Carceri: Sovraffollamento e suicidi, il 2018 annus horribilis. Oltre 60 mila detenuti e 67 suicidi


Il 2018 è stato un annus horribilis per le carceri italiane: sessantasette sono stati i detenuti che si sono tolti la vita, superando così gli anni 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 suicidi.

Solo negli ultimi giorni ci sono stati due detenuti che sono morti nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. Ma il 2018 è stato anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i reclusi sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017.

Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Incertezza sull’effettivo numero dei suicidi nelle carceri italiane avvenute nell’anno 2018. Annus horribilis per quanto riguarda i decessi visto che almeno 67 sono stati i detenuti che sono tolti la vita, superando così l’anno 2010 e 2011 che avevano contabilizzato 66 sucidi. Due sono i detenuti che sono morti nel giro di pochi giorni nel carcere di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”: uno è un suicidio, l’altro ancora da accertare. È Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale Radicali Italiani, candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria, ad aver diffuso per primo una nota sui recenti episodi avvenuti nel carcere di Bancali e, in particolare, sulla morte dell’algherese Omar Tavera che sembrerebbe avvenuta per una overdose. Quintieri informa inoltre di un altro tragico decesso, anche questo algherese. «Questa notte ( 30 dicembre, ndr) sono stato informato di altri due decessi avvenuti nei giorni scorsi presso la Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu” e tenuti “riservati” dall’Amministrazione penitenziaria. Dalle poche notizie che sono riuscito ad avere, si tratterebbe di due giovani detenuti di Alghero, morti a poche ore uno dall’altro, entrambi ristretti nell’Istituto Penitenziario di Sassari». Quintieri spiega che il 25 dicembre è deceduto il detenuto Omar Tavera, 37 anni, recluso per reati contro il patrimonio, violazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ed altro, trovato morto nella sua cella dal personale del Corpo di Polizia Penitenziaria: «Tavera -, il giorno della vigilia di Natale, l’aveva trascorso fuori dall’Istituto Penitenziario, grazie ad un permesso premio concessogli dal magistrato di Sorveglianza di Sassari. Pare che la causa del decesso sia una overdose. La Procura della Repubblica di Sassari, in persona del Pubblico ministero Mario Leo, informata del decesso, ha nominato un proprio consulente, il medico Legale Salvatore Lorenzoni, disponendo l’esame autoptico sulla salma ivi compresi gli esami tossicologici per accertare le cause della morte del detenuto. Al momento si procede per il reato di cui all’Art. 586 del Codice Penale “morte o lesioni come conseguenza di altro delitto”» . Il consulente tecnico incaricato dalla Procura della Repubblica di Sassari relazionerà in merito entro 90 giorni. Ma spunterebbe un altro suicidio di cui ufficialmente ancora non si ha contezza. «Pare che nelle ore successive – denuncia sempre Quintieri-, probabilmente il 26 o il 27 dicembre, ma di questo non ho ancora avuto alcun riscontro ufficiale, nel medesimo Istituto Penitenziario si sia suicidato tramite impiccagione, un altro detenuto algherese di 31 anni, Stefano C., da poco arrestato per reati contro il patrimonio. Nella Casa Circondariale di Sassari Bancali “Giovanni Bacchiddu”, al momento, a fronte di una capienza regolamentare di 454 posti, sono ristretti 424 detenuti ( 13 donne), di cui 142 stranieri. Tra i ristretti presenti nell’Istituto anche 90 detenuti sottoposti al regime detentivo speciale 41 bis O. P. ed altri 30 detenuti per terrorismo internazionale di matrice islamica. Sale così a 149 il numero dei “morti in carcere”, – conclude Quintieri – di cui 68 suicidi, avvenuti nel 2018». Quintieri parla di 68 persone che si sono uccise, perché include anche l’ultimo suicidio da lui segnalato.

