Caso Cucchi, “Morto perché drogato”: da La Russa a Salvini, nove anni di infamie


Così la difesa dell’Arma è diventata un atto d’accusa verso la vittima. Per oltre nove anni, il corpo di Stefano Cucchi, la sua memoria, la battaglia civile della sorella Ilaria e della sua famiglia hanno conosciuto l’oltraggio di una Colonna Infame alimentata da alcune delle voci della destra italiana.

Qualcuna destinata ai giardinetti, come quella dell’ex senatore e ministro Pdl Carlo Giovanardi. Qualcun’altra all’irrilevanza, i senatori Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa. Altre ancora, al contrario, alle fortune del presente, come l’ex segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap) e oggi deputato leghista Gianni Tonelli e, soprattutto, come il Ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini. Parliamo di una compagnia di giro che ha alternato la propria tribuna del dileggio tra i banchi del Parlamento e i divani dei talk show, per declinare un copione che – oggi lo sappiamo dagli atti dell’inchiesta della Procura di Roma – era la fedele trasposizione dei falsi cucinati all’interno dell’Arma per coprire le responsabilità dei propri militari nell’omicidio.

Ed era dunque funzionale a costruire consenso all’impunità. Guardiamo Ignazio La Russa. È il primo a spendersi pochi giorni dopo la morte di Stefano. È ministro della Difesa ed è imboccato dall’appunto con cui il generale Vittorio Tomasone, allora comandante provinciale di Roma, mette subito in fila tre falsi. Che l’Arma è estranea a quella morte. Che Stefano è un tossico sieropositivo e anoressico. I129 ottobre 2009, La Russa decide dunque di chiudere la faccenda prima ancora che si apra. “La sola cosa di cui sono certo – dice – è il comportamento assolutamente corretto dei carabinieri”.

Di più e di meglio fa Carlo Giovanardi. Diciamo pure che è il paziente zero della “narrazione” imbastita sui falsi dell’Arma. Non a caso, nel tempo, viene speso e si spende ogni qual volta l’inchiesta giudiziaria conosce una svolta che possa inchiodarne i militari. Martella dunque da subito per smontare l’evidenza che le lesioni sul corpo di Stefano sono gli esiti di un pestaggio.

“Le lesioni? La causa è la malnutrizione. Il povero Cucchi aveva una vita sfortunata. Era un tossico e uno spacciatore. È stato ricoverato 16 volte, ma polizia e carabinieri non c’entravano”. Quando poi le perizie accertano che il corpo di Stefano presenta due vertebre fratturate da evento traumatico, aggiusta il tiro: “Quella della vertebra L3 é una vecchia frattura. È la tossicodipendenza a poter aver svolto un ruolo causale. Se Cucchi non si fosse drogato, non sarebbe morto. Ilaria Cucchi dice che il decesso è stato provocato dalle fratture? Non credo agli asini che volano”.

Né si arrende, quando (2017) la responsabilità dei carabinieri è stata ormai accertata dalla Procura. E per farlo deve nuovamente giocare a mano libera sul nesso di causalità tra pestaggio e morte. “La strada dell’omicidio preterintenzionale – dice – cadrà visto che tutte le perizie hanno escluso qualsiasi nesso tra la morte e le botte”.

Giocano al contrario su un terreno laterale ai fatti, ma capace di arrivare dritto alla pancia e ai rancori del Paese la Lega e qualche suo portatore d’acqua come Gasparri. Dice il deputato Tonelli: “Se uno ha disprezzo di sé e conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”. Gli fa eco Gasparri: “Se la famiglia lo avesse aiutato con la droga, sarebbe ancora vivo”.

Tira le conclusioni politiche Matteo Salvini, in quel momento non ancora Ministro dell’Interno: “Mi fa schifo”, dice, riferendosi al post Facebook con cui Ilaria si è scagliata contro il carabiniere Tedesco (quello che poi si pentirà).

E aggiunge: “Mi sembra difficile pensare che ci siano stati poliziotti e carabinieri che abbiano pestato Cucchi per il gusto di pestare. Se così fosse, chi lo ha fatto dovrebbe pagare. Ma bisogna aspettare la sentenza. Anche se della giustizia italiana non mi fido”.

