Video Battisti, indagato Basentini, Capo del Dap, per omissione d’atti d’ufficio


Video di Battisti, la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto l’archiviazione per i Ministri dell’Interno e della Giustizia Sen. Matteo Salvini e On. Alfonso Bonafede perché ritiene che non vi sia il dolo intenzionale, cioè l’elemento soggettivo, richiesto dalla norma incriminatrice per la configurabilità del reato di abuso d’ufficio ex Art. 323 cp, ma prosegue l’indagine sull’operato dell’Amministrazione Penitenziaria.

Per il momento il Capo del Dipartimento Francesco Basentini, Magistrato in aspettativa, a seguito della mia denuncia, è sottoposto ad indagini preliminari per il reato di omissione d’atti d’ufficio ex Art. 328 cp in quanto Capo dell’Amministrazione e diretto Superiore Gerarchico del Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria che ha gestito la traduzione del detenuto Battisti, per non aver disposto le opportune cautele a tutela della dignità umana del detenuto traducendo, stabilite dalle disposizioni legislative e regolamentari vigenti in materia.

Il Capo del Dap Basentini, come ho già scritto alla Procura di Roma, è stato sempre presente ai fatti – come dimostrano alcune foto in cui è perfettamente ripreso tra cui questa – peraltro non impedendo ai Ministri Salvini e Bonafede (ed altri soggetti) di fare foto e filmati al detenuto mentre veniva tradotto.

Nella denuncia, tra l’altro, ho chiesto all’Autorità Giudiziaria di accertare eventuali ulteriori responsabilità, penali e disciplinari, del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria valutando, in modo particolare, la condotta tenuta dal Responsabile del Nucleo e dal Capo Scorta.

Sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura della Repubblica di Roma, si dovranno pronunciare i Giudici del Tribunale dei Ministri di Roma.

Caso Battisti, il fascicolo contro Salvini e Bonafede aperto dopo la denuncia del radicale Quintieri


Sono stato io a denunciare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma i Ministri dell’Interno e della Giustizia Matteo Salvini ed Alfonso Bonafede, i Sottosegretari alla Giustizia Jacopo Morrone e Vittorio Ferraresi ed il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini, per quanto accaduto all’arrivo del detenuto Cesare Battisti all’Aeroporto Militare di Roma Ciampino e poi durante la traduzione dello stesso. Lo sostiene Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Regione Calabria.

L’esposto, presentato il 17 gennaio scorso, nell’immediatezza dei fatti, e pervenuto alla Procura della Repubblica di Roma, il successivo 23 gennaio, ipotizzava i reati di abuso d’ufficio (per i Ministri dell’Interno e della Giustizia ed i Sottosegretari alla Giustizia) ed omissione d’atti d’ufficio (per il Capo dell’Amministrazione Penitenziaria) previsti e puniti dagli Articoli 323 e 328 del Codice Penale, in relazione a quanto stabilito dall’Art. 42 bis c. 1 e 4 dell’Ordinamento Penitenziario, dall’Art. 114 c. 6 bis del Codice di Procedura Penale, dall’Art. 45 c. 1 delle Regole Minime per il trattamento dei detenuti approvate dalle Nazioni Unite, dall’Art. 32 c. 1 delle Regole Penitenziarie Europee approvate dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e dell’Art. 73 c. 1 delle Regole sullo standard minimo per il trattamento penitenziario dei detenuti approvate dalle Nazioni Unite.

In occasione dell’arrivo dalla Bolivia dell’ex terrorista Cesare Battisti all’Aeroporto di Ciampino e poi durante la sua traduzione, il predetto è stato continuamente ripreso dai Ministri dell’Interno e della Giustizia e dai Sottosegretari alla Giustizia e le relative immagini-video sono state diffuse, condivise e pubblicate sui social network nonché sulle pagine ufficiali del Ministero della Giustizia e del Corpo di Polizia Penitenziaria, sottoponendolo al pubblico ludibrio, creandogli inutili disagi e sofferenze e violando la sua dignità umana – prosegue il radicale Quintieri.