Quindi c’è incertezza, numeri effettivi che non sono ufficiali. D’altronde il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non pubblica una lista ufficiale delle morti nel sito del ministero della Giustizia. Le notizie dei decessi sono difficili da reperire, non sempre arrivano comunicati ufficiali – di solito da parte dei sindacati della polizia penitenziaria – e quindi c’è difficoltà a stilare il numero reale delle morti in carcere. Da anni c’è la redazione di Ristretti Orizzonti che aggiorna ogni giorno la lista dei detenuti morti dal 2002 fino ai giorni nostri per cognome, età, data e luogo del decesso.

Ma il 2018 appena concluso è anche l’anno del sovraffollamento. Al 30 novembre, dopo 5 anni, i detenuti sono tornati ad essere oltre 60.000, con un aumento di circa 2.500 unità rispetto alla fine del 2017. Con una capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 50.500 posti, attualmente ci sono circa 10.000 persone oltre la capienza regolamentare, per un tasso di affollamento del 118,6%.

Il sovraffollamento è però molto disomogeneo nel paese. Al momento la regione più affollata è la Puglia, con un tasso del 161%, seguita dalla Lombardia con il 137%. Se poi si guarda ai singoli istituti, in molti ( Taranto, Brescia, Como) è stata raggiunta o superata la soglia del 200%, numeri non molto diversi da quelli che si registravano ai tempi della condanna della Cedu.

«L’indirizzo dell’attuale governo – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone sembra quello di costruire nuovi istituti di pena. Costruire un carcere di 250 posti costa tuttavia circa 25 milioni di euro. Ciò significa che ad oggi servirebbero circa 40 nuovi istituti di medie dimensioni per una spesa complessiva di 1 miliardo di euro, senza contare che il numero dei detenuti dal 2014 ad oggi ha registrato una costante crescita e nemmeno questa spesa dunque basterà. Servirebbe inoltre più personale, più risorse, e ci vorrebbe comunque molto tempo». «Quello che si potrebbe fare subito sostiene Gonnella – è investire nelle misure alternative alla detenzione. Sono circa un terzo le persone recluse che potrebbero beneficiarne e finire di scontare la propria pena in una misura di comunità. Inoltre conclude il presidente di Antigone – andrebbe riposta al centro della discussione pubblica la questione droghe. Circa il 34% dei detenuti è in carcere per aver violato le leggi in materia, un numero esorbitante per un fenomeno che andrebbe regolato e gestito diversamente».

L’anno che si è concluso ha visto anche l’approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, a conclusione di un iter avviato dal precedente governo che aveva convocato gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale a cui avevano partecipato addetti ai lavori provenienti da diversi mondi. «Gran parte delle indicazioni uscite da quella consultazione – scrive Antigone – sono state disattese, in particolare proprio sulle misure alternative alla detenzione.

Tuttavia su alcuni temi si sono fatti dei piccoli passi avanti, ad esempio con la creazione di un ordinamento penitenziario per i minorenni». Antigone denuncia anche il discorso dello spazio vitale nelle celle. «L’elaborazione dei dati raccolti è ancora in corso – scrive l’associazione- ma, nei 70 istituti per cui è conclusa, abbiamo rilevato che nel 20% dei casi ci sono celle in cui i detenuti hanno a disposizione meno di 3mq ciascuno». Continua anche a registrare carenza di personale, soprattutto gli educatori. «Negli istituti visitati – denuncia Antigone – c’è in media un educatore ogni 80 detenuti ed un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti. Ma in alcuni realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente ( Reggio Calabria ‘ Arghillà’) o a 206 detenuti per ogni educatore ( Taranto)».

Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 2 gennaio 2019

Bari, detenuto di 48 anni si toglie la vita. Il Sappe denuncia “Stato latitante”


Carcere di BariChiuso in cella per reati connessi alla droga e in condizioni fisiche difficili dopo un intervento chirurgico, non ha retto alla convivenza carceraria con altri detenuti e si è impiccato nel bagno della sua cella. Doveva tornare in libertà a dicembre prossimo il 48enne che l’altro pomeriggio, all’ora del cambio delle guardie giurate (nelle Carceri non fanno servizio “Guardie Giurate” ma Agenti di Polizia Penitenziaria n.d.r), ha realizzato con la cinta dell’accappatoio una corda rudimentale e si è chiuso nel bagno, togliendosi la vita con un solo, violento strappo.

