Droghe: un italiano su 10 ne fa uso, fra gli studenti uno su 4. Giro d’affari da 23 miliardi


cannabis 2Le droghe hanno ancora una forte valenza seduttiva sugli italiani. Milioni ne fanno uso, spesso in modo occasionale. Si stima che circa il 10% della popolazione in Italia (15-64 anni), quasi 4 milioni, ha assunto almeno una volta nell’ultimo anno una sostanza illegale. Cannabis e cocaina sono le droghe più diffuse. Lo afferma l’ultima Relazione annuale al Parlamento sulle dipendenze (2015) del Dipartimento delle politiche antidroga. Un fenomeno che stima un giro di affari annuo di 22,96 miliardi di euro; e spese per la repressione di circa un miliardo.

Quali sostanze si consumano. Il 32% ha provato cannabis (consumi in ripresa) almeno una volta nella vita, poco più di 12 milioni e mezzo di persone (la prevalenza è pari quasi al 40% nella fascia 15-34 anni, oltre 5 milioni di sperimentatori tra i giovani); si stima che la cocaina (uso in calo) è assunta da 3 milioni di italiani almeno una volta nella vita (7,6%); il consumo di eroina (oppio, morfina, metadone), la cui assunzione sta risalendo, almeno una volta nella vita ha coinvolto quasi 800mila italiani tra i 15 e i 64 anni (2%); le sostanze stimolanti (come amfetamine ed ecstasy) sono state consumate da un milione e mezzo di italiani (4,1%) almeno una volta nella vita; più o meno stessa dimensione (3,7%) per gli allucinogeni (lsd, funghi allucinogeni, ketamina). L’87% dei consumatori ha assunto una sostanza, il 13%, due o più.

Consumatori sono per lo più maschi. Per ogni consumatrice ci sono quasi 2 assuntori (maschi 12,5%; femmine 7,1%). In calo i decessi. In un anno sono diminuiti del 10,32%.

Sale il numero dei sequestri, diminuiscono le denunce. Lo scorso anno sono stati sequestrati 152.198,462 chilogrammi di droga (+111% rispetto all’anno precedente). Sono state denunciate all’ autorità giudiziaria 29.474 persone (-13,25%); di questi 10.585 stranieri (-9,55%) e 1.041 minori (-18,35%). Le operazioni antidroga sono state 19.449 (-11,47%); a livello regionale spicca la Lombardia (2.795 operazioni in totale), seguita dal Lazio (2.479), dalla Campania (1.871), dall’Emilia Romagna (1.659), dalla Puglia (1.581) e dalla Sicilia (1.454). I valori più bassi sono stati registrati in Molise (115) e in Valle d’Aosta (36).

Record aumento sequestri hashish. Registrano +211,29%. In aumento anche il sequestro di marijuana (+15,93%) ed eroina (+5,30%) mentre calano quelli della cocaina (-21,90%) e degli anfetaminici in polvere (-42,92%).

Fra studenti cresce consumo cannabis. Dal 24,6% del 2013 al 26,7% del 2014. Gli allucinogeni sono stati sperimentati almeno una volta nella vita dal 2,9% degli studenti. L’uso di tranquillanti o sedativi, senza prescrizione medica e senza indicazione dei genitori, è maggiormente diffuso fra le femmine. Il consumo almeno una volta nella vita è stato indicato dal 4,8% delle studentesse contro il 2,9% degli studenti maschi

Un detenuto su tre è in carcere per reati legati alla droga. Un terzo di tutti questi detenuti è tossicodipendente (-5,5%). Dal 1992 al 2014 è raddoppiata la popolazione detenuta straniera, dal 15,3% al 32,6%. Lo scorso anno sono stati entrati nelle carceri 13.679 persone; di queste, 7.140 italiani, 6.539 stranieri, 916 donne.

Segnalazioni al sistema nazionale di allerta precoce. Nel 2014 sono state 229, il 52,8% provenienti dalle forze dell’ordine. Undici i nuovi casi di intossicazione acuta.

Il Messaggero, 11 settembre 2015

6° Libro Bianco sulla Legge sulle Droghe, Giugno 2015


libro bianco drogheIl 24 giugno a Roma, nel corso di una conferenza stampa tenutasi presso la sala Stampa della Camera dei Deputati è stato presentata la sesta edizione del Libro Bianco Illustrazione e commento dei dati sulle conseguenze penali e l’impatto sul sovraffollamento delle carceri, sulle sanzioni amministrative e sui servizi.

