La miseria della politica e la nobiltà di Marco Pannella


Marco Pannella 5Nel mondo del reggae c’è una formula con cui si manifesta la più alta stima nei confronti di chi si è distinto in quella storia musicale. La formula è: “massimo rispetto”. È una formula che viene utile per rivolgersi a Marco Pannella e al suo impegno politico. I giornali hanno reso nota la sua condizione di malattia. Nonostante questo, Marco Pannella conferma la sua radicale forma di lotta non violenta. Non violenta ma non perciò non esposta a rischio per chi la pratica. Non bastasse lo sciopero della fame, vi ha aggiunto da tempo quello della sete. Per Marco, non c’è malattia che tenga.

Viene così alla luce ancora una volta il profilo letteralmente eccezionale nella politica italiana di questo combattente. Insieme la sua originalità e la sua intransigenza. Un che di indomito. Di irriducibile. Che testimonia una presenza socratica. “Massimo rispetto”, dicono quelli del reggae. “Massimo rispetto”, ripetiamo noi. Solo per dire cosa mi può suggerire una presenza così capace di produrre dialogo, e di cambiare il corso ordinario delle cose.

Valgano due piccole episodi che mi riguardano. Qualche giorno fa, venuto a conoscenza della malattia di Marco, mi sono informato sulla sua condizione con un amico comune, il direttore di “Radio Radicale”. Non mi sembrava opportuno forzare una dimensione troppo personale: né l’amicizia nei confronti della persona né il ruolo pubblico del personaggio mi permettevano di valicarlo.

Tempo fa, seppure l’idea non fosse originalissima, al Presidente della Repubblica proposi di nominare Marco Pannella senatore a vita. Più che su Pannella, il lustro sarebbe ricaduto sul Senato. Né mi sembrava di qualche impedimento il pur possibile rifiuto di Marco. La nomina a senatore a vita meritava di lasciare a Marco la libertà di accettare o rifiutare rimanendo intrinsecamente Pannella.

Il rapporto tra la prosecuzione della lotta non violenta, la ragionevolezza della causa che l’ha originata da un lato e, dall’altro, una malattia che avrebbe indotto i più a desistervi senza pensarci molto, rivela un profilo politico e un carattere umano. Nel tempo della grande crisi della politica, in Europa tocca a uno come Marco Pannella mostrare con la propria personale testimonianza, una possibilità disponibile a tutte e a tutti. Quale che sia la miseria della politica che presiede le istituzioni e i partiti. Quale che sia la desertificazione generata da quella macchina totalitaria che è il capitalismo del nostro tempo. Il carattere indomito di una testimonianza è così propriamente un messaggio politico.

Ho ricordato più volte il carattere interno alla grande tradizione delle famiglie politiche europee nate sul finire dell’Ottocento affermatisi in quel secolo grande e terribile che è stato il Novecento e giunte fino al secondo dopoguerra. Ieri alcune di queste famiglie in lotta – marxisti e liberali per esempio – si sfidavano sul destino dell’uomo e della polis. Oggi, dopo la grande sconfitta del movimento operaio, gli eredi di quelle tradizioni sono chiamati a drastici ripensamenti. E persino a mescolarsi. Tante volte mi è capitato di dissentire, sempre dialogando, con Marco Pannella, in ragione delle nostre rispettive tradizioni. E non solo.

Oggi anche la presenza sulla scena del mondo di un Papa come Francesco, e insieme la sconcertante disfatta dell’autonomia della politica in Europa, ci apre a nuovi sentieri. Apre a nuovi sentieri la ricerca di chi non accetta l’ordine esistente delle cose. Ieri Marco Pannella, per un militante del movimento operaio, era “solo” un valente liberale di sinistra, poi un “radicale”. La sua testimonianza di oggi sembra riecheggiare un orizzonte nei confronti del quale non possiamo sentirci stranieri: “la nostra patria è il mondo intero”, la nostra legge è la libertà.

Nella indomita risoluzione di Marco Pannella c’è indubbiamente tutto il carattere dell’uomo. Ma forse anche l’eco di qualche antica lettura, come “Il catechismo del rivoluzionario”. Se ci avesse messo le mani o no Bakunin, poco importa. Auguri Marco.

