Romanelli (Camere Penali) : Caro Csm, ce lo chiede l’Europa… non parlare di “attacco alla Magistratura”


Avv. Rinaldo RomanelliII Csm, in vista della prossima discussione al Senato del testo di riforma della responsabilità civile dei magistrati, ha lasciato filtrare attraverso la stampa le prime indiscrezioni sulla bozza di parere elaborata dalla sesta commissione, che sarà discussa in plenum oggi.

Vista la generale reazione negativa del mondo politico e di chiunque a vario titolo si occupi di giustizia, all’evidente ed insostenibile difesa corporativa messa in atto da palazzo dei Marescialli, il Vice Presidente Legnini è intervenuto per lamentare letture “un po’ forzate” e ribadire che la posizione ufficiale sarà resa nota solo dopo la riunione del Csm.

C’è da augurarsi che tale posizione si discosti fortemente da quella che è stata fatta filtrare alla stampa, che ha dipinto il ddl sulla responsabilità civile dei magistrati come un grave attacco alla loro indipendenza. Non è in atto alcun attacco all’ordine giudiziario e chi voglia ricondurre in questa fuorviante prospettiva il tema del risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e della responsabilità civile dei magistrati, lo fa per difendere posizioni di privilegio a scapito della tutela dei diritti dei cittadini.

Le giurisprudenza elaborata dalla Corte di Giustizia Ue espressa già a partire dal 2003 e ribadita nel 2011, a seguito della procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea, ha affermato con adamantina chiarezza che l’attività giudiziaria di interpretazione di norme giuridiche e di valutazione di fatti e prove non può essere esclusa dall’alveo della responsabilità civile dello Stato. Data la delicatezza delle funzioni giudiziarie, la violazione di legge determina la risarcibilità del danno solo qualora sia “manifesta” e l’erronea valutazione dei fatti e delle prove solo quando degeneri nel “travisamento”.

Si tratta dell’affermazione di un fondamentale principio di diritto, destinato ad operare in tutta l’Unione Europea. Allo stesso modo, gli alti magistrati europei hanno chiarito che il filtro di ammissibilità dell’azione e l’orientamento estremamente restrittivo espresso dalla Suprema Corte di Cassazione, hanno reso del tutto ineffettiva la vigente disciplina sulla responsabilità civile delle toghe (nel decennio 2005/2014 vi sono state solo nove condanne a carico dello Stato, con una liquidazione media di importi pari a circa 54.000,00 euro). Posto che, col disegno di legge elaborato in materia, il Governo ha avuto cura di tradurre letteralmente nel testo normativo i passaggi fondamentali esposti dalla Corte di Giustizia, pare del tutto fuori luogo ipotizzare che qualcuno voglia attentare all’autonomia della magistratura, salvo che non si vogliano attribuire entrambi gli intendimenti direttamente alla Corte Ue.

Rendendo, invece, giustizia alla verità dei fatti, va riconosciuto il merito del Governo nell’avere avviato la riforma organica della disciplina, scelta in parte obbligata dalla procedura di infrazione avviata dalla Commissione (che ad oggi ha maturato una sanzione superiore ai trentasette milioni di euro a carico dell’Italia e costa trentaseimila euro in più ogni giorno che trascorre inutilmente), ma certamente voluta anche sotto il profilo politico. La prima contestazione della Commissione Ue risale al 10 febbraio 2009 e la successiva diffida è del 9 ottobre dello stesso anno; la condanna poi risale al 2011, tre anni orsono. Tre governi si sono succeduti prima dell’attuale senza mettere mano alla spinosa questione.

Nel merito è poi condivisibile l’opzione di rendere obbligatorio l’avvio dell’azione disciplinare in caso di accoglimento della domanda di risarcimento del danno. Questo aspetto andrebbe però ulteriormente meditato, atteso che, come è stato autorevolmente affermato anche dal Presidente della Commissione Giustizia del Senato, nel caso in cui il magistrato venga sanzionato, il provvedimento dovrebbe incidere sull’avanzamento di carriera, poiché diversamente rischierebbe di rimanere privo di effetti pratici.

