Carceri, Gonnella (Antigone): All’Amministrazione Penitenziaria serve un capo competente


Ministero Giustizia DAPVa a tutti ricordato che il sistema penitenziario italiano è ancora sotto osservazione europea. Nel giugno del 2015 il Consiglio d’Europa dovrà valutare la tenuta delle riforme, verificare se le condizioni di vita nelle carceri sono umane o disumane, accettabili o degradate. Dovrà esprimersi sullo stato dei diritti umani nelle prigioni del nostro Paese. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una decrescita della popolazione detenuta.

Nonostante questo il tasso di affollamento è ancora alto. La qualità della vita negli istituti penitenziari è migliorata ma integrità psico-fisica, salute, lavoro, istruzione, affettività sono ancora diritti quotidianamente a rischio. Un processo di riforme nel segno delle garanzie, affinché abbia una qualche chance di riuscita, richiede volontà politica ferma e capacità di resistere alle pressioni dei media, degli umori delle piazza nonché delle micro-corporazioni interne al sistema carcerario. Le riforme le fanno le persone. È questa una fase cruciale. Bisognerà consolidare un percorso, dimostrare che si crede nei diritti; basta poco perché si torni nella melma.

In questo momento, per l’appunto decisivo per il sistema delle pene in Italia, l’amministrazione penitenziaria (Dap) non ha un capo. A fine maggio 2014, in concomitanza con la scadenza imposta dalla Corte europea con la sentenza Torreggiani, non è stato confermato ai vertici del Dap il giudice Giovanni Tamburino. Da allora non c’è stata la nomina del nuovo capo. Ogni tanto radio carcere rumoreggia su qualche nome. Tutti rigorosamente magistrati, spesso pm.

Si sentono anche impropri ragionamenti intorno a chi spetterebbe la nomina tra le correnti della magistratura. Noi vorremmo invece un altro metodo, dove il capo sia scelto in base al mandato politico e culturale deciso. Se il mandato è quello di garantire il rispetto delle regole europee in materia di umanità del trattamento penitenziario, di modificare prassi sclerotizzate, di modernizzare il sistema, la via non può essere quella di affidarsi a un investigatore o a un giudice con esperienza procedimentale.

Ci vorrà qualcuno che per storia e competenza risponda a quel mandato. Che sia un esperto penitenziario, un direttore di carcere, un umanista, un manager o un giudice poco importa. L’importante è che sappia e voglia perseguire gli obiettivi riformatori nel nome della dignità umana. Gli stessi che devono essere alla base della nomina del garante nazionale delle persone detenute. La legge c’è da sei mesi, il Garante non è mai stato nominato. A ottobre saremo sotto il giudizio del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu. Non è bello a 11 anni dalla firma del protocollo alla Convenzione sulla tortura che lo prevedeva essere ancora sul banco dei negligenti.

Patrizio Gonnella (Presidente Nazionale Antigone Onlus)

Il Manifesto, 10 luglio 2014

Giustizia: illegale o europea? L’Italia in attesa del verdetto della Corte di Strasburgo


carceri cella affollataLa tortura in Italia non è ancora reato e il Garante non è stato ancora nominato. Sono questi tutti buoni motivi per chiedere alla Corte di non rinunciare al suo sguardo.

Ci sono due, tre, tante Europe.

L’Europa che ha messo sotto osservazione il sistema carcerario italiano è un’altra Europa rispetto all’Europa del fiscal compact. Un anno fa la Corte europea dei diritti umani, con una procedura non proprio ordinaria, di fronte alla sistematica violazione dell’articolo 3 della Convenzione del 1950 che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti, ha sospeso il suo giudizio e ha chiesto all’Italia di rientrare nella legalità internazionale. L’anno di tempo concesso scade oggi. Vediamo brevemente cosa è successo in quest’ultimo anno e se possiamo ritenerci un Paese “legale”.

