Ferranti (Pd) “Nessuna paghetta ai delinquenti nè tantomeno uno svuotacarceri”


On. Donatella Ferranti Pd“Nessuna paghetta ai delinquenti né tantomeno uno svuota carceri, semplicemente un provvedimento che risponde a un obbligo assunto dall’Italia al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa al fine di evitare migliaia di condanne e multe salatissime”.

È il commento dell’Onorevole Donatella Ferranti (Pd), Presidente della Commissione Giustizia di Montecitorio, al via libera della Camera al decreto sui rimedi risarcitori per i detenuti.

“Il risibile allarmismo apocalittico agitato da Lega e 5 stelle lascia il tempo che trova, la verità è che questo decreto – ha sottolineato l’esponente del Pd – non contiene alcun cedimento sul fronte della legalità. Ma piuttosto completa il pacchetto di riforme strutturali, attraverso indennizzi e risarcimenti, in risposta a quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti a causa del sovraffollamento carcerario”.

Non solo: il decreto “riporta la carcerazione preventiva – ha rimarcato Ferranti – a un uso corretto ed equilibrato, non intaccando minimamente le esigenze di sicurezza dei cittadini, grazie anche alle modifiche introdotte in commissione che escludono tutti i delitti gravi e ad alto allarme sociale, tra cui stalking e maltrattamenti in famiglia, dal divieto di custodia cautelare in carcere per reati per i quali il giudice può fare una prognosi di pena inflitta sotto i 3 anni”.

“Oggi abbiamo approvato un provvedimento di civiltà, grazie al quale l’Italia eviterà sanzioni di centinai di milioni di euro decise dalla Corte europea dei diritti per la condizione inumana e degradante delle nostre carceri”.

Lo ha detto l’On. Walter Verini, Capogruppo del Pd in commissione Giustizia, intervenuto in Aula alla Camera per la dichiarazione di voto sul dl carceri.

“Le norme sono equilibrate – ha aggiunto – e non consentiranno sconti a chi è responsabile di reati ad elevata pericolosità sociale, di corruzione, concussione e peculato, e nega anche la possibilità di pene domiciliari a chi non ha una residenza adeguata”.

“Abbiamo sentito molti comiziacci – ha rimarcato Verini – e molte bugie da parte di chi vuole presentare queste norme come un modo per svuotare le carceri: altro che svuota carceri, questo ed altri provvedimenti ai quali governo e Parlamento stanno lavorando insieme, soprattutto quello sulla riforma della custodia cautelare, vanno incontro all’esigenza di dare all’Italia un sistema avanzato di norme per coniugare sicurezza e reinserimento sociale di chi commette reati”.

Pizzolante (Ncd): abuso custodia cautelare parlamentari altera democrazia

“Se l’uso eccessivo della custodia cautelare è una aberrazione per tutti i cittadini, e il 40% dei detenuti in attesa di giudizio è un dato che segna profondamente il grado di inciviltà del nostro Paese, l’abuso della custodia dei parlamentari altera la democrazia”.

A dirlo è Sergio Pizzolante, vice presidente dei deputati del Nuovo centrodestra. Per Pizzolante, “nelle richieste di autorizzazione all’arresto la motivazione, più o meno esplicita, è che avendo il parlamentare capacità di influenza e relazioni può reiterare il reato.

Quindi, se egli ha ricevuto un avviso di garanzia per fatti risalenti a dieci anni fa, tutti da dimostrare, e per i quali deve essere celebrato un processo, il giudice ne chiede l’arresto perché, in teoria, potrebbe commettere gli stessi reati. Solo in questo modo si annulla ogni sua capacità di relazioni e influenza, che potrebbero portarlo a reiterare un reato passato seppur mai dimostrato. La funzione stessa del parlamentare come motivazione dell’esigenza di restrizione della libertà”.

“Così, per via logica e fattuale, ogni parlamentare è, momentaneamente, a piede libero. È una condizione paradossale e drammatica del nostro sistema istituzionale, ormai flebilmente democratico. Lo è perché ci sono magistrati, ormai è evidente, che fanno un uso estensivo delle norme attuali. Lo è, ancor di più, perché il Parlamento, potere ormai debolissimo e sotto scacco rispetto a quello giudiziario, non è in grado di rimettere in equilibrio i poteri e la democrazia. Credo che il Capo dello Stato, l’unica istituzione democratica politicamente autorevole e consapevole rimasta, debba valutare un suo intervento politico ed etico nelle forme che egli riterrà più opportune”, conclude Pizzolante.

Bernardini: ha ragione l’on. Verini, l’Italia risparmia centinaia di milioni di euro

Dichiarazione di Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani: “Do atto all’on. Valter Verini del Pd di avere avuto almeno il coraggio di dire la verità: i risarcimenti previsti dal decreto, fanno risparmiare allo Stato italiano centinaia di milioni di euro per i trattamenti inumani e degradanti che il nostro Paese ha fatto subire e continua in molti casi a far sopportare ai detenuti ristretti nelle nostre infami carceri.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con la sentenza Torreggiani, aveva condannato l’Italia ordinandole di prevedere risarcimenti “effettivi e idonei ad offrire una riparazione adeguata”. Il Governo, invece, ingannando la Cedu e il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (che deve vigilare sull’esecuzione della sentenza) ha previsto 8 euro per ogni giorno di trattamenti indegni in un Paese che voglia essere democratico e civile, oppure, uno sconto di pena di 1 giorno ogni 10 giorni vissuti in quello stato. Ma non basta: la procedura è così complicata e farraginosa – visto anche il pessimo servizio offerto dalla Magistratura di Sorveglianza che non riesce nemmeno a stare dietro all’ordinaria amministrazione – che saranno pochissimi – e sicuramente non i poveri – i detenuti che avranno accesso a questo ignobile mercimonio.