Proprio per le modalità con cui si è suicidato, non è servito l’intervento delle guardie chiamate dai compagni di cella: al loro arrivo, l’uomo era già morto. “Ormai ne abbiamo piene le tasche di protocolli, di convegni, di ordini del giorno del Consiglio regionale, di monitoraggi sul sistema carcerario pugliese”, commenta Federico Pilagatti, segretario nazionale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Sappe. Pilagatti si riferisce, in particolare, a un protocollo siglato oltre un anno fa da amministrazione penitenziaria e Regione Puglia “che si prefiggeva lo scopo di prevenire il rischio autolesivo e suicidario dei detenuti”.

Il sindacalista ricorda come “la situazione della sanità nelle carceri è uno dei nodi più drammatici oltre alla grave carenza di poliziotti e alla fatiscenza delle strutture, che non ha trovato alcuna soluzione, nonostante pomposi protocolli firmati tempo fa che, dovevano recepire una legge dello Stato con cui si demandava la responsabilità della sanità penitenziaria alle Regioni”. E annuncia nuove azioni di lotta: “Se a breve non ci saranno risposte concrete – avverte – il Sappe denuncerà l’attuale situazione alla magistratura ordinaria, poiché, a nostro parere, si potrebbe prefigurare in taluni casi, il reato di mancata assistenza sanitaria alla popolazione detenuta”.

Non si tratta, purtroppo, della prima denuncia pubblica fatta dal sindacato, né del primo suicidio nelle carceri pugliesi, dove il sovraffollamento costringe a una eccessiva vicinanza esponenti di clan mafiosi rivali. Il Sappe ha affrontato il problema anche con le istituzioni: “Nelle scorse settimane – spiega il segretario nazionale – ho scritto a tutti i capigruppo regionali, compreso il presidente del Consiglio, rappresentando come alcune problematiche di competenza della Regione, quali la sanità penitenziaria potevano trovare una rapida soluzione se affrontate in maniera concreta”.

Mara Chiarelli

La Repubblica, 17 febbraio 2016

Palermo: detenuta tunisina di 58 anni si impicca in cella, era in carcere da poche ore


carcere-Pagliarelli-di-Palermo.Si è impiccata con un lenzuolo dopo appena mezz’ora dal suo ingresso nel carcere Pagliarelli, nella sezione delle donne. Quello di Wahida Ben Khafallah, tunisina, detenuta per pochi minuti nel penitenziario palermitano è il secondo caso di suicidio nelle ultime due settimane nelle carceri siciliane, il trentaduesimo in Italia dall’inizio dell’anno. Il 26 agosto a togliersi la vita era stato un giovane italiano di 30 anni, anche lui impiccato ma nel carcere di Gela. Gli restavano meno di due anni di pena per detenzione di droga e ricettazione.

Anche Wahida Ben Khafallah, che aveva 58 anni, doveva scontare una condanna definitiva per droga. Era conosciuta dalle forze dell’ordine per i diversi episodi di spaccio nei quali era stata coinvolta nel centro storico della città. Dal momento in cui è stato scoperto il suo cadavere all’interno della cella in cui si trovava da sola, cinque giorni fa, nessuno ha reclamato il corpo. Ieri è stata eseguita l’autopsia, disposta dal pm Gaetano Guardì, la donna resterà in deposito e poi, con molta probabilità, verrà cremata.

Venerdì sera, quando è arrivata a Pagliarelli, Wahida Ben Khafallah ha solo detto di essere vedova. Ha passato le visite mediche e poi è stata ricevuta all’ufficio immatricolazione. Alle tre è scattata l’emergenza. “Era in una cella da sola – spiega il direttore del Pagliarelli, Francesca Vazzana – perché ancora stavamo decidendo la sistemazione più adeguata per lei”.

I poliziotti penitenziari si sono accorti quasi subito di quello che era accaduto nella cella dovesi trovava la detenuta tunisina. “C’è stato anche un soccorso con le manovre rianimatorie da parte del nostro personale – spiega il direttore del penitenziario – ma non c’è stato nulla da fare. La detenuta aveva stretto le lenzuola alle sbarre della finestra”.