È il profilo disciplinare, infatti, quello che più propriamente deve svolgere anche una funzione preventiva e rendere i magistrati, che già non lo siano, coscienziosi e responsabili nello svolgimento delle loro funzioni. Il tema dell’azione di rivalsa in sede civile da parte dello Stato nei confronti del magistrato che, con la sua condotta imperita o negligente abbia danneggiato il cittadino, è e deve restare, invece, estraneo ad ogni scopo general-preventivo. La ragione della rivalsa, il cui limite massimo complessivo (anche in caso di più soggetti danneggiati) è stato innalzato dal ddl governativo, con una scelta equilibrata e condivisibile, da un terzo alla metà dello stipendio netto annuo, va ricercata nel principio generale del neminem laedere.

Questo è posto a fondamento della disciplina della responsabilità extracontrattuale ed in base ad esso, chiunque violi il divieto di ledere l’altrui sfera giuridica è chiamato a rispondere del danno che sia conseguenza immediata e diretta della propria condotta. In via ordinaria il danno va risarcito nella sua integralità da chi ne è l’autore, la particolare delicatezza delle funzioni giudiziarie, induce poi ad introdurre eccezionali correttivi, che operino quali adeguate tutele a protezione magistrati.

Tali tutele sono, appunto, il giusto divieto di azione diretta (il danno può essere richiesto dal cittadino solo allo Stato) e l’altrettanto corretto limite nell’azione di rivalsa. Limite che, sia detto una volta per tutte, malgrado le grida di dolore che si alzano da palazzo dei Marescialli e qua e là da parte di qualche togato cui fa, evidentemente, difetto l’onestà intellettuale, è estremamente cautelativo e non comporta, né comporterà, in concreto nessun esborso, perché assicurabile con una somma irrisoria.

Per tradurre in numeri: lo stipendio annuale netto medio di un magistrato è di circa 50.000,00 euro; ciò vuol dire che, qualunque sia l’ammontare del danno che lo Stato sarà chiamato a risarcire (a uno o più persone fisiche e/o giuridiche) in ragione dell’atto o del provvedimento manifestamente erroneo, il limite complessivo dell’azione di rivalsa non potrà mediamente superare la somma 25.000,00 euro. Chiunque può comprendere quanto possa costare assicurarsi contro un rischio così irrisorio nell’ammontare e remoto nel suo verificarsi.

Resta, invece, la pressante necessità di approvare in tempi brevi la riforma della disciplina del risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio di funzioni giudiziarie e la responsabilità civile dei magistrati, sia per evitare l’aggravarsi delle sanzioni Ue, che per dotare il nostro sistema di un corpus normativo adeguato, degno di un paese civile evoluto e democratico.

Che per far ciò sia necessario vincere le resistenze corporative e le indebite pressioni della magistratura è ormai evidente a tutti, non tanto perché i magistrati vedano effettivamente messa in pericolo da questa riforma l’autonomia nell’esercizio della giurisdizione (tesi oggettivamente insostenibile), ma perché una legge che faccia sorgere loro in capo una qualche responsabilità (pur con tutte le cautele ed i correttivi di cui si è detto) è avvertita come oltraggiosa, ancor più perché li coglie in un momento di profonda crisi di identità.

Dopo un ventennio in cui sono stati identificati dall’opinione pubblica come l’unica soluzione possibile a tutti i mali del paese ed in cui, nel vuoto lasciato da un politica screditata hanno recitato, a vario titolo, ruoli che non avrebbero dovuto competergli, si trovano anch’essi messi in discussione ed il loro intoccabile operato addirittura sindacabile quale possibile fonte di danno ingiusto.

Rinaldo Romanelli (Componente Giunta Unione Camere Penali)

Il Garantista, 30 ottobre 2014

Marietti (Antigone) : Ecco come dovrebbero essere riformate le Carceri e l’Amministrazione Penitenziaria


Casa Circondariale 1Leggiamo su L’Espresso di un progetto di riforma della gestione penitenziaria che partirebbe dalla testa stessa di Matteo Renzi e che sarebbe affidato nell’elaborazione concreta alla guida del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. Non troppe settimane fa Gratteri, proprio alla festa del Fatto Quotidiano, aveva parlato di chiudere il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per risparmiare denari. Quella che avevamo inteso come poco più di una battuta era, pare, una linea riformatrice ben chiara.