L’Amministrazione Penitenziaria e, nella specie, il Capo del Dipartimento Francesco Basentini, primo responsabile del Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria, che è stato sempre presente sul posto, avrebbe dovuto adottare tutte le opportune cautele per la protezione del detenuto Battisti durante l’attività di traduzione, in ottemperanza agli obblighi imposti dalla Legge. Tali “cautele”, anche in considerazione della particolare posizione giuridica e penitenziaria nonché della caratura criminale del traducente, alla luce di quanto accaduto, non sono state disposte né risulta che sia stato impedito ai membri del Governo o ad altri soggetti di riprendere la persona traducente per evitare di essere esposte come un “trofeo di caccia” ed essere oggetto di gogna pubblica, assicurando un trattamento non contrario al senso di umanità ed evitando ogni violenza fisica e morale, nel rispetto di quanto stabilito dagli Artt. 27 c. 3 e 13 c. 4 della Costituzione nonché dell’Art. 1 c. 1 e 3 dell’Ordinamento Penitenziario e dalle altre norme internazionali vigenti. Vi erano obblighi precisi in capo all’Amministrazione Penitenziaria – conclude l’ex Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani, in corsa per la carica di Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti in Calabria – che sono stati disattesi, il che costituisce omissione d’atti d’ufficio. Anzi, al contrario, è stato completamente favorito e consentito ai membri del Governo (ed a chiunque altro fosse presente), di fare fotografie e filmati al detenuto, mentre era privato della libertà, di rivolgere insulti, creando pubblicità e disagi di notevole spessore.

Secondo quanto trapelato, la Procura della Repubblica di Roma, ha chiesto l’archiviazione del Procedimento Penale per assenza di dolo cioè l’elemento psicologico del reato, trasmettendo gli atti al Tribunale dei Ministri di Roma per la conseguente decisione.

Roma, detenuto muore al Carcere di Regina Coeli. Il Pm: cure interrotte troppo presto


Elvio Durante, 45 anni, finito in manette il 23 settembre, è stato rimandato in cella dal centro clinico del carcere dopo quattro giorni di Tso: il dubbio degli inquirenti è che il suo stato psicofisico consigliasse un monitoraggio più accurato da parte dei medici. Mandato in cella dopo (soli) quattro giorni di trattamento sanitario obbligatorio. Si concentra sui tempi molto brevi del ricovero l’inchiesta della procura sulla morte di Elvio Durante, deceduto a Regina Coeli al dodicesimo giorno di detenzione per una crisi respiratoria improvvisa avvenuta mercoledì mattina.

Il dubbio degli inquirenti è che il detenuto – finito in manette lo scorso 23 settembre con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale – sia stato dimesso troppo presto, quando invece il suo stato psicofisico avrebbe consigliato un monitoraggio più accurato. Il pubblico ministero Sabina Calabretta, che indaga con l’accusa di omicidio colposo senza ancora aver iscritto nessuno nel registro degli indagati, ha disposto l’autopsia affidandola al medico legale de La Sapienza, il dottor Giorgio Bolino. È vero che Durante, assuntore saltuario di cocaina come ammesso da lui stesso una volta entrato in carcere, aveva fornito il consenso all’interruzione del ricovero. Tuttavia il sospetto è che l’uomo, residente a Guidonia, avrebbe dovuto essere trattenuto più a lungo, anche per via della tendenza chiaramente manifestata di perdere la pazienza per un nonnulla.
Infatti nel corso dell’udienza di convalida, l’indagato, arrestato per aver reagito con violenza a un controllo della polizia, aveva dato in escandescenze, insultando il giudice prima ancora dell’inizio dell’istruttoria.

A quel punto il magistrato non aveva potuto fare altro che allontanarlo dall’aula e poi disporne il Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) in carcere.
La cartella clinica, comunque, non aveva evidenziato alcuna patologia allarmante, ma i facili scatti d’ira avrebbero dovuto preoccupare i medici perché potevano essere il segnale di una profonda alterazione psichica. Dopo essere stato trasferito in cella, nessuno dei compagni di detenzione si era lamentato dei comportamenti di Durante, nei cui confronti risulta solo qualche precedente penale di lieve entità.