È una costruzione dì “senso” che deve rendere maggioritaria l’idea che per i “diversi” – migranti, tossici, gay, neri – le garanzie dell’habeas corpus non valgano. Che scontino un naturale pregiudizio di colpevolezza. E che, se qualcosa va storto, se la siano cercata. Nessuno infatti chiederà scusa. Né sembra intenzionato a farlo. Come Giovanardi, interpellato ieri dalla “Zanzara” su Radio24: “Cucchi? Non è un benemerito. Spacciava. Non è Cavour o Garibaldi”. È vero. Era solo un innocente in attesa di giudizio la cui sentenza di condanna a morte è stata pronunciata ed eseguita senza processo.

Carlo Bonini

La Repubblica, 10 aprile 2019

Caso Cucchi : Garanzia è ricerca della verità e superamento di ogni logica corporativa


Stefano Cucchi Avv. AnselmoLa carcerazione preventiva è, nel nostro sistema processuale, l’ultima ratio, quando ogni altra misura risulti inadeguata a rispondere alle esigenze cautelari, nell’ottica della prevenzione del crimine e della sicurezza. Cominciamo da qui, con le parole rivolte da papa Francesco all’Associazione internazionale di diritto penale: la carcerazione preventiva, “quando in forma abusiva procura un anticipo della pena, previa alla condanna o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto”, costituisce “un’altra forma di pena illecita e occulta, al di là di ogni patina di legalità”.

E ancora: “Il sistema penale va oltre la sua funzione propriamente sanzionatoria e si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili, in nome di una finalità preventiva la cui efficacia, fino ad ora, non si è potuta verificare, neppure per le pene più gravi, come la pena di morte”.

Stefano Cucchi è morto a 31 anni in custodia cautelare. Il 15 ottobre 2009 viene fermato dalla polizia dopo essere stato visto cedere a un uomo delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Portato in caserma e perquisito, viene trovato in possesso di 12 confezioni di varia grandezza di hashish, 21 grammi in tutto, tre confezioni di cocaina, ognuna di una dose, una pasticca di un medicinale. Stefano soffriva di epilessia. Era alto 1.76 e pesava 43 chili. Viene arrestato e processato per direttissima.

Già durante il processo ha difficoltà a camminare e a parlare e mostra evidenti ematomi attorno agli occhi. Il calvario è iniziato. Dalle celle del Tribunale, al carcere di Regina Coeli, al Fatebenefratelli – dove vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso, all’addome, una frattura della mascella, un’emorragia alla vescica e al torace; due fratture alla colonna vertebrale – ancora al carcere e, infine, alla struttura detentiva dell’ospedale Sandro Pertini dove Stefano muore, il 22 ottobre 2009. Ha perso sei chili, è disidratato e denutrito.

Il suo corpo porta i segni orribili di un martirio. È solo. I familiari non lo hanno potuto vedere. Non hanno saputo nulla delle sue condizioni di salute. Medici e infermieri non hanno sentito il dovere di chiamarli, di avvisarli. Stefano è morto solo. I familiari hanno appreso da un ufficiale giudiziario della sua fine. Serviva il consenso per l’autopsia.

Non doveva essere arrestato Stefano. Deteneva una modesta quantità di droga, era malato e fragile o “vulnerabile” come dice papa Francesco. Ecco il primo punto dolente della tragedia di Cucchi: una persona nelle sue condizioni, per quel reato, non doveva mai entrare in carcere al di là dell’orrore che ne è seguito.

E ancora, una legislazione diversa in materia di detenzione di stupefacenti, e di hashish in particolare, una normativa nella direzione proposta con forza dai Radicali – che ne hanno fatto il centro mediatico anche del congresso a Chianciano – che ammette la cannabis per uso terapeutico (i cui effetti benefici sull’epilessia sono ormai certificati), avrebbero creato uno sbarramento normativo. Oggi Stefano sarebbe vivo.