Lo sguardo giurisdizionale europeo ha costretto i tre governi che si sono succeduti da gennaio 2013 (Monti, Letta e Renzi) ad avviare un percorso di deflazione e umanizzazione. Contemporaneamente era partita la campagna delle tre leggi di iniziativa popolare (droghe, tortura, carceri) per non far cadere il tema nell’oblio dove periodicamente e tristemente va a finire. Contro il sovraffollamento è innegabile che alcune cose sono state fatte: cambio delle norme sulla custodia cautelare, estensione della liberazione anticipata e delle misure alternative alla detenzione, più detenzione domiciliare e meno carcere, avvio di un percorso di depenalizzazione, introduzione della messa alla prova anche per gli adulti.

La Corte Costituzionale ha abrogato la legge Fini-Giovanardi sulle droghe. È infine stato abolito il reato odioso di immigrazione irregolare. Al fine di umanizzare la vita in carcere è stata prevista l’istituzione del garante nazionale delle persone private della libertà, ai detenuti è stata garantita più tutela davanti ai giudici di sorveglianza, non si è dato più per scontato negli uffici ministeriali che la pena carceraria dovesse coincidere con l’ozio forzato in celle maleodoranti. Gli ultimi due ministri della Giustizia (Cancellieri e Orlando) hanno finalmente adottato un linguaggio più europeo.

Le domande a questo punto sono due. Sarebbe mai ciò avvenuto senza lo sguardo investigativo di Strasburgo? È comunque sufficiente per ritenerci a posto? La risposta è la stessa, ovvero no! Vediamo perché. 1) Lo spazio è ancora del tutto insufficiente. I detenuti sono ad oggi 59.683. Erano 6 mila in più ai tempi della sentenza Torreggiani. Ma siamo ancora lontani dal poter dire che nelle nostre galere ci sia spazio per tutti. 15 mila persone non hanno ancora un posto letto regolamentare. Il tasso di affollamento italiano è del 134.6%, ovvero 134,6 detenuti che devono spartirsi 100 posti letto. Prima dell’inizio della procedura europea eravamo secondi solo alla Serbia che aveva un tasso del 159,3%. Ora peggio di noi ci sono anche Cipro e Ungheria. Non è proprio un risultato entusiasmante se si tiene conto che la media europea è del 97,8%.

2) Il sistema di riforme messo in piedi è un patchwork disomogeneo che richiede una razionalizzazione e un’ulteriore accelerazione riformista e garantista. A breve dovranno essere emanati i decreti sulla depenalizzazione. Se non si tolgono di mezzo norme ingiuste e carcerogene come l’oltraggio tutto resterà invariato. Inoltre la legislazione sulle droghe in vigore è ancora un mix paternalista e autoritario. I detenuti condannati in base alla Fini-Giovanardi stanno ancora scontando una pena palesemente illegittima.

3) La qualità della vita in carcere, tra salute negata e rischi di violenza, è ancora ben poco normale. Mentre scrivevo quest’articolo mi ha chiamato la moglie di un detenuto dicendomi che il marito da tredici giorni è in carcere senza carta igienica. Le denunce di violenze non mancano.

Questo scrive al nostro difensore civico un detenuto: “Dopo mi hanno trasferito nel peggior carcere in Sicilia che si chiama Casa circondariale di Agrigento dove lì le guardie penitenziarie distruggevano i detenuti maltrattandoli pesantemente fino al punto che a un detenuto tunisino gli è stato amputato un braccio perché una guardia gli ha chiuso il blindato sul braccio.

Ha avuto un’infezione molto grave lo hanno lasciato così in quello stato fino al punto che ha scioperato tutto il carcere. Solo così lo hanno fatto uscire dal carcere per curarlo ma non ce l’hanno fatta in tempo a salvargli il braccio [… ] loro reagivano con delle squadrette da 15 guardie penitenziarie che ci venivano a chiamare in piena notte dicendoci di andare in infermeria o ci portavano in isolamento e ci distruggevano dalle manganellate. Poi ci mettevano in isolamento in celle lisce prive di tutto né materassi né coperte niente di niente in pieno freddo e ci lasciavano nudi solo con le mutande tutti gonfi e agonizzanti”.

di Patrizio Gonnella (Presidente di Antigone)

Il Manifesto, 27 maggio 2014