Anche i medici del 118 non hanno potuto fare nulla, se non dichiarare la morte della donna. Sull’ultimo caso di suicidio dietro le sbarre interviene il sindacato Osapp. “L’assistenza sanitaria è al lumicino – denuncia il segretario generale dell’Osapp, Mimmo Nicotra – basti pensare che da dieci anni non è stato bandito alcun concorso per educatori.

Nelle carceri si muore per solitudine”. E da sola, senza nessuno a vegliarla, Wahida Ben Khafallah rimane nell’obitorio dell’ospedale Policlinico. Non ha lasciato nessun biglietto per spiegare il suo gesto e il personale del carcere non aveva notato alcun atteggiamento che potesse far presagire quanto accaduto. Adesso dal carcere e dalla procura sperano che la sua fotografia possa essere vista da chi la conosceva per rintracciare i suoi familiari in Tunisia.

Romina Marceca

La Repubblica, 9 settembre 2015

Pisa, suicida in carcere, il corpo resta 20 giorni in cella frigorifera per un fax non inviato dal Pm


Carcere di PisaDalla procura non è stato trasmesso il nullaosta La rabbia dei familiari: “Nessun rispetto per questa morte”. Non l’hanno potuta vedere nemmeno quando la salma è stata loro riconsegnata. Non hanno potuto baciare quel piccolo volto che hanno visto l’ultima volta a fine luglio, prima di essere portata al carcere don Bosco di Pisa. Ramona è morta lì. Suicida, hanno detto gli agenti della penitenziaria. Ma secondo i suoi familiari, quello che è successo nella cella dove la ventisettenne era rinchiusa, è ancora tutto da chiarire.

Due giorni fa c’è stato il funerale a Follonica. La cassa di legno non è stata riaperta e nessuno ha potuto poggiare le proprie labbra sul volto della ragazza. Perché Ramona è rimasta in una cella frigorifera del santa Chiara per venti giorni. Un tempo infinito, un tempo di dolore che si è protratto a causa di un disguido. “Il sostituto procuratore aveva dato l’ok per la sepoltura di Ramona il 19 o il 20 agosto, dopo l’autopsia – dice la sorella della ragazza, Consuelo – ma il fax non è mai stato trasmesso. Che la situazione era stata sbloccata lo abbiamo saputo qualche giorno fa dall’impresa funebre che ha organizzato il funerale di mia sorella. È stata tenuta venti giorni in una cella frigorifera. le hanno fatto male in vita e anche da morta”. Consuelo trattiene a stento le lacrime. Non ha potuto vedere Ramona se non per un solo minuto, all’obitorio del santa Chiara di Pisa, subito prima che si svolgesse l’autopsia.

E quando la piccola bara bianca che conteneva il corpo della ventisettenne ha cominciato la sua marcia dall’abitazione della ragazza fino al camposanto di Follonica, non c’era nemmeno un vigile a regolare il traffico. “In tanti si sono stupiti per questa assenza – dice la mamma Manola – Sono stati gli addetti delle pompe funebri a rallentare le auto per permetterci di arrivare al cimitero. E nemmeno nessuno del Comune, tranne alcuni operai, si è fatto vivo con noi. Né il sindaco, né un assessore. Le istituzioni sono state completamente assenti nonostante che nostra figlia sia morta in una struttura dello Stato”.

I tanti ricordi della ragazza sono tutti conservati nella sua casa. Ci sono i suoi vestiti, i suoi oggetti. I suoi scritti. C’era tutta la sua vita, in quell’appartamento dove ieri sua madre e sua sorella sono entrate un’altra volta. “Ora aspettiamo la risposta dell’autopsia – aggiunge Consuelo – e non ci arrenderemo fino a quando non sapremo tutta la verità. Ci sono troppi punti oscuri in questa vicenda, troppe cose che non tornano”.