Giulio De Santis

Corriere della Sera, 7 ottobre 2016

Roma, Due Medici del Fatebenefratelli a giudizio. Cagionarono la morte di un detenuto ristretto a Regina Coeli


Carcere Regina Coeli RomaDopo oltre 5 anni, due Medici dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, Andrea Colaci e Paolo Mascagni, sono stati citati a giudizio dalla Procura della Repubblica di Roma su disposizione del Giudice per le Indagini Prelimari Stefano Aprile che, nei mesi scorsi, aveva respinto la richiesta di archiviazione ed ordinato l’imputazione coatta nei confronti dei due sanitari per omicidio colposo. Secondo il Gip, i due medici, fecero una serie di negligenze che quell’8 febbraio 2010 provocarono il decesso di Antonio Fondelli, 52 anni, detenuto presso la IV Sezione della Casa Circondariale di Regina Coeli di Roma, il quale dal mese di febbraio 2009 si trovava cautelato in attesa di giudizio perché ritenuto responsabile di un furto e condannato, in primo grado, ad 1 anno ed 11 mesi di reclusione. Gli mancavano comunque appena 11 mesi per la libertà ma, a causa della negligenza professionale posta in essere dai predetti Colaci e Mascagni che l’operarono con 5 ore di ritardo, la sua “pena” ancora non divenuta irrevocabile poiché aveva proposto appello, terminò con largo anticipo.

L’intervento chirurgico d’urgenza si svolse presso la Clinica Nuova Itor di Pietralata, dove il detenuto era stato portato dal Pronto Soccorso dell’Ospedale “Fatebenefratelli” per un attacco di appendicite sfociato in peritonite. Fondelli morì in sala operatoria senza risvegliarsi più dall’anestesia dopo essere stato operato. I Medici, nel corso dell’intervento, accertarono l’esistenza di una peritonite e di una cancrena appendicolare.

Fondelli era anche ammalato, cardiopatico acclarato, ed infatti per qualche tempo venne ricoverato presso il Centro Clinico della struttura penitenziaria. Secondo quanto si apprese, il detenuto domenica mattina si sentì male e venne portato dal personale del 118 al “Santo Spirito” dove, secondo alcune voci, si sarebbe dimesso volontariamente tornando in cella. Lunedì 8 febbraio 2010, Antonio, si sentì nuovamente male e venne trasferito con l’ambulanza al Presidio Ospedaliero “Fatebenefratelli” e da lì portato d’urgenza alla Nuova Itor per essere operato poiché l’appendicite nel frattempo era degenerata in peritonite ma morì dopo l’intervento senza risvegliarsi più dall’anestesia.

In merito alla vicenda ci fù anche un processo ma ci finì il Medico sbagliato, un chirurgo che aveva tentato il possibile quando ormai era troppo tardi. E, per tale motivo, venne prosciolto da ogni accusa.

Appare evidente – scrive il Gip del Tribunale di Roma che ha respinto la richiesta di archiviazione del Pm – che l’intervento salva-vita avrebbe dovuto essere posto in essere a partire dalle 15 dell’8 febbraio se non addirittura prima. Con un’anticipazione di circa 5 ore. Tenuto conto che, come ha concluso il consulente tecnico del Pm, una adeguata anticipazione dell’intervento avrebbe consentito di evitare la morte (del paziente, ndr).”

Ospedale Fatebenefratelli di RomaFondelli venne condannato a morte dai Medici perché, nonostante da due giorni era in atto una violenta crisi di appendicite, confermata anche dalla Tac, non ritennero di operarlo d’urgenza poiché non c’era posto, chiedendo che venisse ricoverato in altro Ospedale “disconoscendo la prevista procedura di collocare i pazienti urgenti in astanteria o altre sale”. Tale tesi viene confermata dalla consulenza dei tecnici nominati dalla Procura della Repubblica : “Tenuto conto che, come conclude il consulente del Pubblico Ministero, una adeguata anticipazione dell’intervento avrebbe consentito di evitare l’evento morte e che la dilazione temporale verificatasi appare attribuibile ai sanitari che, pur in presenza di indicazioni della direzione sanitaria in ordine all’utilizzo di posti letto di fortuna, non disponevano l’immediato atto operatorio e optavano erroneamente per il differimento dell’intervento.”