Fausto Bertinotti

Il Garantista, 8 agosto 2014

Europee, i Radicali non partecipano al voto Ma finché ci sono loro c’è speranza


Parlamento Europeo 1Mentre cala il silenzio elettorale e si aspetta l’esito della sfida a tre – fra Renzi, Grillo e Berlusconi – i radicali restano fuori dal voto. E così si realizza il paradosso che, se vuoi parlare di politica, devi uscir fuori dalla contesa elettorale. La politica ufficiale, di Palazzo, è tutta racchiusa in una sfida personalistica, di abilità comunicativa, fra tre leader privi di programmi e di valori ideali; la politica marginale trova sbocco nell’attività radicale che pone sul tappeto grandi questioni come la giustizia, i diritti, il carcere, l’amnistia, la lotta al giustizialismo, il ripristino dello stato di diritto.

Tutto ciò è ancora più paradossale se si pensa che fino a vent’anni fa l’impressione, nell’opinione pubblica, era esattamente opposta alle sensazioni di oggi: c’era Pannella, istrione, grande comunicatore, maestro della politica spettacolo – e che per questo veniva criticato da tutti – contrapposto alla tetraggine delle burocrazie e degli anonimi apparati collettivi di partito.

Come è avvenuta questa metamorfosi? Bisogna tenere conto di tante cose. La prima – essenziale – è quella che ci interessa oggi: non è vero che negli anni ottanta la contrapposizione fosse tra “l’istrione” e “il collettivo” . Succedeva semplicemente che la grande politica dei partiti di massa era sorda alla modernità delle questioni che il partito radicale gettava nell’arena della lotta politica, non riusciva a sentirle né a vederle, e perciò reagiva concentrando lo sguardo sui metodi clamorosi e nuovi, di lotta politica, inventati da Pannella, senza accorgersi della modernità della lotta politica che proponeva. La modernità dei contenuti. Provate oggi a correre con la memoria a quegli anni. Il divorzio e poi l’aborto, la lotta alla fame nel mondo, i diritti dei soldati, dei carcerati, degli omosessuali, delle donne, la battaglia antiproibizionista, l’antimilitarismo… Come si faceva a pensare che fossero questioni marginali, e che nessuna battaglia politica potesse essere condotta – a sinistra – se non in funzione dei diritti sindacali, oppure – a destra – senza rispettare i principi del cristianesimo Vaticano o della grande ideologia conservatrice e post fascista (ordine, disciplina, merito, rispetto)?

I partiti politici di massa, in quegli anni, non colsero in nessun modo il radicalismo profondo del partito radicale. Non capirono che era un radicalismo di sostanza e non di forme, e che poneva due grandi questioni: entrare a pieno titolo nella modernità ed entrare nella democrazia compiuta. Perché in quegli anni, la modernità era considerata un disvalore, e nessuno vedeva i limiti della “democrazia realizzata” con lo Stato Repubblicano e la necessità di farle compiere un salto in avanti, superando le paure, le ragioni di stato, le burocrazie, i barocchismi, gli ideologismi. Paure di che? Semplicemente della libertà. La macchina politica – socialmente formidabile – della prima Repubblica, lodava la libertà ma la temeva, riteneva che avesse bisogno di un involucro, di un sistema collettivo di limitazione e di organizzazione. Amava la libertà organizzata e finalizzata, non concepiva nemmeno la “libertà libera”.

Allora, probabilmente, nacque una frattura profondissima tra politica e modernità. E quella frattura portò la politica a vivere in una dimensione che era interamente interna “al patto di Yalta” e ai suoi automatismi. Caduta l’Europa di Yalta, nell’89, e caduti gli automatismi, la fortezza della politica si sgretolò e fu divorata, in pochi mesi, da nuovi poteri – molto più moderni e molto più spregiudicati, e molto più feroci – tra i quali, prima di tutto, il potere giudiziario.

La crisi politica di oggi nasce da lì. Da quegli errori. E la seconda Repubblica è venuta su riproducendo tutti gli errori della prima. Né la destra di Berlusconi, né la sinistra di Prodi, né quella di D’Alema, né la sinistra radicale, si sono davvero posti il tema dell’ingresso nella modernità. E cioè la necessità di uno sviluppo della civiltà in senso liberale, fuori dagli automatismi del socialismo e fuori dagli automatismi del mercatismo. Anzi, la nuova classe politica ha cercato una mediazione tra socialismo e mercatismo, immaginando che fosse quella mediazione – e dunque la moltiplicazione di difetti e sciagure – la porta per entrare nella modernità.