Ieri, intanto, un altro detenuto poco più che trentenne si è suicidato nel carcere di Trento e noi radicali, con Marco Pannella e altri 306 cittadini, proseguiamo il Satyagraha affinché si interrompa questa mattanza e si garantiscano le cure a migliaia di detenuti oggi privati di ogni diritto. Abbiamo uno Stato che si comporta peggio del peggior criminale violando Costituzione e Convenzioni europee e Carte sui Diritti Fondamentali dell’individuo.

Cirielli (FdI): no a svuotamento delle carceri, serve commissione d’inchiesta

“No a questo decreto svuota carceri, il quinto e il peggiore. Anziché costruire gli istituti penitenziari o ristrutturarli, spedire gli stranieri e clandestini a espiare la pena nei paesi di origine, riformare la vergogna della carcerazione preventiva, Renzi decide che chi è delinquente con condanne in tre gradi di giudizio non va in carcere”.

È quanto ha dichiarato il deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Edmondo Cirielli intervenendo in dichiarazione di voto sul dl misure risarcitorie per i detenuti e internati. “Una responsabilità pesantissima del Pd – ha aggiunto Cirielli – ma soprattutto di Forza Italia e Nuovo Centrodestra che votano a favore di questo scempio. Nessun provvedimento a favore della polizia penitenziaria e per assumere gli idonei. Fratelli d’Italia-An vuole l’istituzione di una commissione d’inchiesta affinché vengano individuate le responsabilità giuridiche dei commissari per il Piano carceri, ministri e sottosegretari che hanno consentito questa bancarotta fraudolenta”. “Oggi esistono numerosi istituti alternativi alla detenzione in carcere: affidamento in prova dei servizi sociali, arresti domiciliari, sospensione della pena, sospensione della condanna, semilibertà, libertà condizionale”. “In questo contesto di sconti e di pene alternative – ha concluso Cirielli – s’inserisce il quinto svuota carceri con cui si regalano 8 euro al giorno ai delinquenti. Renzi vada a spiegarlo ai milioni di disoccupati”.

Deputati Lega lanciano in aula camera false banconote da 8 euro

La Lega Nord, nel corso della sua dichiarazione di voto al decreto Detenuti, ha lanciato

nell’aula della Camera delle false banconote da 8 euro, la cifra che il provvedimento stabilisce come risarcimento per ogni giorni di detenzione in condizioni “disumane o degradanti”, nel caso in cui non si possa applicare lo sconto di pena o nel caso in cui il periodo di pregiudizio sia inferiore ai 15 giorni. Nel corso del dibattito in aula la Lega ha cercato di fare ostruzionismo, presentando 89 emendamenti su circa 120 e provando ad allungare i tempi della discussione. Il relatore di minoranza, Nicola Molteni, ha più volte definito il testo come uno “svuota carceri”. “Abbiamo lanciato delle banconote da otto euro – ha spiegato a Public Policy il deputato Emanuele Prataviera – per denunciare che lo Stato ha i soldi per tutti, tranne che per chi è onesto”. Dopo il primo lancio di banconote false la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha subito richiamato i deputati all’ordine.

Melfi (Pz): “siamo pronti allo sciopero della fame”, lettera firmata da 185 detenuti


Carcere di MelfiDenunciano il pessimo stato della sala colloqui. Bagni rotti e spazi stretti nei luoghi deputati ai colloqui con i familiari. Sono 185 firme distribuite su quattro fogli a righe, sono quelle dei detenuti del carcere di massima sicurezza di Melfi. Centinaia di grafie minute per una lettera che è passata di mano in mano, firmata e poi spedita alla redazione del Quotidiano.

E sono gli stessi detenuti che raccontano delle misere condizioni della sala colloqui posta all’ingresso della casa circondariale. Una guardiola che è forse lo spazio più delicato di tutta la struttura, dove si predispongono gli incontri con i familiari.

E stando alla denuncia raccolta la guardiola versa in condizioni pietose. Infiltrazioni di umidità, bagni rotti e inaccessibili, rendono questo luogo non più uno spazio di tranquillità familiare e i detenuti del carcere lo mettono nero su bianco. Ci sarebbe anche un problema relativo alla capienza, non sufficiente a contenere tutti.

“Le stiamo scrivendo – si legge nella lettera – perché in un colloquio avuto con la direzione del carcere ci hanno detto che la competenza per un eventuale ristrutturazione è del Comune perché si trova sul suolo comunale, quindi chiediamo un suo intervento affinché venga fatta chiarezza e poterlo ristrutturare a norma. Succede anche ai servizi igienici, attualmente chiusi perché fatiscenti o mal funzionanti. In questo modo si nega la possibilità di usufruirne a chi ci viene a trovare per i colloqui. Con una ristrutturazione i nostri familiari eviteranno di andare nei campi o in altri luoghi meno appropriati per i bisogni fisici”.

La questione è chiara: i detenuti chiedono un trattamento più equo, soprattutto in occasione dei colloqui. È chiaro che la lettera è un appello allo stesso sindaco Valvano che nel suo piano per le opere pubbliche non ha messo in considerazione la ristrutturazione della guardiola.

E i detenuti sono pronti alla protesa: “Se il problema non viene risolto – scrivono ancora – inizieremo a fare lo sciopero della fame in modo pacifico”.

Non è la prima volta che i detenuti hanno preparato una protesta. L’ultima in ordine di tempo riguardava il possibile trasferimento di 100 detenuti, poi non effettuato, all’interno di una struttura già densamente sovraffollata. In quell’occasione per diversi giorni il suono delle stoviglie alle sbarre ha fatto da sfondo, oggi invece si annuncia lo sciopero della fame ad oltranza nel nome della dignità calpestata e dell’impossibilità di ricevere i propri familiari in un luogo consono e pulito. Era il 2009 quanto Rita Bernardini, in una visita, aveva parlato di un carcere “sovraffollato e in pessime condizioni”. Cinque anni dopo è ancora così, e questa lettera lo dimostra a pieno.

Valerio Panettieri

Il Quotidiano della Basilicata, 24 luglio 2014

Gerardi (Radicali) : Ministro Orlando revochi subito il 41 bis a Provenzano


Cella 41 bis OPUn paio di anni fa mi recai in visita ispettiva presso il carcere di Parma insieme alla delegazione radicale composta da Rita Bernardini, Irene Testa e Valentina Stella. Dopo aver visitato l’intero istituto penitenziario e parlato con i detenuti, ci recammo anche nella zona dove all’epoca era recluso Bernardo Provenzano.