All’epoca dei fatti, la vicenda di Antonio Fondelli, finì anche in Parlamento. La denunciarono con una Interrogazione a risposta scritta (la nr. 4/06081 del 10/02/2010) rivolta ai Ministri della Giustizia e della Salute, i Deputati Radicali eletti nelle liste del Partito Democratico Rita Bernardini, Marco Beltrandi, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti. Nell’atto di Sindacato Ispettivo, rimasto inevaso dal Governo nonostante sia stata sollecitata per ben 18 volte la risposta, i Parlamentari Radicali chiedevano di conoscere di quali informazioni disponessero i Ministri interrogati e se negli ambiti di rispettiva competenza, ed indipendentemente dalle indagini che la Magistratura aveva avviato sulla vicenda, se non ritenevano opportuno promuovere una indagine amministrativa interna al fine di verificare l’esistenza di eventuali responsabilità per la morte del detenuto Antonio Fondelli. Inoltre, chiedevano di sapere se nel corso della sua detenzione – in regime di custodia cautelare preventiva – il detenuto avesse usufruito di tutte le cure necessarie che il suo precario stato di salute richiedeva e, più in generale, quali provvedimenti urgenti il Governo intendeva adottare al fine di garantire ai detenuti una non effimera attività di cura e sostegno, nonché i livelli essenziali di assistenza sanitaria all’interno degli Istituti di Pena.

Emilio Quintieri

Roma: detenuto morì a Rebibbia per una polmonite. Potevano salvarlo, Medici a giudizio


carcere rebibbiaPer la Procura il giovane detenuto “poteva essere salvato” i sanitari che lo dovevano curare “agirono con negligenza”. In tre visite mediche non gli avevano mai misurato la febbre, né auscultato il torace o misurato la pressione.

È così, con una polmonite non diagnosticata, che Danilo Orlandi, un detenuto di 30 anni di Primavalle con piccoli precedenti per droga, era morto dietro le sbarre di Rebibbia. In pochi giorni, dal 27 maggio al primo giugno del 2013, si era spento senza che nessuno si accorgesse dell’urgenza. Lo curavano con una aspirina. La sua morte, ha concluso ora la procura di Roma, poteva essere evitata.

Il sostituto procuratore Mario Ardigò e il procuratore aggiunto Leonardo Frisani hanno iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo il medico di reparto del G11 che lo aveva in cura e il dirigente sanitario di Rebibbia, pronti a chiederne a breve il processo.

Il giovane, che ha lasciato la moglie e una bambina di 9 anni, in quei giorni era sottoposto ad una sanzione disciplinare, non poteva partecipare alle attività in comune. Ed è proprio per questo, forse, che sarebbe stato sottoposto per tre volte a visite frettolose. Una prassi, a quanto pare, per i detenuti in punizione. Orlandi infatti sarebbe stato visitato dal medico del suo braccio, una dottoressa, sia il 27, il 28 e il 29 maggio senza che gli venisse neanche palpato l’addome.

Il medico infatti si sarebbe limitato per tutti e tre i giorni a un colloquio con lui non riuscendo, appunto, secondo i magistrati, “per negligenza a rilevare i sintomi tipici specifici di una polmonite alveolare bilaterale batterica”, una polmonite grave per cui invece si sarebbe dovuti intervenire subito con approfondimenti diagnostici e cure urgenti.

Nell’inchiesta è finito anche il dirigente sanitario della casa circondariale, in questo caso, perché non avrebbe vigilato sui medici, che per prassi, secondo i magistrati, quando “visitavano i detenuti sottoposti alla sanzione disciplinare dell’esclusione dell’attività in comune si limitavano a un colloquio anamnesico senza eseguire un esame obiettivo generale attraverso l’ispezione quanto meno del torace”. Nel diario clinico del giovane, tra l’altro è stato rilevato un buco. Nessuno infatti lo avrebbe visitato il 31 maggio, il giorno prima della morte. Proprio il giorno in cui la madre del ragazzo, Maria Brito, aveva visitato il figlio trovandolo pallido, febbricitante e debilitato. Eppure tutti i bollettini medici degli ultimi giorni di vita di Danilo avevano concluso che non ci fosse “nessun fatto acuto da riferire”.

Ad accertare le cause della morte del giovane era stata la perizia stilata dal professor Costantino Ciallella de La Sapienza. Un esame che aveva escluso l’ipotesi dell’infarto ventilato nell’ambiente carcerario. Nel diario clinico del detenuto la conferma: si parlava solo di prodotti anti-infiammatori o analgesici, al massimo un antibiotico. “Mio figlio è stato lasciato morire”. Paolo Orlandi si era sfogato pure coi magistrati “ma combatterò”. Il legale della famiglia, l’avvocato Stefano Maccioni, da parte sua, intanto è pronto a formalizzare la costituzione di parte civile.