Era epilettico e gracile. Non doveva essere arrestato. A cinque anni dalla sua morte resta lo strazio per quello che non si è fatto, che non è stato e che doveva essere. La Corte di Assise di Appello di Roma ha assolto tutti gli imputati: sei medici, tre infermieri, tre agenti della polizia penitenziaria: mancanza di prove.

Niente prova, niente condanna. Giusto, santo principio di diritto. Ma il punto è: i giudici si ricordano della necessità di una prova granitica solo quando imputati sono forze dell’ordine o appartenenti a strutture protette? E le indagini? E le escussioni testimoniali? Che reazioni hanno avuto pm e giudici davanti alla reticenza? Alla menzogna? Cucchi era in carcere. Ogni suo movimento era registrato. Il personale che lo accompagnava, spostava, dovrebbe essere noto. I medici basta che fossero presenti, ciascuno al momento del suo turno. Non si sono accorti che moriva o che si lasciava morire? Non era compito loro impedirlo? Dodici imputati sono pochi.

Dove sono tutti gli altri? Tutti coloro che non potevano non vedere in che condizioni era Stefano, non sentire l’invocazione di aiuto urlata se non da lui dal suo corpo che si spegneva? Dove sono tutte le persone che nel passaggio da una all’altra struttura statale protetta avevano il dovere di custodire, preservare, proteggere Stefano? Chi ha voluto che morisse? Chi ha lasciato che morisse? Chi ha costruito – sapientemente e non – false versioni che non stavano in piedi?

Tutti assolti. Stefano è morto nelle mani dello Stato, dei medici, del personale ospedaliero. Un’azione (o un’omissione) frammentata e collettiva ha portato alla sua morte. Quanti hanno taciuto? Omesso? Nascosto le responsabilità proprie e di altri?

Quanti sono i responsabili della morte di Stefano? Non è l’assoluzione che sconcerta più di tutto. È la sotterranea, strisciante percezione che non si sia cercata la verità. Stefano Cucchi è morto. Nessuno ha visto. Nessuno ha sentito. Nessuno parla. Qualcuno lo ha preso in consegna. Qualcuno lo ha massacrato di botte. Qualcuno ne ha registrato l’ingresso in carcere, in ospedale. Qualcuno doveva curarlo ma ha lasciato che morisse. Il corpo straziato di Stefano è stato visto da tutti. Tutti assolti. Lo Stato si assolve.

Mentre Giovanardi nega perfino il pestaggio, Gianni Tonelli, segretario generale del sindacato di polizia Sap, commenta il processo per la morte di Stefano Cucchi: si dice soddisfatto: “in questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità”. “Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie”. Allora Stefano è morto di overdose? Per strada? Mentre ballava ad una dissoluta festa tra amici? Si è schiantato con la macchina perché guidava ubriaco? No! È morto nelle mani dello Stato! “Quando un cittadino è nella custodia dello Stato – ricorda il Senatore Luigi Manconi – il suo corpo diventa il bene più prezioso, qualunque sia il suo curriculum criminale.

La legittimazione morale dell’azione dello Stato sta nella garanzia della sua incolumità. Stefano Cucchi, mentre era agli arresti, è stato oggetto di un pestaggio, e poi non è stato assistito adeguatamente, come ha stabilito la sentenza di primo grado, quindi lo Stato ha fallito nel suo compito principale”.

Ancora: “Non è accettabile – dice Pignatone, procuratore capo di Roma – dal punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia, non per cause naturali, mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato”. Promette di riaprire le indagini, Pignatone, se verranno segnalati elementi di novità. Un atteggiamento sano, di interesse alla verità che lascia uno spiraglio di speranza. Sono troppe le morti di Stato senza colpevole. Poche sono note: Dino Budroni, Michele Ferulli, Giuseppe Uva.

Uccisi ma senza assassini. Per l’omicidio di Federico Aldrovandi gli imputati sono stati condannati, omicidio colposo. Nella sentenza la descrizione di una ferocia che si fa fatica davvero a chiamare “colpa”, nella sua portata codicistica “negligenza, imprudenza o imperizia”: manganelli spezzati accanto al corpo di Federico, un corpo straziato, ammanettato a faccia in giù, a lungo, mentre moriva. Indossano ancora la divisa.

