Carceri, va valutata la richiesta del detenuto di essere spostato in una cella non fumatori


Corte di cassazione1Va affrontata seriamente la richiesta del detenuto di essere trasferito in una cella per non fumatori. In generale, per la Cassazione, Sentenza n. 17014/2015, tutti i reclami che lamentano la violazione di «diritti soggettivi», fa cui svetta la carenza di spazio, non possono essere liquidati con formule generiche ma esigono sempre una valutazione concreta delle condizioni della carcerazione.

Il caso
– Il Magistrato di Sorveglianza di Cosenza aveva respinto tutte le doglianze di un detenuto. Riguardo la dedotta impossibilità di utilizzare la lavanderia esterna, il giudice ha stabilito che dipendeva soltanto dall’assenza della specifica domanda. Non era vero, invece, che il farmaco richiesto non gli veniva somministrato essendo al contrario provato che ne riceveva gratuitamente uno equivalente. Mentre la cella (per sei persone) era «in linea con quanto prescritto dalla legge».

La motivazione
– Proposto ricorso, i giudici di legittimità hanno in primis chiarito che, dopo la sentenza della Consulta 26/1999, il ricorso per Cassazione avverso il rigetto dei reclami dei detenuti è sempre «ammissibile nella misura in cui si verta in tema di indebita limitazione dei diritti soggettivi». Per cui, prosegue la sentenza, mentre la questione della lavanderia esula da tale categoria, le altre doglianze meritano di essere valutate riguardando «situazioni tali da incidere sul diritto alla salute e sul diritto ad una pena detentiva in linea con il divieto di trattamenti inumani».

E se non vi è motivo di dubitare della idoneità del farmaco, con riguardo invece alla spazio intramurario «il provvedimento impugnato non affronta realmente i temi posti nei reclami». In assenza di una chiara regolamentazione normativa, infatti, la Suprema corte ricorda che il «parametro di riferimento» resta la sentenza Torreggiani emessa dalla Cedu nel 2013 dove si stabilisce che lo spazio minimo a disposizione del detenuto «non può essere inferiore a tre metri quadrati».

Ciò detto, continua la Corte, «il giudice del reclamo è chiamato ad accertare e valutare la condizione di fatto della carcerazione». Al contrario, nel caso in esame «il provvedimento si limita ad affermare che la camera detentiva è in linea con quanto prescritto dalla legge senza precisare qual è la sua superficie in rapporto al numero delle persone che la occupano». «Si tratta di risposta non adeguata», chiosano i giudici.

Infine con riferimento alla questione del fumo passivo, la Corte stabilisce che mentre la richiesta di essere messi in una cella dove si può fumare rende la doglianza inammissibile, la domanda opposta investendo un «aspetto indubbiamente correlato alla tutela del diritto alla salute» merita una risposta adeguata.

Corte di Cassazione, Sez. I, Sent. n. 17014/2015 del 23/04/2015

Carceri, possibile prolungare l’orario di colloquio con i familiari detenuti al 41 bis


Cella 41 bis OPNei giorni scorsi, la Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione (Pres. Cortese, Rel. Cavallo) con Sentenza nr. 3115, depositata il 22 Gennaio 2015, si è pronunciata nuovamente in merito allo svolgimento dei colloqui con i familiari da parte dei detenuti sottoposti al regime detentivo speciale ex Art. 41 bis c. 2 dell’Ordinamento Penitenziario, volgarmente noto come “carcere duro”.

I Giudici della Cassazione, per l’ennesima volta, hanno chiarito che anche per i detenuti sottoposti al regime differenziato “in assenza di specifiche disposizioni ministeriali” debbono valere le regole generali previste dall’Ordinamento Penitenziario “non oggetto di sospensione” precisando che il 41 bis “nulla stabilisce sulla durata massima del colloquio” mentre “il parametro di riferimento della norma è comunque rappresentato dalle normali regole di trattamento dei detenuti” poiché “l’ampiezza della previsione normativa in materia di colloqui è tale da indurre a ritenere che ulteriori limitazioni, al di là di quelle previste, non siano possibili, salvo che derivino da un’assoluta incompatibilità della norma ordinamentale – di volta in volta considerata – con i contenuti tipici del regime differenziato.”

Com’è noto, l’Ordinamento Penitenziario all’Art. 18 c. 2 prevede che “Particolare favore viene accordato ai colloqui con i familiari” mentre il Regolamento di Esecuzione Penitenziaria all’Art. 37 c. 10 prevede che “Il colloquio ha la durata massima di un’ora. In considerazione di eccezionali circostanze, è consentito di prolungare la durata del colloquio con i congiunti o i conviventi. Il colloquio con i congiunti o conviventi è comunque prolungato sino a due ore quando i medesimi risiedono in un comune diverso da quello in cui ha sede l’Istituto, se nella settimana precedente il detenuto o l’internato non ha fruito di alcun colloquio e se le esigenze e l’organizzazione dell’Istituto lo consentono. ….”.