Non appena l’uomo si alzò dal letto per venirci incontro, ci rendemmo subito conto di trovarci al cospetto di una persona il cui stato psicofisico era ormai irrimediabilmente compromesso: Provenzano, curvo sullo schiena, si muoveva lentamente e con grande fatica e nel corso di quei pochi istanti in cui si è svolto il “colloquio” non ha fatto altro che biascicare parole prive di senso, frasi sconclusionate e del tutto incomprensibili.

Dopo quella visita ispettiva, lo stato di salute di Provenzano, se possibile, si è ulteriormente aggravato. Le certificazioni mediche, infatti, attestano che il detenuto, allettato da dicembre 2012, presenta un quadro clinico profondamente deteriorato e in progressivo peggioramento, uno stato cognitivo irrimediabilmente compromesso, più tutta una serie di gravissime patologie, tra cui il morbo di Parkinson, che gli rendono impossibile persino l’alimentazione spontanea, al punto che qualche tempo fa i medici sono stati costretti a inserirgli il sondino naso-gastrico direttamente nell’intestino, visto che nemmeno lo stomaco gli funziona più.

Quando cominceremo a prendere atto dell’evidenza, ossia del fatto che il potente boss di Cosa Nostra di un tempo oggi non esiste più? Lo ha scritto chiaramente Luigi Manconi sull’Unità di domenica scorsa e non si può certo dargli torto: oggi Bernardo Provenzano è una persona anziana e gravemente malata che dipende dagli altri per ogni minimo aspetto della vita quotidiana, che non riconosce più i familiari che lo vanno a trovare in carcere e che non è nemmeno in grado di ricevere gli atti giudiziari che gli vengono notificati, tanto è vero che il Tribunale di Milano, non più tardi dì qualche settimana fa, gli ha nominato un amministratore di sostegno.

Lo stato di salute mentale dell’uomo è talmente precario che ben tre autorità giudiziarie hanno disposto la sospensione dei processi in cui Provenzano compariva nella veste di imputato, in quanto lo stesso è stato dichiarato incapace di partecipare alle udienze (ossia incapace persino di rendersi conto dì trovarsi in un’aula giudiziaria).

Lo stesso medico che attualmente ha in cura Provenzano ha inviato una relazione al Tribunale di Sorveglianza di Milano nella quale sostiene che le condizioni di salute del detenuto sono incompatibili con il regime carcerario.

E però a dispetto di tutte le perizie, le relazioni e le certificazioni mediche, Bernardo Provenzano continua non solo a rimanere in carcere, ma persino ad essere sottoposto al 41-bis, il che peraltro sta avvenendo anche contro il parere di tre procure distrettuali antimafia (Firenze, Caltanissetta e Palermo) che da tempo sì sono espresse a favore della revoca del cosiddetto “carcere duro”.

Il ministro della Giustizia Orlando, infatti, basandosi sul parere del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e della Procura nazionale antimafia, ritiene che Bernardo Provenzano possa ancora essere un soggetto “pericoloso”, e ciò sulla base di alcune relazioni del Gruppo operativo mobile (reparto specializzato della Polizia Penitenziaria) dalle quali emergerebbe che “a tratti”, ovvero “sporadicamente”, il detenuto sembra essere ancora in grado di “rispondere” alle domande che gli vengono rivolte.

L’evidente contraddizione fra il riconoscimento del grave stato dì salute dell’imputato, che non gli consente di partecipare validamente al processo, e il suo mantenimento in stato di detenzione, per di più in un regime inumano come il 41-bis, non è stata fin qui meritevole di alcuna attenzione, neppure tra coloro che, d’abitudine, si indignano per le violazioni dei diritti fondamentali; ciò evidentemente perché vi è la consapevolezza che una pubblica presa di posizione che riguardi Provenzano rischia di condannare chi la esprime alla più assoluta impopolarità. Ma i diritti umani sono per definizione universali e inviolabili e pertanto non possono essere negati ad alcuno, sia esso pure un boss di Cosa Nostra.

Lo sanno bene i radicali che in queste ore sono impegnati nell’ennesimo sciopero della fame insieme a circa 200 cittadini proprio per richiamare l’attenzione di Governo e Parlamento non solo sulle morti in carcere e sul diritto alle cure negato ai detenuti, ma anche sulla illegittimità del 41-bis, nato come regime detentivo “provvisorio” e oggi stabilizzato e applicato persino a soggetti ridotti in stato pressoché vegetativo come Provenzano, con buona pace non solo delle Convenzioni internazionali e della Costituzione, ma anche di quel minima senso dì umanità di cui tanto spesso ci si fa vanto.

Se davvero il ministro della Giustizia Orlando vuole dimostrare di avere a cuore questi temi, se veramente intende dar prova all’Europa di aver voltato pagina rispetto ai diritti dei detenuti, specialmente quelli che si trovano in condizioni di salute estreme, può farlo partendo proprio dalla revoca del carcere duro a Bernardo Provenzano.

Sarebbe infatti una sconfitta per tutti quanti noi se un uomo così gravemente malato dovesse morire in carcere, per giunta dopo essere stato sottoposto a un trattamento punitivo così inutilmente severo e senza aver ricevuto il sostegno e il conforto dei propri cari.

Avv. Alessandro Gerardi (Comitato Radicale per la Giustizia Piero Calamandrei)

Il Garantista, 22 luglio 2014

Carceri-lager e irragionevole durata dei processi, ora anche l’Onu condanna l’Italia


Trapani 1La “notizia” è di quelle che dovrebbe farci arrossire per la vergogna. Ma ci si può vergognare se si conosce di cosa ci si dovrebbe vergognare. Ma se non si sa? Quello che non si sa – e anche questo non sapere dovrebbe costituire “materiale” di riflessione, amara – è che non sono solo le corti di giustizia europee a condannare il nostro paese per le ignobili condizioni delle nostre carceri, per l’irragionevole durata dei processi, e la non episodica denegata giustizia. Ora siamo nel mirino dell’Onu. Se ne sono accorti solo “Il Manifesto”, “Il Garantista” e la segretaria radicale Rita Bernardini. E dire che le agenzie la “notizia” l’hanno diffusa.

