del clan in maniera magistrale dopo l’arresto del consorte. Fuori, liberi, i due figli della coppia.

Il motivo del gesto estremo del boss sarebbe legato alla situazione detentiva. Domenico Belforte, ormai 57enne, non avrebbe retto alle regole ferree del carcere. O forse, voleva denunciare dei presunti soprusi. Le sue istanze sono state inviate, nel corso di questi 20 anni di reclusione, alle varie procure d’Italia. Il boss è uno a cui piace prendere carta e penna e scrivere per far sentire la sua voce. Accusato di aver preso parte all’atto di nascita del clan egemone a Marcianise e dintorni, assieme al fratello Salvatore, è stato condannato per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni e riciclaggio, Dal tribunale di Milano era stato, inoltre, condannato a 18 anni di reclusione per traffico di droga. Per i tre omicidi contestati – l’ultimo è quello di Alessandro Menditti, ucciso a Recale 13 anni fa – il tribunale del Riesame di Napoli ha annullato tutte le misure, dopo l’emissione delle ordinanze.

Nel 2007 venne addirittura assolto dal reato di omicidio, così come nel processo sui rifiuti e veleni trasportati dal Nord verso il Sud Italia. Ma è ancora troppo presto per mettere la parola fine sui fatti di sangue. Se ieri, è pur vero, è stata annullata anche la custodia cautelare nei confronti di Vittorio Musone e Pasquale Cirillo, difesi dall’avvocato Angelo Raucci, è vero anche che le indagini sono nella fase iniziale, curate dalla Dda. A difendere Belforte Domenico, c’è l’avvocato Massimo Trigari. A Marcianise non si parla d’altro, del boss che voleva togliersi la vita perché non vuole restare a Parma, dove nel 2001 denunciò il direttore della casa circondariale per abuso d’ufficio. In sostanza, Belforte aveva spiegato che la polizia penitenziaria gli inondò la cella per spegnere un presunto incendio. Possibili vessazioni era state tutte denunciate alle autorità. Dopo l’evento del 2001, Domenico Belforte venne trasferito a Milano, ma ritornò poi a Parma. Dove non voleva restare. Piuttosto avrebbe abbracciato la morte.

Marilù Musto

Il Mattino, 25 settembre 2014

Milano: Detenuto disabile incompatibile con il Carcere. 9 mesi per trovare una soluzione


Cella carcereSecondo il Tribunale di Milano le sue condizioni sono incompatibili con la detenzione, ma per il giovane romano, che vive sulla sedia a rotelle, solo ieri l’uscita da Opera. Colpa della mancanza di strutture in grado di accoglierlo e burocrazia.

Poteva essere scarcerato, ma dietro le sbarre c’è rimasto per altri nove mesi. Per la mancanza di strutture in grado di accoglierlo e per colpa della burocrazia. L.V. è un giovane romeno, che ha tentato due volte il suicidio in cella ed è semi-paralizzato. Vive sulla sedia a rotelle. Il Tribunale di sorveglianza di Milano ha stabilito, nel novembre dell’anno scorso, che le sue condizioni sono incompatibili con la detenzione.

Ma dal carcere di Opera è uscito solo ieri, quando finalmente il Comune di Milano e il garante per i detenuti sono riusciti a trovargli un posto all’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Il suo caso era stato denunciato dalla stesso direttore del carcere, Giacinto Siciliano, durante un’audizione alla sottocommissione carcere di Palazzo Marino: “Abbiamo percorso tutte le strade possibili perché qualche struttura esterna se ne occupi – aveva detto – ma nessuno vuole prenderlo in carico”.

Il paradosso è che quando la struttura è stata trovata, non si riusciva a farlo uscire per problemi burocratici. “L’attuale normativa prevede infatti che debba essere garantita l’assistenza sanitaria a tutte le persone detenute o sottoposte a misure alternative alla detenzione – racconta Alessandra Naldi, garante per i detenuti del Comune di Milano. Ma L.V. non è in nessuna di queste due situazioni perché il Tribunale di sorveglianza gli ha concesso il differimento pena per motivi di salute. Il differimento pena non è formalmente una misura alternativa alla detenzione, e quindi non rientra tra le situazioni in cui è esplicitamente prevista la garanzia dell’assistenza sanitaria anche ai cittadini stranieri”.

Risultato: l’Asl non concedeva la tessera sanitaria perché formalmente L.V. non era più un detenuto. Allo stesso tempo però la Sacra Famiglia non poteva ricoverarlo perché non aveva la tessera sanitaria e quindi il carcere di Opera non poteva lasciarlo libero. Un gatto che si morde la coda, insomma. La situazione si è sbloccata quando il Comune di Milano è intervenuto e ha garantito per il giovane L.V.. “È una storia che fa anche rabbia – commenta Alessandra Naldi, perché la lentezza e le incongruenze della burocrazia a volte creano situazioni paradossali. Per questo a fine giugno abbiamo istituito un tavolo con Asl, Regione, Comune e amministrazione carceraria per creare un protocollo che colmi questi vuoti che impediscono ai detenuti di usufruire di benefici di cui hanno diritto”.

Dario Paladini

Redattore Sociale, 2 agosto 2014