Verità, giustizia. Ma anche rispetto. Rispetto per una ragazza di 27 anni che ha avuto una vita difficile. “Rispetto che è mancato quando non è stato trasmesso il nullaosta per la sepoltura di mia sorella – dice ancora Consuelo – che era pronto ma che è arrivato a Pisa con venti giorni di ritardo. Gli addetti delle pompe funebri non l’hanno nemmeno potuta vestire, i suoi abiti le sono stati poggiati sopra. È stata sempre il parafulmine di tutti i guai di Follonica, e purtroppo ha pagato anche dopo la sua morte”.

Francesca Gori

Il Tirreno, 8 settembre 2015

Carceri, Estate nera dietro le sbarre per i detenuti. A Cosenza ispezione dell’On. Enza Bruno Bossio


On. Enza Bruno Bossio - PDNon è mai piacevole restare con i rubinetti a secco d’estate. Ma se accade in carcere è un supplizio in più. Perciò a Caserta i detenuti, scherzando ma non troppo, hanno chiesto uno sconto di pena per ogni ora trascorsa nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Ma non è un caso isolato. A Cosenza l’emergenza idrica si aggiunge a disagi annosi e irrisolti. Altrove scoppiano rivolte di cui poco viene fatto filtrare.

Nei giorni scorsi la deputata del Pd Enza Bruno Bossio si è recata in visita ispettiva nel carcere di Cosenza “in cui si è determinata una grave emergenza idrica che aveva causato una forte manifestazione di protesta da parte di tutti i detenuti”, ha detto Bruno Bossio (che è membro del partito radicale). Quel che è più grave è che la vita del penitenziario può essere sabotata dall’esterno senza che si trovino i colpevoli. La mancanza d’acqua, infatti, è stata causata dal furto dei tubi di rame della conduttura comunale e “dalla rottura di una pompa di sollevamento con conseguenti danni ingenti anche all’impianto idraulico dell’istituto penitenziario”.

Per fronteggiare l’emergenza il prefetto, Gianfranco Tomao ha ordinato ai vigili del fuoco di fornire l’acqua al carcere tramite le loro autobotti per uso igienico-sanitario. Le cisterne di cui era dotato il penitenziario si erano completamente svuotate e solo in queste ore la situazione sta tornando alla normalità con l’erogazione dell’acqua potabile.

Ad Avellino, il 16 luglio, i detenuti avevano organizzato una protesta sedata a fatica dagli agenti penitenziari. Un sovrintendente è finito in o-spedale per aver inalato i fumi sprigionati da stracci e bombolette incendiate durante la rivolta a causa della mancanza d’acqua. I detenuti hanno dato fuoco a lenzuola, effetti personali, bombolette di gas adoperate per alimentare i fornellini nelle celle.

Al 30 giugno si contavano 45.552 detenuti, al di sotto dei record dei quasi 60mila raggiunti negli anni scorsi, ma comunque al di sopra della capienza massima di 38mila posti. La stagione calda non fa che aumentare i problemi ed esacerbare gli animi. A Santa Maria Capua Vetere

è stata scelta la via nonviolenta, ma non meno chiassosa. Un’istanza firmata da 1.050 detenuti e indirizzata al magistrato di sorveglianza con la richiesta di ottenere uno sconto di pena di un giorno per ogni dieci trascorsi in condizioni disumane o, in alternativa, un indennizzo di 8 euro al giorno a testa. Avrebbe dovuto essere un carcere modello. Costruito una decina d’anni fa e presentato come all’avanguardia, la struttura non è mai stata allacciata alla rete idrica pubblica. Gli avvocati della Camera penale locale chiariscono che l’istanza “non ha alcuna possibilità’ giuridica di essere accettata”, ha spiegato il presidente Romolo Vignola, nel corso di una conferenza stampa.

Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha stanziato un milione di euro per i lavori ma i fondi non possono essere usati perché le opere di allacciamento vanno fatte al di fuori del perimetro del carcere, su cui il ministero delle Giustizia non ha alcuna competenza. “Ogni giorno – spiega l’avvocato Nicola Garofalo, responsabile della Commissione per i diritti dei detenuti della Camera Penale – l’amministrazione penitenziaria spende parecchi euro per acquistare l’acqua da imprenditori privati: due litri di acqua vengono distribuiti ad ogni detenuto per bere, il resto arriva con le autobotti che riempiono il pozzo che alimenta il carcere”.