Curato da la Società della Ragione Onlus, Antigone, CNCA e Forum Droghe, il Libro Bianco 2015 è il primo che vede esplicitarsi gli effetti della cancellazione della Fini-Giovanardi dopo la sentenza della Corte Costituzionale. Al suo interno anche si trovano anche i dati sul consumo di sostanze in Italia forniti dal CNR e un’analisi del contesto internazionale in vista di “UNGASS 2016”, la sessione straordinaria sulle droghe dell’ONU che si terrà il prossimo anno.

6° Libro Bianco sulla legge sulle droghe: giugno 2015

Scacco Matto, Quintieri (Radicali) : “Rinuncio anche ai testimoni, basta altri rinvii del processo”


Emilio Quintieri - RadicaliSi terrà il prossimo 15 luglio 2015 alle ore 12 presso il Tribunale di Paola, Sezione Penale in composizione Collegiale (Del Giudice, Presidente, Elia e Mesiti a latere), l’ultima udienza relativa all’Operazione Antidroga “Scacco Matto” che vede imputati i cetraresi Emilio Enzo Quintieri e Davide Pinto, 29 e 33 anni, per traffico illecito in concorso di sostanze stupefacenti (cocaina e marijuana) nel Tirreno Cosentino e nelle Città di Rende e Cosenza. Insieme a Quintieri – che al momento dell’arresto era candidato alla Camera dei Deputati, nella circoscrizione calabrese, per la Lista Radicale “Amnistia Giustizia e Libertà” – ed a Pinto, il 13 febbraio 2013, alle prime ore del mattino, su disposizione della Procura della Repubblica di Paola vennero arrestate dai Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Paola coadiuvati dai Militari del Comando Provinciale di Cosenza e dalle Unità Cinofile del Gruppo Operativo Calabria di Vibo Valentia, altre 4 persone  di Cetraro (Carmine e Giuseppe Antonuccio, Luca Occhiuzzi e Ido Carmine Petruzzi) che hanno già definito le loro posizioni, in primo e secondo grado, avendo scelto di procedere con il rito abbreviato. A firmare i 6 provvedimenti restrittivi, fu il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Paola Carmine De Rose.

Quintieri, difeso dagli Avvocati Sabrina Mannarino e Marta Gammella del Foro di Paola, già durante l’interrogatorio di garanzia, contrariamente a tutti gli altri indagati, non si avvalse della facoltà di non rispondere difendendosi dalle contestazioni che gli vennero rivolte nell’ordinanza custodiale. Ma fu del tutto inutile perché il Gip non gli credette confermandogli la misura cautelare di massimo rigore che, tra l’altro, venne poi ratificata dal Tribunale del Riesame di Catanzaro. Dopo quasi un anno di custodia inframuraria, prima a Paola e poi a Cosenza, l’attivista radicale, venne scarcerato e posto agli arresti domiciliari nel Comune di Fagnano Castello nonostante l’opposizione della Procura della Repubblica. Successivamente, la misura cautelare, per la sua considerevole durata e per la rigorosa osservanza delle prescrizioni e degli obblighi imposti dall’Autorità Giudiziaria, venne inizialmente sostituita con quella più lieve dell’obbligo di presentazione trisettimanale alla Polizia Giudiziaria e poi revocata completamente all’esito dell’abrogazione della Legge Fini Giovanardi sugli Stupefacenti disposta dalla Corte Costituzionale della quale anche Quintieri aveva sollevato eccezione di costituzionalità. Pinto, invece, è difeso dagli Avvocati Giuseppe Bruno del Foro di Paola e Rossana Cribari del Foro di Cosenza, è sin dal primo momento è stato sottoposto agli arresti domiciliari poi, in maniera gradata, sostituiti con altre misure meno afflittive. Durante l’udienza del 13 maggio scorso, dopo l’esame degli Ufficiali di Polizia Giudiziaria e dei tossicodipendenti indicati dal Pubblico Ministero, avrebbero dovuto essere sentiti i tre testimoni della difesa di Quintieri ma, purtroppo, nessuno di questi aveva ritirato le citazioni all’Ufficio Postale per cui ci sarebbe stato un ulteriore rinvio dell’udienza di alcuni mesi per disporre l’accompagnamento coatto degli stessi a mezzo della Forza Pubblica. L’Avv. Mannarino, in accordo con il suo assistito, ha proposto al Collegio giudicante di rinunciare a far sentire i propri testi qualora il processo venisse definito prima della pausa estiva e che venisse acquisita al fascicolo processuale la deposizione resa ai Carabinieri, durante le indagini, da uno dei testimoni che smentiva la detenzione e cessione di sostanza stupefacente da parte di Quintieri. Il Presidente Del Giudice, sentito il parere favorevole del Pubblico Ministero Teresa Grieco, ha disposto l’acquisizione del verbale richiesto dalla difesa ed ha revocato l’ammissione delle ulteriori testimonianze, fissando l’udienza conclusiva del processo per il prossimo 15 luglio alle ore 12.