È accaduto che una delegazione dell’Onu guidata dal norvegese Mads Andenas, sia venuta in visita in Italia dal 7 al 9 luglio, e al termine delle loro ispezioni hanno stilato un memorandum in cinque punti: 1) Adottare “misure straordinarie, come per esempio soluzioni alternative alla detenzione, al fine di eliminare l’eccessivo ricorso alla detenzione e proteggere i diritti dei migranti”. 2) “Quando gli standard minimi non possono essere altrimenti rispettati, il rimedio è la scarcerazione”. 3) “Che le autorità italiane rispettino le raccomandazioni Onu del 2008 e quanto statuito dalla sentenza Torreggiani. 4) Raccomandazioni come quelle formulate dal Presidente Giorgio Napolitano nel 2013, incluse le proposte in materia di amnistia e indulto, sono “quanto mai urgenti per garantire la conformità al diritto internazionale”. 5) Sui migranti, oltre ad esprimere rammarico per i “rimpatri forzati”, la delegazione Onu “resta preoccupata per la durata della detenzione amministrativa e per le condizioni detentive nei Centri di identificazione ed espulsione”.

Giustizia al collasso, purtroppo storia di tutti i giorni. Andiamo, per esempio, a Reggio Calabria. È il 7 gennaio del 1984, trent’anni fa. Un’automobile improvvisamente taglia la strada a un autobus, che frena di colpo. Un passeggero cade, si ammacca due costole. Non sembra una cosa grave. Poi però le sue condizioni peggiorano. Sopraggiunge un infarto, l’uomo muore. La famiglia fa causa all’azienda di trasporto. Non si entra nel merito, i famigliari possono avere ragione oppure no, non interessa, qui. Quello che si vuole porre in evidenza è che il processo, anno dopo anno, si è trascinato per trent’anni. La moglie del passeggero nel frattempo è morta, è morta anche la figlia.

Quando finalmente la terza sezione civile della Cassazione ha emesso la sentenza, a “salutarla” c’erano gli eredi degli eredi. Quel processo ha impiegato trent’anni per arrivare in Cassazione. Al tribunale di Reggio Calabria sono occorsi 17 anni per emettere il giudizio di primo grado, arrivato il 25 novembre 2003. La Corte di Appello sempre di Reggio Calabria ce ne ha messi altri nove, la sentenza di secondo grado è arrivata il 10 dicembre 2012.

Trasferiamoci ora in Puglia. È il 2 settembre 2002, solo dodici anni fa. I magistrati della Direzione distrettuale antimafia Elisabetta Pugliese e Michele Emiliano (che poi diventerà sindaco di Bari) chiudono un filone investigativo nato cinque anni prima, con un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 131 persone, accusate di far parte di un’organizzazione criminale che spadroneggia tra Altamura e Gravina in Puglia; i reati ipotizzati non sono bazzecole: estorsioni, traffico di droga, ferimenti. E tuttavia solo dopo 17 anni il Pubblico Ministero Isabella Ginefra è in condizione di concludere la sua requisitoria. Chiede pene tra i 4 e i 10 anni per 58 imputati. E gli altri? Alcuni sono stati prosciolti, per qualcuno è sopraggiunta la prescrizione, c’è chi è morto per vecchiaia, o perché ucciso da qualcuno di qualche clan rivale. Sono storie che accadono un po’ tutti i giorni un po’ in tutti i tribunali. Non fanno neanche più “notizia”, sono considerate ormai cose “fisiologiche”, parte del “sistema”.

Accadono poi cose che definire paradossali è un eufemismo. Proprio nelle stesse ore in cui il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro della Giustizia Andrea Orlando annunciavano le linee guida della loro riforma della giustizia, il ministero veniva condannato a pagare la doppia penalità. Perché lo stato italiano non si accontenta di essere sanzionato per i danni provocati dall’irragionevole durata dei processi; si fa anche condannare perché i risarcimenti delle cause lumaca sono più lunghi delle cause stesse. “Italia, dolce paese,/ dove chi rompe non paga le spese, / dove chi urla più forte ha ragione,/ dove c’è il sole e il mare blu”, cantava molti anni fa Sergio Endrigo. Patria del diritto; e del suo rovescio.

Valter Vecellio

http://www.articolo21.org, 18 luglio 2014

Il Governo vuole smantellare il Dipartimento della Giustizia Minorile. Contrari i Radicali Italiani


Minori - Polizia PenitenziariaIl Ministero della Giustizia sta per smantellare – è questione di ore – uno dei pochi settori funzionanti, quello della giustizia minorile, da sempre impegnata con successo nel recupero dei ragazzi che entrano a far parte del circuito penale. Ciò accade mentre gli si affidano nuovi compiti, come quello di accogliere anche i giovani detenuti da 21 ai 25 anni.

Il Dipartimento della Giustizia Minorile (DGM), infatti, è quello sul quale sembra voler abbattersi con maggiore violenza la mannaia dei tagli in quanto il Governo ha previsto sia la scomparsa dell’attuale specifica Direzione Generale per l’attuazione dei provvedimenti giudiziari, sia la drastica riduzione dei dirigenti di seconda fascia, cuore del DGM. Come se ciò non bastasse, la scure si abbatterà anche su assistenti sociali, educatori e amministrativi peraltro già notevolmente ridimensionati dalle cesure precedenti.

Insomma, il Governo italiano si appresta ad annientare l’unico settore della Giustizia italiano non raggiunto dalle condanne sistematiche della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Al Satyagraha che sto portando avanti nella forma dello sciopero della fame da 16 giorni, con Marco Pannella e altri 190 cittadini, aggiungo anche questo obiettivo, questa volta non per ripristinare la legalità perduta, ma per mantenere quella c’è in un comparto che finora l’Italia ha potuto mostrare in Europa come un fiore all’occhiello.