Le esplosioni di aggressività sono all’ordine del giorno. Ieri un detenuto del carcere veneziano di Santa Maria Maggiore ha staccato a morsi il dito di un agente penitenziario. Dall’1 gennaio sono oltre 250 i poliziotti penitenziari aggrediti e feriti. Altre volte il disagio e la frustrazione vengono sfogati in gesti di autolesionismo, fino ai 25 che si sono tolti la vita quest’anno. L’ultimo ieri a Terni. Un uomo di 48 anni, originario della provincia di Sassari, si è tolto la vita impiccandosi con delle lenzuola alla finestra della cella.

Nello Scavo

Avvenire, 30 luglio 2015

Gli Opg dovrebbero essere chiusi ma le Regioni sono inadempienti. Chiesto l’intervento del Governo


OPG Barcellona Pozzo di GottoRegioni senza Rems verso il commissariamento? che potrebbe non risolvere il problema di una legge mal fatta. Suicidi in carcere: la domanda è questa: perché, nonostante tutti gli sforzi, effettivi o promessi; nonostante l’indubbio impegno di tanti agenti della Polizia penitenziaria e della comunità penitenziaria in genere, perché il numero di suicidi o tentati suicidi tra i detenuti italiani è sempre più in aumento?

Nelle prigioni italiane si registra un tasso di suicidi 20 volte maggiore rispetto a quello della popolazione libera. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità viene commesso un tentativo di suicidio circa ogni tre secondi, ed un suicidio completato ogni minuto. Nelle carceri poi, si registrano numeri maggiori sempre in aumento, rispetto a quelli della comunità circostante. Il sovraffollamento delle carceri non si arresta, calano le forze di Polizia penitenziaria, e questa bomba a orologeria esplode tra i detenuti sotto forma di suicidio. Eccetto per una leggera flessione registrata nel 2013, quando i detenuti suicidi furono il 30 per cento, i dati sono allarmanti. Nelle carceri italiane si registra un tasso di suicidi 20 volte maggiore rispetto a quello della popolazione libera.

Nel corso di questi ultimi dodici anni sono avvenuti complessivamente 692 suicidi, più di un terzo di tutti i decessi avvenuti in carcere. Nel 2012 i detenuti hanno raggiunto i 7.317 atti di autolesionismo e 1.308 tentativi di suicidio. Le morti sono state complessivamente 154, 60 per suicidio, con una più elevata frequenza tra le persone più giovani.

Ospedali Psichiatrici Giudiziari: 31 marzo scorso: a partire da quel giorno gli Opg sarebbero dovuti sparire. Una promessa e un annuncio dato con molta enfasi, l’evento storico. Fine di una pagina spesso drammatica del sistema penale del nostro Paese.

A che punto siamo? La realtà è ben diversa da quella auspicata. Gli Opg non si sono affatto svuotati. In Campania attualmente sono presenti 122 internati, 67 ad Aversa, 55 a Secondigliano. Di questi circa la metà sono campani, gli altri provengono da altre regioni. Le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza che avrebbero dovuto sostituire gli OPG, non sono ancora pronte. In Campania ne sono previste due: a Calvi Risorta, e S. Nicola la Baronia, 20 posti ciascuna. Se tutto andrà come si spera saranno completate entro l’estate, le prime funzionanti a livello nazionale. Sono state individuate tre Rems provvisorie: 38 posti letto, solo due sono aperte.

Finito l’effetto annuncio, si deve prendere atto che non si è pronti. La legge 81 del 2014 che definisce la chiusura degli Opg, rileva evidenti limiti che non si sono voluti vedere, ma che fin dal primo momento erano chiarissimi: per esempio si prevede il commissariamento per le Regioni inadempienti. Con questo provvedimento, del resto non attuato pur talvolta essendoci le condizioni, il commissario dovrebbe predisporre in un tempo ragionevole i piani per la definizione delle Rems e riorganizzare i Dipartimenti di Salute Mentale, avviando nel contempo i progetti terapeutici individuali. Ma ecco emergere un’altra criticità: la difficoltà di prendere in carico i pazienti più problematici, gli internati rimasti in OPG, e quelli per cui fallisce la licenza finale di esperimento. Le incognite sul futuro, comunque, riguardano soprattutto i nuovi ingressi che nel frattempo continuano ad essere predisposti nelle Rems, con un intasamento che nei prossimi mesi diventerà ingestibile.

