«Sebastiano Pelle, detenuto a Napoli, rischia la vita. Ha urgente bisogno di un intervento cardiaco»


Carcere-di-Secondigliano“Se non verrà, al più presto, sottoposto, in un centro clinico specializzato, ad un delicato intervento chirurgico finalizzato alla sostituzione della valvola aortica, Sebastiano Pelle, rischia di morire in carcere”. È quanto scrive, in un’istanza presentata al Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Roma, l’avvocato Angela Giampaolo, legale di Pelle, di 54 anni, di Careri (Reggio Calabria), attualmente ristretto nel Carcere di Napoli Secondigliano.

Sebastiano Pelle, originario di San Luca, soprannominato “Pelle-Pelle”, è stato coinvolto nell’operazione antidroga “Good Luck”, eseguita nel maggio del 2012 su direttive della Procura della Repubblica di Roma. Dopo un periodo di irreperibilità, Pelle è stato arrestato dai Carabinieri di Bianco e dallo Squadrone Cacciatori a Careri, in contrada Ancone, nei pressi di un capannone vicino alla sua abitazione, nell’agosto del 2013. Nel processo col rito abbreviato, conclusosi nel maggio scorso, Pelle è stato condannato ad 8 anni di reclusione per traffico di droga.

“Il Gip del Tribunale di Roma – aggiunge l’avvocato Giampaolo – nel maggio scorso, rispondendo ad una nostra precisa istanza, ha invitato il Dap ad attivarsi con la massima sollecitudine per reperire un’altra idonea sistemazione per Pelle, viste le gravi patologie accertate non solo dal nostro consulente ma anche dal perito nominato dal giudice. Dalle perizie effettuate è chiaramente emerso che le condizioni di Pelle sono assolutamente incompatibili con l’ordinario regime di detenzione carceraria. Insistiamo, quindi, affinché Sebastiano Pelle venga trasferito al più presto in una struttura sanitaria adeguata quale cittadino italiano e padre di sei figli e a tutela del suo diritto alla salute, costituzionalmente garantito e previsto anche dalle convenzioni internazionali”.

Giustizia: “salute negata” a un detenuto, per l’Italia una nuova condanna dalla Corte di Strasburgo


Cedu GiudiciA poco più di un mese dalla scadenza imposta con la sentenza pilota “Torreggiani”, la Corte europea dei diritti umani (Cedu) torna a condannare l’Italia per il trattamento inumano e degradante dei suoi detenuti. Questa volta non per il sovraffollamento perché nelle carceri italiane si sfiora la tortura anche per la mancata tutela della salute dei carcerati.

E così mentre i giudici di Strasburgo condannano il governo di Roma a risarcire con 25 mila euro un uomo a cui fu impedito, da detenuto nella Casa circondariale di Bellizzi Irpino, in Molise, di curarsi adeguatamente dopo un intervento chirurgico, il ministro di Giustizia Andrea Orlando torna a proporre un “rimedio compensativo, che è stato banalizzato come un risarcimento” per chi ha subito la detenzione in condizioni di sovraffollamento, da stabilire con un “correttivo normativo”, al fine di evitare che dal 28 maggio in poi l’Italia si ritrovi a dover risarcire i 4 mila detenuti il cui ricorso è già pendente presso la Cedu e tutti gli altri che nel frattempo decideranno di seguire la stessa strada. “In assenza di un rimedio interno ha detto ieri il Guardasigilli è diritto dei cittadini adire alla Corte ed è stato calcolato che il risarcimento medio sia di 13 mila euro a persona”.

Con l’ultima sentenza, poi, – la n. 73869/10 – Strasburgo ha sanzionato un’altra violazione dei diritti umani tipica delle carceri italiane. Grazie ad Antigone (associazione a cui, va ricordato, il Dap ha negato l’accesso alle informazioni sullo stato delle carceri) che lo ha supportato davanti alla Corte, l’ex detenuto Giovanni Castaldo ha vinto il suo ricorso per il trattamento ricevuto nel carcere molisano dove venne rinchiuso dopo varie vicissitudini giudiziarie.

“Arrivato a Bellizzi Irpino racconta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone l’uomo fece presente che, avendo subito un intervento chirurgico che gli aveva provocato gravi postumi, avrebbe dovuto essere collocato in una cella singola dotata di servizi igienici con possibilità di lavaggio quotidiano. Non avendo trovato riscontro immediato da parte dell’autorità penitenziaria, secondo la Cedu l’uomo ha vissuto costanti sentimenti di ansia ed inferiorità fino a diversi tentativi di suicidio”.

carcere sbarreUna sentenza che mostra anche le difficoltà in cui versa lo stesso Dap a capo del quale il ministro sta decidendo in questi giorni se riconfermare Giovanni Tamburino. Nel frattempo, pur considerando che “in alcuni uffici giudiziari il personale è un’emergenza tra le emergenze” (dichiarazione che ha suscitato il plauso dei sindacati di polizia), Orlando ha annunciato una sorta di spending review con la “riduzione delle spese anche tramite la diminuzione delle direzione generali, che sono passate dalle 10 del 2000 alle 40 odierne”.

di Eleonora Martini

Il Manifesto, 24 aprile 2014