Del funzionamento delle nostre carceri concordo che ci sia molto da riformare. Antigone è da sempre parte di tale dibattito. Ma per riformare non basta cambiare l’esistente: bisogna pur guardare in quale direzione si decide di effettuare il cambiamento.

L’articolo de L’Espresso conteneva solamente anticipazioni generiche, dunque aspettiamo di vedere un qualche documento più effettivo e dettagliato per esprimere giudizi di merito precisi. Qualcosa però si può cominciare a notare. Innanzitutto una particolarità di tutti questi dibattiti da spending review: nel valutare se e come si possano risparmiare i troppi stipendi dirigenziali di amministrazioni quali quella penitenziaria, mai si cita la possibilità di abbassare drasticamente l’importo degli stipendi stessi. O si cancella il posto di capo Dap pagato uno sproposito, oppure lo si tiene così com’è (e lo stesso dicasi per i 15 dirigenti generali). Tertium non datur. Portarlo a 3.000 euro – uno stipendio dignitoso, superiore a quel che guadagniamo in tanti, ma certo non sfacciato – sembra inconcepibile.

In secondo luogo: l’amministrazione penitenziaria è un’amministrazione pubblica pachidermica, con decine di migliaia di dipendenti, dalle cui decisioni dipende la sorte di altre decine di migliaia di persone. Il piano di Gratteri che prevede la soppressione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria farà risparmiare, si dice, centinaia di milioni di euro. Posto che, fortunatamente, non si arriverà a misure greche di licenziamento pubblico, quei lavoratori verranno dislocati altrove. Ma se una struttura alternativa al Dap e ben più snella è dunque considerata sufficiente a gestire le prigioni italiane, non si potrebbe già ora snellire il Dipartimento stesso mandando i lavoratori là dove serve e risparmiando lo stesso quei soldi?

Infine, la parte più delicata: si pianifica di eliminare la polizia penitenziaria e farla confluire in un diverso corpo di polizia che abbia compiti di ordine pubblico dentro e fuori dal carcere. Sarebbero esponenti di questo corpo di polizia a dirigere le carceri al posto degli attuali direttori. Su questo si stia davvero attenti. Una riforma in questa direzione potrebbe riportare il sistema indietro di molti decenni, collocandoci al di fuori di ogni prospettiva legata agli organismi internazionali sui diritti umani.

L’amministrazione penitenziaria ha una mission chiara, sancita dalla stessa Carta Costituzionale. Nelle carceri italiane lavorano tantissime persone di grandissimo livello professionale senza le quali non si sarebbe mai passato il tempo della crisi. Ci si dimentica di educatori, assistenti sociali, psicologi che hanno fatto miracoli in assenza di risorse.

Le competenze che servono dentro una prigione non sono quelle che servono per la strada ai tutori dell’ordine. Il direttore di un carcere, così come tutti gli operatori che vi lavorano, deve avere una formazione ampia, legata – oltre che al management – ai diritti umani, alla più alta giurisdizione, alla capacità relazionale.

Da sempre andiamo dicendo che la polizia in carcere non può avere il solo ruolo di aprire e chiudere cancelli. Su questo concordo pienamente con Gratteri. I poliziotti devono avere compiti di responsabilità e impegno nella gestione della pena.

Tutto il lavoro fatto in questi anni sulla cosiddetta sorveglianza dinamica – un modello di custodia che ha dato ottimi risultati anche in termini di abbassamento della recidiva, basato non sulle barriere fisiche quanto piuttosto sulla responsabilizzazione dei detenuti – non era dispendioso e andava nella giusta direzione. Ma non può andarvi una riforma che pensa a risparmiare soldi gestendo un carcere con i soli strumenti dell’ordine pubblico.