L’Art. 41 bis O.P. citato nulla stabilisce sulla durata massima del colloquio tra familiari e detenuto: il parametro di riferimento della norma è comunque rappresentato dalle normali regole di trattamento dei detenuti. Per tale motivo, il detenuto che intenderà ottenere il prolungamento dell’orario di colloquio con i propri familiari sino a due ore, potrà presentare apposita richiesta al Direttore dell’Istituto Penitenziario ove si trova ristretto. Nell’istanza (vds. fac-simile disponibile alla fine di questa pagina) andranno indicati i motivi per i quali si chiede il prolungamento della durata del colloquio altrimenti si correrà il rischio di vedersela respinta. Uno dei motivi più importanti, da evidenziare, è l’eccessiva lontananza dal luogo di residenza dei propri familiari con quello del luogo di detenzione, una circostanza che – il più delle volte – anche per difficoltà di natura economica, impedisce di poter effettuare ogni mese il colloquio mensile cui si ha diritto.

Il Direttore dell’Istituto Penitenziario, a norma dell’Art. 75 c. 4 del Regolamento di Esecuzione Penitenziaria, “nel più breve tempo possibile” deve informare il detenuto che ha presentato l’istanza “dei provvedimenti adottati e dei motivi che ne hanno determinato il mancato accoglimento”.

Contro la determinazione del Direttore, il detenuto personalmente o il suo difensore di fiducia, ai sensi degli Artt. 35 bis e 69 c. 6 lett. b) dell’Ordinamento Penitenziario, entro 10 giorni dalla comunicazione del provvedimento, può presentare reclamo giurisdizionale al Magistrato di Sorveglianza territorialmente competente.

Nel caso di rigetto da parte del Magistrato di Sorveglianza può essere proposto, nel termine di 15 giorni dalla data di notifica o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa, reclamo al Tribunale di Sorveglianza territorialmente competente.

Nell’ipotesi in cui anche quest’ultimo rigettasse, nel termine di 15 giorni dalla notificazione o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa, può essere proposto reclamo alla Corte Suprema di Cassazione per violazione di legge.

fac-simile istanza prolungamento colloqui 41 bis

 

 

Ascoli Piceno: detenuto al 41bis in carcere potrà avere riviste porno in cella


CC Ascoli PicenoIl Giudice di Sorveglianza di Macerata ha accolto un ricorso, stabilendo che un recluso, sebbene sia sottoposto al carcere duro, ha il diritto di preservare la propria integrità psico-fisica. Giornali a luci rosse ai detenuti sottoposti al regime del carcere duro.

Sono circa una quarantina i reclusi al 41 bis del carcere di Ascoli Piceno e uno di essi, esponente di spicco della camorra campana, ha vinto la sua battaglia personale: quella di ricevere in carcere riviste per adulti.

Dieci giorni fa l’udienza, e nelle ultime ore è arrivato il responso del giudice di sorveglianza di Macerata, Marta D’Eramo, che ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che un recluso, sebbene sia sottoposto al carcere duro, ha il diritto di preservare la propria integrità psico-fisica. E così, a margine del provvedimento del magistrato, ora, le riviste hot – che comunque non sono presenti nell’elenco delle riviste acquistabili dal carcere attraverso la ditta convenzionata e spedite in maniera del tutto anonima – potranno essere inviate dai familiari dei detenuti.

Ma una volta arrivate ai cancelli d’ingresso del penitenziario dovranno comunque essere sottoposte al cosiddetto visto di controllo, per scongiurare il pericolo di dare modo ai detenuti di mettersi in contatto con il mondo esterno attraverso messaggi cifrati o di altra natura. Un diritto precedentemente negato perché le riviste in questione, il più delle volte, contengono numeri di telefono che accompagnano inserzioni personali.

Il ricorso del camorrista detenuto al 41 bis del carcere ascolano, ha fatto da apripista ad altri detenuti, difesi dall’avvocato ascolano, Mauro Gionni. Le istanze sono state accettate, ma l’inserimento di riviste per adulti alla lista di quelle già consentite non era l’unica richiesta dei 41 bis del penitenziario ascolano, un supercarcere che, negli anni, ha ospitato il gotha delle mafie ed esponenti di spicco dell’Italia criminale: a partire da Ali Agca, Renato Vallanzasca, fino a Raffaele Cutolo, Totò Riina e tanti altri.

Tra i ricorsi di altri detenuti in regime di carcere duro, tra cui quello di un detenuto per reati di mafia, e accolti dal magistrato di sorveglianza, anche quello di poter avere contatti fisici con i figli minorenni e far loro dei regali in occasione di compleanni o altri eventi.

Blindatissima, però, la procedura per l’acquisto, prima, ed il transito, dopo, del dono di modico valore attraverso i corridoi del penitenziario, fino a destinazione: ad ordinarlo allo “spesino” del carcere sarà lo stesso detenuto e una volta arrivato ai cancelli il regalo verrà accuratamente controllato dagli agenti e stoccato in magazzino fino al giorno del colloquio con i parenti.

“Si tratta di colloqui registrati e video sorvegliati – spiega il penalista ascolano, Mauro Gionni, già difensore del boss di Cosa Nostra, Pippo Calò: sono piccole concessioni, ma è comunque una conquista. Il giudice D’Eramo, molto attenta a queste problematiche, senza minare in alcun modo le esigenze di sicurezza, ha anche disposto che i detenuti possano avere disponibilità più ampie di colloqui qualora, nel giorno stabilito, un familiare fosse indisposto per problemi, ad esempio, di salute”.

Eduardo Parente

Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2014