Al di là dello specifico caso campano, almeno 300 persone restano rinchiuse nei cinque Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, e quasi 250 persone sono rinchiuse nell’OPG di Castiglione delle Stiviere. Nelle otto Rems sinora attivate nelle altre regioni vi sono meno di 100 persone. È la denuncia del Comitato StopOpg. Il comitato chiede che le regioni che non hanno ancora accolto i loro pazienti siano immediatamente commissariate, “per assicurare le dimissioni e il trasferimento delle persone internate. Il Commissariamento è indispensabile per superare i ritardi nella chiusura degli Opg e per l’attuazione integrale della Legge 81/2014; misure e progetti che il Ministero della Salute è tenuto a monitorare e a sollecitare”.

Valter Vecellio

L’Indro, 25 giugno 2015

Carceri, “Oltre quei tre metri quadrati”, ecco l’XI Rapporto dell’Associazione Antigone


184144_203223739736504_3728014_nNumeri e documenti. Casi di suicidi e torture, di successi rieducativi. Viene presentato a Roma l’undicesimo rapporto che l’associazione Antigone dedica al sistema carcerario italiano. Un appuntamento annuale imprescindibile per gli addetti ai lavori e per chi vuole gettare il primo sguardo nelle celle degli istituti penitenziari. Una mappa della marginalità che disegna tutto lo spazio, materiale e immateriale, in cui vive – e più spesso in cui sopravvive – un detenuto.

Tutto quello che si muove dentro e intorno a quei pochi metri quadrati. Dentro e intorno a quello spazio occupato dai 53.982 detenuti che al 21 febbraio 2015 sono censiti nelle carceri italiane. Numeri e documenti. Casi di suicidi e torture, di successi rieducativi. Viene presentato domani a Roma “Oltre i tre metri quadri”, l’undicesimo rapporto che l’associazione Antigone dedica al sistema carcerario italiano. Un appuntamento annuale oramai imprescindibile per gli addetti ai lavori e per chi vuole gettare il primo sguardo nelle celle degli istituti penitenziari. Una mappa della marginalità – accompagnata dal web documentario Inside Carceri – che disegna tutto lo spazio, materiale e immateriale, in cui vive – e più spesso in cui sopravvive – un detenuto.

Più detenuti che posti regolamentari. Quasi 54mila persone al 21 febbraio. Qualche centinaio in più rispetto al 31 dicembre 2014 (erano 53.623) ma circa 8mila in meno rispetto al 2013. I numeri nudi e crudi sono questi. Da inserire all’interno di un contesto che ne segnala. Però, la gravità. Perché i posti regolamentari sono solo 49.943. Ovvero: nelle carceri italiane è presente un sovraffollamento del 108%. Ci sono 108 detenuti per ogni cento posti letto. E si tratta di un dato che non tiene conto delle strutture attualmente chiuse per lavori. In questo caso l’indice di sovraffollamento raggiunge il 122%. Numeri che portano l’Italia ben lontano dalla media europea.

Il nodo della custodia cautelare. I dati confermano, inoltre, che oggi non esiste nessun legame tra tasso di detenzione e tasso di delittuosità. Percentuali che non sono inversamente proporzionate. Il “carceri piene, strade sicure”, insomma è solo uno slogan privo di efficacia. I due numeri calano entrambi. Mentre resta molto alta la percentuale dei detenuti in base a misure di custodia cautelare. In Italia sono il 34,8%. E, ancora, la media europea è molto più bassa: nei paesi dell’Unione ci si attesta intorno al 21%. Un gap che, secondo Antigone, “va recuperato riducendo l’impatto della custodia cautelare che va del tutto residuata”.