On. Rita Bernardini

Segretario Nazionale Radicali Italiani

 

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite “boccia” le carceri italiane


Nazioni UniteEnnesimo rimprovero all’Italia per quanto riguarda il sistema penitenziario e giudiziario, compresa la protezione dei diritti dei migranti. Questa volta è il turno dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, il quale senza mezzi termini dichiara attraverso l’esperto Mads Andenas: “Quando gli standard minimi non possono essere garantiti in altro modo, il rimedio è la scarcerazione”.

Il Gruppo di lavoro dell’Onu è giunto in Italia per monitorare le loro richieste fatte dopo la visita del 2008. “Per garantire il rispetto delle nonne sui diritti umani ora all’Italia è richiesta un’azione rapida e decisa – sottolinea Andenas – quindi chiediamo alle autorità italiane di dare seguito alle nostre raccomandazioni sul sovraffollamento e alla sentenza Torreggiarli della Corte europea dei diritti dell’uomo”.

La segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini – in sciopero della fame dal 30 giugno per chiedere a governo e parlamento risposte immediate sulle cure negate ai detenuti, per scongiurare le morti in carcere e anche sulla tortura del 41bis – denuncia che il rapporto dell’organismo dell’Onu è stato completamente censurato dai mezzi di informazione. E, insieme al leader radicale Marco Pannella – che da ieri ha intrapreso un digiuno totale della fame e della sete – si domanda se la censura non sia per caso determinata da qualche “manina super informata”, per non disturbare il, premier Renzi e il ministro della Giustizia Orlando.

Il Gruppo di esperti dell’Onu ha accolto con favore le recenti riforme per ridurre la durata delle pene, il sovraffollamento nelle carceri e il ricorso alla custodia cautelare. Secondo l’articolo 8 del Decreto Legge n. 92 del 2014 la custodia cautelare non può essere più applicata nei casi in cui il giudice ritenga che l’imputato, se riconosciuto colpevole, sarà condannato a meno di tre anni. “Questo limiterà il ricorso improprio alla custodia cautelare, usata come pena” osserva sempre Andenas, Ma per il gruppo di lavoro dell’Onu c’è ancora preoccupazione per l’elevato numero di detenuti in attesa di giudizio e resta la necessità di monitorare e contenere il ricorso sproporzionato alla custodia cautelare nel caso di cittadini stranieri e rom, anche minorenni. Per questo motivo l’esperto ha osservato che molte delle raccomandazioni contenute nella Lettera al Parlamento del Presidente Napolitano del 2013 sulla detenzione, comprese le proposte in materia di amnistia e provvedimenti di clemenza, sono oggi più urgenti che mai per garantire il rispetto del diritto internazionale.

Per quanto riguarda i diritti dei migranti, il Gruppo di lavoro ha accolto con favore la recente abolizione del reato di clandestinità, tuttavia ha notato con preoccupazione che quest’ultimo rimane sempre un illecito amministrativo. “Restiamo inoltre seriamente preoccupati per la durata della detenzione amministrativa (con un limite massimo stabilito per legge di 18 mesi) e per le condizioni di detenzione nei Centri di Identificazione ed Espulsione (Cie), ma siamo incoraggiati dalle recenti iniziative legislative per ridurre il periodo massimo di trattenimento a 12 mesi, o addirittura a se” riferisce Andenas.

Destano preoccupazione le segnalazioni relative a rimpatri sommari di individui, compresi minori non accompagnati e adulti richiedenti asilo: “Questi rimpatri sommari violano gli obblighi dell’Italia, derivanti dal diritto nazionale, europeo ed interazionale, di garantire una procedura di asilo equa ed evitare il respingimento, e il divieto di espulsione dei minori non accompagnati” sottolinea Andenas.

Il gruppo di lavoro dell’Onu ha poi osservato che il carcere duro del 41 bis non è stato ancora adeguato ai requisiti internazionali in materia di diritti umani. Pur accogliendo con favore la sentenza della Corte Costituzionale in materia di accesso alla difesa, gli esperti sì rammaricano che il governo non abbia ancora adottato alcuna misura per migliorare e accelerare il controllo giurisdizionale delle ordinanze che impongono o estendono questo regime detentivo. “Queste misure restrittive devono essere riesaminate periodicamente al fine di garantire la conformità con i principi di necessità e proporzionalità”, ha dichiarato sempre Andenas.

L’Altro commissariato dell’Onu esorta il Governo italiano ad istituire un’autorità nazionale indipendente per i diritti umani in conformità con i Princìpi di Parigi e ha inoltre incoraggiato la rapida approvazione del disegno di legge sul reato specifico di tortura. Il gruppo di lavoro promette di presentare una ulteriore relazione al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, con osservazioni e suggerimenti più dettagliati, augurandosi che il loro sguardo indipendente possa essere accolto come un contributo costruttivo ai processi politici, legislativi e giudiziari italiani.

Damiano Aliprandi

Il Garantista, 17 Luglio 2014

Carceri, le Nazioni Unite richiamano l’Italia. Pannella in sciopero della sete


Nazioni Unite OnuL’Italia dovrebbe fare uno sforzo per “eliminare l’eccessivo ricorso alla detenzione e proteggere i diritti dei migranti”. A chiedere alle autorità italiane “misure straordinarie” sul tema è un comunicato del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria reso noto al termine di una visita di tre giorni nel paese (7-9 luglio).

“Quando gli standard minimi non possono essere altrimenti rispettati, il rimedio è la scarcerazione”, ha detto Mads Andenas, Presidente del Gruppo. Gli esperti ricordano le raccomandazioni formulate dal Presidente Giorgio Napolitano nel 2013, incluse le proposte in materia di amnistia e indulto, e le considerano “quanto mai urgenti per garantire la conformità al diritto internazionale”.