Susanna Marietti (Associazione Antigone)

l Fatto Quotidiano, 30 settembre 2014

Giustizia: responsabilità civile dei magistrati, l’Italia rischia la procedura d’infrazione Ue


giustizia-500x375La riforma della giustizia, dopo molti annunci, ha iniziato il suo iter formale. Il decreto legge sul processo civile è partito ieri in direzione del Quirinale per la firma del Capo dello Stato. Come annunciato, il decreto prevede i meccanismi di deflazione del contenzioso, l’arbitrato e la negoziazione assistita tramite gli avvocati, il taglio alle ferie dei magistrati. A partire dal 2015 i giudici si vedranno quindi tagliare le ferie da 45 a 30 giorni; i tribunali resteranno chiusi dal 6 al 30 agosto e non più dal 1 agosto al 15 settembre.

Si annunciano intanto sgravi fiscali per chi vorrà adottare i percorsi alternativi al processo. Una potente spinta verso il nuovo, unitamente a quanto già previsto: l’arbitrato sarà un titolo immediatamente esecutivo; chi perderà un processo tradizionale pagherà sempre le spese legali a chi vince; gli interessi di mora passeranno dall’I all’8%. Nessuno può prevedere quali saranno gli effetti sulla montagna di processi civili che s’imbastiscono ogni anno, ma il ministro Andrea Orlando, Pd, spera di dare un bel colpo all’arretrato (5 milioni le cause civili pendenti) e all’altissimo indice di litigiosità.

La riforma si comporrà anche di diversi disegni di legge. Uno di questi modifica i meccanismi della responsabilità civile dei giudici. Pochi sanno che sull’Italia pende l’ennesima sanzione europea. Il viceministro Enrico Costa, Ncd, ha fatto fare alcuni calcoli: dato che dal 24 novembre 2011 il nostro ordinamento (cioè la legge Vassalli del 1988) è stato dichiarato dalla Corte di Strasburgo non conforme al diritto comunitario, e che l’Italia ha ricevuto una lettera di messa in mora dalla commissione europea il 26 settembre 2013, c’è il fondato pericolo che venga aperta una procedura d’infrazione. Ciò significa che rischiamo una sanzione di almeno 37 milioni di euro (e che cresce di altri 36mila euro al dì). “Io sono certo – dice Costa – che il governo si sarebbe mosso anche a prescindere dal rischio della sanzione, in quanto la normativa del 1988 si è dimostrata fragile. Tant’è che nel nostro ddl ci sono alcune innovazioni, quali l’abolizione del filtro, che non sono oggetto di osservazioni”.

E poi c’è la giustizia fatta di incarichi. Si è alla vigilia della seduta del Parlamento per nominare i membri del Csm. Per il ruolo di vicepresidente sono in ballo l’ex sottosegretario Massimo Brutti e l’ex sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani, interpreti di due anime diverse del Pd. Per la Corte costituzionale crescono le quotazioni di Luciano Violante e Antonio Catricalà.

Francesco Grignetti

La Stampa, 10 settembre 2014

Giustizia, Camere Penali : Quella del Governo non è una vera riforma. Manca la terzietà del Giudice


Giustizia3“Quella che il governo si appresta a varare non è una vera riforma della giustizia. Perché si possa parlare di una reale riforma di struttura, mancano interventi che assicurino la terzietà del giudice, un efficace controllo sull’obbligatorietà dell’azione penale, oltre che un corretto ed equilibrato rapporto tra il giudiziario e gli altri poteri dello Stato”.

Lo ha detto il Presidente dell’Unione Camere Penali, Valerio Spigarelli, che ieri mattina ha incontrato il guardasigilli Andrea Orlando. “Non si conoscono gli articolati, ma dalle anticipazioni ricevute dal ministro emergono alcune fortissime criticità.

In particolare nonostante obiettivi aggiustamenti rispetto alle anticipazioni dei giorni scorsi – ha osservato Spigarelli – non sono assolutamente condivisibili le previsioni in tema di prescrizione, con la sospensione della stessa in caso di condanna, per due anni in appello e uno in Cassazione, senza però l’eliminazione di doppi binari, ivi incluse le ipotesi speciali per reati colposi, ovvero delle ipotesi di interruzione, o ancora senza l’introduzione di qualche forma di controllo giurisdizionale sui tempi di esercizio dell’azione, incredibilmente, visto che quasi il 70% dei casi di prescrizione si verifica negli armadi delle Procure. Manca poi una verifica delle modalità di iscrizione nel registro notizie di reato dei pm”.