Quali reati? E cambia anche la qualità dei reati. Quelli contro il patrimonio ascritti alla popolazione detenuta sono stati, nel 2014, 30.287, ovvero il 24,1% del totale. Poi i reati contro la persona pari a 22.167 ovvero il 17,7%. Quelli in violazione della legge sulle droghe sono pari a 18.946 ossia il 15,1% del totale. Questi ultimi erano 26.160 nel 2012 e 28.199 nel 2010. In quattro anni, insomma, c’è stato un calo di ben 9.253 imputazioni per motivi di droga. “Ciò è esito della abrogazione della legge Fini-Giovanardi da parte della Corte Costituzionale”, il commento dell’associazione.

Gli stranieri. Tra la popolazione carceraria, la percentuale di stranieri è del 32%. In Europa ci si ferma al 14%. Secondo Antigone, quindi, “non sono giustificati gli eccessivi allarmismi e le conseguenti spinte xenofobe che pure sono presenti in molti paesi Ue”. E le nazionalità più rappresentate sono il Marocco, la Romania, l’Albania, la Tunisia, la Nigeria, l’Egitto, l’Algeria, il Senegal, la Cina, l’Ecuador. Poi le donne, che rappresentano il 4,3% della popolazione detenuta. Tra i nati in Italia, invece, la maggior parte proviene dalla Campania (19,01%), dalla Sicilia (13,08%), dalla Calabria e dalla Puglia (entrambe 6,96%). Le regioni meno rappresentate sono la Valle d’Aosta (0,02%), il Molise (0,17%) e il Trentino Alto Adige (0,18%).

I minorenni. Altro capitolo, quello che riguarda i minori. I detenuti presenti negli Istituti Penali per Minorenni al 28 febbraio 2015 sono 407, di cui 168 (il 41,3%) stranieri. Tra i detenuti presenti, 175 non avevano una sentenza definitiva, vale a dire circa il 43% del totale. Solo 24 le donne. Roma (58 presenze), Catania (50), Milano (48) e Nisida (45) gli istituti per minori più popolosi. Potenza e Quartucciu (Cagliari), entrambi con 7 detenuti, i meno popolosi. Unico istituto interamente femminile è Pontremoli, con 11 ragazze presenti al 28 febbraio.

Carcere duro. Il numero dei detenuti sottoposti al 41 bis è pari a 725. Le donne sono otto. Solo uno è straniero. Sono ristretti in 12 Istituti, e il carcere di L’Aquila è completamente dedicato a questo regime. 648 sono stati condannati per associazione di tipo mafioso mentre 414 sono in attesa di giudizio. Gli affiliati a cosa nostra sono 210, quelli della camorra 294, 135 quelli della ‘ndrangheta. Ventidue quelli della sacra corona unita. I detenuti ritenuti esponenti di associazioni di tipo terroristico sono tre.

La chiusura degli O.P.G. Tra le scadenze, quella del 31 marzo prossimo. In quel giorno, infatti, scade il termine per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (O.P.G.). Ovvero di quelle strutture che il presidente Napolitano, valutando il lavoro della Commissione d’Inchiesta per l’Efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario nazionale definì “estremo orrore, inconcepibile in qualsiasi paese appena civile”. E non è ancora chiaro se la chiusura sarà graduale o meno.

I suicidi. E se nel rapporto di Antigone grande spazio è dedicato alle misure alternative al carcere, non mancano, purtroppo, i numeri dell’orrore. Perché quella dei suicidi in carcere “rimane una delle principali patologie del sistema penitenziario italiano”.

Dall’incapacità di intercettare la disperazione fino alla scarsa attivazione di programmi di prevenzione del rischio. Dall’inizio del 2015, i suicidi sono stati nove. E nel 2014 sono stati 44 i detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri italiane. Dunque la media di suicidi ogni 10 mila detenuti è pari al 7,7%. Una percentuale superiore alla media europea che è invece del 5,4%. Ma ben inferiore al 14,4% della Francia, alle percentuali superiori al 10% di Svezia e Norvegia, all’8,2% della Germania.

Carmine Saviano

La Repubblica, 17 marzo 2015