Sono ancora tutori della legge. Lungi dall’approdo a una deriva giustizialista e manettara, occorre affermare con forza il principio – un principio di garanzia e di giustizia – dell’ eguaglianza sostanziale che muore ogni volta che sotto processo ci sono “i buoni” per dogma, e farsi portatori rabbiosi dell’esigenza sempre più pressante che si sfondi un sistema corporativo e omertoso che si ripiega su sé stesso proteggendosi.

Finché non capiremo, non capiranno, che la punizione delle “mele marce” non è un segno di debolezza ma di forza, saremo sempre deboli, corrotti e colpevoli. Tutti. Ma assolti, tutti. In nome del popolo italiano.

Maria Brucale

Il Garantista, 4 novembre 2014

Caso Cucchi : “Diranno che è stata morte naturale”, ma cosa sapevano gli Agenti ?


CucchiNelle intercettazioni gli indagati parlavano come se avessero già la certezza del risultato. La famiglia denuncia i periti della Procura.

“Domani è un giorno importante, perché ci sarà l’autopsia e così diranno che è morto di morte naturale”, disse la moglie di uno degli agenti penitenziari inquisiti il 15 novembre 2009, parlando al telefono con un’amica. L’indomani i consulenti del pubblico ministero ricevettero l’incarico di riesumare il cadavere di Stefano Cucchi – a un mese dall’arresto e tre settimane dal decesso – ma gli indagati parlavano come se avessero già la certezza del risultato.

Oppure era il semplice auspicio che venisse confermato ciò che appariva già chiaro, sosterranno gli interessati, ma intanto questa intercettazione è finita nell’atto d’accusa presentato dai familiari di Cucchi contro i periti nominati della Procura di Roma. Come un’altra, in cui la stessa signora annuncia alla madre: “Da lunedì, quando usciranno i risultati dell’autopsia, loro saranno scagionati”.

E un’altra ancora, in cui una delle guardie coinvolte parla con un co-indagato e gli comunica: “L’avvocato ha detto che ha parlato con il perito e questo gli ha detto che è tutto a loro favore”, cioè dei consulenti nominati dalle difese. Una settimana dopo, lo stesso agente confida a un collega che “il suo perito conosce i periti del tribunale e questi gli hanno detto che le cause della morte non dipendono dalle percosse”.

I risultati della perizia furono consegnati ad aprile 2010, ed effettivamente stabilirono che “il quadro traumatico d’insieme (cioè gli effetti delle percosse subite da Cucchi, ndr) non ha avuto alcuna valenza causale nel determinismo della morte”.

Conseguenza: l’accusa nei confronti delle guardie carcerarie fu declassificata da omicidio preterintenzionale a lesioni e abuso di autorità. Tuttavia gli inquisiti sapevano già tutto fin da novembre e dicembre; del resto il capo del gruppo nominato dai pubblici ministeri, il professor Paolo Arbarello, prima ancora di iniziare il suo lavoro spiegò davanti a una telecamera: “Il magistrato ci chiederà: sono state lesioni mortali quelle che hanno determinato la morte? Quindi i medici non potevano fare altro? Oggi le dico probabilmente di no. Sono portato più a ritenere che ci sia una responsabilità dei medici, però… lo devo dimostrare”.

Un’anticipazione bella e buona delle conclusioni raggiunte sei mesi dopo, secondo i genitori e la sorella di Stefano Cucchi, che ieri hanno presentato una denuncia penale contro Arbarello, sostenendo che “l’impostazione accusatoria è stata gravemente compromessa dalla pervicace negazione che la morte di Stefano abbia avuto un qualsiasi collegamento causale rispetto alle lesioni fisiche, che invece erano apparse fin da subito talmente gravi da imporre immediate visite al pronto soccorso e poi quel ricovero in ospedale in cui Stefano è deceduto”.