Inoltre, denuncia il leader dei penalisti “viene ridotto drasticamente il diritto di difesa prevedendo la sola ipotesi della violazione di legge come titolo di ricorso per Cassazione nei casi di doppia conforme di condanna; allo stesso modo l’appello, non più a forma libera ma per ipotesi tipizzate, nasconde l’intento di falcidiare finanche il secondo grado di giudizio”.

Anche sulle intercettazioni le ipotesi allo studio non appaiono condivisibili ai penalisti. “Invece di imboccare la strada più semplice, cioè quella di sanzionare la pubblicazione in violazione di un divieto che già è previsto, quello dell’art. 114 del codice di procedura penale, si vuole estendere l’area della segretezza, con l’effetto non secondario di complicare, se non vanificare, il diritto di difesa”. Insomma, l’impressione dei penalisti è “che si voglia accorciare i processi buttando via il bambino delle fasi dibattimentali e tenendosi l’acqua sporca dei lunghissimi tempi morti che si consumano nel chiuso, e nel buio più completo, degli uffici di Procura”.

Un giudizio netto, che non parte da una opposizione preconcetta, però. “Non possiamo non riconoscere – ha spiegato Spigarelli – come alcune delle proposte delle Camere Penali siano oggi sul tavolo del Governo; mi riferisco in primo luogo alla responsabilità civile dei magistrati, mantenuta dal Ministro a dispetto del cannoneggiamento iper-corporativo dell’Anm e dei suoi house organ, ma anche all’abbandono di ipotesi di allungamento generalizzato della prescrizione ordinaria, che si voleva portare sic et simpliciter ad 8 anni, in contrasto con l’auspicata brevità dei processi”.

Ma soprattutto “viene finalmente avanzata l’ipotesi di modifica dell’articolo 103 del codice di procedura, con il divieto trascrivere le intercettazioni ‘occasionali’ tra difensore ed indagato” che “rappresenta sicuramente la presa d’atto di un gravissimo problema, quello della sistematica violazione della segretezza delle conversazioni tra gli avvocati e i loro assistiti, che le camere penali stanno denunciando in questi anni anche a suon di astensioni”.

“Per tutte queste ragioni è forte l’allarme dei penalisti – ha concluso Spigarelli. Ci riserviamo ovviamente di analizzare nel dettaglio i testi definitivi che verranno varati dal governo, e che ancora non sono noti, confidando che nel Consiglio dei Ministri di venerdì ma anche da parte delle opposizioni, maggiormente sensibili a questi argomenti, le nostre osservazioni siano raccolte e sostenute . I penalisti, dal canto loro, sono mobilitati da tempo e pronti a battersi per assicurare ai cittadini una giustizia più giusta ed efficace”.

Giustizia: Riforma, si parte subito dal civile e dalla responsabilità dei Magistrati


giustizia-500x375Giro di consultazioni del ministro. Oggi vertice di maggioranza. Si parte dalla giustizia civile “che civile non è”, come dice Matteo Renzi su Twitter. Il premier prepara il terreno in vista del Consiglio dei ministri del 29 agosto che però, secondo il cronoprogramma, avrebbe dovuto sbloccare l’intera riforma annunciata per titoli il 30 giugno.

Perché in quel pacchetto, articolato in 12 punti, c’era un po’ di tutto, oltre al processo civile: intercettazioni, elezione del Csm, azione disciplinare, riduzione delle sedi delle Corti d’Appello, tempi di prescrizione, reati contro la criminalità economica compresi il falso in bilancio e l’auto-riciclaggio. Ma questi ultimi sono temi caldi ancora in discussione al tavolo delle trattative aperto fin da luglio dal ministro Andrea Orlando.

Renzi, dunque, aggiusta il tiro e dice esplicitamente che il primo passo della riforma sarà fatto sul terreno della giustizia civile. E così, stamattina, il vertice di maggioranza convocato al ministero avrà un ordine del giorno sui cosiddetti temi “non divisivi”.

Quelli per cui è scontato il via libera in Parlamento anche da parte di FI che pure non fa parte della maggioranza: accelerazione del processo civile, dimezzamento dell’arretrato civile, magistratura onoraria, Tribunale della famiglia e delle Imprese. E, forse, ci sono pure i margini per chiudere il testo sulla responsabilità civile dei magistrati.