Per l’Onu le recenti riforme tese a ridurre la durata delle pene detentive, il sovraffollamento carcerario e il ricorso alla custodia cautelare sono positive, ma sussistono preoccupazioni per l’elevato numero di detenuti in regime di custodia cautelare ed il ricorso sproporzionato alla custodia cautelare per gli stranieri e i Rom, minori compresi.

L’Italia – spiega il gruppo dell’Onu – non ha una politica generale di detenzione obbligatoria per tutti i richiedenti asilo e migranti irregolari, ma restiamo preoccupati per la durata della detenzione amministrativa e per le condizioni detentive nei Centri di identificazione ed espulsione”.

Gli esperti si dicono inoltre preoccupati per i resoconti dei rimpatri sommari e per il fatto che “il regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41 bis” per i mafiosi non è ancora stato allineato agli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Composto da cinque esperti, il gruppo di lavoro dovrebbe presentare un rapporto al Consiglio Onu dei diritti umani nel settembre 2015.

Monica Ricci Sargentini

Corriere della Sera, 12 luglio 2014

http://www.radioradicale.it/l-onu-all-italia-carceri-troppo-affollate-trovate-alternative-alla-detenzione

Comitato Nazionale di Radicali Italiani 11-13 luglio 2014. La Mozione Generale


 

Radicali Italiani campagna autofinanziamentoComitato Nazionale di Radicali Italiani 11-13 luglio 2014

Mozione generale

e documenti aggiuntivi

Il movimento radicale nella sua storia sessantennale ha più volte dovuto attraversare lunghi periodi di resistenza che hanno poi consentito all’Italia di realizzare grandi conquiste nel campo dei diritti umani, sociali e civili o perlomeno di rallentare il processo di desertificazione della democrazia perseguito via via con sempre maggiore violenza dal regime partitocratico nelle sue diverse manifestazioni. Oggi questo processo ha prodotto un deserto che è soprattutto di idee e si manifesta ormai nella forma della supremazia della ragion di Stato sullo Stato di diritto democratico e federalista.

Il diritto alla conoscenza è ormai negato al popolo italiano fino ad un punto di non ritorno. Il Centro d’Ascolto dei programmi radiotelevisivi ha dimostrato la precisa corrispondenza tra la percentuale di ascolti consentita ai leader e alle forze politiche in occasione della recente consultazione europea e il risultato conseguito dalle varie liste. Clamoroso il caso del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e del PD: 41,1% di ascolti consentiti, 40,8% il risultato elettorale conseguito. Quanto al movimento radicale, altrettanto eloquente è il dato che vede Marco Pannella al 349° posto ed Emma Bonino addirittura espulsa dalla classifica dei 512 esponenti politici monitorati in merito alle trasmissioni della Rai-TV.

Sulla totale illegalità del “sistema giustizia” italiano e delle carceri, ambedue pluricondannati in sede europea – il primo per l’irragionevole durata dei processi e il secondo per i trattamenti inumani e degradanti – paradigmatico è il caso del ponderoso dossier inviato il 22 maggio da Radicali italiani al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa chiamato, il 5 giugno scorso, ad esprimersi sul rispetto da parte del nostro paese della Sentenza di condanna “Torreggiani”: la burocrazia europea ha illegalmente omesso di consegnarlo, con meschine azioni di occultamento, ai 47 delegati degli Stati favorendo così un esito benevolo verso la tesi difesa dal Governo italiano, che ha ammesso la forzatura, dichiarando “sulle carceri, per ora, ci abbiamo messo una pezza”.

Persino sulle misure compensative e riparatorie, il Governo italiano non si è fatto scrupolo – con l’ultimo decreto – di gabbare la CEDU: là dove la condanna ordinava all’Italia di prevedere ricorsi interni “effettivi” e “idonei”, il Governo Renzi ha fissato il “prezzo della tortura” in 1 giorno di sconto pena per ogni 10 giorni vissuti in carcere oppure, per chi è uscito dal carcere, in 8 euro per ogni giorno di prigionia inumana e degradante. Accedere a tale “mercimonio” sarà oltretutto impraticabile considerata l’impossibilità per magistrati di sorveglianza e giudici civili di verificare per ciascun soggetto quali siano state materialmente le condizioni di detenzione.

Il Comitato Nazionale di Radicali italiani, riunito a Roma l’11-12 e 13 luglio 2014

ribadisce come obbligato un provvedimento di amnistia e di indulto quale unica riforma strutturale in grado di fermare il mancato rispetto della Costituzione italiana e dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali, anche secondo quanto affermato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il suo ostracizzato messaggio alle Camere.

Il Comitato sostiene il Satyagraha in corso di Marco PannellaRita Bernardini e di altri 150 cittadini esplicitamente volto, in questa fase, a fermare le morti in carcere e a garantire le cure necessarie ai detenuti malati. Da questo punto di vista è con ogni evidenza emblematico – e perciò richiamato espressamente come obiettivo dello sciopero della fame – il caso dell’ottantunenne boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, tuttora trattenuto in regime di 41-bis benché le Procure della Repubblica di Palermo, Caltanissetta e Firenze si siano pronunciate nei suoi confronti per la cancellazione del “carcere duro” e malgrado non sia più chiamato a intervenire nei processi in cui è ancora coinvolto perché “incapace di intendere e di volere”.

Il Comitato rileva che la inutile crudeltà di questa situazione non fa che qualificare lo Stato italiano ad un livello di criminalità, se possibile, addirittura superiore a quella del condannato.
Nella condizione di antidemocrazia in cui si trova il Paese, il Comitato di Radicali italiani richiama il movimento alla forza e alla conseguente necessità della pratica della nonviolenza e della disobbedienza civile, nel difficile tentativo di ricercare e aprire varchi di agibilità politica nei quali la sovranità del popolo possa finalmente affermarsi.

Il Comitato auspica che il ricorso alle Giurisdizioni nazionali, europee e transnazionali sia sempre più praticato da tutti gli organi di Radicali italiani per affermare, con il ripristino della legalità, i diritti fondamentali dei cittadini. Da questo punto di vista, il Comitato esprime il massimo plauso al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, all’Associazione Luca Coscioni, e al nostro stesso movimento per tutte le iniziative già intraprese consuccesso, in attesa di pronunciamento o pressoché prossime alla presentazione.