Tuttavia dopo l’indagine c’è stato un processo, nel quale la corte d’assise ha incaricato altri periti di svolgere nuovi esami sulle cause della morte di Cucchi, e il risultato non è cambiato. Per questo la denuncia di Ilaria Cucchi e dei suoi genitori contiene un’istanza, apparentemente incomprensibile, dietro la quale si cela un sospetto: “Gli esponenti chiedono a codesta Procura della Repubblica, con la riserva di precisare e segnalare altri aspetti utili, di compiere ogni opportuna indagine, ivi compreso l’accertamento della corrispondenza elettronica intercorsa fra il professor Arbarello e i periti nominati dalla corte di assise di primo grado”.

In sostanza si ipotizzano contatti anomali tra i periti dei pubblici ministeri e quelli nominati dai giudici, e si chiede si verificare “se il consulente medico legale prof. Paolo Arbarello, le cui valutazioni hanno significativamente orientato l’indagine, in un procedimento così delicato come quello della morte di Stefano che ha visto coinvolte varie amministrazioni dello Stato, abbia svolto il proprio compito, non solo nel rispetto della doverosa lealtà, ma altresì nell’ambito della liceità delle condotte”.

Nei retro pensieri dei familiari di Cucchi e del loro avvocato, Fabio Anselmo, s’intravede una sorta di complotto: la perizia che escludeva il nesso tra le botte e la morte (secondo loro con ragionamenti medico scientifici sbagliati, contraddetti dai periti di parte) doveva servire a ridimensionare il capo d’accusa nei confronti degli agenti penitenziari, in modo da tranquillizzarli e farli attestare sulla linea del silenzio, anche rispetto ad eventuali responsabilità altrui.

L’avvocato Anselmo, di fronte alla contestazione di reati meno gravi, quasi intimò ai pm che sarebbero andati incontro a una sconfitta; così è stato, al termine di due processi, e se pure non c’è certezza che le cose sarebbero andate in altro modo mantenendo l’accusa di omicidio preterintenzionale, ora la famiglia Cucchi torna alla carica giocando la carta della denuncia personale contro i periti che furono alla base di quella scelta. Con quali risultati si vedrà.

Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 6 novembre 2014

Caso Cucchi, Sen. Luigi Manconi (Pd) : “Lo Stato ha fallito”


Luigi Manconi“Quando un cittadino è nella custodia dello Stato, il suo corpo diventa il bene più prezioso, qualunque sia il suo curriculum criminale. La legittimazione morale dell’azione dello Stato sta nella garanzia della sua incolumità.

Stefano Cucchi, mentre era agli arresti, è stato oggetto di un pestaggio, e poi non è stato assistito adeguatamente, come ha stabilito la sentenza di primo grado, quindi lo Stato ha fallito nel suo compito principale”.

È un fiume in piena, il senatore Luigi Manconi. In piena di indignazione civile per il verdetto che lascia senza colpevoli la fine del trentunenne spirato cinque anni fa dopo giorni di agonia nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini di Roma. Il sociologo e parlamentare del Pd, tra le tante sue battaglie da sempre impegnato per i diritti dei carcerati, non ha esitazioni nel considerare una pagina nera quella che vede la morte di un cittadino affidato alle istituzioni rimanere, almeno per ora, impunita.

Senatore Manconi, a caldo che commento si può dare della sentenza della Corte d’appello?

Partiamo da un punto fermo, sostenuto dai magistrati sia in primo sia in secondo grado: le percosse ci sono state. Ma poi non si sono potuti individuare i responsabili. L’assoluzione completa attuale (seppure con formula dubitativa, ndr) tace il cuore della questione. Stefano Cucchi è morto mentre era nella custodia dello Stato, mentre era affidato alle istituzioni. E non ha trovato assistenza nei 12 luoghi (tra caserme, ospedali e aule di tribunale) che ha attraversato in una settimana di sofferenze.

Forse non è stato picchiato subito dopo l’arresto…

Certo, ma nessuno ha notato la sua estrema fragilità. Non dimentichiamo che all’udienza di convalida del fermo già manifestava evidenti segni di uno stato di salute molto precario. E poi per cinque giorni si è impedito ai suoi genitori di incontrarlo, mentre quasi 100 persone, rappresentanti dello Stato, lo hanno visto e non sono intervenute. E c’è un altro importante elemento che si tende a dimenticare…

Di che cosa si tratta?