Sono fermamente convinto che, nonostante l’accanimento sbirresco e giudiziario senza tregua nei miei confronti, sarò assolto con formula piena, non per non aver commesso i fatti contestati ma proprio per la insussistenza degli stessi. Per questo motivo, dice l’imputato Emilio Quintieri, non ho voluto fare il rito abbreviato, nonostante rischiassi una pena molto alta, perché ero sicuro che l’istruttoria dibattimentale avrebbe chiarito come stavano realmente le cose e che quelle imputazioni non avrebbero trovato riscontro nelle risultanze processuali.

 

Droghe, il “buon senso” dell’Antimafia per il cambiamento di una Legge ingiusta


droghe-leggere-e1421682273611C’è antimafia e antimafia, come ricorda spesso don Ciotti. Ce n’è una che fa della legalità un feticcio intangibile e un’altra che persegue il cambiamento, anche delle leggi ingiuste. C’è quella che si affida alla tortura del 41 bis e dell’ergastolo ostativo e quella che vorrebbe si investisse su cultura, educazione, politiche sociali, responsabilità della politica.

C’è l’antimafia delle passerelle e quella del buon senso. Quest’ultima, con la recente Relazione della DNA di Franco Roberti, ha battuto un colpo. Tanto più significativo data la fonte, certo non sospetta di “permissivismo” o di “cultura dello sballo”, per usare gli epiteti con cui i tifosi della war on drugs usano stigmatizzare chi non fa della tolleranza zero verso i consumatori di sostanze una crociata.

La Relazione annuale (datata gennaio 2015 e relativa al periodo 1° luglio 2013-30 giugno 2014), nel capitolo relativo alla criminalità transnazionale e al contrasto del narcotraffico, giustamente prende le mosse dalla dimensione statistica. Va detto che i numeri di riferimento, di fonte UNODC, non sono freschissimi (2010-11, marginalmente 2012) e anche ciò è indicativo di come all’enfasi allarmistica di organismi ONU non corrisponda poi uno sforzo adeguato e tempestivo di monitoraggio, né una sufficiente esaustività: per quanto concerne le droghe sintetiche, definite «fenomeno in grande espansione che rappresenta la nuova frontiera del narcotraffico», la Relazione DNA afferma che «né l’UNODC né altri organismi internazionali dispongono di dati sicuri».

Ma, al là delle cifre e sia pure a partire da esse, la Relazione è netta nella valutazione: ritenere che il traffico di droghe «riguardi un popolo di tossicodipendenti, da un lato, e una serie di bande criminali, dall’altro, è forse il più grave errore commesso dal mondo politico che, non a caso, ha modellato tutti gli strumenti investigativi e repressivi sulla base di questo stolto presupposto». Si tratta, invece, di fenomeno che riguarda e attraversa l’intera società, la sua economia, la totalità delle categorie professionali. Dunque, ne consegue, irrisolvibile con lo strumento penale.

Per quanto riguarda l’Italia, e in specie le droghe leggere, i ricercatori della DNA scrivono di un «mercato di dimensioni gigantesche», stimato in 1,5-3 milioni di chili all’anno di cannabis venduta. Una quantità, viene sottolineato, che consentirebbe un consumo di circa 25-50 grammi pro capite, bambini compresi. Coerente la conclusione: «senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista che sia, si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere, che, oggettivamente […] si deve registrare il totale fallimento dell’azione repressiva». Nel caso si volesse continuare a fare al riguardo come le tre proverbiali scimmiette, la Relazione non si sottrae dall’indicare esplicitamente, pur nel rispetto dei ruoli, la strada: «spetterà al legislatore valutare se, in un contesto di più ampio respiro (ipotizziamo, almeno, europeo […]) sia opportuna una depenalizzazione della materia».