Il Comitato impegna gli organi dirigenti a dare il massimo supporto all’Avv. Deborah Cianfanelli affinché il dossier sulla giustizia, riguardante l’irragionevole durata dei processi civili e penali, sia al più presto aggiornato e depositato presso la Corte EDU. Il Comitato sostiene altresì l’iniziativa volta a presentare un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale causato dallo Stato italiano ai suoi cittadini.

Il Comitato ribadisce che partendo dall’analisi radicale sulla permanenza e vigenza di un sistema economico finanziario fondato su capitalismo inquinato, sottocapitalizzato, bancocentrico e di relazione, le campagne in corso #sbanchiamoli#menoinquinomenopago e l’insieme di proposte sul capitalismo locale delle società partecipate da Enti locali e Regioni, oggi si confermano più che mai centrali nell’azione utile a rilanciare legalità, concorrenza, merito e innovazione, nonché a contenere il debito pubblico e quello ecologico, la spesa pubblica, la pressione fiscale e l’intermediazione indebita della politica e dei Partiti nell’economia. Il Comitato invita il governo Renzi, oltreché a far sue le misure citate, ad attivare al più presto un piano di riduzione dei trasferimenti anticompetitivi alle imprese nell’ambito del programma di tagli di spesa delineati dal commissario Cottarelli.

Il Comitato rivolge un accorato appello a tutti coloro che siano raggiunti da questa “mozione” e ne condividano premesse e obiettivi, affinché si iscrivano a Radicali italiani, al Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito così come a tutte le Associazioni dell’area radicale ricordando che solo il versamento “dell’obolo di uno scellino” da dignità e forza ad una partecipazione responsabile.

“Diritti garantiti o scarcerazioni…”, la richiesta dell’Onu all’Italia è chiarissima


ONUL’Onu invia in Italia un gruppo di osservatori sulla detenzione arbitraria. Andenas chiede a Roma misure straordinarie e si dice preoccupato per i Cie e i rimpatri forzati.

“Quando gli standard minimi non possono essere garantiti in altro modo il rimedio è la scarcerazione”. La frase, inequivocabile, compare alla quarta riga del comunicato emesso dal “Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria” dopo una visita in Italia effettuata dal 7 al 9 luglio per verificare lo stato delle carceri e dei Cie rispetto all’ultima loro ispezione, nel 2008.

Anche questa volta, come allora, gli inviati dell’Onu – che durante il loro viaggio hanno ascoltato oltre alle istituzioni anche l’associazione Antigone e Save the Children – al termine della visita hanno rivolto al governo italiano alcune richieste. In particolare ora si sono soffermati sulle “misure straordinarie” ancora da adottare, “come le misure alternative alla detenzione”, per “porre fine al sovraffollamento delle carceri e per proteggere i diritti dei migranti”.

Un giudizio, questo dell’Onu, evidentemente troppo severo per il Guardasigilli Andrea Orlando che ieri da Agrigento, dove ha fatto tappa per un convegno durante il suo tour siciliano, ha voluto smentire, seppur indirettamente, i delegati: “Senza troppo clamore siamo progressivamente usciti dalla situazione di sovraffollamento nelle carceri – ha detto il ministro – I dati di questi giorni ci dicono che il gap tra posti disponibili e detenuti attualmente è intorno ai sette-ottomila posti. Vuol dire che non c’è più un detenuto al di sotto dei tre metri quadri”.

Cosa di per sé vera, come ha riconosciuto la Corte di Strasburgo concedendo all’Italia un altro anno per risolvere i problemi strutturali della nostra Giustizia.

Secondo Orlando, “questo è avvenuto anche grazie a un’azione del Parlamento molto importante e al fatto che abbiamo iniziato a fare in modo più sistematico i rimpatri dei detenuti stranieri e al fatto che abbiamo ormai firmato 13-14 convenzioni con tutte le regioni per fare in modo che i detenuti tossicodipendenti possono scontare una parte della pena in comunità”.

Ma il risultato è stato ottenuto anche con il trasferimento in massa di detenuti in istituti (come quelli in Sardegna che avevano molti posti disponibili) distanti dalla residenza, come da tempo denuncia la segretaria di Radicali italiani, Rita Bernardini, in sciopero della fame dal primo luglio anche per difendere i diritti di Bernardo Provenzano, il boss mafioso che versa in gravissime condizioni di salute, incompatibili col regime di 41 bis a cui è sottoposto. Regime che secondo gli osservatori Onu “non è stato ancora reso conforme agli standard internazionali in materia di diritti umani”.

Il Gruppo di lavoro diretto dall’esperto di diritti umani Mads Andenas ha “accolto con favore le recenti riforme per ridurre la durata delle pene, il sovraffollamento nelle carceri e il ricorso alla custodia cautelare”. Giudicata positiva anche “la sentenza della Corte Costituzionale che ha abrogato le sanzioni indiscriminatamente elevate per i reati minori connessi alla droga, ristabilendo quella proporzionalità tra reato e pena prevista dal diritto internazionale. Lo stesso vale per le pene oggi meno sproporzionate per i recidivi”. E apprezzamenti pure per l'”abolizione della circostanza aggravante della immigrazione irregolare”.

“Tuttavia – si legge nel comunicato – c’è ancora preoccupazione per l’elevato numero di detenuti in attesa di giudizio, e resta la necessità di monitorare e contenere il ricorso sproporzionato alla custodia cautelare nel caso di cittadini stranieri e rom, anche minorenni”. Ma, come sottolinea lo stesso Gruppo dell’Onu, il Decreto legge 92 del 2014 voluto dal ministro Orlando stabilisce che la custodia cautelare non può essere più applicata nei casi in cui l’imputato rischia meno di tre anni di carcere. “Questo – ha commentato Andenas – limiterà il ricorso improprio alla custodia cautelare, usata come pena”. Secondo Orlando al testo di conversione in legge del decreto il Parlamento potrà arrivare “entro la pausa estiva”.