Del fatto che in sede civile l’ospedale Pertini ha versato un cospicuo risarcimento alla famiglia Cucchi, riconoscendo la mancata cura di Stefano dopo che i medici erano stati condannati per omicidio colposo.

Come si spiega il fatto che cento operatori dello Stato non abbiano visto o abbiano chiuso gli occhi nel caso Cucchi e che episodi del genere siano, per fortuna, molto rari?

Non ho una visione apocalittica del nostro sistema penitenziario. Concordo che fatti simili non accadono tutti i giorni, ma la verità è che potrebbero avvenire molto più di frequente. Il caso è sempre in agguato in un’istituzione nella quale è deficitaria la capacità di proteggere chi viene messo in custodia. Ricordiamo che è elevatissimo il numero delle persone che in carcere muoiono o si suicidano. Il livello delle cure garantite in prigione è molto inferiore agli standard che dovrebbero essere rispettati. E il sovraffollamento rende la situazione tanto più grave. Stefano Cucchi è deceduto nel sistema penitenziario. E l’opinione pubblica continua a ignorare la sofferenza quotidiana che si vive dietro le sbarre, dove tanti non muoiono ma arrivano a un passo e subiscono danni permanenti per patologie non curate.

Le parole di qualche esponente politico hanno dato voce anche ai pregiudizi di tanti: se Cucchi era in cella, sarà stato per qualche motivo; perché prendersela con chi fa rispettare la legge…

I giudizi sprezzanti che sono stati pronunciati influenzano sicuramente segmenti della popolazione, ma anche esponenti dell’apparato statale, dagli agenti ai direttori di carcere fino ai magistrati. E hanno come effetto quello di svilire la dignità e l’unicità della persona umana. Papa Francesco pochi giorni fa ha pronunciato un discorso epocale sul sistema penale, in cui ha detto, all’incirca, che la dignità della persona viene prima di qualunque pena.

Pensa che si andrà in Cassazione, e con quale sentenza?

Immagino che la procura generale farà ricorso. E voglio sperare in un verdetto diverso da quello di appello.

Avvenire, 1 novembre 2014

Parma: il medico del carcere “Assarag, non posso testimoniare… perché mi fanno il c…”


detenuti sbarre cellaI colloqui registrati dal detenuto che ha denunciato pestaggi. La psicologa: “sopporti, non risolve niente”. È un medico di via Burla a parlare. Di fronte a lui, Rachid Assarag. Quando era detenuto a Parma, è riuscito a far entrare un registratore grazie alla moglie.

Ha denunciato di essere stato picchiato: una querela nel gennaio 2011, un’altra il mese dopo e l’ultima a luglio dello stesso anno. Poi (solo mercoledì scorso), il deposito in procura delle trascrizioni dei colloqui registriti in carcere. Parale che, nelle intenzioni del difensore dell’uomo, Fabio Anselmo (l’avvocato dei casi Aldrovandi e Cucchi), squarcerebbero il velo su una grave realtà di violenza tra le mura del carcere.

Oltre cento pagine di conversazioni “catturate” da Assarag nel 2011, quando era ancora rinchiuso a Panna per violenza sessuale. Tutt’altro che uno stinco di santo, uno stupratore se riale e uno che ha sempre creato problemi nei vari penitenziari che ha girato, ma che in via Burla sarebbe stato percosso tre volte: nell’ottobre del 2010. a. dicembre dello stesso anno e il 25 maggio 2011. Fatti raccontati nelle querele.

Ma ora ci sono queste registrazioni. A tratti inquietanti. Per le affermazioni di alcuni uomini della polizia penitenziaria, ma anche per le parole di medici e psicologi della struttura. Nessuno, al momento è stato iscritto nel registro degli indagati, ma il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) ha avviato un’inchiesta interna. C’è l’agente che spiega ad Assarag come ci si comporta dietro le sbarre per non avere guai. “Ascolta – dice – io c’ho venti anni di galera alle spalle.. e non ho mai toccato uno, mai toccato uno se non se lo è meritato. Mai!”.