“Già se si potesse portare questo primo pacchetto di testi sul civile nel Cdm di fine agosto sarebbe un grande risultato, una vera rivoluzione anche perché sono i temi che maggiormente incidono sui dati economici e in particolare su quelli relativi agli investimenti”, commenta Donatella Ferranti (Pd) che presiede la commissione Giustizia della Camera.

Il primo pacchetto, quindi, diventerebbe ancora più sostanzioso se il ministro Orlando riuscirà a chiudere entro fine mese anche il testo sulla responsabilità civile dei magistrati. L’accordo è a portata di mano, tutti condividono la responsabilità indiretta ma Enrico Buemi (Socialisti) stamattina ripeterà al Guardasigilli che la garanzia offerta dalla metà dello stipendio del magistrato (ritenuto responsabile per avere amministrato male la giustizia) è ancora troppo bassa.

Nella delegazione del Pd (oggi ci saranno in via Arenula Walter Verini e Giuseppe Lumia) questa tesi non convince, come ci sono mille perplessità e sospetti in casa dem sul pressing esercitato da Ncd: “L’abuso interpretativo da parte del magistrato deve essere considerato una violazione di legge”, sostiene il senatore Nico D’Ascola che nel vertice di maggioranza troverà ascolto da parte del viceministro della Giustizia Enrico Costa (Ncd).

Domani il ministro incontrerà invece le minoranze: M5S, Sel e FI. Per il partito di Berlusconi, “la riforma della giustizia è necessaria e urgente” tanto che “l’attesa è forte”. In particolare FI punta sui nodi del penale (intercettazione e prescrizione) sperando che “sia cambiato qualcosa rispetto a quanto prospettato alle delegazioni” azzurre nel primo giro di tavolo.

Dino Martirano

Corriere della Sera, 20 agosto 2014

Buemi (Psi) : Nessuno c’è l’ha con i Magistrati ma, quando sbagliano. anche loro debbono pagare


Sen. Enrico Buemi PSI“L’Anm grida al lupo, quando il lupo, di fatto, ha fatto marcia indietro”. Esordisce cosi’ il Senatore Enrico Buemi, Capogruppo del Partito Socialista Italiano (PSI) in Commissione Giustizia a Palazzo Madama, interpellato dal Velino, a proposito della reazione del sindacato delle toghe alle linee guida del Governo sulla riforma della giustizia in materia di responsabilità civile dei magistrati. Buemi, che e’ relatore della norma al Senato e che sulla responsabilità civile dei magistrati ha presentato la pdl n. 1070, spiega che la sanzione applicabile in caso di colpa grave del magistrato “e’ molto limitata rispetto all’elaborazione fatta in commissione Giustizia, dove si profilava che il minimo recupero economico potesse essere intorno al 50% del danno arrecato”. Mentre nelle linee guida della riforma del ministro della Giustizia Andrea Orlando e’ previsto che il risarcimento per chi ha subito il danno può arrivare fino al 50% dello stipendio annuo netto del magistrato al momento in cui sono avvenuti i fatti.

“Una briciola di incremento – commenta Buemi – rispetto a una situazione che prima era irrisoria. Stiamo infatti parlando di qualche migliaio di euro di incremento, passando dal 30% al 50% dello stipendio, e cioè a 25/30 mila euro di risarcimento del danno, in più col vincolo del prelievo mensile di un massimo del quinto dello stipendio”. Il risarcimento previsto dal ministero non e’ proporzionale al danno. “Di fronte a un danno che potrebbe essere di decine di migliaia di euro, penso in particolare ai magistrati del civile, c’e’ una non proporzionalità, tra il danno arrecato e la sanzione applicata”, osserva Buemi.