Adelaide Pierucci

Il Messaggero, 26 febbraio 2015

Finita la lunga gogna dell’ex Ministro Cancellieri. Nessun reato per la vicenda Li Gresti


Annamaria-CancellieriLa Procura di Roma ha archiviato il fascicolo. L’accusa era falsa testimonianza al magistrato. La lunga gogna a cui era stata sottoposto l’ex Guardasigilli è terminata con un’archiviazione. È questo l’esito dell’indagine che ha rischiato di far finire sul banco degli imputati Anna Maria Cancellieri.

I giudici del tribunale penale romano di piazzale Clodio hanno infatti accolto la richiesta dei sostituti procuratori Simona Marrazza, Erminio Amelio e Stefano Pesci, gli stessi che avevano passato al setaccio il comportamento del Ministro sospettato di aver reso false dichiarazioni a un pubblico ministero. La vicenda riguardava le telefonate con Antonino Ligresti, fratello di Salvatore, arrestato dalla procura di Torino insieme alle figlie Giulia e Jonella, nell’ambito dell’inchiesta su Fonsai. Il fascicolo, aperto dalla procura piemontese e approdato successivamente, per competenza, presso la procura capitolina, inizialmente non aveva né indagati né ipotesi di reato.

Gli inquirenti lavoravano principalmente su un verbale, quello dell’audizione dell’ex Ministro, avvenuta il 22 agosto presso la sede del ministero di via Arenula. Pur non essendo indagata, la donna aveva dovuto rispondere alle domande del procuratore aggiunto di Torino, Vittorio Nessi. Il magistrato chiedeva delucidazioni su alcune telefonate. Chiamate finite nell’inchiesta sulla compagnia assicurativa. Contatti avvenuti nei giorni in cui pendeva la richiesta di arresti domiciliari per Giulia Ligresti, figlia di Salvatore.

La ragazza infatti non mangiava da giorni e rischiava l’anoressia. Il Ministro aveva subito ammesso di aver parlato con il suo “amico di famiglia” Antonino Ligresti, discutendo in merito alle condizioni di salute della nipote. L’attenzione degli inquirenti si era dunque spostata su una domanda: fu il Ministro a chiamare Ligresti o il contrario?. “Qualsiasi cosa io possa fare conta su di me” avrebbe inoltre affermato al telefono Anna Maria Cancellieri il 17 agosto conversando con Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti.

La questione era semplice, bisognava capire se il Ministro fosse intervenuto direttamente con il dipartimento per l’amministrazione penitenziaria omettendo poi di dire la verità alla procura di Torino. La donna, sentita come persona informata sui fatti, spiegò che si trattava di una telefonata di “solidarietà” da inquadrarsi “sotto l’aspetto umano”. Successivamente, il 28 agosto, 11 giorni dopo la telefonata, Giulia Ligresti ottenne gli arresti domiciliari, grazie a un’istanza di patteggiamento.

Il caso politico era nato e la Cancellieri si era difesa: “Non c’è stata alcuna interferenza con le decisioni degli organi giudiziari e nel caso di Giulia Ligresti era mio dovere trasferire questa notizia agli organi competenti dell’Amministrazione Penitenziaria per invitarli a porre in essere gli interventi tesi a impedire eventuali gesti autolesivi. Mi sono comportata nello stesso modo quando sono pervenute al mio Ufficio segnalazioni, da chiunque inoltrate, che manifestassero preoccupazioni circa le condizioni sullo stato psicofisico di persone in stato di detenzione”.

Andrea Ossino e Ivan Cimmarusti

Il Tempo, 6 febbraio 2015

Caso Cucchi : “Diranno che è stata morte naturale”, ma cosa sapevano gli Agenti ?


CucchiNelle intercettazioni gli indagati parlavano come se avessero già la certezza del risultato. La famiglia denuncia i periti della Procura.

“Domani è un giorno importante, perché ci sarà l’autopsia e così diranno che è morto di morte naturale”, disse la moglie di uno degli agenti penitenziari inquisiti il 15 novembre 2009, parlando al telefono con un’amica. L’indomani i consulenti del pubblico ministero ricevettero l’incarico di riesumare il cadavere di Stefano Cucchi – a un mese dall’arresto e tre settimane dal decesso – ma gli indagati parlavano come se avessero già la certezza del risultato.