“Ah, solo le persone che meritano…”, ribatte Assarag. E l’agente: “No, che meritano no, ma che si comportano male. Così, come se tu, se tu ti comporti male, sai che quella è la conseguenza. È normale, perché certe volte solo quella…”. Fa quelle affermazioni e poco prima si lascia scappare anche altro: “Eh, ne ho picchiati tanti, non mi ricordo se ci sei anche tu”.

Ma poi Assarag parla con lo stesso agente anche del suo caso personale. Il riferimento è a quando è arrivato in via Burla, alla sua decisione di stare in isolamento e al latto che gli sarebbero stati tolti i soldi. “Quattro persone contro un detenuto?! Mi avete massacrato”, dice Rachid, e l’uomo replica: “Non eravamo in quattro persone… io, il brigadiere e basta!”. A quel punto il detenuto chiede se ci sono le telecamere, e il poliziotto risponde: “Ma non funzionano!”.

Parla – e registra – le dichiarazioni degli uomini della Penitenziaria, Assarag. Ma non si fa problemi a parlare delle violenze che avrebbe subito dietro le sbarre anche con i medici del carcere. “Io ho subito, mi hai visto che io ho subito la violenza”, spiega. E il dottore risponde: “Certo, ho visto… Quello che voglio dire, è che lei deve imparare a… a… abituare… sì, perché non può cambiare lei, come non lo posso cambiare io!”.

Ma Assarag non molla. Insiste. Vuole risposte per capire come muoversi, a chi far presente cosa non funziona. Il medico parla anche delle “protezioni” da parte della magistratura di cui godrebbero gli agenti. E cita il caso di Stefano Cucchi, il giovane arrestato per droga e morto in custodia cautelare una settimana dopo.

Una vicenda per la quale tra pochi giorni è previsto l’avvio del processo d’appello. “Ah, il magistrato è dalla parte di loro?”, chiede Assarag. “Certo… in un caso di morte, in un caso di morte come quello di Cucchi, sono riusciti a salvare gli agenti e hanno inchiappettato i medici!”.

Nel marzo 2011 Rachid incontra anche la psicologa del carcere. Le racconta di altre due aggressioni che avrebbe subito, con piccole lesioni a un dito e a un braccio. E le mostra la mano fasciata. “Queste cose succedono in tutti le carceri… eh, queste cose”, dice la donna. Poi gli consiglia di rassegnarsi. “Non è così facile. Per questo le ho suggerito di rinunciare a combattere. Perché combattere qua dentro comporta usare tantissime energie, sfinirsi e scontrarsi contro dei muri… Non si risolve niente!… Allora è meglio, dal punto di vista personale, aspettare e sopportare. Perché non c’è uscita”.

Violenze vere o romanzate quelle subite da Rachid? Sarà un’inchiesta ad appurarlo. I due agenti che nel 2007 in via Burla pestarono Aldo Cagna, l’assassino di Silvia Mantovani, sono stati condannati in via definitiva al anno e 2 mesi. Un brutto “precedente”. Ma è un’altra storia.

Il Procuratore: nessuna disattenzione, faremo chiarezza

L’ultima denuncia di Assarag contro gli agenti di via Burla? È stata depositata il 27 luglio 2011. Da allora, però, ria denunciato il difensore Fabio Anselmo, non si è mosso nulla in procura. “Quando sono arrivate le tre querele, già erano pervenute le segnalazioni da parte della casa circondariale die prospettavano una realtà molto diversa da quella denunciata dal detenuto – spiega il procuratore Antonio Rustico.

Ma non è vero che questi fascicoli sono rimasti fermi, mentre quelli in cui Assarag è indagato sono andati avanti. Si tratta di procedimenti che erano in carico a un pm trasferito, che poi sono stati riassegnati a un altra sostituto”. Insomma, nessuna corsia “preferenziale” per i casi in cui Rachid è sotto accusa.