Andenas e i suoi colleghi, però, restano “seriamente preoccupati per la durata della detenzione amministrativa” degli immigrati, “per le condizioni di detenzione nei Cie” e per i “rimpatri sommari di individui, compresi in alcuni casi minori non accompagnati e adulti richiedenti asilo”. Prassi, queste, avvisa l’Onu, che “violano gli obblighi dell’Italia, derivanti dal diritto nazionale, europeo ed internazionale”.

Eleonora Martini

Il Manifesto, 13 luglio 2014

 

Manconi (Pd) : Assistenza sanitaria per i detenuti… se l’Italia sembra la Guinea


Leggo dello sciopero della fame iniziato il 30 giugno scorso, da Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani e vengo preso da un senso di smarrimento.

Lei nel proporre ancora una volta il tema del carcere – con tutta la sapientissima follia che è virtù propria delle persone razionali e pragmatiche – ha dedicato particolare attenzione alla questione dell’assistenza sanitaria per i reclusi.

Si tratta di un problema gigantesco, che non sembra presentare differenze troppo acute tra gli standard di cura e di terapia garantiti nelle carceri del nostro Paese e quelli presenti, per esempio, nella prigione di Bata, città della Guinea equatoriale, dov’è rinchiuso Roberto Berardi, un prigioniero italiano che ho iniziato a conoscere. Da qui quel mio senso di smarrimento.

A scanso di equivoci, il nostro è un Paese di solida democrazia pur afflitto da una grave crisi di rappresentanza politica e da un antico deficit di garanzie nel processo penale, mentre la Guinea equatoriale è dominata dal 1979 da un despota di nome Teodoro Obiang.

Di conseguenza lo stato dei diritti nel nostro Paese e lo stato dei diritti in quella nazione dell’Africa centrale sono incomparabilmente diversi. Ci mancherebbe. Ma qui si verifica un atroce paradosso: la profonda differenza tra i due sistemi e la superiore qualità della vita sociale, dei diritti individuali e collettivi, delle tutele e delle libertà in Italia tendono via via ad attenuarsi se osserviamo alcuni particolari gruppi sociali e alcuni particolari luoghi.

Per un verso le condizioni degli strati più vulnerabili di popolazione e, per l’altro, la debolezza delle garanzie negli istituti del controllo e della repressione sembrano rassomigliarsi qui e in Guinea. In altre parole, per quanto sia doloroso riconoscerlo, a un derelitto recluso in una cella dell’Ucciardone o internato nell’Opg di Aversa e affetto da una qualche patologia può accadere di non essere trattato in modo troppo diverso (ovvero migliore) di come viene trattato Berardi nella sua cella nel carcere di Bata dove la temperatura è stabilmente sui 40 gradi e dove le condizioni igienico-sanitarie determinano il cronicizzarsi della malaria.

Berardi sta in quel carcere dal gennaio del 2013 e si trova in stato di isolamento da oltre sette mesi, sottoposto a percosse, violenze e sevizie, dopo una condanna a due anni e quattro mesi e al pagamento di un milione e 400mila euro. Gli è stata promessa la grazia dal presidente Obiang, ma l’atto di clemenza potrebbe sospendere l’esecuzione della pena senza rimetterlo in libertà, perché quella sanzione pecuniaria costituisce la vera merce di scambio. L’integrità del suo corpo (e la stessa possibilità di salvezza) “vale” oggi un milione e 400mila euro.

E quanto vale la vita – e quanto valgono i corpi malati, febbricitanti, affetti dalle più diverse patologie, debilitati dalla cattiva alimentazione, scossi da infermità mentali o annichiliti dalla follia – di migliaia di detenuti italiani? Per questo Rita Bernardini ha intrapreso lo sciopero della fame finalizzato a interrompere la tragedia delle morti in carcere e a denunciare la carenza di cure che riguarda anche i reclusi incompatibili con la detenzione.

Alla Bernardini si sono affiancati nel digiuno altri 200 cittadini: e condividono il suo allarme tantissimi giuristi, sindacati della polizia penitenziaria, cappellani e direttori di carcere, tutte le associazioni che operano nel sistema penitenziario, alcuni (purtroppo pochi, pochissimi) parlamentari e quel Giorgio Napolitano che, alla bella età di 89 anni, conserva tutta intera la capacità di scandalizzarsi.

Le prime parole e i primi atti del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, fanno ben sperare: e i provvedimenti presi dagli ultimi governi – che alcuni irresponsabilmente hanno annunciato come “svuota carceri” – hanno ridotto il sovraffollamento. Ma non in misura sufficiente: siamo ancora ben oltre la capienza regolamentare.

E rimaniamo lontani dal garantire alla gran parte dei reclusi quelle otto ore di “celle aperte” che costituiscono una indispensabile opportunità di socializzazione e di libertà di movimento. Ciò comporta – oltre alla sofferenza di corpi ristretti in spazi angusti, addensati entro perimetri soffocanti, abbracciati loro malgrado e promiscui per necessità, allo stesso tempo intimi e ostili – anche la decadenza di tutti i servizi, a partire proprio da quelli della salute.

Oggi i detenuti italiani che si trovano in questo stato sono oltre 58mila. A essi vanno sommati i 3.300 nostri connazionali reclusi in prigioni di Stati stranieri. Si tratta di Paesi che, fortunatamente, non assomigliano sempre alla Guinea equatoriale, ma ci sono anche quelli che ne rappresentano una versione ancora più feroce.

Ciò che, invero, appare non troppo dissimile è, come si è detto, la condizione dei penitenziari. E di quei connazionali che si trovano detenuti all’estero nulla, o quasi nulla, sappiamo. Quanto ci viene raccontato a proposito di Roberto Berardi non può che inquietarci. E costituisce una ragione in più per sostenere l’iniziativa di Rita Bernardini e di quanti credono nella giustizia giusta.

Luigi Manconi (Senatore Pd)

L’Unità, 10 luglio 2014