Inutile dire che la Relazione è rimasta sinora priva di risposte da «chi di dovere». La decennale pervicacia dell’ideologia repressiva, e del connesso grumo di interessi, che condiziona i governi di diverso colore e che ha prodotto, o tollerato, l’obbrobrio della legge incostituzionale Fini-Giovanardi, è dura da estirpare. Ma il buon senso e i fatti hanno la testa dura: il muro criminogeno del proibizionismo si sta sgretolando in più di un paese, come ha riepilogato qui Grazia Zuffa (“il manifesto”, 11 marzo 2015). Verrà il momento anche dell’Italia, dove ancora, come diceva il compianto Giancarlo Arnao, è proibito capire.

Sergio Segio

Il Manifesto, 18 Marzo 2015

Cuba: ragazzo italiano rinchiuso in carcere, rischia la vita per 3,5 grammi di marijuana


Da cinque mesi in galera con l’accusa di “traffico di droga”, ma aveva solo 3,5 grammi di marijuana. I genitori: “Aiutateci prima che sia troppo tardi”.

Cinque mesi possono essere un calvario. Soprattutto quando si è costretti a muoversi nello spazio angusto di una cella. Circondati da persone che parlano una lingua straniera. Con gli affetti lontani. Affamati e senza riuscire a dormire.

È la storia di tanti italiani che da colpevoli, ma spesso da innocenti, si trovano detenuti all’estero. Un numero impressionante: oltre 3.200. È la storia di Giulio Brusadelli, un ragazzo romano di 34 anni che per l’appunto da 5 mesi si trova in carcere a Cuba.

Venerdì l’Huffington Post ha pubblicato la lettera indirizzata dai genitori al senatore Luigi Manconi (presidente della Onlus A Buon Diritto). Una lettera che riassume in poche righe tutto il dramma di un padre e di una madre che, proprio in questi giorni, sono volati a Cuba per verificare di persona le condizioni del figlio.

La storia di Giulio comincia il 4 marzo di quest’anno con quello che anche i genitori definiscono un “errore”. A Santiago de Cuba viene trovato in possesso di 3,5 grammi di marijuana. Una quantità modica, ma l’accusa è pesantissima: traffico di droga. Il ragazzo viene arrestato. Dopo due mesi viene trasferito presso il carcere di Aguadores, sempre a Santiago, e lì resta in attesa del processo. Che si svolge il 14 luglio. Giulio, particolare tutt’altro che irrilevante, soffre da circa 20 anni di una sindrome bipolare maniaco depressiva. Viene riconosciuto dalla commissione medico-legale come “tossicodipendente”. Secondo i testimoni presentati dalla difesa è incompatibile con il regime carcerario.

L’accusa, tra l’altro, non riesce in alcun modo a dimostrare la sua natura di “trafficante di droga”. Anche per questo, dagli iniziali 8 anni di reclusione, si passa ad una richiesta di 3-5 anni. Il 22 luglio la sentenza: condanna a 4 anni di detenzione, da scontare dopo essere stato ricoverato presso un centro di disintossicazione.

Gli avvocati del ragazzo preparano il ricorso in appello. Chiedono al ministero degli Interni cubano di concedergli la possibilità di scontare la pena in Italia. Un trattato tra il nostro Paese e L’Avana, ratificato nel 2000, offre questa possibilità anche se fissa alcune condizioni (ad esempio il fatto che la sentenza sia “passata in giudicato”).

Ed è a questo punto che quella che a prima vista potrebbe sembrare una disavventura come tante si trasforma in un dramma. Giulio resta in cella, il ricovero nel centro di disintossicazione non avviene, la sua depressione si acuisce fino a quando non viene trasferito nel reparto psichiatrico dell’ospedale “Juan Bruno Zayas” vicino a Santiago.

È lì che il 28 agosto lo hanno incontrato i suoi genitori. Ed ecco la loro descrizione: “Giulio era in stato catatonico, visibilmente prostrato e depresso, dimagrito in maniera impressionante (…), incapace di pronunciare parola e di riconoscere i propri genitori (…)”.