Piuttosto ci sono altri procedimenti a suo carico, che nera non hanno nulla a che vedere con gli episodi di violenza (tra il 2010 e il maggio 2011) da lui denunciati, ma sono successivi. “Si tratta di due fatti che sono stati riuniti in un procedimento che è già a dibattimento da tempo: una contestazione di oltraggio nei confronti di agenti di polizia penitenziaria – spiega Rustico – e un’altra per minacce e anche oltraggio, credo.

Per quanto riguarda la prima vicenda, Assarag non ha chiesto nemmeno di essere sentito dono il deposito dell’avviso di conclusione delle indagini, nel secondo caso invece è stato sentito per rogatoria dal pm di Prato, visto che poi è stato trasferito in quel carcere: siamo nel 201Ì, eppure non ha fatto cenno a registrazioni effettuate in carcere, ma ha solo detto che probabilmente quel procedimento era la conseguenza delle sue denunce”.

C’è invece un detenuto che potrebbe creare qualche grattacapo ad Assarag: “Si tratta di una persona che sarebbe stato presente quando oltraggiava l’agente, ma al quale, secondo quanto ha dichiarato nella fase delle indagini, Rachid avrebbe chiesto di testimoniare a suo favore in cambio di denaro o dell’assistenza gratis del suo avvocato – sottolinea Rustico. Questa persona, però, a dibattimento ha detto di non voler parlare se non in presenza del suo avvocato, anche se era testimone”.

Un detenuto con varie vicende in corso, oltre alle accuse di violenza sessuale, Assarag. “Ma ciò non toglie che l’intenzione della procura è quella di fare chiarezza su quanto ha denunciato – assicura Rustico. Non abbiamo ancora i file audio originali, solo le trascrizioni, tuttavia posso assicurare che valuteremo tutto e agiremo se ci saranno delle responsabilità”.

Georgia Azzali

Gazzetta di Parma, 24 settembre 2014

 

Cucchi, Uva, Ferrulli, Moretti, vittime di Stato ? No, hanno diffamato le Forze dell’Ordine !


ViaLaDivisaIlaria Cucchi, Lucia Uva, Domenica Ferrulli, Patrizia Moretti. Cosa hanno in comune queste donne? L’orrore negli occhi, lo strazio nel cuore, un dolore eterno e inconsolabile per aver perso atrocemente un proprio familiare mentre era nelle mani dei tutori dell’ordine ? No.

Sono indagate. Hanno offeso l’onore e il decoro delle forze di polizia. Hanno chiesto verità e giustizia. Hanno pianto e gridato con tutta la loro forza il loro bisogno di risposte. Non hanno accettato che le persone che amavano siano morte, nelle mani dello stato. Non potevano.

Stefano Cucchi. Deceduto all’ospedale Sandro Pertini, a Roma. Malnutrizione. Gli occhi fuori dalle orbite, le ferite, le costole rotte, l’abbandono a sé stesso. Malnutrizione.

Giuseppe Uva, infarto. Tumefazioni, ferite, fratture, sangue, grida di dolore nella notte. Infarto.

Michele Ferrulli. Infarto. Morto durante l’arresto ad opera di quattro poliziotti, ammanettato a faccia in giù, gridando aiuto. Infarto.

Federico Aldrovandi. Ucciso, per negligenza imprudenza ed imperizia, ammanettato a faccia in giù, anche lui, a lungo. Mentre moriva. Accanto al suo corpo insanguinato, i manganelli spezzati dalla violenza con cui era stato colpito. Omicidio colposo.

I poliziotti che hanno ucciso Federico, dovranno risarcire i danni delle parti civili con un quinto del loro stipendio. Sì, uno stipendio che percepiscono ancora. Una divisa che indossano ancora mentre sul web un comitato spontaneo si estende all’infinito e grida con Ilaria, con Lucia, con Domenica, con Patrizia: Via la divisa !

Maccari, segretario del Coisp, ha già querelato Ilaria, ora perseguirà Patrizia, una donna assetata a suo dire, solo di vendetta, per averlo definito, dopo queste esternazioni, uno stalker, un torturatore morale. Il corpo di Federico, è ancora sull’asfalto. Accanto, i manganelli.

Avv. Maria Brucale