Così oggi ci troviamo dinnanzi alla politica-immagine, al solito governo di emergenza, e alla presunta opposizione – i grillini – incapace di indicare la prospettiva di una società diversa da quella autoritaria e fondamentalista che è nella mente del loro leader. Mentre la destra berlusconiana e la sinistra renzista non sanno a trovare fra loro nessuna differenza che non sia una differenza nella scelta del personale e del ceto dirigente.

E al margine di questo circo, che ha tirato a fondo e quasi annullato la democrazia politica, resta il drappello coraggioso dei radicali. Ce la faranno? Non so: so che finché loro esistono esiste anche la speranza.

Piero Sansonetti

Gli Altri, 23 Maggio 2014

Le Camere Penali: su riforma della custodia cautelare la Politica non si faccia condizionare dai Pm


AvvocatiSulla nuova custodia cautelare converge, da qualche giorno, il fuoco di fila di diversi magistrati di punta: tutti pubblici ministeri. Viene il sospetto che a stargli a cuore non sia tanto la pena che il giudice sentenzierà all’esito del processo, quanto piuttosto quella che i p.m. possono infliggere in via anticipata con le loro richieste. Il fenomeno dell’abuso della custodia cautelare è oramai riconosciuto finanche dai più alti vertici della magistratura. I rappresentati del nuovo corso politico dovranno prenderne atto e non cedere ai diktat delle procure, mosse dall’istinto di conservare il potere di arrestare.

Si succedono in questi ultimi giorni prese di posizione provenienti da esponenti della magistratura contro il progetto di legge che intende riportare all’interno del dettato costituzionale l’istituto della custodia cautelare, mettendo un freno alla distorsione – ormai ammessa esplicitamente anche dai più alti vertici della magistratura – dell’utilizzo della medesima come incostituzionale anticipazione di pena.

Sia il Procuratore di Roma Pignatone, che il Dottor Cantone, neo Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, che il Segretario dell’Anm Carbone, hanno infatti ammonito sul pericolo che si correrebbe se la normativa, così come approvata in Senato diventasse legge. Secondo questa opinione ciò “impedirebbe” di applicare la custodia cautelare in carcere anche a soggetti che, secondo la valutazione del giudice sarebbero destinati ad usufruire dei benefici dell’ordinamento penitenziario al momento della esecuzione e dunque non dovrebbero mai scontare la pena detentiva all’esito del giudizio.

Come è facile intuire, al di là della evidente pressione che in tal guisa si sta esercitando sul Parlamento, l’esempio in discussione è proprio quello che dimostra che una parte della magistratura utilizzi la custodia cautelare per fini ben diversi rispetto a quelli previsti dal codice. Dolersi, infatti, di non poter privare della libertà nel corso delle indagini imputati che non sono destinati, secondo una valutazione ancorata a rigorosi presupposti legislativi, ad entrare in carcere per scontare la pena definitiva, significa proprio che si vuole privare della libertà dei cittadini in forza di valutazioni di carattere metagiuridico e che addirittura si vuole andare al di là dell’incostituzionale uso anticipatorio della pena oggi dilagante.

Significa, in altre parole, che si pretende di avere mano libera di sbattere in carcere gli imputati anche nel caso in cui questo non avverrà mai all’esito della irrogazione definitiva della pena. In buona sostanza ci si duole del fatto che, se la legge passasse si comprimerebbe un po’ di quell’enorme potere che la distorta applicazione delle norme ha fin qui conferito alla magistratura. Una previsione che, se si avverasse, sarebbe il miglior risultato che la legge potrebbe raggiungere. Ora sta al Parlamento decidere.

Un Parlamento che dovrebbe essere ben consapevole che l’uso distorto della custodia cautelare è un problema gravissimo e che esso viene utilizzato come arma di pressione capace di condizionare il comportamento processuale degli imputati. Ed allora la politica deve dimostrare, al di là dei proclami, di essere in grado di operare le proprie scelte senza farsi condizionare dalle levate di scudi dei procuratori della Repubblica, se non altro perché questo trito copione, seguito tanto nella prima che nella seconda Repubblica con monotona ripetitività, ha lasciato sul campo il principio di separazione dei poteri, non meno che la presunzione di innocenza e la inviolabilità della libertà personale.

Sia detto con chiarezza: questa vicenda è una vera e propria cartina di tornasole sulla quale il Governo e le forze politiche di maggioranza sono chiamate a dimostrare una reale inversione di tendenza, altrimenti non rimarrà che concludere che di fronte agli ammonimenti delle Procure la nuova politica si lascia intimidire esattamente come la vecchia.

Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI) 

http://www.camerepenali.it, 8 aprile 2014