Per questo Paolo e Patrizia Brusadelli hanno deciso di rivolgere il loro disperato appello a Manconi. Che oggi racconta: “Ormai siamo in presenza di un caso che non è più giudiziario, si tratta di una vicenda umanitaria. Purtroppo nell’ultimo anno mi sono occupato di altre storie come quella di Giulio. Compresa quella di Roberto Berardi (l’imprenditore detenuto da gennaio 2013 nella galera di Bata, una piccola città della Guinea Equatoriale, dove subisce quotidianamente maltrattamenti e pestaggi ndr )”.

Manconi ci tiene a sottolineare che sia il ministero degli Esteri italiano che l’Ambasciata italiana a Cuba stanno lavorando per arrivare ad una soluzione. “Ma soprattutto – aggiunge – ho trovato molta sensibilità da parte dell’Ambasciata cubana a Roma”. Purtroppo è difficile fare previsioni su cosa succederà. Ma il grido dei genitori di Giulio ci dice che non c’è tempo da perdere: “Aiutateci prima che sia troppo tardi”.

La lettera dei genitori di Giulio

Gentile Senatore Manconi, siamo i genitori di Giulio Brusadelli e le scriviamo da Cuba. Ieri, 28 agosto, abbiamo incontrato nostro figlio nel reparto psichiatrico dell’ospedale “Juan Bruno Zayas” vicino a Santiago, dove si trova recluso e piantonato.

Giulio era in stato catatonico, visibilmente prostrato e depresso, dimagrito in maniera impressionante (…), incapace di pronunciare parola e di riconoscere i propri genitori (…). Nostro figlio soffre da vent’anni di una sindrome bipolare, maniaco-depressiva, ma mai c’era accaduto di vederlo in una simile condizione.

Fino a qualche giorno fa, si trovava detenuto nel carcere della città di Santiago, dopo essere stato arrestato perché trovato in possesso di 3,5 grammi di marijuana; e dopo essere stato condannato a quattro anni per un “traffico” del quale non risulta alcuna prova. Giulio ha commesso un errore ma non può certo, per questo motivo, rischiare di morire (…). Il nostro è un grido di aiuto (…). Prima che sia troppo tardi.

Paolo e Patrizia Brusadelli

Nicola Imberti

Il Tempo, 31 agosto 2014

 

Padova: il detenuto suicida fu picchiato da altri carcerati su ordine degli Agenti Penitenziari


Cella Carcere ItaliaIl 44enne leccese si era impiccato nella sua cella di Padova lo scorso 25 luglio, dopo aver riferito agli inquirenti di essere stato aggredito da altri carcerati su mandato degli agenti coinvolti nel giro di droga. Avrebbe voluto uscire dal “giro” di droga che avveniva all’interno del carcere Due Palazzi di Padova in cui rivestiva il ruolo di consegnare lo stupefacente agli altri detenuti. Un’intenzione che gli sarebbe costata, come punizione, il pestaggio da parte di alcuni carcerati su ordine degli agenti di polizia penitenziaria coinvolti nell’illecito business.

La presunta violenta aggressione era stata riferita dalla stessa vittima – un 44enne leccese condannato a più di 20 anni per omicidio e sequestro di persona – agli inquirenti nel suo ultimo interrogatorio, dopo il quale lo scorso 25 luglio si era suicidato impiccandosi all’interno della sua cella. Una rivelazione che aggiunge un nuovo tassello e nuove accuse nell’ambito dell’inchiesta che l’8 luglio scorso aveva portato all’arresto di un avvocato e 6 guardie penitenziarie in servizio nella struttura padovana. La Procura ha iscritto nel registro degli indagati sei detenuti e due guardie – queste ultime già indagate per il giro di droga – con l’accusa di concussione in concorso. Lo scorso 11 agosto si era suicidato, tagliandosi le vene, anche un altro degli indagati, una guardia 40enne, nella stanza del carcere dove si trovava agli arresti domiciliari.

http://www.padovaoggi.it, 19 agosto 2014

Padova: sviluppi nell’inchiesta sul “Due Palazzi”, detenuti pestati per mantenere il segreto


Casa Circondariale di PadovaDetenuto picchiato perché voleva uscire dal giro: alla fine si è suicidato. I fatti sono di un anno fa, ben prima che il sostituto procuratore Sergio Dini con la sua inchiesta squarciasse il velo che avvolgeva il sottobosco di spaccio e corruzione tra le celle e i corridoi del carcere Due Palazzi di Padova, dove detenuti e guardie conniventi avevano messo in piedi un commercio di droga, sim, telefonini e favori vari in cambio di denaro. Un giro stretto in cui era facile entrare e da cui era difficile, se non impossibile, uscire.