Un discorso che vale anche per i comportamenti che prevedono la limitazione della libertà. “I magistrati – spiega ancora Buemi – non hanno mai risposto civilmente per gli arresti prolungati nel tempo che hanno generato azioni di risarcimento da parte di coloro che li hanno subiti. In 25 anni di applicazione della norma Vassalli – ricorda il senatore Psi – solo quattro casi sono andati a compimento, ma nessuno ha avuto un’azione di rivalsa”. Insomma “il lupo non c’e’ e nessuno c’e’ l’ha con i magistrati che svolgono azione meritoria – osserva Buemi rispondendo alle preoccupazione dell’Anm – inoltre e’ sempre un giudice che deve stabilire se un altro giudice ha commesso o no colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni”.

Quando la riforma passerà all’esame del Parlamento “chiederò ai colleghi un atteggiamento coerente e lo chiederò anche al presidente del Consiglio, che in più riprese ha detto che ci deve essere lo stesso tipo di recupero rispetto al danno arrecato. Non dico che ci debba essere un recupero al cento per cento, ma ci deve essere una proporzionalità – ribadisce Buemi – tra il danno arrecato e l’azione di concorso all’indennizzo della parte che ha subito il danno, un indennizzo che non può essere irrisorio”.

Spigarelli (Camere Penali): Per Amnistia e Indulto manca il coraggio politico


Giorgio Napolitano cella NapoliSi fa presto a parlare di riforma della giustizia, e della necessità di velocizzare i procedimenti, se poi a Roma i cinquanta metri che separano il tribunale di primo grado dalla corte d’appello vengono percorsi alla bruciante velocità di venti centimetri al giorno. “Ci vogliono otto mesi perché un fascicolo dalla corte d’assise raggiunga la corte di secondo grado”, dice Valerio Spigarelli, l’avvocato che presiede l’Unione delle Camere Penali.

Un modo come un altro per sostenere che il progetto di riforma della Giustizia non vi piace?

Quella proposta non ci sembra una riforma. Nel senso che alcuni dei nodi di struttura della giustizia penale non vengono affrontati: riforma del Csm, terzietà del giudice, rivisitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Però l’obbligo di indagare davanti alle notizie di reato è una garanzia di equità.

Lasciare alla discrezionalità degli inquirenti non sarebbe molto più rischioso?

In realtà non è più così. Negli ultimi tempi si sono succedute direttive dei capi degli uffici inquirenti i quali stabiliscono quali reati devono avere priorità, perché evidentemente il sistema non sopporta il carico di lavoro e dunque le procure privilegiano alcuni reati rispetto ad altri, sulla base di scelte autonome.

Con quali conseguenze?

Che la prescrizione, ad esempio, non si matura nella maggioranza dei casi durante il dibattimento, ma negli armadi delle procure, perché lì i fascicoli rimangono bloccati. Credo perciò che dovremmo fare in modo che i criteri di priorità non siano stabiliti “motu proprio” dai singoli uffici. Però nel progetto di riforma questo tema non viene affrontato.

Intanto che si discute e si polemizza, le carceri continuano a sovrabbondare di detenuti e non si vede nell’immediato una soluzione definitiva al sovraffollamento…

In un paese che viene condannato perché riserviamo trattamenti disumani ai detenuti bisognerebbe trovare il coraggio di parlare prima di tutto di amnistia e indulto. Ma alla politica questo coraggio manca.

Qual è l’anello debole del dibattito?

La politica deve tornare ad assumere il suo primato, finché contratta le norme con i magistrati e ne subisce i diktat non andremo da nessuna parte. Ricordo che all’epoca della Commissione D’Alema arrivò un fax da settanta procuratori che intimava di fermare la riforma. E così avvenne. Tornare su questa strada non si può e non si deve. Le leggi in nome del popolo italiano non vanno contrattate.

Anche gli avvocati hanno i loro interessi. E tutto sommato neanche voi siete esenti da colpe. Lo dimostra il moltiplicarsi di casi giudiziari nei quali alcuni suoi colleghi sono coinvolti. Non dovrebbe essere riformata anche la vostra categoria?

Non ho preclusioni a discuterne. Capisco che 250mila avvocati sono troppi. E per far calare questo numero aumentando la qualità occorre una seria riforma dell’Università, istituendo una scuola unitaria delle professioni forensi post laurea per magistrato e avvocato, raggiungendo l’obiettivo di vere specializzazioni.

intervista a cura di Nello Scavo

Avvenire, 18 luglio 2014