Oppure era il semplice auspicio che venisse confermato ciò che appariva già chiaro, sosterranno gli interessati, ma intanto questa intercettazione è finita nell’atto d’accusa presentato dai familiari di Cucchi contro i periti nominati della Procura di Roma. Come un’altra, in cui la stessa signora annuncia alla madre: “Da lunedì, quando usciranno i risultati dell’autopsia, loro saranno scagionati”.

E un’altra ancora, in cui una delle guardie coinvolte parla con un co-indagato e gli comunica: “L’avvocato ha detto che ha parlato con il perito e questo gli ha detto che è tutto a loro favore”, cioè dei consulenti nominati dalle difese. Una settimana dopo, lo stesso agente confida a un collega che “il suo perito conosce i periti del tribunale e questi gli hanno detto che le cause della morte non dipendono dalle percosse”.

I risultati della perizia furono consegnati ad aprile 2010, ed effettivamente stabilirono che “il quadro traumatico d’insieme (cioè gli effetti delle percosse subite da Cucchi, ndr) non ha avuto alcuna valenza causale nel determinismo della morte”.

Conseguenza: l’accusa nei confronti delle guardie carcerarie fu declassificata da omicidio preterintenzionale a lesioni e abuso di autorità. Tuttavia gli inquisiti sapevano già tutto fin da novembre e dicembre; del resto il capo del gruppo nominato dai pubblici ministeri, il professor Paolo Arbarello, prima ancora di iniziare il suo lavoro spiegò davanti a una telecamera: “Il magistrato ci chiederà: sono state lesioni mortali quelle che hanno determinato la morte? Quindi i medici non potevano fare altro? Oggi le dico probabilmente di no. Sono portato più a ritenere che ci sia una responsabilità dei medici, però… lo devo dimostrare”.

Un’anticipazione bella e buona delle conclusioni raggiunte sei mesi dopo, secondo i genitori e la sorella di Stefano Cucchi, che ieri hanno presentato una denuncia penale contro Arbarello, sostenendo che “l’impostazione accusatoria è stata gravemente compromessa dalla pervicace negazione che la morte di Stefano abbia avuto un qualsiasi collegamento causale rispetto alle lesioni fisiche, che invece erano apparse fin da subito talmente gravi da imporre immediate visite al pronto soccorso e poi quel ricovero in ospedale in cui Stefano è deceduto”.

Tuttavia dopo l’indagine c’è stato un processo, nel quale la corte d’assise ha incaricato altri periti di svolgere nuovi esami sulle cause della morte di Cucchi, e il risultato non è cambiato. Per questo la denuncia di Ilaria Cucchi e dei suoi genitori contiene un’istanza, apparentemente incomprensibile, dietro la quale si cela un sospetto: “Gli esponenti chiedono a codesta Procura della Repubblica, con la riserva di precisare e segnalare altri aspetti utili, di compiere ogni opportuna indagine, ivi compreso l’accertamento della corrispondenza elettronica intercorsa fra il professor Arbarello e i periti nominati dalla corte di assise di primo grado”.

In sostanza si ipotizzano contatti anomali tra i periti dei pubblici ministeri e quelli nominati dai giudici, e si chiede si verificare “se il consulente medico legale prof. Paolo Arbarello, le cui valutazioni hanno significativamente orientato l’indagine, in un procedimento così delicato come quello della morte di Stefano che ha visto coinvolte varie amministrazioni dello Stato, abbia svolto il proprio compito, non solo nel rispetto della doverosa lealtà, ma altresì nell’ambito della liceità delle condotte”.

Nei retro pensieri dei familiari di Cucchi e del loro avvocato, Fabio Anselmo, s’intravede una sorta di complotto: la perizia che escludeva il nesso tra le botte e la morte (secondo loro con ragionamenti medico scientifici sbagliati, contraddetti dai periti di parte) doveva servire a ridimensionare il capo d’accusa nei confronti degli agenti penitenziari, in modo da tranquillizzarli e farli attestare sulla linea del silenzio, anche rispetto ad eventuali responsabilità altrui.

L’avvocato Anselmo, di fronte alla contestazione di reati meno gravi, quasi intimò ai pm che sarebbero andati incontro a una sconfitta; così è stato, al termine di due processi, e se pure non c’è certezza che le cose sarebbero andate in altro modo mantenendo l’accusa di omicidio preterintenzionale, ora la famiglia Cucchi torna alla carica giocando la carta della denuncia personale contro i periti che furono alla base di quella scelta. Con quali risultati si vedrà.

Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 6 novembre 2014