Sono stati due i detenuti che avevano provato a lasciare il giro negli ultimi ventiquattro mesi: hanno testimoniato entrambi e uno dei due si è suicidato dopo l’interrogatorio. Avevano raccontato di essere stati convinti con la forza a non lasciare il gruppo; picchiati da due agenti di polizia penitenziaria e da altri detenuti spinti dalle ritorsioni e dalle minacce della polizia a mettere in un angolo le persone con cui condividevano i segreti e pestarle a sangue. Ora sono in otto a essere indagati con l’accusa di concorso in concussione: due agenti di custodia e sei detenuti, tutti già iscritti nel tronco maestro dell’inchiesta.

Nero su bianco quelle accuse le aveva messe l’interrogatorio di uno dei carcerati finito tra i trentacinque indagati dell’operazione Apache: Giovanni Pucci, 44 anni, dietro le sbarre fino al 2025 per l’omicidio di una dottoressa uccisa a colpi di cacciavite nel 1999 e usato come corriere di droga e tecnologia proibita dalla cricca, che sfruttava il suo ruolo di cameriere tra i vari piani del Due Palazzi. Giovanni Pucci però si è suicidato impiccandosi con una cintura alla finestra della sua cella il 25 luglio scorso, il giorno dopo aver vuotato il sacco di fronte al pm e aver fatto nomi e cognomi di quanti lo avevano picchiato quando si era lasciato scappare il desiderio di farla finita con quel giro.

Gli inquirenti non credono che il suicidio del 44enne, parso molto teso durante il faccia a faccia con il magistrato, sia legato ai pestaggi dal momento che non aveva mai chiesto un trasferimento di carcere per poter stare vicino alla moglie, residente nel padovano. Pensano invece che a spingerlo a compiere un gesto così estremo siano state le troppe pressioni personali e l’incubo di vedersi allontanare di parecchio la possibilità di tornare un uomo libero.

Ma la testimonianza di Giovanni Pucci (sul cui suicidio non è mai stata aperta un’inchiesta se non per atti relativi alla morte, ndr) non è stata la sola che ha trasformato in certezze voci di corridoio diventate il nerbo del nuovo fascicolo aperto al quarto piano del palazzo di Giustizia. Dopo gli arresti dell’8 luglio – quando la Mobile del vicequestore Marco Calì, su ordinanza del gip Mariella Fino, aveva decapitato l’intero sistema – un altro detenuto italiano travolto dal fascicolo e dalle accuse di spaccio, ha deciso di raccontare tutto. Anche di quella volta, circa due anni fa, quando aveva detto di voler uscire dal sodalizio e di tutta risposta su ordine delle guardie era stato vittima di un raid punitivo da parte di altri detenuti.

Sia lui che Giovanni Pucci avevano fatto nomi e cognomi, gli stessi che nei giorni scorsi hanno ricevuto un nuovo avviso di garanzia per il nuovo filone di un’inchiesta tanto delicata quanto complessa. Durante questa settimana infatti sono in programmi altri interrogatori e il rischio che si allarghi l’indagine c’è. Sempre questa settimana era già fissato l’incontro tra il pm Dini e Paolo Giordano, 40 anni, una delle sei guardie del Due Palazzi arrestate l’8 luglio; un incontro che non si terrà: Paolo Giordano si è suicidato domenica 10 agosto nel proprio alloggio di servizio tagliandosi la gola con una lametta da barba. Il suo è stato il secondo suicidio a macchiare di sangue il fascicolo aperto dalla procura padovana su quel baratto che aveva permesso ai detenuti più ricchi di avere droga, telefoni, chiavette usb a piacimento, dietro il pagamento degli agenti da parte dei parenti. E adesso a fare da scomodo appoggio anche l’ombra lunga dei pestaggi tra i corridoi dell’istituto.

Nicola Munaro

Corriere Veneto, 19 agosto 2014